Eugenio Scalfari si sente alla fine del suo lungo viaggio, spero a torto

Vi confesso che, nonostante o proprio a causa delle tante volte in cui mi è capitato nella mia lunga attività di giornalista di dissentire dalle sue analisi, sollecitazioni e giudizi, mi è venuta la pelle d’oca per l’emozione e la simpatia alle prese con l’articolo in cui Eugenio Scalfari, scrivendo -credo di proposito- per un numero feriale e non domenicale, come d’abitudine, della Repubblica di carta da lui fondata 45 anni fa, ha voluto raccontare ciò che avverte nel momento in cui si sente alla “fine di un viaggio” cominciato per lui quasi 97 anni fa. E mi scuso per questa lunga, lunghissima frase. Che in un’altra occasione avrei accorciata o spezzata con espedienti che non mancano a chi usa scrivere, ma che in questa circostanza lascio come mi è venuta perché tutto rimanga spontaneo nella reazione ad un articolo così toccante e, direi, istruttivo.

E’ impossibile non intenerirsi quando si legge del vecchio, vegliardo Scalfari che ricorda gli odori, i sapori e quant’altro del bambino, poi ragazzo, poi adolescente avvertendo in questo ritorno al passato “il segno” di un futuro troppo corto. Mi metto, peraltro, nei panni della figlia Donata, con la quale ebbi il piacere di lavorare dirigendo il primo telegiornale dell’allora Fininvest che veniva trasmesso in differita e si chiamava Dentro la notizia. E provo a immaginare e condividere amichevolmente le lacrime che leggendo il padre le saranno venute agli occhi, o che avrà fatto una fatica immane a trattenere.

No. Da vecchio, anch’io, dissidente da tante sue battaglie politiche, a cominciare dalla rivolta nel 1979 al tentativo del mio amico Bettino Craxi di “tagliare la barba a Marx”, scrisse lui commentando il famoso saggio a quattro mani del leader socialista e di Luciano Pellicani inneggiante al socialismo umanitario e ottocentesco di Pierre Joseph  Proudhon, auguro sinceramente a Scalfari di averte avvertito male i segnali sul suo viaggio. E ai suoi lettori di non avere letto né l’ultimo, né il penultimo né uno degli ultimi articoli del fondatore del giornale preferito.

Temo, piuttosto, che abbia fatto male a Scalfari, procurandogli scoramento e quant’altro, la crisi di governo in corso, che deve essere apparsa anche a lui la più anomala di tutte quelle capitategli di seguire, senza peraltro poter fare nulla, diversamente dalle abitudini di un passato neppure tanto lontano, per contribuire a determinarne gli sviluppi con prese di posizione, consigli, interviste mirate e altri tipi di segnali ai naviganti della politica. Lui stesso ha molto onestamente e perciò apprezzabilmente raccontato, nell’articolo sul presunto tratto finale del suo viaggio, della propria “scrittura funzionale, utilitaria, pensata per uno scopo e indirizzata a destinazione”.

“Quella scrittura -ha insistito Scalfari- ha avuto un suo stile: può piacere o non piacere ma l’ha avuta”. E come l’ha avuta, aggiungo pensando alle tante volte in cui  parlavo dei suoi editoriali  con Indro Montanelli ai tempi del Giornale. Di cui cui ero notista politico e poi editorialista, prima della rottura consumatasi per la valutazione di un personaggio -Craxi- su cui Indro finì per riconoscersi curiosamente nel giudizio critico di Eugenio. E quando glielo rinfacciai amichevolmente, diciamo così, Montanelli non fece una piega rispondendomi: “Può capitare”.

Di questa crisi ora affidata alle “esplorazioni” del presidente grillino della Camera Roberto Fico – il più attrezzato certamente ad esplorare soprattutto i suoi compagni di partito o movimento, alquanto turbolenti di fronte alla prospettiva di una ricostituzione della maggioranza uscente, comprensiva cioè di Renzi, o “Matteo d’Arabia”, come lo chiamano gli avversari per i rapporti ben remunerati di collaborazione col principe ereditario di Rijad- Scalfari ha scritto di recente dando due consigli dei suoi ai protagonisti e attori.

Il primo consiglio è stato di non fidarsi praticamente di Renzi per il suo troppo repentino passaggio “dalla carezza allo schiaffo”. Eppure Scalfari nel 2016 si espose a suo favore sostenendone la riforma costituzionale nella campagna referendaria, a costo di compromettere care e importanti amicizie come quelle con Barbara Spinelli e con Guastavo Zagrebelsky. E prima ancora  egli aveva intrecciato con l’allora segretario del Pd e presidente del Consiglio rapporti di consulenza, diciamo così, culturale indicandogli i libri da leggere e controllandone gli effetti con appositi interrogatori, come un maestro con l’allievo.

Il secondo consiglio di Scalfari per la soluzione della crisi è stato di richiamare da Bruxelles il commissario europeo Paolo Gentiloni e restituirgli Palazzo Chigi, dallo stesso Gentiloni consegnato nel 2018 a Giuseppe Conte con risultati evidentemente inferiori alle aspettative del fondatore di Repubblica. Ma sembra che per la testa dei signori della crisi,  compreso l’esploratore della crisi Roberto Fico, per quanto Gentiloni calzi a pennello col problema dell’utilizzo dei fondi comunitari della ripresa, urgente quanto quello della lotta al Covid, passino ben altre idee o progetti.

 

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Blog su WordPress.com.

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: