L’omaggio della sindaca Raggi al suo predecessore Darida in Campidoglio

La sindaca grillina di Roma, Virginia Raggi, ha una volta tanto sorpreso piacevolmente i tradizionalisti, specie in un momento in cui costoro potevano aspettarsi qualche gesto di cattivo umore per l’offensiva della ramazza scatenata contro di lei dal Pd. Che ha movimentato la domenica con i militanti in tenuta gialla, scope, pale e sacchi per raccogliere le immondizie sparse per la città.

Nonostante questi grattacapi, per non parlare degli altri accumulatisi nei mesi e nelle settimane precedenti, la sindaca ha tenuto a rispettare la tradizione di ospitare per l’ultima volta nell’aula Giulio Cesare chi ha avuto la ventura, o svenura, secondo i casi, di guidare l’amministrazione capitolina.

E così il feretro di Clelio Darida, sindaco democristiano di Roma dal 1969 al 1976, in un periodo denso di lavoro, dall’inizio della costruzione della metropolitana alla panoramica di Monte Mario, dal risanamento delle borgate al decentramento circoscrizionale, è stato deposto nell’aula del Consiglio Comunale. Dove in quei sette anni Darida era stato protagonista di varie maggioranze, l’ultima delle quali anticipatrice della “solidarietà nazionale” realizzata a livello nazionale da Aldo Moro e Giulio Andreotti, l’uno al partito e l’altro governo, con l’appoggio esterno dall’allora Pci di Enrico Berlinguer.

Oltre a rispettare la tradizione dei sindaci di Roma che si accomiatano anche da morti dall’aula Giulio Cesare, la sindaca grillina ha atteso personalmente l’arrivo del feretro, ha ospitato le figlie di Darida nel suo ufficio affacciato sui Fori Imperiali, lo stesso nel quale aveva lavorato il papà nei setti anni della sua amministrazione, ed ha lasciato la stanza a loro disposizione per tutta la durata dell’esposizione del feretro, fra le 8,30 e le 14.

Quello della sindaca Raggi è stato, a suo modo, anche un gesto riparatore rispetto all’abitudine del suo movimento di liquidare il passato come un’epoca di nefandezze, quando bastava un avviso di garanzia per liquidare l’avversario politico di turno e condannarlo in piazza all’infamia perpetua.

Nella falsa epopea di Mani pulite a Darida, già ministro della Giustizia, oltre che ex sindaco di Roma, toccò anche la nefandezza -essa sì- di un arresto ingiusto per corruzione, ordinato dai soliti -allora- magistrati di Milano. Che si erano appropriati di un’indagine spettante e poi restituita dalla Corte di Cassazione a Roma, dove Darida fu prosciolto senza essere neppure rinviato a giudizio.

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