de Bortoli protegge la Boschi dal suo incendio

Per quanto di lungo corso giornalistico, non ho mai avuto l’occasione, e tanto meno il piacere, di incrociare professionalmente Ferruccio de Bortoli. Ma per la simpatia che, a torto o a ragione, egli mi ha ispirato spesso vedendolo in televisione e leggendolo, specie quando perse la pazienza con l’allora potentissimo Matteo Renzi e gli diede del “maleducato di talento”, forse a ragione se ci fu davvero lo zampino dell’allora presidente del Consiglio nella interruzione della sua seconda direzione del Corriere della Sera, gli auguro sinceramente di non fare la pessimistica previsione formulatagli dal mio amico Piero Sansonetti.

Se poi questa previsione dovesse avverarsi, cioè se i grillini, da tempo alla disperata ricerca di un vero candidato alla guida del loro fantomatico governo, dietro gli aspiranti di bandiera Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista, e al posto di Pier Camillo Davigo, che ha appena escluso di voler passare dalla magistratura alla politica, dovessero davvero mettere gli occhi e le mani su de Bortoli, l’ex direttore del Corriere non potrebbe lamentarsene. Nè fingere di cadere dal pero, stupito di tanta attenzione e interesse da parte di chi, ad occhio e croce, non mi pare che corrisponda alla sua maniera di vivere e di pensare, almeno per come egli ha vissuto e pensato sino all’altro ieri.

Dio mio, capisco che il piatto della vendetta va servito e mangiato freddo, perché caldo è insipido, almeno per chi vuole gustarsi lo spettacolo della cattiva digestione che ne fa l’avversario. Capisco che qualche sassolino dalle scarpe de Bortoli potesse averlo e volesse quindi toglierselo via, stanco di camminare male. Ma forse l’ex direttore del Corriere ha sbagliato i gradi del freddo, non so se in difetto o in eccesso.

I due anni trascorsi dall’allontanamento di de Bortoli dalla direzione del Corriere, al quale tuttavia il nuovo direttore e relativa proprietà ,naturalmente, gli hanno consentito e consentono di collaborare come editorialista, e non come recensore di libri e cose simili, sono caduti disgraziatamente nel bel mezzo di una lunghissima campagna elettorale. Che è quella in corso dal 4 dicembre, cioè dalla clamorosa e pesantissima sconfitta referendaria di Renzi, e dell’allora ministra Maria Elena Boschi, sulla riforma costituzionale, che ne portava i nomi. Un libro come quello di Ferruccio de Bortoli, con tutto il casino politico che ha già scatenato e che cade in campagna elettorale, diventa di per sé un evento non letterario, non giornalistico ma politico, appunto. E come politico, esso si può prestare a tutti i sospetti, o le strumentalizzazioni, come preferite.

Strumentalizzazioni -penso, forse diversamente da Sansonetti- sono quelle che stanno facendo i grillini usando il libro di de Bortoli per imbastire il nuovo processo di piazza, ma anche di Parlamento, dove reclamano dibattiti e quant’altro, non potendo depositare una mozione di sfiducia individuale contro una sottosegretaria. Che sarebbe naturalmente la Boschi, della quale l’opposizione pentastellata reclama le dimissioni, non disponendo ancora delle manette, per avere chiesto due anni fa, secondo le rivelazioni di de Bortoli, all’Unicredit guidato da Federico Ghizzoni l’acquisto della Banca Etruria vice presieduta dal papà per salvarla dal dissesto.

Il fatto che questo acquisto, ammesso e non concesso che fosse stato chiesto, suggerito, supplicato, ordinato, come preferite, non si sia poi verificato perchè, secondo la stessa versione di de Bortoli, Ghizzoni non lo ritenne né conveniente né utile, dopo averne fatto esaminare la pratica agli uffici del suo istituto, secondo i grillini e quanti stanno andando loro indietro non ha alcuna importanza. Il cosiddetto conflitto d’interessi, secondo loro, si sarebbe consumato lo stesso. E quindi, via la Boschi dal governo, e a casa.

Chiamatemi pure ingenuo, sino alla stupidità, ma con questo modo di ragionare e di processare, anche una banale raccomandazione dovrebbe essere scambiata per un reato, quanto meno tentato. D’altronde, non risponde anche a questa deformazione mentale il reato -questa volta vero, messo nel codice, e non a caso già contestato in una indagine al padre di Renzi, sia pure utilizzando una intercettazione manomessa- il cosiddetto traffico di influenze illecite? A diventare influente in questo curioso Paese è pericolosissimo. Cercasi ininfluente, si dovrebbe mettere negli avvisi delle aziende, dei giornali, delle famiglie. Quando più sei influente, o solo sembri di essere, più rischi di essere scambiato per un potenziale delinquente.

Lo stesso de Bortoli, visto che adesso senza sassolini nelle scarpe cammina più comodo e sta più sereno, per abusare di un aggettivo rovinato da Renzi -sempre lui- quando lo adoperò con Enrico Letta prima di sostituirlo a Palazzo Chigi, ha sentito il bisogno di fare una precisazione di fronte alla gazzarra politica scatenata in suo nome dai grillini.

In particolare, l’ex direttore del Corriere della Sera, pur sfidando la furente sottosegretaria Boschi a presentare davvero contro di lui la querela o denuncia annunciata o minacciata, ha tenuto a far presente di non averla accusata di avere esercitato “pressioni” di sorta su Ghizzoni per l’acquisto della Banca Etruria. Ma allora dov’è stato e dov’è il problema che lui stesso ha finito per portare nel dibattito politico con il suo libro raccontando della richiesta della Boschi all’Unicredit ?

Un’altra cosa l’ex direttore ma ancora influente, molto influente Ferruccio de Bortoli, di fronte al quale chi scrive è solo una monnezza, deve permettermi di fargli osservare. Diffido francamente della ossessione ch’egli mi sembra avere della massoneria, di cui ha a lungo scritto nel suo libro e il cui “sentore” rimproverò a Renzi, che forse ha agli occhi di de Bortoli l’aggravante di essere toscano. Di essere nato cioè, cresciuto e residente in una regione dove la massoneria è sempre stata considerata, a torto o a ragione, dominante.

L’ho già ricordato in altra sede ma voglio ripeterlo qui. Quando, nel 1983, uscito dal Giornale di Indro Montanelli con il collega e amico Enzo Bettiza, fui assunto alla Nazione di Firenze come editorialista -e Bettiza come direttore editoriale anche del Resto del Carlino– fui avvicinato da un autorevole collega che mi chiese se fosse vera la voce che prima io e poi Bettiza avessimo trattato l’assunzione direttamente con l’editore, che era Attilio Monti. Di cui avevamo incolpevolmente attirato l’attenzione col chiasso che fece la nostra rottura con Montanelli. Alla mia risposta affermativa il collega ebbe la sfrontatezza, o stupidaggine, come preferite, di chiedermi a quale loggia massonica appartenessimo Bettiza ed io.

Assicuro de Bortoli che, per quanto mi riguarda, ho indossato un grembiule solo alla scuola elementare. E altrettanto vale naturalmente per Bettiza, se si usava anche nella sua Dalmazia il grembiule nella scuola elementare.

 

 

         Pubblicato su Il Dubbio

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