Quella sera di D’Alema a cena con Filippo Mancuso da Alfio Marchini

Gli avversari di Massimo D’Alema fanno male a sorprendersi e a diffidare, alcuni anche sarcasticamente, della sua partecipazione alle critiche appena espresse alle “forzature” emerse dalle indagini sulla Consip, e dalle indagini sulle indagini, come in un gioco di scatole cinesi. Forzature che l’ex presidente del Consiglio ha attribuito a certi magistrati, e collaboratori, che esagerano il loro già inopportuno protagonismo quando capitano sotto tiro i politici: o quando, aggiungerei, li cercano con ostinazione degna di miglior causa, per esempio gestendo con una certa disinvoltura l’arma micidiale e ormai abusatissima delle intercettazioni.

Sbagliano gli avversari di D’Alema, o gli entusiasti del suo antirenzismo, specie a destra, a diffidare anche dell’autenticità o sincerità dei suoi richiami a un consolidato e vecchio rifiuto di certi metodi in uso nelle Procure della Repubblica e dintorni, intendendosi per tali naturalmente anche i giornali. Che degli scoop giudiziari hanno ormai fatto una lotteria, da qualche tempo senza neppure ricavare grandi risultati nella diffusione.

Posso testimoniare, sia pure indirettamente, ma fidando anche nella memoria di un testimone questa volta diretto e felicemente in vita, Alfio Marchini, della vecchia abitudine di D’Alema di diffidare della disinvoltura di certe indagini e dei loro protagonisti o romanzieri.

 

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Siamo ai primi mesi del 1995. Il mio amico Filippo Mancuso, già procuratore generale della Corte d’Appello di Roma, è fresco di nomina a ministro della Giustizia del governo di Lamberto Dini: nomina voluta personalmente dal presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Il nuovo guardasigilli, succeduto ad Alfredo Biondi, partecipe del primo governo di Silvio Berlusconi, viene invitato da Alfio Marchini a cena, nella sua abitazione a pochi passi da Montecitorio, con Massimo D’Alema e qualche altro ospite.

La conversazione cade ad un certo punto sui temi della giustizia e sulle inchieste in corso da tre anni a Milano e altrove sul finanziamento illegale della politica e sui reati connessi, o viceversa: concussione, corruzione, ricettazione e quant’altro. Si parla anche di certi spifferi, diciamo così, sul possibile coinvolgimento dello stesso D’Alema, succeduto alla segreteria del Pds-ex Pci ad Achille Occhetto nel 1994, in qualche filone d’indagine per via dei suoi trascorsi rapporti, come dirigente di partito, con le cooperative rosse. Che avevano anch’esse partecipato agli appalti su cui i partiti -chi più e chi meno- si erano abituati a fare la tresca con le tangenti.

Mancuso rimane impressionato dalla già nota abitudine di D’Alema di stringere all’occorrenza i pugni mostrando la durezza delle loro nocche. E’ una cosa che l’ospite di Marchini fa parlando proprio di certa magistratura abituata alle forzature e del suo fermo proposito di non lasciarsene intimidire.

Di quei pugni probabilmente dopo qualche settimana Mancuso si ricorda occupandosi nel suo ufficio di ministro della Giustizia delle notizie provenienti dal tribunale di Milano, dove s’intrecciano processi e indagini che hanno già affossato la cosiddetta prima Repubblica e minacciano la seconda. E se ne sente un po’ incoraggiato -mi racconterà negli anni successivi- a ripercorrere la strada difficile, già tentata dal suo predecessore Bondi, delle ispezioni ministeriali nel tribunale ambrosiano.

Scoppia naturalmente un putiferio giudiziario, mediatico e politico conclusosi con la destituzione di Mancuso da ministro, dopo l’approvazione di una mozione di sfiducia individuale presentata dal gruppo parlamentare del partito di D’Alema al Senato. E’ la prima mozione di questo tipo nella storia della Repubblica, impugnata da Mancuso davanti alla Corte Costituzionale, che gli dà però torto aprendo le classiche cateratte a questo istituto o questa pratica parlamentare, non necessariamente d’opposizione, visto che a farne uso per prima è stata proprio una maggioranza.

Mancuso rimarrà comunque sulla scena politica, portato in Parlamento da Forza Italia, da cui però uscirà sbattendo porte e finestre, in un turbinio di eventi in cui mi capiterà di raccoglierne sfoghi e confidenze.

 

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Debbo dire tuttavia che a proposito della sua destituzione da ministro per avere osato occuparsi di quella che lui chiamava “la casamatta” della Procura milanese, sentii sì Mancuso lamentarsi di D’Alema, e dell’aiuto che si aspettava ma si tradusse in una offensiva di partito, ma sempre trattenuto da qualcosa di simile ad una comprensione, o ad un’attenuante. Alla fine gli strappai la verità: la sua verità, naturalmente.

D’Alema, secondo Mancuso, una mano gliel’avrebbe pure data se non fosse stato messo nell’angolo o scavalcato da Oscar Luigi Scalfaro. Che al Quirinale ricevette e assecondò le proteste dei magistrati di Milano, o direttamente dalla succitata “casamatta”. Del resto, proprio Scalfaro nel 1992 aveva inusualmente esteso le consultazioni per la formazione del primo governo della legislatura, avviata peraltro con la sua elezione a capo dello Stato, convocando a Roma il capo della Procura milanese e ricavandone l’impressione che non fosse proprio il caso di conferire l’incarico di presidente del Consiglio a Bettino Craxi. Che dopo qualche mese sarebbe stato coinvolto nell’inchiesta Mani pulite, finendone travolto.

In quegli anni chiunque si avvicinasse criticamente nell’ambito del mondo giudiziario al lavoro degli inquirenti milanesi faceva una brutta fine. Per dirne soltanto un’altra, dopo l’esperienza di Mancuso, mi basterà citare l’allora procuratore generale della Corte d’Appello di Milano, Giulio Catelani, subentrato nel 1991 ad Adolfo Beria d’Argentine.

Per l’insediamento a Milano di Catelani, proveniente da Firenze, si era scomodato il presidente del Consiglio in persona, Giulio Andreotti, cui era stato attributo, a torto o a ragione, un intervento cosiddetto di persuasione sui socialisti perché al Consiglio Superiore della Magistratura la sua candidatura prevalesse all’ultimo momento su quella di Francesco Saverio Borrelli, capo della Procura di prima istanza del tribunale ambrosiano.

Ebbene, non appena Catelani osò affacciarsi metaforicamente agli uffici della Procura guidata da Borrelli provò tali e tante delusioni, incontrò tali e tanti ostacoli che nel 1995, lo stesso anno infausto per Mancuso, preferì anticipare volontariamente di ventiquattro mesi il proprio pensionamento.

Da allora, visti gli sviluppi della vicenda Consip, bisogna riconoscere che la situazione, una volta tanto, è migliorata. Le indagini sulle indagini targate Consip, e da più parti, con un intreccio anche da capogiro fra le Procure di Roma e di Napoli, il Consiglio Superiore della Magistratura e la Procura generale della Cassazione, per non parlare di quel che accade nell’Arma dei Carabinieri per il coinvolgimento di generali, colonnelli, maggiori, capitani e chissà chi altro nell’inchiesta originaria e poi nel trattamento quanto meno opinabile di carte e fascicoli, sarebbero state inimmaginabili venticinque anni fa per quella che a molti sembrò l’epopea di Mani Pulite.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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