La corsa al Quirinale dirottata dalla mafia a Capaci 25 anni fa

Come la strage della scorta di Aldo Moro in via Fani, a Roma, dove il presidente della Dc fu sequestrato per essere ucciso anche lui dopo 55 giorni, aveva finito per accelerare il 16 marzo 1978 la fiducia dell’ancora titubante partito comunista al quarto governo di Giulio Andreotti, considerato dalle brigate rosse proprio per il sostegno dei “traditori” comunisti un accessorio del fantomatico “Stato Imperialista Mondiale”, o delle Multinazionali, così la strage di Capaci il 23 maggio 1992, quattordici anni dopo e venticinque anni fa, sbloccò la settima edizione della corsa al Quirinale. Che stava trascinandosi da 10 giorni e 15 votazioni nell’aula di Montecitorio in un clima politico pestifero, già intossicato di suo dall’esplosione di Tangentopoli: un clima sul quale la mafia aveva deciso di puntare, con quella che sarebbe stata chiamata la “stagione delle stragi”, per uscire dalla crisi nella quale l’aveva messa lo Stato con l’esito definitivo del famoso “maxi-processo”. Il cui merito era stato soprattutto di due magistrati come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: l’uno ucciso con la moglie e quasi tutta la scorta proprio a Capaci, il secondo trucidato meno di due mesi dopo, il 19 luglio.

Eppure, la settima edizione della corsa al Quirinale era stata predisposta sul piano politico in modo tale che potesse essere non dico veloce come la sesta, che in una sola votazione si era conclusa con l’elezione di Francesco Cossiga, subentrato all’indimenticabile Sandro Pertini, ma quasi.

Erano i tempi, fausti o infausti, secondo i gusti, del cosiddetto CAF, dalle iniziali dei leader che avevano in pugno, o ritenevano di averla, la maggioranza di governo: Bettino Craxi, segretario del Psi e già presidente del Consiglio dal 1983 al 1987, Giulio Andreotti, succeduto a Palazzo Chigi a Ciriaco De Mita nella primavera del 1989, ed Arnaldo Forlani, succeduto pure lui a De Mita in quella stagione, ma alla segreteria della Dc.

Il piano per la legislatura destinata a nascere con le elezioni politiche ordinarie del 5 e 6 aprile del 1992 era di riportare Craxi alla guida del governo e di eleggere subito dopo Forlani al Quirinale, dove il mandato di Cossiga finiva a fine maggio. Per Andreotti -unico ma non piccolo inconveniente, politico e personale- non era previsto nulla di preciso. Già nominato senatore a vita da Cossiga, si pensava che egli avrebbe potuto aspirare alla presidenza del Senato, subentrando al repubblicano Giovanni Spadolini, o alla segreteria della Dc.

Uscita miracolosamente indenne sul piano numerico dalle elezioni di aprile, miracolosamente perché il 17 febbraio era esplosa a Milano Tangentopoli con l’arresto del socialista Mario Chiesa e il clima politico si era già avvelenato, la maggioranza esordì con un passo falso. Al Pci, diventato Pds dopo la caduta del muro di Berlino e in comprensibile difficoltà, fu negata la conferma di Nilde Jotti alla presidenza della Camera o la sostituzione col suo compagno di partito Giorgio Napolitano. Eppure la Jotti al vertice di Montecitorio aveva dato prove eccellenti, oltre ad essere stata la prima donna salita così in alto nelle istituzioni. Nei suoi quattro anni di governo Craxi, pur osteggiato fortemente dal Pci, aveva più volte verificato la correttezza politica della presidente della Camera, arrivata a scontrarsi col proprio partito, nella gestione parlamentare del famoso decreto legge che nel 1984 aveva rallentato la scala mobile dei salari per ridurre un’inflazione che galoppava a due cifre.

Alla presidenza di Montecitorio fu eletto il 24 aprile Oscar Luigi Scalfaro, fra i democristiani il più espostosi negli ultimi due anni con critiche e attacchi al Cossiga “picconatore”, che dal Quirinale, o dovunque si trovasse fisicamente, non lasciava passare giorno senza esternazioni polemiche in ogni direzione. Anche per noi giornalisti era diventato un mezzo incubo, costringendoci spesso a cambiare le prime pagine dei quotidiani nelle ore di cosiddetta chiusura in tipografia.

Cossiga naturalmente non gradì la promozione del suo censore e reagì alla sua maniera, con una picconata: quella finale delle dimissioni prima della scadenza del mandato pur al termine. Dimissioni destinate a rovesciare l’agenda politica e forse anche, nelle sue intenzioni, a rimetterlo in gioco per una sua conferma, sia pure a tempo: quello sufficiente alle nuove Camere ad approvare la riforma costituzionale da lui stesso sollecitata l’anno prima, non a caso, con un messaggio al Parlamento. Era una riforma comprensiva dell’elezione finalmente diretta del capo dello Stato. Approvata la quale, lui si sarebbe dimesso per consentire che il suo successore fosse eletto subito dai cittadini, e non più dai parlamentari in seduta congiunta con la partecipazione di una delegazione dei Consigli regionali.

Annunciate con un messaggio televisivo il giorno dopo l’elezione di Scalfaro alla Presidenza della Camera, festa peraltro della Liberazione, le dimissioni di Cossiga furono formalizzate il 28 aprile e innescarono le procedure per l’elezione del successore, che sorpassarono così quelle per la formazione del nuovo governo. Così peraltro Cossiga, al quale subentrava come supplente il presidente appena rieletto del Senato Giovanni Spadolini, si risparmiò la nomina del pur amico Craxi a presidente del Consiglio su designazione della maggioranza uscente. Gli anticraxiani si sentirono sollevati: primi fra tutti, quelli del Pds-ex Pci, timorosi che la “unità socialista” perseguita o rilanciata dal segretario del Psi dopo la caduta del muro di Berlino, si traducesse in una loro annessione.

Ritenere che il sottrarsi alla nomina di Craxi a capo del governo bastasse a Cossiga per ricucire con la sinistra, dopo anni di scontri durissimi, e recuperarne l’appoggio per una rielezione al termine di una lunga, defatigante e infruttuosa corsa al Quirinale, era forse azzardato. Ma ci furono sostenitori di Cossiga che coltivarono questa speranza, e magari anche quella di guadagnare alla loro causa i missini di Gianfranco Fini e i leghisti di Umberto Bossi, appena approdati in forze al Parlamento -questi ultimi- grazie anche agli umori popolari scossi dalle picconate del presidente sardo.

Certo è che sin dai primi scrutini, mentre Cossiga si teneva a distanza dall’Italia per ostentare un certo distacco, non mancarono voti a suo favore, come segnali ai naviganti, formalmente impegnati dal 13 maggio, quando cominciarono le elezioni presidenziali, a sostenere le candidature di bandiera dei loro partiti, nessuna delle quali in grado nelle prime tre chiamate alle urne deposte nell’aula di Montecitorio a raggiungere la maggioranza dei due terzi prescritta dalla Costituzione: la Jotti per il Pds, De Giuseppe per la Dc, Vassalli per i socialisti e via sventolando le schede.

Mentre si votava a vuoto, fervevano naturalmente riunioni di partito, di corrente e contatti personali. Fu in quella fase che Forlani, un pò per tattica, un pò per amicizia e un pò perché effettivamente convinto delle difficoltà ormai storiche di un segretario della Dc di trasferirsi direttamente al Quirinale, disse personalmente ad Andreotti: “Questa volta tocca a te”. Non lo avesse mai fatto. Quando, alla vigilia della quarta votazione- fissata già per il 15 maggio, la prima nella quale sarebbe bastata la maggioranza assoluta per l’elezione- Craxi notificò la indisponibilità del Psi per una candidatura di Andreotti, scoppiò nello scudocrociato la rivolta degli andreottiani. A causa della quale i democristiani presero la salomonica e attendistica decisione di astenersi. Ma il giorno dopo, 16 maggio, con la decisione di Forlani di farsi votare come candidato della maggioranza uscente di governo, i nodi vennero al pettine. Si votò due volte. Nella prima mancarono al segretario della Dc 39 voti ai 508 necessari all’elezione, nella seconda 29, di ragionevole provenienza -al netto dei voti giunti da altri partiti- non solo andreottiana ma anche socialista, avendo la sinistra del Psi e Rino Formica apertamente contestato le indicazioni di Craxi.

Senza perdere e far perdere altro tempo, pur avendo recuperato nel secondo tentativo dieci voti rispetto al primo, pari comunque a un terzo della dissidenza, Forlani fece il gran rifiuto. Che per la sua natura traumatica impedì però agli andreottiani di porre realisticamente la candidatura del loro leader e – non dimentichiamolo- ancora presidente del Consiglio in carica Si aprì una fase che gli ottimisti definirono di decantazione, nella speranza che si trovasse una soluzione di compromesso nella Dc o altrove. Ma più che di decantazione, fu una fase di grande confusione e tensione, con la Dc inchiodata alla pratica dell’astensione nelle votazioni che proseguivano stancamente una al giorno, mentre da Milano giungevano notizie e voci sempre più allarmanti sugli sviluppi delle indagini Mani pulite e sul coinvolgimento reale o potenziale di uomini sempre più importanti del mondo politico, a cominciare da Craxi.

All’esito a vuoto anche del quindicesimo scrutinio, il 23 maggio, i sostenitori della richiamata di Cossiga sulla scena si riattivarono a proporre scenari di emergenza istituzionale, accarezzati però anche dagli andreottiani più ostinati, convinti che si dovesse ricorrere a candidature appunto “istituzionali” per fronteggiare la situazione d’impasse, includendo in questa categoria, oltre ai presidenti delle Camere, anche il presidente del Consiglio, col superamento quindi del clima di risentimento per il ruolo che gli stessi andreottiani avevano potuto avere nella bocciatura del segretario del partito.

Fu in questo scenario, e mentre i giornali cominciavano a fare il conto alla rovescia per verificare quante votazioni mancassero ai record delle precedenti edizioni delle corse al Quirinale, con le 16 occorse all’elezione di Pertini nel 1978, le 20 all’elezione di Giuseppe Saragat nel 1964 e le 23 all’elezione di Giovanni Leone nel 1971, che esplose a Capaci alle 17,18 di quel tragico 23 maggio 1992 la micidiale carica di esplosivo contro Giovanni Falcone.

Lo sgomento naturalmente fu enorme, come nel già ricordato 16 marzo 1978 col sequestro di Moro mentre si recava alla Camera alla presentazione del quarto governo Andreotti, che per reazione all’attacco sfrontato allo Stato ottenne nella stessa giornata la fiducia di entrambe le Camere, con la rinuncia dei comunisti alle riserve mosse la notte precedente per alcune conferme nella lista dei ministri non concordate: in particolare, quelle di Antonio Bisaglia e di Carlo Donat-Cattin, i più contrari all’evoluzione della linea di cosiddetta solidarietà nazionale d’intesa col Pci di Enrico Berlinguer.

Allo stesso modo, mentre Spadolini accorreva a Capaci come capo supplente dello Stato, i vertici dei maggiori partiti, questa volta senza distinzioni fra maggioranza e opposizione di un governo peraltro ancora da formare, concordarono che allo scrutinio successivo, il 16.mo, sarebbe stato eletto al Quirinale o lo stesso Spadolini o il presidente della Camera Scalfaro. Tutte le altre ipotesi, reali o fantasiose che fossero, davvero istituzionali o finte, da Andreotti a Cossiga, si vanificarono.

Il povero Spadolini, sostenuto da un larghissimo schieramento soprattutto mediatico, a cominciare dalla Repubblica di Eugenio Scalfari per finire col Giornale dell’amico di una vita Indro Montanelli, e forte anche della supplenza esercitata per quasi un mese al vertice dello Stato dopo le improvvise dimissioni di Cossiga, si considerò tanto sicuro da cominciare a predisporre un aulico discorso di insediamento. Egli godeva peraltro anche della simpatia personale del segretario della Dc Forlani, che proprio a lui nel 1981 aveva passato la staffetta di Palazzo Chigi, all’esplosione dello scandalo della P2.

Ma il Pds-ex Pci guidato da Achille Occhetto, un pò perché refrattario a farsi dettare la linea dal pur autorevole fondatore e direttore di Repubblica e un pò per convenienza politica, potendo liberare la Presidenza della Camera per insediarvi Giorgio Napolitano, a dispetto dei veti opposti infelicemente da Craxi in apertura della legislatura, preferirono Scalfaro, per il quale peraltro si era mobilitato già dalle prime tappe della corsa al Quirinale un attivissimo Marco Pannella. A quel punto Forlani non poteva che aderire alla candidatura di un vecchio collega di partito. Rapido fu anche il consenso di Craxi, che aveva avuto e sperimentato Scalfaro nei suoi governi, fra il 1983 e il 1987, come leale ministro dell’Interno: tanto leale da sottrarsi al tentativo dell’allora segretario della Dc di contribuire al disarcionamento del segretario socialista da Palazzo Chigi guidando il governo delle elezioni anticipate, cui si prestò invece Amintore Fanfani.

Così il 25 maggio, al 16.mo scrutinio, come con Pertini nel 1978, Oscar Luigi Scalfaro fu eletto al Quirinale con 672 voti, oltre 160 in più del necessario. E la mafia, per quanto avesse proseguito con le stragi e gli attentati, per quanto avesse strappato, secondo una lettura giudiziaria degli eventi al centro di un processo in corso a Palermo, trattative con lo Stato, o pezzi di esso, per l’alleggerimento del trattamento carcerario dei suoi detenuti, perse la sfida di Capaci con la cattura dei capi Totò Riina, il 15 gennaio 1993, e Bernardo Provenzano l’11 aprile 2006.

Altri invece beneficiarono dell’imprevisto o improvvisato epilogo di quella settima drammatica edizione della corsa al Quirinale: l’ordine giudiziario, come lo chiamava Cossiga ancora presidente della Repubblica. La magistratura vinse la sua partita di Mani pulite con l’aiuto oggettivo di Scalfaro al Quirinale, prevalendo decisamente sulla politica, inducendola peraltro a ridurre volontariamente, con una modifica costituzionale a tamburo battente, le immunità parlamentari volute dai padri costituenti, fra i quali leader non certo di destra come Palmiro Togliatti e Umberto Terracini.

 

 

Pubblicato da Il Dubbio

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