Se non è stata crisi di nervi sotto le cinque stelle grilline, poco c’è mancato dopo la scoppola delle elezioni suppletive a Roma “centro”, dove i 19 mila voti del 4 marzo 2018, pari al 16,79 per cento degli elettori presentatisi allora alle urne, sono diventati l’altro ieri soltanto 1422 – pari al 4,36 per cento dei 32.880 votanti su 186 mila- alla candidata alla Camera Rossella Rendina. Che molto probabilmente non ha potuto contare neppure sul voto del presidente del Consiglio di designazione grillina Giuseppe Conte, sensibile -a dir poco- alla candidatura del suo ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, del Pd di Nicola Zingaretti. Il quale ne ha festeggiato l’elezione come una Pasqua fuori stagione, essendo appena entrati nella Quaresima.
Forte anche di questo risultato, che per il sollievo procuratogli è stato per lui un po’ come per il Papa raffreddato l’esito negativo della prova del tampone che gli hanno prudentemente
praticata, Zingaretti ha presieduto con baldanza nella sede del suo partito il già programmato incontro con le cosiddette parti sociali. Esso è servito, peraltro con la partecipazione anche di Gualtieri e del capo della delegazione del Pd al governo Dario Franceschini, a fare il punto provvisorio della crisi economica aggravata dagli effetti del coronavirus e a mettere su tappeto gli interventi necessari a fronteggiarla.
Per quanto -ripeto- già programmata in anticipo rispetto ad un incontro analogo preventivato a Palazzo Chigi dal presidente del Consiglio, l’iniziativa di Zingaretti non è per niente piaciuta al Movimento 5 Stelle. Dove l’hanno esplicitamente paragonata alle riunioni che soleva promuovere al Viminale l’allora vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini procurandosi le riserve o proteste dei grillini, appunto, e di Conte in persona. Che poi le rinfacciò nell’aula del Senato, con altre cose ancora, a Salvini in persona quando lo trattò, da ministro ancora in carica, come imputato in una specie di processo per indisciplina e slealtà propedeutico alla crisi di governo e al cambiamento di maggioranza.
Questa volta, a dire la verità, e diversamente dai grillini, Conte non se l’è presa per niente con Zingaretti. Se n’è sentito anzi aiutato, piuttosto che scavalcato, deludendo e insospettendo i pentastellati, o almeno il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ed ex capo del movimento e della relativa delegazione al governo. Che sembra essersene personalmente doluto col reggente Vito
Crimi condividendo -credo- la rappresentazione dell’incontro di Zingaretti con le parti sociali offerta dal Fatto Quotidiano ai lettori con questo titolo: “L’attivismo di Zinga per guidare il governo”.
Oltre che il malumore per il crescente peso del Pd e del suo segretario in una coalizione la cui componente maggiore rimane per consistenza parlamentare quella delle 5 Stelle, è cresciuta fra i grillini dopo la miserevole figura nelle elezioni suppletive di Roma e il crescente protagonismo di Zingaretti la preoccupazione per la sempre più indefinita scadenza chiarificatrice dei cosiddetti Stati Generali. Che dovrebbero essere quello che per gli altri partiti è un congresso, già programmato per metà marzo, come le infauste idi di Giulio Cesare del 44 avanti Cristo, e rinviato non si sa ancora a quando per la sopraggiunta scadenza, anch’essa peraltro suscettibile di slittamento, del referendum confermativo sul taglio di 345 seggi parlamentari, fra Camera e Senato.
Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it
politologo. Che tuttavia non è arrivato a considerarlo o immaginarlo sott’olio, come invece è apparso ad altri. Ma non è detto che non arrivi anche lui, prima o poi, a questa sensazione.
n giudizio sotto sotto di apprezzamento di fronte a temi come la prescrizione praticamente zero del guardasigilli Alfonso Bonafede, che è riuscito a sopprimerla nel codice all’epilogo del primo dei tre gradi di giudizio, o la riduzione tanto sostanziosa quanto monca dei seggi parlamentari. Su cui gli elettori prima o dopo, viste le complicazioni da coronavirus, dovranno pronunciarsi nel cosiddetto referendum confermativo senza avere la minima idea di se e come saranno aggiornate leggi e regolamenti per rendere compatibili quattrocento deputati e duecento senatori, contro i quasi mille ereditati dalla Costituzione approvata alla fine del 1947, con un grado serio o decente di rappresentatività.
ha avvertite “senz’acqua” dopo l’annuncio di Mattia Santori che “la stagione delle piazze come l’abbiamo conosciuta a novembre forse passerà, e forse è già finita”. “Senza l’acqua delle piazze le sardine moriranno”, ha previsto il fondatore del giornale diretto adesso da Travaglio.
bavaglio che sarcasticamente si applicava per protesta, per non parlare dei referendum che sapeva proporre, sino ad abusarne qualche volta. E non si faceva certamente ed encomiabilmente trattenere lungo la sua strada dal rischio, dalla paura e quant’altro di trovarsi in compagnia, o quasi, del diavolo di turno. Che poteva essere il Cavaliere ancora rampante di Arcore o il Gianfranco Fini non ancora perduto nella sua smania di liberarsi di chi, come appunto Silvio Berlusconi, lo aveva “sdoganato”, come si disse all’epoca delle elezioni amministrative del 1993, incoraggiando il leader dell’ancora Movimento Sociale nel pur fallito tentativo di scalare il Campidoglio conquistato infine da Francesco Rutelli.