Scaramantica la sfida di Pisapia ai Santi Apostoli

Forse il coraggio di Giuliano Pisapia è stato più scaramantico che politico scegliendo, o accettando, la piazza romana dei Santi Apostoli per cercare di rimettere “Insieme”, con la maiuscola, la sinistra sparsa e riportarla, magari, vincente dopo le elezioni in quella stessa piazza. Dove si consumò invece non più tardi di undici anni fa, nella notte fra il 10 e l’11 aprile del 2006, il dramma dell’ultima, stentatissima vittoria di Romano Prodi su Silvio Berlusconi.

Tutto, in base ai sondaggi e all’ottimismo del professore emiliano, peraltro reduce dalla presidenza della Commissione Europea, e ripropostosi per Palazzo Chigi con una riedizione dell’Ulivo chiamata Unione, era stato predisposto quel maledetto 10 aprile per festeggiare la vittoria entro le ore 22. Quando si prevedeva che, fra proiezioni e risultati elaborati al Ministero dell’Interno, allora guidato dal forzista Giuseppe Pisanu, la folla cominciata ad affluire dal pomeriggio, alla chiusura dei seggi elettorali, potesse già festeggiare la vittoria della sinistra.

Ma i numeri, sia delle proiezioni sia del Viminale, cominciarono presto a fare i capricci e a impensierire Prodi in persona, che si sentì affacciato sui “pozzi avvelenati” da Berlusconi con la legge elettorale destinata a passare alla storia col nome poco gratificante di “Porcellum”, traduzione italiana della “porcata” riconosciuta dal maggiore estensore del provvedimento. Che era il ministro uscente e leghista Roberto Calderoli, esultante quel pomeriggio compulsando pure lui le agenzie.

Ad un certo punto la tensione politica salì veramente alle stelle attorno ai risultati provvisori disponibili al Viminale, che davano in vantaggio, sia pure di poco, l’Unione prodiana sul centrodestra berlusconiano.

Il primo ad alzare la voce, mentre qualcuno nella piazza dell’omonima basilica dei Santi Apostoli sconsolatamente e infreddolito decideva di tornare a casa, fu Piero Fassino, segretario dei Democratici di sinistra. Che reclamò da Pisanu “il rispetto e la garanzia dei risultati”, contestatissimi invece da Berlusconi, che reclamava invece dal suo ministro dell’Interno e amico Pisanu ulteriori controlli, specie nel Casertano, dove gli risultavano i brogli peggiori.

Alla fine, verso mezzanotte, Pisanu cedette ad una telefonata di sollecito giuntagli personalmente dall’allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, peraltro in scadenza di mandato. E fu l’annuncio della vittoria di Prodi, fra le proteste di un Berlusconi a dir poco inviperito, che non avrebbe poi mai perdonato a Pisanu l’atto, secondo lui, di sottomissione al Quirinale. E fu festa di notte per la sinistra anche in piazza, almeno per quelli che avevano resistito sino alla fine al freddo, alla delusione e persino alla paura.

Dopo due giorni, quando il calcolo preciso dei voti assegnò a Prodi una vittoria alla Camera con uno scarto di soli 24.755 voti sul centrodestra, al netto di altri 170 mila dispersi fra liste minori, completamente fuori dai giochi politici, e un sorpasso del centrodestra sul centrosinistra al Senato per circa mezzo milione di voti, il presidente uscente del Consiglio si presentò al Quirinale con una proposta che scandalizzò Ciampi: un decreto legge adatto ad una rapida verifica dei risultati nelle zone più sospette di irregolarità. Poi il Cavaliere ripiegò su una proposta più politica ma prontamente e forse imprudentemente respinta da Prodi: la formazione di un governo di emergenza o unità nazionale: un governo che da qualche tempo chiamiano “di larghe intese”. Che è quello di cui gli avversari di Matteo Renzi sentono già la puzza chiedendo persino un referendum preventivo fra gli iscritti al Pd per scongiurarlo, come ha proposto il guardasigilli Andrea Orlando. Che così, peraltro, si è anche volontariamente escluso -visti gli effetti nei rapporti col segretario del Pd- dai possibili candidati a Palazzo Chigi, come invece avevo incautamente ventilato nei mesi scorsi evocandone la carriera governativa comune a quella di Aldo Moro, esordiente proprio come ministro della Giustizia nel lontano 1955.           Prodi preferì farsi il suo bravo, secondo ed ultimo governo di centrosinistra, affollato di dodici sigle, esteso fisicamente da Clemente Mastella, nominato ministro della Giustizia dopo un veto opposto dai magistrati al bertinottiano Giuliano Pisapia, troppo garantista per i loro gusti o le loro abitudini, sino a Franco Turigliatto. Che si distinse subito votando al Senato contro un documento di politica estera proposto dal ministro competente. Che era Massimo D’Alema, peraltro approdato alla Farnesina dopo avere inutilmente scalato la presidenza della Camera, dove Prodi aveva preferito l’elezione di Fausto Bertinotti, e persino quella della Repubblica. Dove Giuliano Ferrara aveva inutilmente cercato di convincere Berlusconi che fosse giusto mandare proprio D’Alema, avendolo già aiutato nel 1997 a diventare il presidente dell’ultima commissione bicamerale per la riforma costituzionale.

La candidatura di D’Alema al Quirinale era durata non più di 48 ore, sino a quando il furbo Pier Ferdinando Casini tolse le castagne della sinistra dal fuoco proponendo Giorgio Napolitano. Al quale sarebbe toccato dal Quirinale prima assistere al logoramento del governo Prodi e poi gestirne la crisi, scoppiata nel gennaio del 2008, dopo l’arresto della moglie di Mastella, peraltro presidentessa del Consiglio regionale della Campania, e la liquidazione giudiziaria del suo partito, l’Udeur, come sentina di corruzione e quant’altro. I processi veri, non quelli mediatici, sarebbero arrivati solo dopo, e con esiti diversi da quelli voluti dall’accusa, ma col solito, irrimediabile ritardo. Ora il povero Mastella fa il sindaco di Benevento: sempre meglio -si consolerà- che sindaco della minuscola Nusco, come ha accettato di essere il suo ex leader Ciriaco De Mita.

Dalla crisi del secondo ed ultimo governo di Prodi il pur riluttante Napolitano fu costretto, dopo una esplorazione tanto dovuta quanto inutile affidata all’allora presidente del Senato Franco Marini, al doloroso scioglimento anticipato delle Camere, che pure lo avevano eletto al Quirinale meno di due anni prima. Il trauma per “Re Giorgio”, come mi divertii sul Tempo a chiamare Napolitano ben prima che lo scoprissero i giornaloni americani, fu tale che poi avrebbe rifiutato altri scioglimenti anticipati per questioni di stile, di galateo istituzionale e persino di civiltà, come ha ammonito qualche mese fa pronunciandosi contro un pur breve anticipo delle elezioni ordinarie dell’anno prossimo.

Francamente, è impressionante l’elenco dei fatti seguiti a quella festa un po’ farlocca dell’Unione prodiana della notte del 10 aprile 2006 nella piazza romana dei Santi Apostoli. E’ comprensiva di quei fatti la nascita, l’anno dopo, del Partito Democratico come fusione di quel che restava del Pci e della Dc, rispettivamente, fra i Democratici di sinistra e la Margherita di Francesco Rutelli. Un partito che nacque fra i sorrisi più di facciata che di sostanza di Prodi perché il segretario Walter Veltroni non nascose di certo il proposito di farne una forza a vocazione maggioritaria, capace cioè di proporsi e di vincere anche da sola, senza vinavil o altre marche di colla, cioè senza più negoziare la nascita e la sopravvivenza di un governo con qualche gruppo parlamentare da prefisso telefonico, sul piano elettorale, o senza sorreggersi sulle stampelle di qualche senatore a vita.

Le cose poi non andarono proprio come il mio amico Walter si era proposto, perché al primo appuntamento con le urne, nel 2008, il Pd accettò l’apparentamento, cioè l’alleanza, con Antonio Di Pietro. Che francamente non portò a Veltroni e, più in generale, alla sinistra molta fortuna, spingendoli verso una esasperazione della lotta politica destinata, fra l’altro, a far crescere la pianta del grillismo. E a non far perdere una certa centralità allo scomodissimo e ostinato Berlusconi.

 

 

 

 

 

 

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Le scuse che merita, e non otterrà, Carmelo Zuccaro

         Le cose e gli uomini scomodi si dimenticano presto. Vengono rimossi dalla memoria anche per risparmiarsi il dovere di riconoscere errori e di chiedere scuse. E’ quanto sa accedendo in questi giorni, anzi in queste ore, con Carmelo Zuccaro.

         Ve lo ricordate questo nome? Solo qualche mese fa era su tutte le prime pagine dei giornali come la pietra dello scandalo per avere osato sollevare in veste di capo della Procura della Repubblica di Catania il problema delle zone d’ombra, diciamo così, nel traffico delle navi delle Ong, intese come organizzazioni non governative, cioè di volontariato, nelle acque del Mediterraneo per soccorrere gommoni e quant’altro in panne, pieni zeppi d’immigrati imbarcati tra violenze di ogni tipo sulle coste libiche da mercanti di carne. Che da qualche tempo possono guadagnare di più e più facilmente proprio grazie a queste navi private che vanno a raccogliere le vittime, vive o già morte o moribonde che siano, a poche miglia e persino centinaia di metri dal luogo di partenza, magari su richiesta o segnalazione tempestiva dei macellai.

         Costoro possono così togliersi dalla coscienza, se mai ne hanno avuta una, anche qualche rimorso per i tanti e più numerosi morti annegati negli anni passati, durante la navigazione verso i porti italiani su gommoni più attrezzati, prima che arrivassero in zona queste provvidenziali navi di soccorso volontario e privato per consentire ai mercanti di usare natanti più economici.

         Poco mancò nei mesi scorsi che il povero Zuccaro venisse lapidato, tra un’intervista e l’altra, tra un’audizione parlamentare e una al Consiglio cosiddetto superiore della magistratura, dove non più tardi di un anno prima, esattamente l’8 giugno 2016, era stato nominato al vertice della Procura etnea con 16 voti contro 7, con una maggioranza cioè che doveva essere indicativa delle sue qualità. Che invece si appannarono agli occhi di alcuni dei suoi stessi elettori per l’ostinazione con la quale il malcapitato cominciò ad avvertire e denunciare il marcio nel traffico mediterraneo delle navi della cosiddetta carità. E reclamava strumenti operativi e legislativi per indagare meglio, o solo per aprire davvero le indagini, come i suoi critici lo accusavano impietosamente di non avere neppure tentato.

         Il povero Zuccaro si era permesso, fra l’altro, sempre procurandosi insulti e persino minacce, di suggerire non solo l’uso giudiziario di intercettazioni e quant’altro in possesso dei servizi segreti ma anche la obbligatoria presenza di qualche agente di polizia giudiziaria, o simile, su quelle navi dall’approdo facile sulle coste libiche, o nei pressi. E aveva infine reclamato la trasparenza dei conti e dei finanziamenti delle organizzazioni così premurose, ma a spese solo dell’Italia, nei cui porti, e solo lì, scaricavano e scaricano le decine di migliaia di immigrati in concorrenza con le navi militari dei paesi europei impegnati in quelle operazioni che dovrebbero essere non solo di soccorso, ma anche di vigilanza preventiva.

         Ebbene, tutte le “strane” idee e proposte del capo della Procura di Catania, ma proprio tutte, sono le stesse che si sono appena scambiati a Parigi i ministri dell’Interno dell’Italia, della Francia e della Germania e il commissario europeo all’immigrazione in vista del vertice dell’Unione che si terrà fra qualche giorno a Tallin sulla intollerabile situazione del Mediterraneo, dove non si tiene più il conto dei morti e dei vivi, ma si sa che gli affari dei mercanti di carne vanno benissimo.

         Carmelo Zuccaro, come accennavo all’inizio, merita le scuse e i ringraziamenti che nessuno naturalmente avrà il buon senso, e tanto meno il coraggio, rispettivamente di chiedergli e fargli fra le cosiddette autorità e i benpensanti, purtroppo al di qua anche al di là del Tevere, dove pare che adesso siano altri i problemi più attuali.

 

 

 

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net col titolo: Chi chiederà scusa al magistrato Zuccaro sulle Ong ?

Dalla piazza di Pisapia al parco di Vasco Rossi

         Non so se alla sua veneranda età, ma con lo scrupolo professionale che lodevolmente continua a distinguerlo, Eugenio Scalfari sia andato pure lui nella piazza romana dei Santi Apostoli a curiosare fra tutte quelle bandiere rosse al vento per festeggiare la “nuova sinistra” promessa dall’ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia. Tante bandiere rosse, che qualcuno sul palco ha invitato il “popolo” che le sventolava, e che non ha per niente gradito, a rinunciarvi perché impedivano alle telecamere di riprendere la manifestazione e gli oratori che si alternavano sul palco.

         Che sia andato anche lui di persona o che abbia seguito tutto per radio o tv standosene seduto comodamente a casa, la maggiore impressione che ne ha ricavato Scalfari nel suo appuntamento domenicale coi lettori di Repubblica è stata uguale a quella di uno che sicuramente c’era sul posto: il mio amico Pigi Battista, del Corriere della Sera. “Renzi- hanno notato entrambi- è stato pochissimo nominato”.

         Il giornale capofila dell’antirenzismo, che è naturalmente Il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, ha in qualche modo confermato con un titolo in cui è sembrato rimproverare a Pisapia – che non so per quale motivo il mio computer scambia continuamente per Risappia- di avere ignorato l’odiato risegretario del Pd, ma in compenso “Bersani lo ha attaccato”. E come avrebbe potuto non farlo, se l’uomo di Bettola ne è sempre più ossessionato, d’altronde ricambiato, per avere osato impadronirsi della famosa “ditta” traslocata tanto tempo fa dalle Botteghe Oscure e averlo praticamente costretto, insieme col compagno di tante battaglie Massimo D’Alema, ad emigrare. Un D’Alema che naturalmente è accorso nella piazza, per quanto ridotta alle dimensioni di una piazzetta nel confronto col Parco Ferrari riempito dopo qualche ora da Vasco Rossi a Modena, per intimare praticamente al suo rottamatore di prestargli un po’ di voti alle prossime elezioni, se veramente vuole uscire dall’isolamento in cui si sarebbe ficcato, anzi barricato. “Dialogo col Pd -ha infatti ammonito D’Alema- se avremo successo al voto”.

         Altrimenti, muoia Sansone con tutti i filistei, deve avere pensato “Baffino” scambiando per morte, naturalmente politica, l’accordo che lui ritiene già stretto dietro le quinte fra Renzi e il non meno odiato Silvio Berlusconi. Di cui pure “Baffino”, sempre lui, accettò l’aiuto decisivo per scalare il ruolo di statista diventando nel 1997 presidente dell’ultima commissione bicamerale per la riforma costituzionale. E di cui avrebbe accettato anche i voti per scalare poi il Quirinale, se il disponibile Giuliano Ferrara fosse riuscito a convincere a questo passo l’allora Cavaliere.

         Informato dell’assai curiosa richiesta dalemiana   di soccorso elettorale in cambio della disponibilità a trattare dopo le elezioni con lui la formazione di un governo di centrosinistra analogo a quelli realizzati, e falliti, negli anni scorsi, Renzi non ha voluto neppure rispondere. D’altronde, si era già espresso a Milano qualche ora prima dicendo ad un raduno dei circoli del Pd: “Siamo pronti ad ascoltare tutti ma non ci fermeremo davanti a nessuno”.

         Forse per ciò che si è visto e si è sentito nella fossa dei Santi Apostoli, quale deve essere apparsa agli operatori televisori chiedendo di abbassare tutte quelle bandiere che oscuravano le telecamere, per le persone che c’erano e per quelle che avevano ritenuto per le più diverse ragioni di non esserci, o che non erano state deliberatamente invitate, il titolo più azzeccato è stato quello dedicato alla festa di una nuova, presunta sinistra o “casa comune”, come l’ha chiamata Pisapia, dall’insospettabile Manifesto: “Melina rossa”.

 

 

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net col titolo: Vi racconto le ultime baruffe democratiche fra Massimo D’Alema e Matteo Renzi

La piazza dell’ossimoro scelta da Giuliano Pisapia

         Per fortuna c’è l’omonima basilica dei Santi Apostoli a presidiare a Roma il nome della piazza scelta, o accettata, dall’ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia per radunarvi le tante anime sparse della sinistra, tentate o decise a ritentare l’avventura di mettersi “Insieme”, con la maiuscola, per ricostituire dopo le prossime elezioni il centrosinistra realizzato nella cosiddetta seconda Repubblica con l’albero e poi le foglie dell’Ulivo. Furono due edizioni, a dieci anni l’una dall’altra, ugualmente infauste, per quanta nostalgia mostri di averne, oltre a Pisapia, quel campeggiatore doc che vanta ora di essere Romano Prodi, con quella tenda che smonta e rimonta continuamente per avvicinarsi o allontanarsi dal Pd guidato da Matteo Renzi. Del quale il professore emiliano votò il 4 dicembre scorso la controversa riforma costituzionale, sia pure con dichiarata sofferenza, ma non ha nessuna voglia di favorire adesso il ritorno a Palazzo Chigi.

         Per fortuna, dicevo, a tutelare il nome della piazza romana dei Santi Apostoli c’è l’omonima basilica, cara -pensate un pò- sia alle nobiltà bianche e nere di Palazzo Colonna, che vi si affaccia, sia al presidente della Repubblica in carica, Sergio Mattarella, che la scelse due anni fa per partecipare alla prima messa domenicale dopo l’elezione al Quirinale. Vi andò a piedi, non ancora in carica ma debitamente scortato naturalmente, dalla residenza di servizio della Corte Costituzionale e fu festeggiato all’arrivo da un gruppo di suore.

         Se non ci fosse quella benedetta basilica, la piazza omonima meriterebbe ben altri nomi. Per esempio, la piazza dell’ossimoro per le tante e persino opposte anime che vi accorrono, e per mettere insieme le quali per una volta il Prodi di turno non deve munirsi di secchi di colla, di qualsiasi marca gli capiti di trovare in giro. O addirittura la piazza della sfiga, come si dice irriverentemente ma anche scherzosamente a Roma. Della sfiga, perché proprio il popolo chiamato a stare “Insieme” -vi raccomando di nuovo la maiuscola- dal volenteroso Pisapia- lì ha provate le sue più cocenti e rovinose delusioni.

         Fu proprio in quella piazza, per esempio, che la sera del 10 aprile 2006 Prodi rischiò per un pelo di festeggiare non la sua ultima vittoria elettorale, dopo una campagna condotta sotto le insegne dell’Unione, riedizione del vecchio Ulivo, ma la sua prima sconfitta nei due confronti avuti con l’avversario Silvio Berlusconi.

         Quella sera maledetta del 10 aprile 2006, mentre la piazza si riempiva delle varie tribù, diciamo così, dell’Unione -da Mastella a Turigliatto- Prodi era costretto nell’ufficio che vi si affacciava a compulsare agenzie per nulla confortanti. Che davano in parecchi posti sconfitte o testa a testa da cardiopalmo con la maggioranza uscente di centrodestra.

         Il povero ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu, forzista allora di prima fila, era letteralmente assediato per telefono e di persona da chi come Berlusconi lo incitava a far fare controlli più minuziosi, specie nel Casertano, nei cui seggi elettorali gli risultavano più imbrogli del solito, e chi invece lo incitava a farla finita e ad annunciare i dati pur provvisori a favore della sinistra spacciandoli o lasciandoli spacciare per definitivi, o quasi. E ciò in modo da consentire finalmente allo sventurato Prodi e agli amici di scendere in piazza tra la gente ormai infreddolita, data l’ora, e festeggiare, o fingere di festeggiare una vittoria invece incerta.

         Alla fine prevalsero i secondi assedianti convincendo l’allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi a intervenire di persona su Pisanu. Che, sventurato, come la monaca di Monza, rispose. E fu finalmente festa nella piazza, mentre Berlusconi sbraitava con i suoi per i controlli mancati o ancora in corso. E Pisanu ne rimase segnato politicamente.

         Il secondo e ultimo governo Prodi, nato da quella festa improvvisata, durò ancora meno del primo. E cadendo, dopo due anni soltanto, si portò appresso la legislatura, che non aveva letteralmente i numeri per continuare. Ma non li avrebbe forse avuti neppure per cominciare.

         Alla Camera l’Unione prodiana era prevalsa ufficialmente e -ripeto- tra accesissime contestazioni, del tipo di quelle del referendum del 1946 fra la Monarchia e la Repubblica, per 24 mila miserabili voti. Al Senato invece il centrodestra prese 500 mila voti in più dell’Unione prodiana, prendendo però tre miserabilissimi parlamentari in meno per il meccanismo regionale di attribuzione dei seggi.

 

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net col titolo: Giuliano Pisapia, Insieme e la piazza ulivista dell’ossimoro

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