Il segno che lasciano i renziani, ma quelli rimasti nel Pd abbandonato da Matteo

Di fronte a Matteo Renzi che gioca a  scacchi, promuovendo dove gli capita la sua “mossa del cavallo”, non del cavillo, che prima o poi si guadagnerà forse un premio più letterario che politico, non resisto alla tentazione di tessere gli elogi degli amici che non lo hanno seguito nella scissione ma sono rimasti nel Pd. Dove mi pare che stiano servendo meglio di lui la causa d’identità riformistica, progressista, garantista e quant’altro che il falsamente modesto senatore di Scandicci riteneva di non poter più difendere a dovere nel partito del Nazareno, dopo averne perduto la guida. Eppure egli era appena riuscito a imporgli la svolta dell’intesa di governo con i grillini, ormai sazio dei popcorn acquistati l’anno prima in quantità industriale per assistere gioiosamente all’opposizione dalla poltrona del cinema o dal sedile di uno stadio.

Mettiamo, per esempio, il mio amico, oltre che suo, Lorenzo Guerini. Cui lui peraltro storpiava nome e passata militanza democristiana chiamandolo pur affettuosamente Arnaldo -dall’ex Lorenzo Guerinisegretario dello scudo crociato Forlani- mentre quello aveva sempre avuto come suo punto di riferimento personale e correntizio Giulio Andreotti.

A Guerini, pur disponendo come ministro della Difesa di un bel po’ di armamenti, non è stato necessario muovere un blindato -dico uno- per rimettere politicamente in riga l’improvvisato-  letterariamente inteso- ministro grillino degli Esteri Luigi Di Maio. Egli ha discretamente ed efficacemente tolto dalla testa degli americani, a cominciare dal presidente Donald Trump, l’amico di “Giuseppi” Conte, sospetti, timori e altro ancora su tutti quei cinesi e russi sbarcati in Italia in tenuta antivirale, ma provvisti anche di mezzi militari in senso lato, non sfuggiti all’attenzione, per esempio, dell’atlantissima Stampa di Torino ancora diretta da Maurizio Molinari. “Scemenze”, dicevano a Palazzo Chigi prima di accorgersi anche loro che qualcosa forse non andava nel migliore dei modi, o non veniva percepito così oltre Atlantico.

Di Guerini è cominciato anche a circolare il nome, nei soliti retroscena giornalistici della politica, come di un possibile successore di Conte a Palazzo Chigi a maggioranza invariata. In cui l’unica cosa che guadagnerebbero i grillini sarebbe la nomina di Di Maio a vice presidente del Consiglio, come ai tempi del Conte 1. Ma con una differenza su cui mi sentirei di scommettere anche la collaborazione al Dubbio. Non vedremmo e capteremmo mai dal labiale di Guerini nell’aula di Montecitorio, sui banchi del governo, una domanda a Di Maio del tipo: questo posso dirlo?

Prendiamo un altro della covata di Renzi rimasto nel Pd ma capace -ad occhio e croce- di fare anche meglio di lui alla guardia di certe posizioni politiche: il capogruppo piddino al Senato Andrea Marcucci, toscano dall’aspirazione vocale ancora più accentuata dell’ex segretario del partito, ex presidente Andrea Marcuccidel Consiglio e adesso leader di Italia Viva, senza gli sfottimenti che questo nome gli procura sul Fatto Quotidiano di Marco Travaglio.

Marcucci ha voluto precedere lo stesso segretario Nicola Zingaretti, con un’intervista abbastanza rude al Corriere della Sera, sulla preparazione troppo frettolosa dei cosiddetti Stati Generali dell’Economia a Villa Doria Pamphili avvertendo che questi sono tempi in cui gli errori non sono più permessi. Ebbene, a direzione finita, aperta da una relazione ferma si nei contenuti, con l’esplicita richiesta di una “svolta”, ma conciliante nel tono, avendo Zingaretti escluso “contrapposizioni” al presidente del Consiglio, Marcucci ha colto al volo l’occasione di un’intervista al Dubbio per due puntualizzazioni non da poco.

La prima puntualizzazione è il riconoscimento di “un buon punto di partenza”  delle discussioni al piano predisposto da Vittorio Colao, liquidato invece dai grillini  come una mezza spazzatura perché infarcito di “lobbismo”. Su cui perciò Matteo Salvini si è tuffato come un pesce adottandolo in pieno, ma evitando chissà perché di andarlo a dire a Villa Pamphili, disertata in massa dal centrodestra – a mio modestissimo parere- con assai scarso senso di opportunità politica e comunicativa. Le cose ormai anche da quelle parti procedono senza una logica compatibile col buon senso.

La seconda e forse ancor più significativa puntualizzazione di Marcucci è il rimando da lui fatto alle discussioni e alle scelte che, dopo le giornate in villa, dovranno essere fatte in Parlamento. Dove dovrà ritrovarsi davvero, non solo a parole, e su tanto di provvedimenti, la maggioranza con “una voce plurale che guidi l’Italia in questa fase di possibile rinascita”: possibile, ripeto, e quindi per niente scontata se si facessero errori anche o solo di guida.

Occorre insomma al volante del governo e della maggioranza l’opposto di quell”autoritarismo” di Conte accennato con doverosa provocazione professionale dalla nostra Giulia Merlo e -guarda caso- per nulla contestato nella risposta dal senatore Marcucci, come se l’avesse non dico condiviso, ma quasi.

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

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