Tutti i colori usati per verniciare il Mario Draghi di comodo

Ma di quanti colori deve lasciarsi dipingere Mario Draghi per piacere o dispiacere, secondo i gusti e le circostanze, a chi l’osserva nella sua nuova veste di presidente del Consiglio e ha fretta di giudicarlo?

Il verde è notoriamente il colore che gli ha rovesciato addosso a secchiate Beppe Grillo per farlo piacere agli ormai eternamente divisi e inquieti militanti, portavoce e quant’altro del MoVimento 5 Stelle. A molti dei quali il “garante” ed “elevato” fondatore non riesce a far dimenticare gli insulti da lui stesso rovesciatigli addosso negli anni scorsi, quando forse l’allora presidente della Banca Centrale Europea era secondo, nella scala del disprezzo grillino, solo a quei giornalisti di cui il comico diceva che voleva mangiarli per provare poi “il gusto di vomitarli”.

Il bianco è il colore applicatogli sul Fatto Quotidiano da Fabrizio D’Esposito evocando la quasi premonitrice partecipazione all’ultima edizione del meeting di Comunione e Liberazione: quella in cui Draghi scaldò il cuore dei giovani proteggendoli dalla rovina cui sarebbero stati destinati con la pratica del debito “cattivo”. Cui si era sino ad allora abbondantemente ricorsi per impiegarlo in mance ed assistenza, anziché in investimenti produttivi.

Il bianco è anche il colore della tonaca di Papa Francesco, il più lesto nel cogliere l’occasione della temporanea disoccupazione, diciamo così, di Draghi chiamandolo a far parte della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali.

Ma non dimentichiamo che sotto o prima della tonaca pontificia di Jorge Mario Bergoglio c’è stata, e metaforicamente c’è ancora, la tonaca nera del gesuita. Che qualcuno si è affrettato a immaginare decisiva anche per la formazione di Draghi, che ha studiato appunto dai gesuiti. Glielo ha appena ricordato il debenedettiano Domani dandogli del “tecnocrate ignaziano” -naturalmente da Ignazio de Loyola, non da Piero Ignazi, il politologo cui il giornale di Carlo De Benedetti ha affidato l’analisi di Draghi- e spiegando in un titolo tutto nero di prima pagina che il nuovo presidente del Consiglio “dai gesuiti e dalla Dc ha imparato che un vero leader orienta la storia senza la pretesa di guidarla”.

La prosa di Domani è tuttavia arte pura di fronte a quella del già citato Fatto Quotidiano, dove Massimo Fini si è improvvisato teologo ed ha arruolato Draghi fra i “cattolici” alla Matteo Renzi, mobilitatisi dopo la destinazione all’Italia dei 209 miliardi di euro dei fondi comunitari della ripresa per toglierli dalla disponibilità di Giuseppe Conte e passarli all’ex presidente della Banca Centrale Europea. “Quei miliardi -ha scritto Fini- facevano gola” sin dal primo momento “a molti, banchieri, finanzieri, persone irreprensibili perché vestono in giacca e cravatta e pranzano all’ora di pranzo e cenano all’ora di cena”: mica quel disordinato ma “non moralmente corruttibile” Conte, abituato all’ora di cena non a mangiare ma a diffondere conferenze stampa e altri messaggi al popolo pendente dalle sue labbra.

Ma dove il “teologo” Fini ha dato il massimo, al minuscolo, di sé è il passaggio dell’articolo in cui, prendendosela anche con la fede dichiarata e praticata dal suo amico e direttore Marco Travaglio, pur con la premessa che sono letteralmente “cazzi tuoi”, ha scritto che “il cattolicesimo” nella “potenza assunta negli ultimi decenni in Italia non ha nulla a che vedere col cristianesimo, cioè coll’affascinante borderline di Nazareth”. E così Draghi è stato avvisato di continuare pure ad andare a messa nei giorni comandati, ma di togliersi dalla testa di essere perciò un buon cristiano.

Con queste premesse teologiche e di costume il corsivista del Fatto Quotidiano è riuscito a spiegarsi addirittura “la storia -sentite- di quel golpe di Stato mascherato che ha portato al governo Draghi”. Di cui -sentite anche questo- si capisce a questo punto come “pantografi sostanzialmente quello precedente e tenga insieme tutti, il diavolo e l’acqua santa, però con la decisiva esclusione di Conte (oltre che, per ovvi interessi berlusconiani, di Bonafede)”. Nessuna parola di comprensione o condivisione è stata spesa purtroppo per le lacrime sfuggite all’uscita da Palazzo Chigi al portavoce Rocco Casalino.

Per giustificare il suo processo a un Draghi in fondo anche golpista, o comunque “fruitore finale” di un colpo di Stato, come di Silvio Berlusconi un suo difensore disse a proposito delle escort, vere o presunte, che riceveva a casa, Fini si è richiamato alla famosa convinzione della buonanima di Giulio Andreotti che “a pensar male si faccia peccato, ma ci si azzecchi quasi sempre”. Eppure del “divo Giulio” il pur esigente Fini ha dovuto riconoscere, testualmente, che “per competenza, conoscenza dell’Italia, sia in senso storico che amministrativo, intelligenza, arguzia e stile sta cinque spanne sopra i nani di oggi e in qualsiasi altro paese europeo sarebbe stato un grande uomo di Stato, ma in Italia ha dovuto essere una sorta di ircocervo, metà uomo di Stato e metà, forse, delinquente”.

 

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

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