Renato Brunetta in versione inedita di pompiere

         Ci sono scene o volti che a vederli riescono da soli a farti capire certe situazioni, al pari delle vignette che molte volte basterebbero e avanzerebbero a far capire ai lettori come stiano certe cose, senza infastidirli con editoriali più o meno austeri e saccenti, sempre più spesso affidati peraltro a professori in carriera. Ai quali i giornalisti, con tutto il professionismo che vantano con l’appartenenza ai loro Ordine, si affidano senza farsi prendere dal dubbio di confessare così i propri limiti. O a volte per vigliaccheria.

         Non a caso Indro Montanelli teneva lontani i professori dalla prima pagina del suo Giornale, preferendone sistemare gli articoli nelle pagine interne della cultura. Dove si prendeva anche il gusto di correggerne parole e passaggi quando riteneva che non fossero chiari abbastanza per il famoso lattaio, ch’egli aveva promosso a emblema del lettore comune. I professori, intesi in senso largo, si vendicavano a loro modo declassando a discorsivi i libri di storia di Montanelli, che a loro volta si vendicavano battendoli sistematicamente alla cassa.

         Il volto più espressivo del melodramma della legge elettorale accantonata alla Camera con un rinvio alla competente commissione, dopo l’incidente pur modesto occorso al cosiddetto Germanellum col passaggio dell’emendamento che lo applicherebbe anche al Trentino Alto Adige, dove il patito di lingua tedesca fa da padrone quasi a prescindere dai voti che prende, è quello di Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia a Montecitorio. Che Massimo D’Alema una volta defini, all’incirca, un manganello tascabile per la sua abitudine di dirle e darle a tutti , sventolando le braccia, sbarrando gli occhi e gonfiando le vene del collo. Neppure il professore e senatore a vita Mario Monti, che da presidente del Consiglio veniva trattato da lui come uno scolaro ignorantello nell’aula di Montecitorio prima ancora che il suo partito passasse all’opposizione, alla vigilia delle elezioni del 2013, fu tenero col capogruppo forzista. Egli scherzò poco sobriamente una volta in televisione sulla sua “statura”. Come se il povero Brunetta si fosse scelto lui le dimensoni non molto armoniche della testa, del torace, delle gambe e dei piedi, nelle cui scarpe quel birbante di Maurizio Crozza di divertiva a infilarne, nei suoi spettacoli i tre quarti del corpo perché risultasse un nano.

         A dispetto delle ironie usate nei suoi riguardi, la testa di Brunetta funzionava e funziona-credetemi- molto più di quelle dei suoi critici messe insieme. Egli è stato il primo l’altro giorno a rendersi conto della serietà dell’incidente occorso nell’aula di Montecitorio al cosiddetto Germanellum e a non gradire per niente né le risate compiaciute dei grillini né la fretta con la quale il suo omologo del Pd dichiarava morta la versione italiana del proporzionale tedesco, addossandone tutta la causa alla inaffidabilità del movimento delle 5 stelle. Ed ha giustamente sentito puzza di bruciato sotto gli insulti che si scambiavano pentastellati e renziani, per non parlare del sollievo di Angelino Alfano e amici, che in Forza Italia non hanno mai smesso di considerare traditori selezionandone a dovere gli idonei al ritorno a casa, com’è accaduto nei casi di Nunzia De Girolamo e di Renato Schifani.

         Il partito al quale il Germanellum avrebbe fatto più comodo, e tornerebbe a farlo se si riuscisse a recuperarlo dopo la pausa di riflessione impostasi da Renzi in attesa dei risultati del primo e forse anche del secondo turno delle votazioni amministrative riguardanti in questo mese di giugno più di nove milioni di elettori, è Forza Italia. Che col 13 per cento assegnatogli dai sondaggi, e magari qualcosa in più procuratogli nelle prossime elezioni politiche, anticipate o ordinarie che siano, dalla mobilitazione personale di Berlusconi, potrebbe giocare nella prossima legislatura, grazie alla riedizione del sistema proporzionale, un ruolo ben superiore alla sua consistenza parlamentare. Com’era diventato nella cosiddetta prima Repubblica di conio proporzionalista, con le stesse dimensioni attuali del partito berlusconiano, il Psi prima di Pietro Nenni e poi di Bettino Craxi. Senza del quale la Dc, paragonabile in qualche modo al Pd di oggi, non sarebbe riuscita a fare maggioranze e governi senza doversi accordare col Pci, paragonabile -anch’esso in qualche modo- al movimento grillino di oggi. Un affarone, insomma, per Berlusconi e per il preoccupatissimo Brunetta, che ha improvvisamente smesso i panni del piromane per indossare la divisa di comandante in capo dei pompieri, anche se gli manca il fisico.

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net col titolo: Ecco perché il Germanellum era un affare per Forza Italia

Venticinque anni fa le idi di giugno di Bettino Craxi

Dopo la strage di Capaci e l’elezione in 48 ore di Oscar Luigi Scalfaro al Quirinale, dove per quindici votazioni avevano inutilmente tentato di arrivare, con candidature formali o sotterranee, Arnaldo Forlani, Giulio Andreotti e persino il presidente uscente e dimissionario Francesco Cossiga, nulla fu più uguale sul piano politico.

Terminato di comporre il suo staff al Quirinale il 4 giugno con la nomina del generale Paolo Scaramucci a consigliere militare, Scalfaro predispose le consultazioni per la formazione del nuovo governo: quello di esordio della legislatura nata con le elezioni del 5 e 6 aprile. Ma la prima sfilata delle delegazioni dei partiti davanti al capo dello Stato terminò il 10 giugno senza altro risultato che la constatazione di un clima politico irrespirabile, con veti e controveti all’interno e all’esterno della maggioranza uscente composta da democristiani, socialisti, socialdemoratici e liberali. Era una maggioranza peraltro troppo risicata per fronteggiare una difficile situazione economica e un’ancora più difficile situazione politica nel contesto delle indagini giudiziarie in corso a Milano su Tangentopoli.

Scalfaro non riuscì a venirne a capo neppure moltiplicando le sue preghiere alla Madonna di Lourdes, dove peraltro si era proposto prima della imprevista elezione a capo dello Stato di recarsi in pellegrinaggio. Si scusò della rinuncia esortando gli organizzatori del viaggio a pregare anche perché lui venisse illuminato.

In attesa di un secondo giro di consultazioni formali, il presidente della Repubblica vide o sentì privatamente un’infinità di amici, fra i quali i ministri uscenti dell’Interno e della Giustizia: il democristiano Enzo Scotti e il socialista Claudio Martelli, invitati insieme al Quirinale formalmente per discutere di un provvedimento in gestazione per intensificare la lotta alla mafia dopo la strage di Capaci. Ma il discorso scivolò subito sul tema della formazione del governo.

Vuoi su sollecitazione di Scalfaro, come poi avrebbe raccontato Martelli, vuoi di iniziativa dei due ministri, il capo dello Stato ricavò l’impressione, a torto o a ragione, che fossero entrambi convinti di potere insieme tentare la formazione di un governo di decantazione, scambiandosi i ruoli di presidente e vice presidente, capace di guadagnarsi se non l’appoggio, almeno la benevola opposizione del Pds-ex Pci guidato da Achille Occhetto.

Informato non si è mai ben capito se dallo stesso Scalfaro, col quale aveva allora eccellenti rapporti, tanto da averne sostenuto con la solita baldanza l’elezione prima a presidente della Camera e poi a capo dello Stato, Marco Pannella confidò la cosa a Bettino Craxi. Che, convinto di avere ancora buone carte da giocare per tornare a Palazzo Chigi, da dove riteneva di essere stato allontanato malamente da Ciriaco De Mita nel 1987, con la storia di una staffetta con Andreotti prima promessa per l’ultimo anno della legislatura e poi negata, a sentire Pannella cadde dalle nuvole. Ma di brutto, perché se la prese subito con Martelli, essendo ancora convinto che Scalfaro gli fosse leale, come lo era stato al Ministero dell’Interno nei quattro anni di governo da lui presieduto: tanto leale non solo da avere rifiutato di prestarsi a fare il governo elettorale offertogli da De Mita, come ho già ricordato qui, ma anche da avere cercato e trovato una decina d’anni prima negli archivi del Viminale un documento da tutti negato in precedenza, ma utile alla difesa dei socialisti finiti sotto processo a Milano per gli attacchi ai pubblici ministeri che avevano indagato per l’assassinio di Walter Tobagi. Era un’informativa dei servizi segreti che nel 1980 aveva inutilmente   segnalato il pericolo di un imminente agguato mortale delle brigate rosse al famoso giornalista del Corriere della Sera, peraltro amico personale del leader socialista. Notizia di quell’informativa era stata data personalmente a Craxi all’indomani dell’uccisione del povero Walter dal generale dei Carabinieri Carlo Alberto dalla Chiesa.

Craxi girò la confidenza di Pannella sull’incontro di Scotti e Martelli con Scalfaro al segretario della Dc Arnaldo Forlani, facendo cadere dalle nuvole pure lui. Ed entrambi si ripromisero di punire, diciamo così, i due giovani aspiranti alla guida del nuovo governo o non confermandoli ai loro posto o lasciandoli proprio fuori. Ma né l’uno né l’altro ebbero poi la voglia di raccontare come fossero veramente andate le cose, dopo molti anni, ai magistrati di Palermo che li interrogarono sulle presunte trattative fra lo Stato e la mafia della stagione stragista. Essi diedero agli inquirenti l’impressione di essere stati sacrificati perché contrari a quelle trattative, contribuendo così all’impianto accusatorio del processo contro mafiosi, generali e uomini politici ancora in corso a Palermo. Ma da cui è stato già assolto, avendo scelto il rito abbreviato, l’ex ministro democristiano Calogero Mannino, che pure era stato accusato di essere stato addirittura il promotore della trattativa per scongiurare una minaccia della mafia alla sua vita.

Non ci fu tuttavia soltanto l’incidente o l’equivoco della coppia Scotti-Martelli durante le consultazioni informali di Scalfaro per la formazione del nuovo governo. Ci fu anche, fra l’altro, una rovinosa fuga di notizie sui documenti pervenuti dalla Procura di Milano alla Camera, e assegnati subito alla giunta delle cosiddette autorizzazioni a procedere per Tangentopoli sul conto degli ex sindaci di Milano Paolo Pillitteri e Carlo Tognoli, entrambi socialisti. Il “verde”, ed ex direttore del Manifesto Mauro Passan fu indicato, a torto o a ragione, come fonte di quella fuga con interpretazioni troppo estensive di alcune parti dei fascicoli, da cui avrebbe ricavato , come esponente dell’apposita giunta di Montecitorio, l’impressione di un coinvolgimento anche di Craxi nelle indagini chiamate Mani pulite.

         Ricordo ancora nitidamente quella giornata in cui le agenzie avevano inondato le redazioni dei giornali di lanci a dir poco allarmanti sulla posizione giudiziaria del segretario socialista ancora in corsa per il ritorno a Palazzo Chigi. Nelle prime ore del pomeriggio, tornando a piedi da casa alla redazione del Giorno, di cui ero direttore, incrociai per caso in Piazza della Scala Antonio Di Pietro, il magistrato ormai simbolo di quell’inchiesta che stava demolendo la cosiddetta prima Repubblica.

Allontanata la scorta con un cenno di mano, “Tonino” mi disse che nelle carte partite da Milano per la Camera non c’erano elementi contro Craxi, di cui lui parlava volgendo lo sguardo verso la Galleria, cioè verso gli uffici milanesi del segretario del Psi. E mi preannunciò un comunicato della Procura, che in effetti fu diffuso dopo qualche ora per precisare che nulla risultava “allo stato” delle indagini contro Craxi. Il quale tuttavia il giorno dopo si trovò su tutte le prime pagine dei giornali ugualmente come uno ormai compromesso nell’inchiesta.

Non ricordo se l’ho già riferito ai lettori del Dubbio in altre circostanze riferendo del biennio “terribile” 1992-93, ma il clima nei giornali, ormai di tutte le tendenze, era tale che la sera di quel giorno mi telefonò l’amico Ugo Intini, portavoce di Craxi, per chiedermi come avessi deciso di uscire con la prima pagina del Giorno. Alla confidenza che sarei uscito col titolo sul comunicato di smentita diffuso dalla Procura, che ai miei occhi costituiva l’unica notizia certa della giornata rispetto a tutte le voci col condizionale diffuse dalle agenzie, Ugo mi chiese se poteva consigliare al comune amico Roberto Villetti, direttore dell’Avanti, di chiamarmi. Cosa che Villetti fece subito, ma non per consultarsi, come si aspettava il povero Intini, bensì per dissentire fermamente dal modo garantista in cui avevo deciso di titolare. Rimasi francamente di stucco.

Neppure Scalfaro al Quirinale dovette rimanere convinto del comunicato della Procura milanese se volle parlarne direttamente col capo Francesco Saverio Borrelli, peraltro figlio di un suo vecchio collega ed amico. L’impressione che ne ricavò l’uomo del Colle fu di paura di mandare a Palazzo Chigi un “amico” -quale ancora egli considerava il suo ex presidente del Consiglio- destinato prima o dopo ad essere davvero coinvolto nelle indagini, come avvenne a fine anno con i primi avvisi di garanzia, e poi anche con richieste di arresto.

Lo stesso Craxi mi raccontò di essersi sentito dire da Scalfaro all’incirca così: “Tu sai quanto ti stimi e ti voglia bene, ma è opportuno, anche nel tuo interesse, che tu faccia un passo indietro in questo momento. Dimmi tu stesso il nome di un socialista al quale io possa dare l’incarico”. E il 10 giugno, nel secondo ed ultimo giro di consultazioni, Craxi maturò la decisione del doloroso passo indietro. Che annunciò personalmente all’uscita dall’ufficio del capo dello Stato dicendo di avergli indicato “in un ordine non solo alfabetico” Giuliano Amato, già ministro con De Mita e suo sottosegretario a Palazzo Chigi, Gianni De Michelis e Claudio Martelli.

La delegazione della Democrazia Cristiana, ricevuta per ultima, non ebbe così neppure la possibilità di proporre Craxi, contro la cui destinazione si erano già espressi nel partito alcuni esponenti, fra i quali De Mita, convinti che Palazzo Chigi spettasse ancora alla Dc, nonostante il ritorno di un democristiano al Quirinale dopo il movimentato settennato di Cossiga.

Pertanto fu Amato l’uomo al quale Scalfaro diede l’incarico, che fu espletato con una certa difficoltà, avendo impiegato il nuovo presidente del Consiglio una decina di giorni , sino al 28 giugno, per la definizione del programma e soprattutto della lista. Dove Scotti risultò spostato dal Viminale alla Farnesina, che formalmente era una promozione, da lui però rifiutata perché Forlani aveva deciso di sperimentare dentro la Dc la incompatibilità fra le cariche di ministro e di deputato o senatore. Scotti reclamò inutilmente una deroga per conservare il mandato parlamentare, che alla fine preferì alla guida della diplomazia italiana.

Martelli invece entrò nella lista all’ultimo momento, dopo essere andato da Craxi, su suggerimento dello stesso Amato, per chiedergli di essere confermato al Ministero della Giustizia, come poi mi avrebbe raccontato lo stesso Craxi, per portare a termine il lavoro svolto col povero Giovanni Falcone, suo prezioso collaboratore sino alla morte -e che morte- come direttore degli affari penali del dicastero di via Arenula. E Craxi acconsentì, parendogli -mi disse- “una richiesta umanamente ragionevole”, lungi forse dall’immaginare che Martelli fosse destinato pure lui dopo qualche mese ad essere investito da Tangentopoli e costretto alle dimissioni.

Comunque, Martelli fu l’ultimo ministro e il primo governo di Amato l’ultimo sul quale il leader socialista riuscì a dire la sua, perché di fatto in quel mese di giugno di 25 anni fa al falconicidio col sangue, preceduto dall’ostracismo in vita praticatogli da tanti colleghi, seguì il craxicidio senza sangue.

I rapporti di Craxi con Scalfaro rimasero buoni ancora per poco. Col procedere delle indagini e del linciaggio politico da cui pochi lo difesero, neppure quando subì il famoso lancio di monetine e insulti davanti all’albergo romano dove abitava, e donde usciva per andare ad una trasmissione televisiva dopo essere scampato a scrutinio segreto ad alcune, le più gravi, delle autorizzazioni a procedere chieste contro di lui dalla magistratura, il leader socialista si fece del presidente della Repubblica l’idea da lui stesso raffigurata in una serie di litografie raffiguranti falsi “extratterestri”: finti inconsapevoli del finanziamento generalmente illegale della politica e delle forzature con le quali la magistratura aveva deciso di trattarlo. Oltre a Scalfaro, furono definiti extraterrestri anche Achille Occhetto, Eugenio Scalfari, Giorgio Napolitano e l’ormai compianto Giovanni Spadolini, la cui foto fu sostituito con un manifesto bianco listato a lutto.

Craxi stesso mi raccontò nel suo rifugio di Hammamet di avere scritto più volte al presidente della Repubblica, anche come presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, contro gli eccessi che stavano compiendo i magistrati, ma di non avere mai ricevuto una risposta, né diretta né indiretta. Il Quirinale non lo considerò più degno di riconoscimento alcuno. Ci vollero del resto la morte di Craxi e l’arrivo sul colle più alto di Roma di Giorgio Napolitano perché un presidente della Repubblica parlasse di lui riconoscendone il servizio politico reso al Paese e lamentando, fra le solite proteste dei manettari in servizio permanente effettivo, irriducibili anche di fronte alla morte, “la severità senza uguali” con cui era stato trattato dalla magistratura.

Proprio alla magistratura, vantando di averne fatto parte, Scalfaro nel suo discorso di insediamento, pronunciato il 28 maggio a Montecitorio, davanti alle Camere in seduta congiunta con la partecipazione dei delegati regionali, aveva chiesto “energia, serenità e perseveranza” parlando della “questione morale”.

Di energia e perseveranza sicuramente i magistrati si dimostrarono capaci nei mesi e negli anni successivi. Di serenità, francamente un po’ meno, nella sostanziale e incresciosa disattenzione proprio di chi l’aveva reclamata insediandosi al vertice dello Stato sull’onda peraltro di una strage neppure citata per luogo e per nomi nel discorso alle Camere, essendosi Scalfaro limitato a parlare di una “criminalità aggressiva e sanguinaria”, forse aiutata anche da qualche mano straniera. Di cui nessuno, a dire il vero, aveva avuto sentore a Capaci e dintorni.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio alle pagine 8 e 9 della Cultura col titolo: 25 anni la congiura che lo escluse da Palazzo Chigi. Così, con una fuga di notizie, infilzarono Craxi. E Persino Di Pietro disse……

La caccia di Grillo è più a Berlusconi che a Renzi

         Le apparenze, si sa, ingannano. Ciò vale anche per l’incidente politico accaduto alla Camera sulla riforma elettorale d’imitazione tedesca, arrivata in aula a marce più o meno forzate per affogare nel classico bicchiere d’acqua. Che è l’emendamento minore approvato a sorpresa, a scrutinio segreto, con una somma assai trasversale di cosiddetti franchi tiratori, traditi però da un errore diabolicamente tecnico. Grazie al quale da segreta la votazione è diventata palese sul tabellone elettronico di Montecitorio, per cui è stata tolta la maschera agli autori dell’inganno.

         Era, peraltro, un emendamento non solo minore, presentato in dissenso dal proprio gruppo da una deputata forzista di Bolzano, Michaela Biancofiore, notissima fra i suoi per avere rotto praticamente con tutti, ma addirittura improponibile. Che avrebbe dovuto essere cestinato perché riguardante il sistema elettorale di una regione a statuto speciale- il Trentino Alto Adige- che vive di norme concordate con uno Stato estero: in questo caso, l’Austria.

         L’obiettivo dell’operazione condotta contro la riforma elettorale alla tedesca, anche se di tedesco alla fine aveva più poco che tanto, non è affatto il risegretario del Pd Matteo Renzi, come si è detto e si è scritto da tante parti, nel solito e abusato intreccio di voci e retroscena. Lo sta a dimostrare la prontezza con la quale proprio gli uomini di Renzi hanno colto la palla al volo per definire morta la riforma scaricandone tutta la responsabilità sui grillini.

         Più ancora del risegretario del Pd, che è sicuramente il loro antagonista principale, che sentono di poter sorpassare al prossimo appuntamento elettorale, conquistando così il trofeo dell’incarico di presidente del Consiglio, con cui magari mettere in pista all’ultimo momento, con i colpi di testa e di mano di cui sono capaci, un personaggio tipo Piercamillo Davigo, capace di attrarre i giustizialisti e manettari di ogni tendenza, che abbondano ormai in quella che Luciano Violante chiama “società giudiziaria”; più ancora -dicevo- del risegretario del Pd, ai grillini andava e va ancora storto il ruolo crescente di Silvio Berlusconi. Che è un ruolo contestato dall’elettorato di Grillo per ragioni non so francamente se più antropologiche o politiche: un ruolo peraltro che rischiava ai loro occhi, man mano che glielo spiegava ogni giorno sul Fatto Quotidiano il direttore e insieme consigliere Marco Travaglio, di risultare sempre più decisivo nella nuova legislatura.

         Grillo non poteva permettere, col sistema alla tedesca non a caso sostenuto con particolare accanimento dal presidente di Forza Italia, che Berlusconi con meno voti sia dei grillini sia del Pd potesse aggiudicarsi, oltre alla partecipazione alla maggioranza e al governo, anche il merito di tagliare le unghie, diciamo così, a Renzi rubando il mestiere ai pentastellati: sbarrandogli, per esempio, la strada del ritorno a Palazzo Chigi. E ciò per lasciarvi il conte Paolo Gentlloni Silveri, a quel punto affrancandolo un po’ dalla dipendenza ora totale dall’ex sindaco di Firenze, o per mandarvi un altro di quelle caratteristiche, capace cioè di non fare di Renzi un super leader, ancora più attrattivo di adesso nei riguardi dell’area elettorale dove Berlusconi pesca ancora i suoi voti.

         Tutto adesso si fa per l’ex Cavaliere più complicato, specie se Renzi, cogliendo il pretesto offertogli da Grillo, rilanciasse l’idea cara anche al comico di Genova, e che forse egli ha sempre avuto, di portare il Paese, a questo punto anche senza il ricorso alle elezioni anticipate, con le due leggi elettorali, per il Senato e per la Camera, confezionate con le forbici, l’ago e il filo dei giudici costituzionali: gli unici sarti in toga che esistano al mondo. Sono due leggi con una delle quali, quella del Senato, Berlusconi sarebbe materialmente costretto a fare cartello con i leghisti, ma al prezzo stabilito da Matteo Salvini, per conservare una presenza nelle regioni settentrionali, dove non a caso le due maggiori –la Lombardia e il Veneto- hanno già governatori del Carroccio.

 

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net col titolo: Tutte le tribolazioni di Silvio Berlusconi dopo la rottamazione del proporzionale alla tedesca

Auguri a Enzo Bettiza per i suoi 90 anni

         Lasciate che mi disinteressi un pò delle solite, pasticciate e inconcludenti vicende della politica italiana, con mezzo Parlamento appeso ai casini interni al movimento grillino e agli effetti che potrebbero derivarne all’ennesima riforma elettorale in cantiere, attesa dal capo dello Stato come viatico alle elezioni anticipate deplorate con la solita, vibrante insistenza dal presidente ormai emerito della Repubblica Giorgio Napolitano, per abbracciare a distanza il collega ed amico Enzo Bettiza. Che ha appena compiuto i suoi 90 anni osservando con giustificato disincanto le vicende di un’Italia che ha amato e raccontato con grande passione e competenza da giornalista, scrittore e politico, avvolto nella sua cultura e formazione mitteleuropea, essendo nato il 7 giugno 1927 a Spalato. Da dove venne esule nella pur sua Italia alla fine della seconda guerra mondiale, approdando particolarmente in terra pugliese per poter continuare a respirare l’aria degli ulivi dalmati. E lo ha raccontato spesso con nostalgia, orgoglio e una certa complicità a me, che sono nato proprio in Puglia quasi 12 anni dopo di lui.

         Indro Montanelli, che senza l’aiuto di Enzo, la sua conoscenza degli uomini, la sua finezza culturale, non avrebbe potuto compiere nel 1974 la coraggiosa scissione dal Corriere della Sera, ormai rassegnato al cosiddetto compromesso storico fra la Dc e il Pci come esperienza non provvisoria ma permanente, in una edizione un po’ scalcagnata di quella che aulicamente sullo stesso Corriere l’allora direttore Giovanni Spadolini aveva chiamato “Repubblica conciliare”, con un Tevere sempre più stretto, quasi prosciugato, invidiava a Bettiza un po’ tutto. Così commentò il comune amico Carlo Donat-Cattin la rottura consumatasi fra i due nel 1983, nove anni dopo la fondazione del Giornale allora nuovo: una rottura consumatasi sul problema della valutazione di Bettino Craxi e della sua politica, nell’occasione o col pretesto, come preferite, del rifiuto opposto da Montanelli ad un mio editoriale in difesa dell’allora segretario del Psi dagli attacchi congiunti dei comunisti e della sinistra democristiana.

         I due fecero per fortuna in tempo a riconciliarsi prima della morte di Montanelli, condizionato -pace all’anima sua- nello scontro con lo storico collaboratore, di cui a lungo aveva condiviso anche la stanza nel Giornale, dai soliti, immancabili cortigiani di redazione, ma anche esterni. Penso, fra gli altri, agli amici di Ciriaco De Mita che lusingavano Montanelli raccontandogli dei suoi libri che affollavano la libreria di famiglia dell’allora segretario della Dc, e gli garantivano addirittura l’anticomunismo “intimo” del loro amico irpino.

         Montanelli cadde nella trappola, mentre noi trovavamo temporanea ospitalità nei giornali di Attilio Monti, salvo pentirsene dopo qualche anno dando a De Mita del camorrista e finendo trascinato da lui in tribunale.

         Più dei numerosi e meritati premi letterari, delle soddisfazioni politiche avute prima nel Senato italiano e poi nel Parlamento Europeo e della felice combinazione di liberalismo e socialismo tradottasi nella formula del lib-lab, diede soddisfazione ad Enzo Bettiza proprio quell’epilogo della sbandata di Montanelli per De Mita. Che era stata un pò, diciamo la verità, la nostra comune rivincita sulla rottura consumatasi nel 1983, mentre peraltro Craxi si avviava a Palazzo Chigi, nonostante De Mita.

         Anche Montanelli forse ritenne di prendersi poi una rivincita su di noi quando le cose andarono malissimo per Craxi. Ma fu una rivincita a carissimo prezzo, pagato dal direttore del Giornale con l’allineamento al peggiore giustizialismo, che a suo modo era anche il peggiore conformismo: una riedizione giudiziaria del compromesso storico contro il quale Montanelli e Bettiza avevano insieme consumato la loro coraggiosa e già ricordata scissione dal Corriere della Sera.

 

 

 

 

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La strana metamorfosi di Giorgio Napolitano

Capisco sempre meno la metamorfosi di Re Giorgio, come un po’ per scherzo e un po’ per simpatia, ma qualcuno anche con spirito per niente amichevole, ci eravamo abituati a chiamare Napolitano durante il mandato settennale di presidente della Repubblica, e i due anni supplementari del secondo, guadagnatosi nel 2013 nel bel mezzo di una crisi di governo. E dell’esordio di una legislatura che aveva fatto perdere la testa un po’ a tutti. A cominciare dall’allora segretario del Pd Pier Luigi Bersani, che si era messo in testa di formare un curiosissimo governo “di minoranza e di combattimento insieme”, appeso alle cinque stelle, cioè alle paturnie di Beppe Grillo. Che avrebbe potuto riempirlo di risate e di insulti più facilmente che di apprezzamenti e incoraggiamenti se Napolitano avesse perso la testa pure lui e ne avesse consentito la formazione.

         Ora il presidente ormai, e forse fortunatamente, emerito della Repubblica non si lascia scappare occasione per deplorare l’ipotesi di elezioni anticipate, sia pure di qualche mese soltanto rispetto alla scadenza ordinaria. Lui, poi, che eletto nel 2006, anche a costo di delegittimare i suoi stessi “grandi elettori”, sciolse anticipatamente le Camere dopo appena due anni, a causa della repentina caduta del secondo governo di Romano Prodi, finito male esattamente come l’altro, dieci anni prima. E avrebbe rischiato di sciogliere daccapo le Camere dopo tre anni se non avesse trovato l’espediente tecnico, e non so più se fortunato e avveduto, del governo di Mario Monti, premiato peraltro in anticipo con un laticlavio di assai dubbia opportunità, visto l’uso fattone dall’interessato improvvisando un partito per partecipare alle elezioni ordinarie di un anno e mezzo dopo: un partito peraltro sciolto poi come neve al sole.

         A questo punto l’ostinazione di Napolitano contro le elezioni brevemente anticipate che stanno maturando con la riforma elettorale in cantiere alla Camera diventa persino paradossale, a dir poco, per la riduzione ad una specie di accozzaglia di interessi di parte, o persino personali, di quella larghissima maggioranza con la quale la nuova legge elettorale sta procedendo verso l’approvazione. Detto tutto questo poi da lui, che le larghe maggioranze quand’era al Quirinale le chiedeva in ogni momento di ogni giorno.

         L’ultima sortita dell’ex Re Giorgio ha avuto anche l’inconveniente di spazientire forse il suo successore al Quirinale, dove Marzio Breda, abituato a raccogliere anche umori e sospiri dell’inquilino di turno, ha appena scritto per il Corriere della Sera che Mattarella è pronto a prendere atto della situazione e preferisce che si faccia addirittura più presto di quanto vogliano dalle parti del Nazareno. Non era difficile prevederlo, come mi è accaduto.

 

 

 

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Il fratello di Borsellino fra stelle e cambiali

         Fra tutte le reazioni alla porta lasciata in qualche modo socchiusa dalla Cassazione alla possibilità che Totò Riina, ammalato di tumore e altro, non finisca i suoi giorni in carcere, come pure dovrebbe per gli ergastoli che si è meritato, ma in qualche ospedale, se non addirittura a casa, dove però mi sembra francamente difficile che qualcuno voglia davvero mandarlo sfidando il buon senso, oltre che l’impopolarità, la più stravagante mi è apparsa quella di Salvatore Borsellino.

         Il fratello minore del mai abbastanza rimpianto magistrato Paolo, trucidato con la sua scorta dalla mafia il 19 luglio di 25 anni fa, meno di due mesi dopo l’eccidio di Capaci, dove erano stati uccisi, sempre dalla mafia, l’amico e collega Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e mezza scorta, ha accusato la Cassazione di stare pagando “una cambiale” dello Stato risalente alle famose, ma finora solo presunte trattative fra lo stesso Stato e la mafia per fermarne le stragi.

         Il processo per quelle presunte- ripeto- trattative è in corso da quattro anni a Palermo, in prima istanza. E Riina, arrestato nel gennaio del 1993, segue scrupolosamente quel processo, in collegamento dalle varie carceri dove è stato detenuto, beffardemente convinto, secondo Salvatore Borsellino, di riscuotere prima o dopo la cambiale che grazie a qualche delazione lo portò in prigione. E che, sempre secondo la sua visione di quelle -ripeto ancora- presunte trattative non fu rilasciata invece per la sorte del suo compagno di mafia Bernardo Provenzano, morto in carcere per quanto ammalato peggio, molto peggio del capo dei capi.

         Si dà il caso che mentre Salvatore Borsellino spiegava al Corriere della Sera la sua teoria della cambiale, annunciando per protesta la rinuncia a organizzare e forse anche a partecipare alle celebrazioni del venticinquesimo anniversario della strage palermitana in via D’Amelio, dove venne assassinato il fratello, il generale dei Carabinieri Mario Mori, uno degli imputati a Palermo per le presunte -ripeto ancora- trattative con la mafia, pur essendo stato già assolto per gli stessi fatti in un altro procedimento, ha scritto una lettera ad un giornale per criticare l’uscio socchiuso dalla Cassazione a Riina. Eppure, secondo il teorema del fratello di Paolo Borsellino, quella cambiale avrebbe dovuto firmarla in qualche modo proprio lui, Mori. O quanto meno sarebbe passata per le sue mani, diciamo così.

         Già di professione ingegnere, Salvatore Borsellino ha cambiato praticamente mestiere dalla tragica morte del fratello. E’ diventato “attivista italiano”, come si legge nelle sue biografie navigando in internet. Promotore, fra l’altro, del Movimento delle agende rosse, in memoria di quella che il fratello portava sempre con lui e scomparve dalla borsa prima trafugata e poi rimessa nella macchina di servizio saltata in aria dopo averlo portato all’appuntamento con la morte davanti alla casa della madre, Salvatore Borsellino partecipò nel 2013 all’avventura politica della “Rivoluzione civile” di Antonio Ingroia, pur litigando e poi riconciliandosi con lui. Ora frequenta ambienti e manifestazioni dei grillini.

         Si può ben dire, senza volere offendere nessuno, per carità, che il settantacinquenne Salvatore Borsellino è stato il fratello tanto minore quanto diverso del povero Paolo. Al quale, determinato e sensibile insieme, piaceva contemplare le stelle, nei momenti belli e angosciosi della sua vita. Ma dubito che avrebbe contemplato le cinque di di Grillo.

L’accanimento terapeutico chiesto a Mattarella

         Mentre in Gran Bretagna, dove il terrorismo islamista non fa certamente sconti, come non ne faceva in guerra Hitler con i bombardamenti continui su Londra, si marcia puntualmente verso le elezioni anticipate, alle quali mancano ormai solo due giorni mentre scrivo, a meno di due mesi dalla decisione del governo di ricorrervi, in Italia si moltiplicano gli sforzi per evitarle.

         Quanto più i partiti maggiori si avvicinano, bene o male, all’approvazione di quella riforma elettorale invocata dal presidente della Repubblica per rimediare ai pasticci combinati con le sue sentenze dalla Consulta ed avere quindi a disposizione tutti gli strumenti costituzionali per fronteggiare una crisi di governo, promossa o subìta che sia dal presidente del Consiglio, compreso quindi il diritto di sciogliere anticipatamente le Camere, tanto più si strattona il capo dello Stato perché mantenga in vita questa diciassettesima legislatura sino alla scadenza ordinaria. Cui manca d’altronde assai meno di un anno, per cui si gioca su una corda lunga non più di quattro o cinque mesi, rispetto ai cinque anni o ai 60 mesi dell’intero mandato dei deputati e dei senatori in carica.

         Già queste dimensioni dimostrano da sole il carattere specioso delle manovre o pressioni sul Quirinale, che hanno preso ormai il sopravvento sulle manovre su Palazzo Chigi, dove solo gli ingenui o i troppo furbi, come preferite, vorrebbero il conte Paolo Gentiloni interessato e deciso a rimanere al suo posto ad ogni costo per difendere, a questo punto, il bidone della cosiddetta stabilità di governo, di sistema e quant’altro. Bidone, perché non ha senso alcuno definire stabilità ciò che stabile non è, non passando ormai giorno senza che qualcuno degli stessi sostenitori della resistenza ad oltranza di Gentiloni a Palazzo Chigi gli creano problemi in Parlamento, a volte persino minacciando di farlo cadere su qualche legge sgradita.

         Va bene che Pier Luigi Bersani, passato con Massimo D’Alema dal Pd al suo rovescio Dp per difendere, a suo dire, il governo Gentiloni dalla frenesia elettorale di Matteo Renzi, si muove ora ad energia “nucleare”, come ha recentemente spiegato all’Espresso rinunciando alle vecchie metafore dei tacchini, delle mucche e dei giaguari, ma dovrebbe pur esserci un limite alla disinvoltura. Non si può prendere o lasciar prendere a calci il governo un giorno sì e l’altro pure e incoraggiarlo contemporaneamente a stare in piedi, o reclamare dal presidente della Repubblica di praticargli personalmente iniezioni giornaliere di ricostituente.

         Pure il buon Angelino Alfano si deve dare una regolata. Non può di mattina insultare Renzi che ha osato rinfacciargli di essere da più di quattro anni al governo e di morire adesso dalla paura o dalla terribile certezza di non ottenere nelle urne neppure il 5 per cento dei voti necessario con la legge elettorale in cantiere per riportare i suoi almeno in Parlamento, e nel pomeriggio sfidare lo stesso Renzi a far cadere pure Gentiloni, dopo avere a suo tempo allontanato da Palazzo Chigi Enrico Letta. Di cui lo stesso Alfano era vice presidente del Consiglio, oltre che ministro dell’Interno, ma non si ricorda onestamente alcuna parola o iniziativa, a suo tempo, per proteggerlo.

         Anche su quel versante ci vorrebbe quindi un po’ meno disinvoltura e un po’ più di memoria per ricordarsi, fra l’altro, della smania che l’allora ministro dell’Interno di Renzi aveva il 5 dicembre scorso di mandare gli italiani alle urne entro febbraio e della decisa opposizione che oggi pratica, da ministro degli Esteri, alle elezioni anticipate.

         Tutto questo -dalle cose di Bersani a quelle di Alfano- il presidente della Repubblica lo sa bene. Per cui è augurabile che non si lasci condizionare più di tanto per un irragionevole, a questo punto, accanimento terapeutico nei riguardi di una legislatura ormai così consapevole di essere arrivata alla fine da stare facendo testamento con l’approvazione della riforma elettorale, necessaria a staccarle la spina.

 

 

 

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Ecco a voi Bersani in versione nucleare

         Pier Luigi Bersani ha preso proprio una brutta piega. Dovremo rimpiangerne la versione quasi bucolica trasmessaci dalle divertenti imitazioni dell’inimitabile Maurizio Crozza: il Bersani dei tacchini che “volano” sui tetti, dello smacchiatore dei giaguari, della mucca che s’intrufola nei corridoi della sede del Pd, al Nazareno, o delle bambole che si lasciano pettinare.

         Ora che ha lasciato “la ditta” piddina da solo, nel senso di essersene andato spontaneamente, insieme con Massimo D’Alema ed altri, senza obbligare la compagna ministra della Difesa Roberta Pinotti a ricorrere alle truppe scelte per cacciarlo via, come lui stesso aveva minacciato che dovesse accadere, l’uomo di Bettola sembra tentato dalla concorrenza agli iraniani sul versante nucleare. Quello sprovveduto di Matteo Renzi è avvertito. Non dica un giorno di essere stato annientato a sorpresa da una bomba addirittura atomica.

         Sentite ciò che l’ex segretario del Pd, nonché presidente del Consiglio mancato, nel 2013, di un governo insieme “minortario e di combattimento”, scommettendo inutilmente su qualche aiuto dei grillini, ha appena dichiarato a Stefania Rossini, dell’Espresso, senza metterla in crisi, consolandola anzi della delusione o preoccupazione per quel misero tre per cento accreditato dai sondaggi al suo nuovo partito, o ditta: “Se 100 anni fa avessero fatto un sondaggio sulla tavola degli elementi, avrebbero trovato il 66 per cento di tungsteno, il 32 per cento di cadonio, il 20 di berillio e appena il 3 per cento di uranio. Ma la bomba atomica è stata fatta con l’uranio. I sondaggi non leggono la dinamica”.

         No, onorevole Bersani. Si calmi. Convenga con noi che la bomba atomica è un po’ sprecata per la sua ossessione politica, che è quella di far fuori l’impenitente Renzi. Pure Donald Trump, che è Trump, con quel ciuffo arancione e i metodi spicci con i quali ostenta i documenti appena firmati contro questo o quello, si è fermato alla superbomba nella pur condivisibile lotta alle basi siriane dove Assad nasconde o fa nascondere i veleni con cui fa anmmazzare dall’alto gli avversari. Si è riservata la bomba atomica, il presidente americano, per qualcosa di ancora più consistente e aberrante.

         Per carità, onorevole Bersani, torni alle dimensioni campestri, anche se surreali, dei tacchini che “volano” sui tetti e delle mucche che insozzano corridoi e stanze dell’antipatico di turno. Sia insomma più statico che dinamico, alla Sua età poi, dopo quello che Le è accaduto per gli stress da insuccessi di quattro anni fa.

Una domenica particolare di ordinaria confusione

         A vedere le prime pagine dei giornali e a leggere gli articoli principali, a cominciare da quello di Eugenio Scalfari, che non è soltanto il decano ormai del giornalismo italiano ma ha ancora molte e qualificate frequentazioni, per cui si deve presumere che sia bene informato, si ricava che questa del 4 giugno 2017 è una domenica molto particolare. Ma anche di ordinaria confusione, pur sempre preferibile alla domenica di sangue che stanno vivendo in Gran Bretagna.

         Incoraggiato dal titolo, che assegna alla riforma elettorale in cantiere a Montecitorio l’obiettivo o il risultato di mettere “la camicia di forza al Senato”, sono andato voracemente a cercarne la chiave. Ma non l’ho trovata. Ho soltanto colto la delusione confessata per un Matteo Renzi che “non ha letto nessuno dei libri” consigliatigli, nei vari incontri o colloqui telefonici, dal fondatore di Repubblica. Al quale pure il risegretario del Pd era riuscito sino all’altra settimana a carpire l’impressione opposta, ottemperando all’impegno di riferire ogni volta particolari dei libri assegnatigli nell’incontro o nella telefonata precedente tali da guadagnarsi la promozione. Niente, il giovanotto toscano deve avere evidentemente barato. E ora il professore emerito gli ha generosamente offerto l’ultima occasione di riscatto: la lettura, che non è né breve né semplice, di Tocqueville. Essa gli dovrebbe far capire, chissà poi perchè, come sia dannoso liberarsi di Paolo Gentiloni e del suo governo in ottobre per andare alle elezioni anticipate. La cui gestione però, mi permetto di far sapere all’augusto decano, Renzi intende lasciare al governo attuale, a meno che naturalmente il presidente della Repubblica non pensi a qualcun altro, o a qualcosa d’altro. Ma, francamente, non credo, anche perché penso di conoscere Mattarella meglio di Scalfari e so che non è tipo da colpi di testa o di mano.

         Più utile, per rendermi conto della confusione e al tempo spesso per capire quel pochissimo, ma pur sempre di significativo, che c’è nella pentola della riforma elettorale, dove ogni giorno cambiano le voci e le attese su quanto di proporzionale e di maggioritario si sta cercando di combinare, è l’intervista di Silvio Berlusconi in casa, fatta al direttore del giornale di famiglia,

         Egli ha spiegato, per i soliti e comprensibili interessi di facciata, che preferisce mandare il centrodestra “diviso” alle urne per tenerlo unito al governo dopo il voto, cercando quindi di rasserenare i suoi elettori. Alcuni dei quali sono evidentemente preoccupati, come quelli del versante politico opposto, che nella nuova legislatura l’ex presidente del Consiglio progetti un’alleanza con Renzi.

         Ma soprattutto Berlusconi ha annunciato che la sua Forza Italia “cambierà molti volti” assicurando al tempo stesso che “chi è stato bravo e leale non deve temere nulla”.

         Ciò significa, in parole povere, che qualunque risulterà alla fine la quota di proporzionale e di maggioritario su cui si stanno spendendo gli esperti nella competente commissione della Camera, qualunque sarà il numero dei collegi, i candidati saranno tutti blindati, per Forza Italia come per gli altri partiti. Cioè, avremo parlamentari, come al solito da qualche decennio a questa parte, più nominati che eletti.

         Non è una consolante conferma, obiettivamente, ma è almeno qualcosa di certo e di chiaro nella grandissima confusione, ripeto, di questa prima domenica di giugno.

 

 

 

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Finita la leggenda della Resistenza di Gentiloni a Renzi

         Meglio tardi che mai. Ce ne hanno messo di tempo ma anche i giornaloni, dove cronache e retroscena sono tali e tanti da potersi sovrapporre e contrapporre senza che nessun direttore o editore se ne accorga, o finge di non accorgersi, avvertendo solo che diminuiscono le vendite nelle edicole e addebitandone la colpa solo al destino cinico e baro della carta stampata; anche i giornaloni, dicevo, si sono accorti che Paolo Gentiloni non ha nulla da ridire sulle elezioni anticipate. E’ pronto cioè a staccarsi la spina da solo.

         E’ finita insomma la leggenda del presidente del Consiglio deciso a resistere, resistere, resistere -tre volte, alla maniera di Francesco Saverio Borelli negli anni di Silvio Berlusconi al governo- contro l’incontenibile risegretario del Pd Matteo Renzi, anche a costo di sfidarlo a sfiduciarlo in una delle due assemblee parlamentari, a scelta. Ma a farlo sfiduciare direttamente dai deputati o dai senatori del suo partito, essendo fallito il tentativo furbesco di farlo cadere per mano del Nuovo Centro Destra, ora Alternativa Popolare, del ministro degli Esteri, ed ex ministro dell’Interno, Angelino Alfano. Il quale, offeso dal modo obiettivamente troppo sfottente con cui Renzi ha liquidato la sua richiesta di abbassare la soglia “tedesca” per lui letale del 5 per cento in arrivo con la nuova, ennesima riforma elettorale, ha deciso per ritorsione di alimentare la rappresentazione della fallita congiura antigovernativa dell’ex presidente del Consiglio. Di cui è nota la smania di riprendersi dopo le elezioni anticipate anche Palazzo Chigi, non bastandogli, né avanzandogli, il vicinissimo Nazareno, neppure quello degli rispolverati incontri con Silvio Berlusconi.

         Gentiloni, che sarà buono, calmo, nobile di nome e di fatto ma non sprovveduto, sa bene quanto pelosi siano stati e siano gli elogi e gli incoraggiamenti riservatigli dagli avversari di Renzi. I quali si aspetterebbero da lui non il coraggio ma la temerarietà di una resistenza tanto inutile quanto dannosa per il suo futuro politico e- per inciso- anche per il Paese. Che allo stato attuale delle cose, con un Parlamento comunque in scadenza, e la guerra civile a sinistra per niente conclusa, non avrebbe un briciolo di potere contrattuale con la commissione europea di Bruxelles sulla legge finanziaria del 2018. Essa pertanto dovrebbe essere adottata nella versione di lacrime e sangue che metterebbe in ginocchio nella campagna elettorale a scadenza ordinaria il Pd e il governo insieme, a tutto beneficio del concorrente ormai più diretto e vicino che è diventato il movimento delle 5 stelle, ora a doppia conduzione: comica-ayatollesca, con Grillo che continua a divertire i suoi, pur sculacciandoli ogni tanto, e Piercamillo Davigo che terrorizza gli avversari sino a procurarne la resa.

         Cà nisciuno è fesso, si è deciso a gridare o a far capire e sapere il conte Gentiloni Silveri, pur di origini marchigiane.

 

 

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