Martelli riscrive la storia finale di Falcone

La voce di Claudio Martelli non poteva mancare nel venticinquesimo anniversario della strage di Capaci, dove la mafia ammazzò, con la moglie e con mezza scorta, l’allora direttore degli affari penali del Ministero della Giustizia Giovanni Falcone, insediatosi sei mesi prima a quel posto. Ne era ministro, oltre che vice presidente del Consiglio, il socialista Claudio Martelli, costretto a dimettersi nel 1993 per il coinvolgimento -pure lui- nella vicenda di Tangentopoli a causa della titolarità di un conto svizzero attribuitagli dall’architetto Silvano Larini, un amico di Bettino Craxi colpito da mandato di cattura e arrestato al suo rientro dall’estero in Italia, concordato con Antonio Di Pietro.

L’amicizia con Martelli non mi impedisce di rimproverargli di avere partecipato con una spiacevole stecca alle celebrazioni della morte terribile di Falcone, attribuendosene per intero la nomina a direttore degli affari penali dell’allora suo Ministero e contestando il ruolo svolto nella vicenda dall’allora presidente della

Repubblica Francesco Cossiga. Che invece ci fu. E il cui ricordo, oltre che riconoscimento, serve sul piano storico, politico e umano a capire quali nefandezze avesse dovuto subire il povero Falcone prima ancora di morire per mano mafiosa.

 

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Fra le tante cose capitate a Falcone quando era ancora in servizio a Palermo, dove gli erano stati notoriamente negati dal Consiglio (cosiddetto) Superiore della Magistratura promozioni e incarichi cui aveva sacrosantamente diritto per la competenza dimostrata nella sua ostinata e sapiente lotta alla mafia sul versante giudiziario, ci fu quella di interrogare un pentito, diciamo così, speciale. Che dal carcere di Alessandria, dove era finito dopo altri soggiorni fra le sbarre, riteneva di sapere chi avesse ordinato a livello politico l’assassinio del generale Carlo Alberto della Chiesa, mandato a Palermo dal governo come prefetto, e Piersanti Mattarella, il governatore della Sicilia fratello dell’attuale presidente della Repubblica:

Il pentito, che si era rivelato attendibile in altre circostanze, tanto da provocare decine di arresti di mafiosi, era Giuseppe Pellegriti. Egli fece il nome, in particolare, del luogotenente di Giulio Andreotti in Sicilia, Salvo Lima, come mandante di quei due delitti eccellenti già ricordati, e forse anche di altri.

Falcone non era tipo da cadere in trappole e da prestarsi a depistaggi, di qualsiasi natura. Si accorse subito che qualcosa non funzionava nelle presunte rivelazioni del pentito, per cui lo incalzò a dovere con le domande e con le verifiche maturando sempre di più la convinzione che dicesse il falso. Lo stesso Pellegriti poi, denunciato per calunnia dallo stesso Falcone, avrebbe ammesso di essere stato sostanzialmente manipolato dal co-detenuto Angelo Izzo: quello terribilmente somigliante al killer di Piersanti Mattarella.

Fra le verifiche condotte da Falcone ci fu la consultazione del registro delle visite ricevute in carcere dal pentito. Gli risultarono tanto frequenti quanto sospette alcune rimaste senza precise identificazioni perché effettuate -come lui poi accertò- da agenti dei servizi segreti. Ciò contribuì a convincerlo a denunciare il pentito per calunnia, come ho già ricordato, sapendo bene a quali rischi ulteriori sarebbe andato con quell’iniziativa, destinata a smantellare- se ci fosse stata davvero- una trama eversiva sul piano istituzionale, essendo Andreotti, il referente politico di Lima, presidente del Consiglio in carica.

 

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Amico personale del ministro democristiano Calogero Mannino, per via delle mogli che avevano frequentato la stessa o le stesse scuole, Falcone gli confidò la situazione ancora più a rischio in cui si sentiva. E di cui poi informò forse anche il presidente del Consiglio, col quale di sicuro ebbe comunque un colloquio di prima mattina nell’ufficio personale dello stesso Andreotti.

Mannino di sua iniziativa ritenne opportuno confidarsi a sua volta con Cossiga, che al Quirinale condivise le preoccupazioni di Falcone e dell’amico e cominciò a pensare come aiutare il magistrato. Che egli aveva già avuto modo di apprezzare, nonostante le bocciature riservategli da un Consiglio Superiore della Magistratura da lui stesso presieduto per dettato costituzionale: un Consiglio col quale Cossiga notoriamente non aveva un buon rapporto.

Un’idea venne al capo dello Stato parlandone con l’allora ministro della Giustizia Giuliano Vassalli. Ma era un’ipotesi -la nomina a direttore degli affari penali del dicastero di via Arenula- in quel momento impraticabile perché un direttore a quel posto era stato nominato da poco. Vassalli s’impegnò a lavorarvi sopra.

Non appena si liberò la casella della direzione della giustizia civile, Vassalli predispose gli atti per trasferirvi il direttore degli affari penali informandone, per legge, Palazzo Chigi. Dove Andreotti non era certamente un uomo distratto, per cui si affrettò a informarsi più minutamente di quanto stesse accadendo e consentendo all’idea di destinare a Falcone la direzione della giustizia penale che si stava liberando.

Nelle more, diciamo così, di questo cambiamento Vassalli fu però nominato giudice costituzionale, nel 1991. E gli subentrò alla Giustizia il vice presidente del Consiglio Martelli, che completò l’operazione: altro che su consiglio, come ha detto in una intervista al Fatto Quotidiano, del “professore Federico”.

Dirò di più. Il povero Falcone, già consapevole delle polemiche che sarebbero scoppiate nella sua categoria per il passaggio al Ministero della Giustizia, per quanto affollato di magistrati, con uffici destinati per legge proprio a loro, ebbe qualche esitazione ad accettare la nomina quando a formalizzarla dovette essere Martelli. E questo non perché non lo stimasse, ma solo per essersene dovuto occupare come magistrato una volta, quando scoppiarono sospetti, rivelatisi poi infondati, di un soccorso elettorale della mafia alla lista elettorale siciliana del Psi guidata proprio da Martelli.

Ancora una volta a sciogliere il nodo fu Cossiga, che chiamò Falcone al Quirinale dicendogli affettuosamente che da quella stanza in cui si trovavano non lo avrebbe fatto uscire sino a quando non gli avesse assicurato l’accettazione della nomina. E così avvenne.

Purtroppo neppure il trasferimento a Roma riuscì a salvare Falcone dalla vendetta della mafia, che nei suoi riti delinquenziali volle ucciderlo in terra siciliana, scartando l’ipotesi, affacciatasi in un primo momento, di un attentato contro di lui nella Capitale.

 

 

 

 

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