Matteo Renzi tra chi lo ringrazia per Draghi e chi lo maledice

Premetto che sarò ancora un po’ controcorrente tornando ad occuparmi di Matteo Renzi dopo quello che se n’è scritto anche qui, sul nostro Dubbio. E ora che la sicura formazione del governo di Mario Draghi appare a molti destinata ad oscurare chi pure, come Renzi appunto, ha quanto meno contribuito a spingere verso Palazzo Chigi l’ex presidente della Banca Centrale Europea. Di cui nei mesi scorsi, sempre da Palazzo Chigi, Giuseppe Conte aveva rivelato la “stanchezza” dopo tanta fatica a Francoforte, e il sostanziale disinteresse alla presidenza del Consiglio.

In una maggioranza così larga come quella delineatasi  da Silvio Berlusconi a Beppe Grillo, da Matteo Salvini a Nicola Zingaretti passando per tutte le sfumature di centro che abbiamo visto sfilare davanti a Draghi nelle consultazioni a Montecitorio, Renzi è ridotto a poco più di qualche briciola. I suoi starnuti non faranno più notizia. Draghi, pur dovendogli in qualche modo l’incarico, è riuscito insomma dove ha fallito Conte: a neutralizzare il fondatore di Italia Viva. Che potrebbe a questo punto essere definita dal solito Marco Travaglio, con l’abitudine che ha di storpiare i nomi che non gli piacciono, Italia morta, o sepolta, o morta e sepolta.

Beh, questa rappresentazione non mi convince, pur avendo appena avuto un’altra occasione per dolermi di Renzi: la scomparsa dell’ex presidente del Senato Franco Marini. Della cui candidatura a presidente della Repubblica, nel non lontano 2013, per quanto avanzata dal comune partito -il Pd- e sorretta anche dal centrodestra, che  ricordava e apprezzava la provenienza  dell’interessato dalla sinistra sindacale e anticomunista della Dc guidata dal compianto Carlo Donat-Cattin, proprio Renzi definì in un salotto televisivo “un dispetto al Paese”. E, assecondato nel Pd a sorpresa dall’allora segretario in persona Pier Luigi Bersani, volle che la prima, sfortunata votazione svoltasi nell’aula di Montecitorio su Marini, cui mancarono nel segreto dell’urna 157 dei 672 consensi necessari, fosse anche l’ultima. E si passò, dopo le schede bianche della seconda e terza, alla quarta votazione con un altro candidato, sempre del Pd, cui mancarono 109 dei 504 consensi necessari a quel punto della corsa al Quirinale: Romano Prodi. Anche in quel secondo fiasco o incidente, come preferite, molti avvertirono lo zampino del solito, disinvolto, spregiudicato Renzi.

Grazie a Dio, l’anagrafe gli aveva permesso, essendo nato solo nel 1975, di non concorrere nel 1971 all’affondamento della candidatura di Amintore Fanfani al Quirinale. E di quella successiva, all’interno dei gruppi parlamentari democristiani, di Aldo Moro.

Mi chiedo tuttavia se in politica si possono applicare a quanti la praticano gli stessi criteri di giudizio di un’amicizia, di una relazione sentimentale, della partecipazione ad un torneo di canasta o burraco.

Sergio Staino, un militante storico della sinistra e vignettista di grande valore e calore, che non perdona a Renzi la morte dell’Unità dopo avergliene affidato la direzione da segretario del Pd e insieme presidente del Consiglio, ha appena scritto sulla Stampa -in polemica con l’amico e compagno Massimo Recalcati, intervenuto da psicanalista sulla stessa Stampa in difesa di Renzi- che “ogni strada deve avere un cuore, se non lo ha è una strada sbagliata”. Parola di Carlos Castaneda, ha precisato Staino.

Ho una certa difficoltà, da vecchio cronista politico, a seguire il ragionamento di Staino, e Castaneda. Cuore e politica stanno come carattere e politica. E di un cattivo carattere sento di condividere quello che diceva Sandro Pertini, convinto che basta averne uno davvero perché risulti appunto cattivo. La politica è dura, si sa. Non è un pranzo di gala, come il mio amico Marini sperimentò di persona otto anni fa limitandosi tuttavia a dire, con la saggezza e il realismo di un vecchio combattente, soltanto questo: “Se me lo avessero detto che non piacevo, non mi sarei lasciato candidare”. Me lo ripetette nell’ultimo incontro che avemmo, alla vigilia del compimento dei suoi 87 anni. Di cui lui era fiero anche perché gli servivano -mi disse- a far capire a chi ne aveva contrastato la candidatura per la sua età che, se eletto, avrebbe portato a termine regolarmente “e sano di mente” il suo mandato di sette anni. Grandissimo e indimenticabile Franco.

Per quanto riguarda infine le sventure profetizzate a Renzi per la consistenza dannatamente modesta del suo nuovo partito, permettetemi di ricordare che anche la buonanima di Ugo La Malfa guidava una forza generalmente al di sotto persino del 2 per cento dei voti , eppure sempre decisiva negli snodi politici di gran parte della cosiddetta Prima Repubblica. Renzi certamente non è La Malfa, convengo, ma neppure Nicola Zingaretti è Enrico Berlinguer, o Aldo Moro, o Fanfani. E non parlo dei grillini. Ogni epoca ha i suoi uomini. Ed è consolante che di questi tempi ci sia uno come Mario Draghi, cui Sergio Mattarella ha potuto rivolgersi nell’intreccio di tante emergenze.

 

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

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