Dall’amore ai tempi del colera alla politica ai tempi del coronavirus

E’ un vero peccato che il grande, il grandissimo Gabriel Garcìa Màrquez, premio Nobel per la letteratura, soprannominato Gabo, sia morto nel 2014, peraltro alla bella età di 87 anni. Oggi ne avrebbe 93 e potrebbe persino superare il suo “Amore ai tempi del colera” scrivendo della politica in generale, ma di quella italiana in particolare, ai tempi del coronavirus.

In un Paese come il nostro, dove anche se piove la colpa è del “governo ladro”, neppure Bismark, Cavour, Churchill, e prima di loro Napoleone, Cesare, Alessandro Magno e quant’altri, avrebbero potuto scampare al destino di non essere considerati all’altezza di una guerra come quella che la natura ci ha imposto di condurre contro questo dannato Covid-19. Che, ironia della sorte per il nostro presidente del Consiglio Giuseppe Conte, ha la sigla dell’anno da lui pronosticato come “bellissimo”. Si è pensato per un po’, a dire la verità, che fosse risultato  bellissimo almeno per lui, riuscito a superare indenne una crisi di governo studiata apposta dal “capitano” leghista Matteo Salvini per mandarlo a casa e risoltasi invece con la sua conferma alla guida di un esecutivo e di una maggioranza di tutt’altro colore, come per una magìa.

Sospetto tuttavia che il professore e avvocato “del popolo”, come lui stesso amò definirsi all’esordio di governo, abbia cominciato in questi giorni a chiedersi se fu davvero un affare quella improvvisa, insperata chiamata alla Presidenza del Consiglio, dalle modestissime funzioni di ministro della riforma burocratica, l’ennesimo nella storia della Repubblica Italiana, propostegli in campagna elettorale dal Movimento 5 Stelle: una chiamata, quella a Palazzo Chigi, alla quale si prestò con qualche apprensione lealmente dichiarata il capo dello Stato Sergio Mattarella, abituato per storia familiare e formazione culturale ad un altro tipo di selezione della classe politica. Egli avrebbe quanto meno desiderato nel curriculum di Conte  pur così sostanzioso, e poi anche contestato da qualche ipercritico, che ci fosse un’esperienza elettiva, magari di semplice amministratore locale.

Ora, di fronte alla valanga delle polemiche e delle derisioni, anche quelle, che stanno sommergendo il presidente del Consiglio nelle condizioni di emergenza nelle quali si trova l’Italia, peraltro non da sola, anche se per adesso sembra la più esposta, persino più della lontanissimima Cina dove tutto è cominciato, mi viene voglia di difendere quasi per partito preso questo benedetto Conte, o Bisconte, o Visconte , o come altro lo chiamano più o meno sfottendolo. E mi chiedo che cosa mai abbiamo tutti noi da aspettarci di diverso da lui e dal suo governo nel contesto politico, amministrativo e giudiziario in cui si trova l’Italia dopo anni o decenni, a dir poco, di confusione. Perché non i sforziamo di riflettere e di ragionare un po’ su questo contesto, che non sarebbe esagerato definire anche un vuoto?  Già è un miracolo, coi tempi che corrono, che al guardasigilli in carica non sia venuto in mente di scambiare il coronavirus per un reato, consolandosi magari del fatto che non può più farla franca con la prescrizione, da quando lui è riuscito a sancirne la fine nel codice con l’esaurimento del primo dei tre gradi di giudizio.

Il governo ha sicuramente una sua maggioranza, solidissima alla Camera grazie a quella che a destra forse chiamerebbero “la bolla speculativa” dei risultati elettorali del 4 marzo 2018, meno solida o poco consistente al Senato, dove però sarebbero in tanti a venirgli in aiuto con altissimo senso Vignetta blog Beppe Grillo del 10-3-2020 .jpegdi “responsabilità”, persino patriottica. Ma, a ben guardare, il perno numerico e politico di questa maggioranza è un Movimento  -quello già citato delle 5 Stelle- di cui si hanno notizie quanto meno  contraddittorie e incerte, Il suo fondatore, garante “elevato” e quant’altro, Beppe Grillo, soffre dichiaratamente di apnee notturne che temo siano diventate anche diurne. Sul suo blog personale ho appena trovato come notizie di rilievo le prenotazioni di crociere nel 2020, con tutte le navi che non sanno dove attraccare in quarantena, e la ricerca di un’alternativa finalmente credibile all’olio di palma.

Il reggente, quindi provvisorio, del maggiore partito di governo e del Parlamento è un brav’uomo, per carità, Vito Crimi, inesorabilmente e involontariamente condannato da una foto che lo riprese addormentato al suo banco di senatore. Più che col coronavirus, in questi giorni lui mi sembra alle prese con una bega di partito in Liguria, dove la capolista potenziale delle elezioni regionali di maggio -se non saranno rinviate per rischio di contagio ai seggi- non è d’accordo con la decisione appena presa digitalmente di ritentare la corsa insieme col Pd, pur  fallita in Umbria nell’autunno scorso.

Il secondo partito di governo, il Pd, è guidato a debita distanza dal segretario positivo al coronavirus Nicola Zingaretti, affetto però, secondo l’ex compagno di partito e ora alleato Matteo Renzi, da un’altra ancora più insidiosa forma di dipendenza: quella pentastellare. E Renzi, dal canto suo, benedett’uomo, si è accorto solo dopo avere allestito personalmente il convoglio ferroviario sul quale è salito, trascinandosi appresso l’indeciso e sunnominato Zingaretti, che non gli va bene, diciamo così, né la velocità né la destinazione.

Dell’altra componente della maggioranza giallorossa, chiamata rossogialla dai romanisti per non confonderne i colori con quelli della loro squadra di calcio, è persino imbarazzante parlare perché al suo unico ministro -il giovane Roberto Speranza- è toccata proprio la rogna della Sanità ai tempi del Covid-19.

Dal fronte delle opposizioni le notizie non sono francamente molto più incoraggianti, anche se  i sondaggi lo danno in vantaggio, ma per elezioni che al momento possono solo allontanarsi ulteriormente e non avvicinarsi per inagibilità sanitaria dei seggi. Salvini ogni tanto si chiede anche lui, stando alle ultime indiscrezioni di stampa, se gli convenga davvero apparire “rompiscatole”, specie ora che Conte gli ha restituito per un attimo i gradi di ministro riferendo in conferenza stampa della telefonata appena ricevuta da lui. Ma poi il “capitano” non riesce a trattenersi più di tanto. Conte stanzia 7 miliardi e lui ne chiede 70.

Giorgia Meloni, la sorella maggiore dei Fratelli d’Italia, riesce simpatica anche agli avversari politici, in funzione probabilmente più antisalviniana che altro, ma pure lei ha una rappresentanza parlamentare alquanto modesta e soffre dei problemi dei suoi amici e alleati di schieramento per la praticabilità sempre più difficile di un ricorso anticipato alle urne.

L’ultimo comunicato di Forza Italia di cui mi è rimasto il ricordo per il rumore che ha procurato non riguarda qualche bega politica, che pure non manca nell’ormai terzo partito del centrodestra, ma solo una faccenda personalissima e sentimentalissima del fondatore e presidente Silvio Berlusconi. Che, sentendosi -beato lui- un eterno giovanotto, ha cambiato fidanzata senza smettere -ha signorilmente precisato- di stimare e volere bene alla precedente, meno giovane. Che ci è rimasta un po’ male, ma almeno lei non può prendersela con Giuseppe Conte e col suo governo.

In tutto questo tramestio di politica e sentimenti ai tempi del coronavirus trovo un certo sollievo nel sapere ben custodito e protetto al Quirinale il presidente della Repubblica, che involontariamente mi ha fatto anche sorridere con quella vignetta di Stefano Rolli qualche giorno fa sul Secolo XIX, che lo dà sicuro del fatto suo dall’alto, diciamo così, dell’”imnunità”, testuale, garantitagli dall’articolo 90 della Costituzione:  cogente più dell’articolo 111 sulla “ragionevole durata” dei processi quanto meno minacciata dalla prescrizione quasi zero in vigore per i reati commessi dal 1° gennaio scorso.

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

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