L’ordine è tornato sul Colle dopo le proteste di Mattarella per i manganelli

Dal Dubbio

Per quanto garantitosi -accorto com’è sul piano costituzionale e politico- con il consenso ottenuto senza molta fatica dal ministro dell’Interno in una lunga telefonata, e anche con una informazione personale alla premier sulla propria iniziativa, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella si è scomodamente trovato sui giornali per qualche giorno come il capo dell’opposizione, anzi delle opposizioni.

Mattarella e Piantedosi al Quirinale

La sua protesta contro l’uso, cioè l’abuso dei manganelli in piazza contro ragazzi in manifestazioni di protesta, e le inchieste che ne sono seguite sul piano disciplinare, fra le stesse forze dell’ordine, e su quello giudiziario nella Procura di Pisa, hanno esposto il capo dello Stato a fraintendimenti forse superiori alle sue aspettative. Fra i quali temo che abbiano prevalso sulle strumentalizzazioni delle opposizioni, giunte a chiedere le dimissioni del pur consenziente ministro dell’Interno con Mattarella, gli errori -a dir poco- di esponenti della maggioranza e dello stesso governo.

         Penso, per esempio, al deputato Giovanni Donzelli, del partito della premier, e soprattutto al vice presidente leghista del Consiglio Matteo Salvini. Che, anzichè riconoscersi nei giudizi e nell’iniziativa del capo dello Stato, ha rifiutato un commento a chi glielo chiedeva, o prima ancora che glielo chiedesse. Ed ha preso delle forze dell’ordine una difesa pregiudiziale e assoluta, smentita dalle inchieste nel frattempo aperte e dalla stessa storia del suo movimento. Nella cui sede un dirigente già allora di primo piano, che sarebbe diventato addirittura ministro dell’Interno, il compianto Roberto Maroni, prese a morsi alle gambe alcuni agenti di Polizia impegnati nel loro servizio d’ordine. Eh, se solo Salvini e altri, magari non solo del suo partito, pensassero un po’ di più prima di parlare.

         Il disordine, chiamiamolo così, involontariamente provocato da Mattarella con le sue telefonate a Piantedosi e alla Meloni e col suo comunicato sul manganello “fallimentare” nell’uso contro i ragazzi, è durato fortunatamente poco, con sollievo -credo- del presidente della Repubblica per primo.

         L’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte si è già ripreso il suo posto, conteso dalla segretaria del Pd Elly Schlein, o viceversa, di capo dell’opposizione, al singolare non se più arbitrario o miracoloso, aprendo un altro contenzioso col governo sul piano della politica estera.

Meloni al G7 a Kiev

L’ombra di Conte s’intravvede, in particlare, dietro la rumorosa protesta del Fatto Quotidiano, su tutta la prima pagina di ieri, contro l’accordo decennale di solidarietà e assistenza firmato a Kiev da Giorgia Meloni con Zelenky a nome dell’Italia in occasione del G7 svoltosi nella capitale ucraina nell’ormai terzo anno della guerra d’invasione “denazificante” chiamata a Mosca “operazione speciale”. L’intesa sarebbe stata studiata apposta “senza passare dal Parlamento”, ha protestato il giornale generalmente in sintonia con l’ex premier, Che è ancora considerato sotto le cinque stelle il migliore capo del governo avuto dall’Italia dopo la buonanima di Camillo Benso di Cavour.

Giuseppe Conte

         E’ prevedibile, con questo tipo di protesta, una campagna per reclamare e ottenere un passaggio parlamentare di formale o sostanziale ratifica dell’accordo. Ma è altrettanto prevedibile la partita difficile che si aprirebbe in questo caso fra le opposizioni, in particolare fra il Pd e il Movimento 5 Stelle e all’interno del Pd, per arrivare a un comune comportamento, o pasticcio.  Una partita nella quale Conte, come al solito, partirebbe in vantaggio su posizioni radicalmente contrarie, anche se gli aiuti italiani all’Ucraina dopo l’invasione russa cominciarono col governo Draghi di cui era ministro dagli Esteri l’ancora grillino Luigi Di Maio. Che ruppe col suo partito protestando pubblicamente contro i contatti fra Conte e l’ambasciata russa a Roma per disimpegnarsi dalla linea di appoggio all’Ucraina. Seguirono anche per questo, se non soprattutto per questo, una crisi di governo e le conseguenti elezioni anticipate del 2022, con un Pd guidato da Enrico Letta su posizioni che ancora oggi Conte definisce “belliciste” e attribuisce anche alla Schlein, in “elmetto” come il suo predecessore

         Il ritorno alla questione ucraina chiude definitivamente anche la parentesi del manganello attribuito disinvoltamente a Mattarella contro il governo. E’ arcinota la posizione antiputiniana del capo dello Stato sull’Ucraina, anche se Putin ha recentemente dichiarato a Mosca, sorprendentemente creduto un po’ da Zelensky a Kiev, che in Italia gode ancora di molte simpatie, o quasi.

Pubblicato sul Dubbio

Giuseppe Conte è il vero vincitore in Sardegna, più della sua Alessandra Todde

Alessandra Todde

         Eppure la giornata destinata -salvo sorprese nel finale abitualmente ritardato dei conteggi elettorali sardi- a segnarne il successo con l’elezione della sua candidata Alessandra Todde alla presidenza della regione, sia pure di stretta misura sul concorrente del centrodestra voluto con infelice ostinazione da Giorgia Meloni, era cominciata come peggio non si poteva per Giuseppe Conte, costretto in piazza a Roma a difendersi da uno che gli rimproverava di avere governato col Pd. Nella inusuale posizione di contestato, l’uomo era smarrito. Non sembrava più il migliore capo del governo avuto dall’Italia dopo il conte -con la minuscola, ma vero- Camillo Benso di Cavour decantato sul Fatto Quotidiano da Marco Travaglio. Che, con lui, si è presa la sua rivincita in Sardegna con la vittoria, pur non ancora provvista di tutti i bolli dell’ufficialità, della contiana ex sottosegretaria grillina dal “populismo gentile e competente”, ha scritto l’ammiratore.

Conte contestato a Roma

         Di Conte invece, con la maiuscola, Travaglio ha scritto, nel quinto dei sei punti in cui ha articolato il bollettino della vitttoria, che “oltre al buon ricordo lasciato come premier, l’arma segreta è il fatto di essere il leader più sottovalutato del mondo”. Ripeto. del mondo. quello “terracqueo” che procurò la derisione alla Meloni che lo aveva indicato per descrivere la dimensione della guerra dichiarata agli scafisti che commerciano con i migranti clandestini mandandoli spesso più in fondo al mare che sulle coste italiane o sulle navi del soccorso non certo casuale del cosiddetto volontariato.

Ancora Conte contestata a Roma

         Ma l’ultimo dei sei punti del bollettino della vittoria scritto dal cantore di Conte mi sembra il più appropriato politicamente per valutare lo scenario apertosi in Sardegna. Che dovrebbe non fare esultare ma disperare il Pd, praticamente destinato ad andare a rimorchio dei candidati dell’alleato anche disponendo di più voti.

Marco Travaglio sul Fatto Quotiidiano

         “Dopo le fumisterie e le ambiguità fin qui esibiti sui temi più caldi per tenere insieme i vari Pd- dice il bollettino Travaglio, nuovo Diaz della storia d’Italia- la Schlein dimostra che quando compie una scelta netta l’azzecca: quella di scaricare i Soru e gli Zedda, che han fatto il loro tempo (altro che terzo mandato) e puntare sulla più fresca Todde. Il che non vuol dire che ora Pd e M5S debbano andare insieme ovunque a qualunque costo: dipenderà dalla carica di novità dei candidati”….grillini. Ora bisogna vedere se e quanto potrà resistere la Schlein nel suo partito a questa funzione ancellare assegnatale da Conte nella prosa di Travaglio.

Ripreso da http://www.startmag.it e www,poliymakermag.it 

Contestato alla Meloni dai grillini l’accordo decennale con l’Ucraina

Titolo di Domani

Nonostante le apparenze – che  danno ancora in corso lo “scontro istituzionale” annunciato, per esempio, su Domani a proposito dell’intervento del presidente della Repubblica sul ministro dell’Interno per lo spreco di manganelli contro i ragazzi manifestanti in piazza- è giù finita la festa delle opposizioni. Dalle quali era partita anche la solita richiesta delle dimissioni del ministro, pur dichiaratosi d’accordo con le proteste o preoccupazioni del capo dello Stato e affrettatosi a disporre indagini all’interno delle forze dell’ordine, in aggiunta a quelle disposte dalla magistratura per individuare i responsabili di eventuali abusi.

Titolo del Fatto Quotidiano

         Giuseppe Conte, per esempio, ha smesso di applaudire un Sergio Mattarella messo per qualche ora a capo delle opposizioni, proprio al posto peraltro cui aspira lui in concorrenza con la segretaria del Pd Elly Schlein, ed ha mandato avanti i suoi amici del Fatto Quotidiano, o s è lasciato  da loro precedere, nel denunciare lo scandalo, secondo lui, della premier Giorgia Meloni che ,“senza passare dal Parlamento”,  ha profittato della riunione del G7 a Kiev da lei stessa promossa per sottoscrivere con Zelensky un piano decennale di assistenza dell’Italia all’Ucraina, Che è  appena entrata nel terzo anno della guerra di aggressione intentatale dalla Russia di Putin. “Pronti a intervenire in 24 ore”, ha riassunto il contenuto e il senso dell’accordo italo-ucraino il giornale diretto da Marco Travaglio.

Titolo di Repubblica sulle elezioni sarde

         Così., con questa nuova offensiva sul terreno della politica estera, ed europea, che ha contribuito ad accelerare l’incontro dei prossimi giorni della Meloni col presidente americano alla Casa Bianca, è diminuito anche l’interesse per le elezioni regionali sarde, di cui si attendono in serata i risultati. “Todde può sperare” ha titolato la Repubblica di carta nonostante “l’affluenza stabile” registrata alle urne, con ciò sottintendendo che alla candidata grillina alla presidenza della regione sostenuta da un Pd spaccato per la rivolta di Renato Soru sarebbe stata più utile una maggiore partecipazione alle urne.

Titolo del Fatto Quotidiano sulla Sardegna

         Il guaio, per la Todde, è però che non solo non è cresciuta l’affluenza, a dispetto dell’annuncio del Fatto Quotidiano in prima pagina, ma non c’è stata neppure la “tenuta” stabile del titolo di Repubblica. L’affluenza alle urne nell’isola è calata ulteriormente dal 53,7 per cento delle elezioni regionali del 2019 al 52,4 di ieri. La matematica non è ancora diventata un’opinione.

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Mattarella “manganella” il ministro dell’Interno col suo consenso

il manifesto di ieri e, sopra, quello di oggi

Il “giù le mani” col quale il manifesto ha tradotto su tutta la sua prima pagina oggi la protesta del presidente della Repubblica Sergio Mattarella per l’abuso che sarebbe stato fatto contro i dimostranti in piazza da parte delle forze dell’ordine è il secondo tempo della partita cominciata ieri sullo stesso giornale della sinistra ancora orgogliosamente comunista gridando contro “il vizietto” della durezza degli interventi della Polizia. Un secondo tempo, direi, conforme al primo, coerente l’uno con l’altro, e quindi in grado di sostenere l’appropriazione politica, da parte di quel giornale e, più in generale, della sinistra all’opposizione del governo, della decisione presa da Mattarella di avvalorarne le proteste con una telefonata critica, preoccupata e quant’altro al ministro dell’Interno. E col comunicato che ne è seguito al Quirinale.

Screeno Rossi sulla Stampa

         Altro che “una telefonata d’alleggerimento”, come il vignettista Stefano Rolli sulla prima pagina della Stampa l’ha fatta definire dallo stesso Mattarella. Alleggerimento condiviso, forse persino con qualche ringraziamento del ministro, sicuramente con la promessa di dare nuove disposizioni, eseguire o fare eseguire dai sottoposti accertamenti e punire eventuali abusi precedendo la magistratura. Diciamo pure la verità, riconoscendo al manifesto il buon gusto di non avere ceduto alla tentazione cui invece cedo io di immaginare o rappresentare come un manganello il telefono impugnato da Mattarella nella conversazione col ministro Piantedosi. Come ka buonanima di Francesco Cossiga, sempre al Quirinale, si divertiva a chiamare “piccone” quello che usava frequentemente reagendo agli attacchi altrui o promovendone lui direttamente. Ne aveva uno d’argento in miniatura sulla scrivania regalatosi da solo.

La premier Meloni a Kiev

         Non vorrei comunque che si dimenticasse, nella valutazione di questo affare politico sgradevolmente  esploso in un momento di grande esposizione internazionale del governo – con la premier a Kiev per un G7 di rinnovato sostegno all’Ucraina aggredita  dalla Russia di Putin, dove si mandano ancora a morire gli opppositori in Siberia- che un altro nanganello è stato figurativamente usato in questi giorni dal capo dello Stato. Usato questo volta insieme a quelli per niente figurati delle forze dell’ordine contro i dimostranti che scendono in piazza per preferire i terroristi palestinesi di Hamas agli israeliani che si difendono dai loro attacchi. Essi profittano dell’occasione per insultare uomini e donne del nostro governo, macchiiarne di rosso-sangue le immagini e bruciarle tra danze di festa oscena.         

Giochi di piazza

I due Mattarella, nati nello stesso giorno, nello stesso anno e nella stessa ora, non possono essere scissi a piacimento, secondo le convenienze. Vanno presi sul serio insieme. Altrimenti si bara al gioco e si fa carta straccia della Costituzione che pure si vorrebbe difendere di giorno e di notte da riforme che tornerebbero a minacciarla.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Una Giorgia Meloni tutta da esportazione, fra Kiev e Casa Bianca

Giorgia Meloni

Per quanto alla vigilia di elezioni sarde da alcuni ritenute particolarmente rischiose per il candidato che ha praticamente imposto alla presidenza della regione contro quello sostenuto dall’alleato Matte Salvini, e comunque gambizzato alla fine dalle solite, puntuali iniziative giudiziarie, la versione di Giorgia Meloni è in questi giorni da esportazione. Non a caso supportata dalla difesa che ha voluto prenderne pubblicamente il presidente della Repubblica Sergio Mattarella da un’opposizione villana -come quella del presidente della Campania Vincenzo De Luca, che le ha dato prima della “stronza” e poi della “stracciarola”- e persino violenta, con le fiamme appiccate alle sue immagini.

Putin

         Mentre Putin ostenta la sua forza contro l’Occidente ignorandone le proteste per avere fatto o lasciato morire in Siberia il suo principale oppositore Alexey Novalny  ed entrando con la solita ferocia nel terzo anno della guerra all’Ucraina, la premier italiana corre a Kiev in qualità di presidente di turno del G7 per confermare il sostegno a Zelensky. E va poi a trovare alla Casa Bianca il presidente americano Joe Biden. Di cui certamente non ripeterà il “figlio di puttana” appena gridato al despota che si considerava post-sovietico ma neppure confermerà le simpatie di cui Putin si è vantato di disporre da noi parlando con una compiacente e compiaciuta italiana che studia a Mosca e aspira diventarne cittadina. Non sembra trattarsi di una leghista, per fortuna di un Salvini avventuratosi già troppo di suo in quella direzione, persino incerto delle responsabilità di Putin sulla fine di Navalny.

Tajani al congresso di Forza Italia

         Gli impegni e l’esposizione internazionale della premier riduce l’attenzione sulla politica interna e sulle beghe di un po’ tutti i partiti. Fra i quali ce n’uno -Forza Italia-che ha affrontato praticamente il suo vero e primo congresso perdendo per strada la suspense che avevano promesso quanti, per esempio, sollecitavano nei mesi scorsi un regolarmente che consentisse chissà quali e quante candidature alternaiive al segretario sostanzialmente reggente Antonio Tajiani.  Di cui invece sembra scontata la conferma senza concorrenti col rito tutto berlusconiano e antico dell’acclamazione.

Weber e Tajani

 Sarà comunque un segretario molto assistito, aiutato da ben quattro vice, e molto deciso -ha promesso anche esplicitamente- a sorpassare elettoralmente nella coalizione di governo i leghisti, rappresentati in sala solo dalla deputata Simonetta Matone, non foss’altro per aumentare il potere contrattuale del suo partito nei rapporti con la premier.  Fanno naturalmente il tifo per lui dall’estero i dirigenti del partito popolare europeo, il cui presidente ha voluto abbracciare Tajani su palco congressuale.  

Ripreso da http://www.statmag.it e http://www.policymakermag.it

Il casino sul terzo mandato che la Lega ha fatto scoppiare nel Pd della Schlein

Da Libero

No. Questa partita del terzo mandato, chiamiamola così, pensando ora ai presidenti delle regioni e poi ai sindaci, non è stata giocata male da Matteo Salvini. O così male come appare dall’autorete che ha voluto rimediare in commissione al Senato facendo votare e bocciare dalle opposizioni e dai suoi stessi alleati la proposta di sblocco dei due mandati.

         Pur senza trovare il santo in paradiso che sulla questione del ponte sullo stretto di Messina ha accecato gli oppositori indirizzandoli verso una battaglia giudiziaria, una vota perduta quella politica, Salvini ha risolto da sé il problema -ripeto- del terzo mandato investendo astutamente più sulle debolezze altrui che sulla propria forza. O sull’interesse, che gli contestano a torto a ragione, di volere fare confermare al posto che ha l’amico e collega di partito governatore del Veneto, Luca Zaia, per non trovarselo poi fra piedi come concorrente alla guida del Carroccio.

Altro che le orecchie d’asino applicate a Salvini da Stefano Rolli

         Un attimo dopo avere incassato per la sua apparente autorete nella commissione competente del Senato le spallucce degli alleati decisi o rassegnati, secondo i gusti, ad affrontare in aula il secondo tempo della partita, possibilmente dopo le elezioni europee di giugno, in un quadro più chiaro dei rapporti di forza nella coalizione di governo, Salvini ha potuto godersi la rivolta esplosa nel Pd contro la Schlein. Alla quale per la prima volta, se non ricordo male, l’ex concorrente e ora presidente del Pd Stefano Bonaccini, governatore dell’Emilia Romagna non estraneo di certo all’ipotesi di un terzo mandato, ha contestato alla segretaria Elly Schlein il mancato rispetto di impegni evidentemente presi non nel senso di un voto contrario. Che peraltro ha ancora una volta accomunato la stessa Schlein a Giuseppe Conte. Che da Beppe Grillo, garante e nel tempo stesso consulente retribuito, ha ereditato un Movimento dove il terzo mandato viene vissuto sotto moltissimi aspetti, personali e politici, come una tragedia. Un mostro di cui avere paura di giorno e di notte.

         Alla ripresa della partita, già in aula al Senato o nelle prove di allenamento che la precederanno, Matteo Salvini e Giorgia Meloni, o viceversa, come preferite, potranno trovarsi in condizioni migliori di Schlein e Bonaccini. Il riequilibrio dei rapporti di forza locali, a vario livello amministrativo, è nel Pd molto più difficile e rischioso che nel centrodestra in genere, o fra alcune delle sue componenti in particolare.

Vincenzo De Luca e Giorgia Meloni

  Non dinentichiamo che ad avvertire e temere il soverchiante peso degli amministratori fu a suo tempo nel Pds-ex Pci Massimo D’Alema liquidando come “cacicchi” i sindaci. Rispetto ai quali i governatori, o come altro preferiscono definirli le parrucche costituzionali, sono diventati ancora più ingombranti. E anche villani, come il presidente della Campania Vincenzo De Luca dimostra ogni volta che parla, poco importa se di avversari o alleati. La Meloni sta ancora aspettando le scuse per la “stronza” neppure tanto sussurrata nei corridoi della Camera da De Luca, appunto, sceso a Roma per guidare la rivolta contro le autonomie regionali differenziate. Che peraltro furono istituite dalla stessa sinistra con una riforma costituzionale approvata a suo tempo nella vana illusione di scongiurare il ritorno di Silvio Berlusconi e Umberto Bossi all’alleanza interrottasi alla fine del 1994 su sollecitazioni dell’allora capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro. Che salutava Bossi al Quirinale, ogni volta che ne attraversava il portone, come un liberatore. 

         Capisco il timore espresso qui da Daniele Capezzone di qualche fraintendimento nelle votazioni sarde di ciò che è accaduto in commissione al Senato sul terzo mandato, con una coalizione di governo spaccata e un’opposizione apparentemente unita. Ma penso di conoscere gli elettori sardi della mia terra, dopo quella di nascita e di adozione professionale, abbastanza bene per non fasciarmi la testa prima di essermela rotta. No. Questa volta, ripeto, Salvini ha giocato bene la sua partita.

Pubblicato su Libero

Ripreso da http://www.startmag.it il 25 febbraio

Due crisi, di destra e di sinistra, esplose in Senato sul terzo mandato regionale

Titolo di Repubblica

Davvero curiosa “la crisi del terzo mandato” gridata con entusiasmo da Repubblica per la “maggioranza divisa” è spiegato nel titolo- in occasione del voto in commissione al Senato sulla proposta della Lega di superare il blocco dei due mandati dei presidenti delle regioni. O “governatori”, come ci siamo abituati a chiamarli fra i lamenti degli esperti della materia, con o senza la parrucca dei professori.  

Da Libero

         Davvero curiosa, e simmetrica, anche la preoccupazione levatasi da Libero. Il cui  direttore editoriale Daniele Capezzone, preoccupato dal disorientamento che potrebbero avvertire domenica in Sardegna gli elettori di un centro diviso così clamorosamente spaccatosi al Senato, ha tirato le orecchie alla coalizione di governo in un editoriale titolato: “non litigate sul terzo mandato”.

Dal Foglio

         In verità, l’unico o maggiore scontro nel centrodestra avvenuto sulla faccenda è quello raccontato sul Foglio tra il presidente meloniano della Commissione senatoriale, stupito dell’insistenza del leghista Massimiano Romeo nel far votare una proposta bocciata in partenza per come si si erano schierate le forze in campo, e lo stesso Romeo. Che gli ha gridato: “Ci dovete  mandare sotto. Ci dovete massacrare. Massacrare. Non ci siete solo voi.  Non la ritirerò mai. Hai capito? Mai. E’ una battaglia identitaria, Continueremo. Basta”.

  In effetti ci sarà un secondo tempo della partita, in aula, prevedibilmente dopo le elezioni europee di giugno, dove e quando si potranno avere sorprese di ripensamenti non tanto nella maggioranza quanto nell’opposizione: più in particolare nel Pd. La cui segretaria Elly Schlein ha lo stesso interesse dalla Meloni, nella maggioranza, di cambiare gli equilibri interni alle amministrazioni locali, maturati prima di lei. Ma non ha la stessa capacità di Meloni, mancandole il governo, di far cambiare parere ai resistenti, chiamiamoli così, ricorrendo ad una crisi nazionale di governo che li stenderebbe al tappeto con il loro partito.

         Le proteste levatesi dall’interno del Pd sulla posizione fatta assumere in commissione al Senato sono state parecchie, a cominciare da quella del presidente dello stesso Pd e dell’Emilia Romagna, Stefano Bonaccini, contro i “patti non rispettati” dalla segretaria.

La prima pagina del Riformista

         In questa situazione hanno molto ben rappresentato le cose sia Il Fatto Quotidiano col fotomontaggio in prima pagina in cui fra i “potentissimi” aspiranti al terzo mandato si  vedono in piedi sulla stessa poltrona, da sinistra a desra, i piddini Vincenzo De Luca e Bonaccini. leghisti Attilio Fontana e Luca Zaia e il post-forzista, chiamiamolo così, governatore della Liguria Giovanni Toti. Di identico segnale o significato politico è la prima pagina del Rifomista con quella Eddy che “sceglie” Giorgia per “rottamare gli amministratori del Pd” diventati anche per lei, come una volta nel Pds-ex Pci per Massimo D’Alema, dei fastidiosi “cacicchi”.  Ricordate? I soliti corsi e ricorsi politici, e non solo storici.  

I poco santi protettori del guastafeste leghista Matteo Salvini

Non so se più in Paradiso o all’Inferno, per quanto considerato vuoto di recente dall’ottimistico Papa Francesco, quel pasticcione di Matteo Salvini deve avere un grande protettore, Che lo soccorre nei momenti di difficoltà accecando i suoi avversari e facendogliene fare più grosse di lui.

Dal Foglio

         Il Foglio non ha forse sbagliato titolando non tanto sul comizio di Cagliari, quanto sulla foto del palco contenente i leader nazionali del centrodestra accorsi a sostenere il candidato a “governatore” nelle elezioni regionali di domenica, che “la paura sarda è più forte del gelo fra Meloni e Salvini”. Fisicamente accanto, in effetti, ma  sottopelle  distanti.

Da Repubblica

         Non ha neppure sbagliato, una volta tanto, Repubblica a vedere fra la premier Gorgia Meloni e il suo vice presidente del Consiglio leghista un “muro”, esagerando comunque nello scambiare per “riforme” quelle che li separerebbero Riforma sicuramente è quella del premierato, per l’elezione diretta del presidente del Consiglio, su cui in effetti i partiti della Meloni e di Salvini si sgambettano un giorno sì e l’altro pure. Dubito invece che si possa scambiare per riforma la rivendicazione di un terzo mandato dei presidenti delle regioni. E dei sindaci che si sono o sono stati accodati in una vertenza che mi sa tanto di banalissimo potere, a volte di carattere persino personale e non di partito, di una combinazione ambigua.

Il compianto Navanly

         Riuscito in questo groviglio di problemi  a inguaiarsi anche sul clamoroso caso Navamly, praticamente dubitando che l’oppositore russo sia stato mandato da Putin a morire in Siberia riuscendo pienamente nella missione di sfida anche a tutto il mondo, come con la guerra in Ucraina, Salvini ha avuto dalle opposizioni in Italia il regalo di un’offensiva non più soltanto politica ma giudiziaria contro il suo maggiore obiettivo di minisro delle Infrastrutture: il ponte sullo stretto di Messina.

Il progetto del ponte

         Ricevuto l’esposto dal verde Bonini e compagni, fra i quali la segretaria armocromatica del Pd Elly Schlein, la Procura della Repubblica di Roma ne ha fatto un fascicolo giudiziario con relative indagini. Alle quali temo che non mancheranno colpi scenici come il sequestro dei tutti i plastici del manufatto fra i quali Salvimi si muove quando si distrae dalle altre azione di disturbo al governo e alla maggioranza di cui fu parte.

Dalla Stampa

         Sotto il titolo appropriato di un “suicidio di massa” Mattia Feltri sulla prima pagina della Stampa ha tirato le orecchie a quell’”amico”, ma anche asino politico, che ha azionato un’iniziativa utile solo ad ammazzare quel che resta del Parlamento e fare apparire Salvini un gigante boicottato da sprovveduti.

Mattia Feltri sulla Stampa

         Mattia si è giustamente chiesto “che opinione dovrebbe avere di sé un parlamentare impegnato ad esercitare l’opposizione nei palazzi di giustizia anzichè in quelli della politica, dove è stato chiamato a prestare la sua preziosa opera”. Preziosa, giusto per amicizia di Mattia, dalla quale sono per fortuna esente.

I misteri e risentimenti portatisi nella tomba da Francesco Saverio Borrelli

La lettera dei familiari al Corriere della Sera

Reduci -si fa per dire, essendo passati più di tre mesi- dalle proteste contro la decisione del sindaco di Milano di lasciare accomunare nel Famedio del Cimitero Monumentale ambrosiano i nomi del loro congiunto e di Silvio Berlusconi, pur onorato con i funerali di Stato l’anno scorso, i parenti di Francesco Saverio Borrelli hanno protestato questa volta contro il Corriere della Sera. Che avrebbe fatto peggio del Comune al Famelio, avendo pubblicato con tanto di richiamo in prima pagina una lunga intervista di Aldo Cazzullo all’anziano ex parlamentare socialista Rino Formica, sulla soglia ormai dei 97 anni, titolandola sull’accusa all’allora capo della Procura della Repubblica di Milano d avere aspirato al Quirinale nelle o con le indagini note come “mani pulite”. Che sgominarono la cosiddetta prima Repubblica decapitandone i partiti che avevano l’abitudine biasimevole ma generale di finanziarsi illegalmente con contributi forse anche volontari, per carità, ma dannatamente calcolati in percentuale su lavori pubblici, forniture, affari  e simili di chi pagava, cioè con tangenti.

Tiaiana Majolo sul Dubbio

         Era stata così eretta e demolita al tempo stesso una città chiamata Tangentopoli. Che poi, in verità, lo stesso Borrelli, come ha correttamente ricordato Tiziana Majolo sul Dubbio, riconobbe fosse stata ricostruita, essendo secondo lui la corruzione ripresa -se davvero fu corruzione quella precedente- in modo persino maggiore e peggiore nelle edizioni successive alla prima Repubblica.

Borrelli nel 2011, a carriera giudiziaria ormai  vero la fine  e al posto di Prouratore Generale della Corte d’Appello di Milano cui aveva sempre aspirato, disse che “non valeva la pena di buttare all’aria il mondo precedente per cascare poi in quello attuale”. E si lasciò prendere dalla tentazione di chiedere scusa, fornendo a Claudio Martelli l’occasione ci accoglierle, e persino vantarsene in un libro autobiografico. Borrelli d’altronde, mentre pendevano ancora le indagini che avrebbero coinvolto e danneggiato anche l’ex vice segretario di Bettino Craxi, gli aveva già riconosciuto di essere stato fra i migliori, se non il migliore in assoluto dei ministri della Giustizia succedutisi nella tanto deprecata prima Repubblica.

Il pool di “Mani pulite” in Galleria a Milano

         Lasciare accusare anche nei titoli del più diffuso giornale italiano la buonanima del loro marito e padre di avere voluto buttare il mondo all’aria -per ripetere le parole del loro stesso congiunto- allo scopo di  diventarne il capo, e magari rivoltarlo da solo come “un calzino”, secondo le leggende del Palazzo di Giustizia di Milano, o come presidente della Repubblica o come presidente del Consiglio nominato da un chissà quanto disponibile Oscar Luigi Scalfaro, già amico peralltro del padre; lasciare accusare Borrelli di questo, dicevo, è sembrato troppo ai familiari. Ai quali evidentemente non sono bastate le parole –“Non credo proprio”- opposte a Formica dall’intervistatore e completamente ignorate nei titoli, interni e di prima pagina.

         Alla protesta dei congiunti di Francesco Saverio Borelli il Corriere della Sera ha ritenuto di reagire pubblicandola e basta fra le lettere. Non ci sono state le scuse, ma con un po’ di buona volontà potrebbero essere anche intraviste. Forse non evidenziate solo per il ricordo di un editoriale del Corriere, comparso in pieno svolgimento dell’azione penale delle cosiddette “mani pulite”, in cui l’allora vive direttore Giulio Anselmi prese un po’ le distanze dai metodi e dagli spettacoli degli inquirenti, tanto debordanti erano diventati.

Giulio Catelani

         A costo di sorprendervi, e di sembrare ingenuo anche alla cara Tiziana Maiolo, neppure a me Silvio Formica è apparso del tutto convincente sulla natura e sulle dimensioni delle ambizioni di Borrelli, Al quale ho sempre riconosciuto di avere  pubblicamente e lecitamente avuto solo e sempre l’obiettivo di imitare il padre anche nel desiderio di arrivare al top del distretto goudiziario in cui lavoGenerale della Corte d’Appello. Che nel 1991, concorrendo alla successione ad Adolfo Beria di Argentine, gli apparve davvero a portata di mano o di toga. Ma all’ultimo momento gli fu preferito dal Consiglio Superiore della Magistratura, con le solite procedure politiche e sindacali ignorate solo dagli ingenui, cioè dai fessi, sino a quando non sarebbe esplosa la vicenda di Luca Palamara, un concorrente imprevisto arrivato da Firenze: Giulio Catelani, Che venne praticamente insediato a Milano, nella cerimonia ufficiale, da un altro Giulio, che era il presidente del Consiglio Andreotti. Ne derivò un clima generale di risentimenti e di sospetti che non giovò alla serenità nelle aule, nei corridoi e nelle stanze del tribunale di Milano. Negarlo sarebbe pura ipocrisia.

Dal Dubbio

         A un turno successivo, ripeto, la Procura Generale toccò finalmente a Borrelli, Nel frattempo il mondo, per dirla con lo stesso ormai compianto, altissimo magistrato, era stato tutto mandato “all’aria”. E Borrelli si sentì impegnato a “resistere, resistere, resistere” a Berlusconi, disse pubblicamente con linguaggio -francamente- più da partigiano che da magistrato.

Vi e mi chiedo se questa storia può davvero essere considerata normale, con o senza il contorno delle intercettazioni dei servizi segreti a carico degli inquirenti raccontate da Formica, Che ha perso la vista,  per sua stessa rivelazione, ma non la memoria.

Pubblicato sul Dubbio

La fiaccolata in Campidoglio per Navanly tradita da Salvini. E Putin ringrazia

I più giovani, beati loro, non hanno assistito alle inutili campagne condotte dal Pci di allora contro le interruzioni pubblicitarie dei film e di altri programmi televisivi. Walter Veltroni coniò la formula del “non interrompete un’emozione” che in una riunione alla Fininvest, cui partecipavo, Silvio Berlusconi trovò lealmente efficace, per cui incitò i dirigenti del suo gruppo a trovarne un’altra competitiva. Venne fuori solo l’idea di sommergere il governo di cartoline di protesta per non ammazzare col divieto degli spot la televisione commerciale. Ma più delle cartoline valsero i rapporti fra i partiti per risolvere la questione come si aspettava il Cavaliere.

Matteo Salvini

         Ebbene, la faccolata bipartian dell’altra sera in Campisoglio da Carlo Calenda per esprimere solidarietà a Navanly, norto nelle carceri siberiane, e alla vedova che ne ha raccolto, sicura in Occidente, il testimone nell’opposizione a Putin è stata una bella emozione. Interrotta purtoppo dal vice presidente del Consiglio e leader  leghista Matteo Salvini. Che vendicando di fatto il suo capogruppo al Senato Massimiliano Romeo, contestato nella piazza capitolina, ha riproposto posizioni garantiste nei riguardi di Putin. Che ha immediatamente risposto da Mosca a suo modo, vantando i buoni rapporti  avuti con l’Italia, dove si è sempre sentito a casa sua, come Salvini d’altronde a Mosca, con o senza l’immagine dello stesso Putin addosso.

Giorgia Meloni

Non parlo delle simpatie fra  Putin e Berlusconi e delle cortesie e visite che si scambiavano, anche in momenti controversi come quello dell’annessione della Crimea da parte della Russia, perché ormai il Cavaliere non c’è più. E il suo successore Antonio Tajani sembra più cauto, quanto meno. Non si metterà certamente a boicottare, avendo già convocato l’ambasciatore russo alla Farnesina per un richiamo,  la decisione della premier di rilanciare a livello G7 una campagna occidentale di sostegno militare e politico all’Ucraina da due anni sotto invasione russa.

Putin

         E’ curioso tuttavia che mentre la Meloni coglie l’occasione del dramma di Navanly per rilanciare la guerra di resistenza dell’Ucraina alla Russia, che conduce la sua “azione speciale” di presunta denazificazione del paese limitrofo, in Italia accadano episodi come in Russia. Accade cioè che la politiza si metta a identiificare chi manifesta per Navanly e contro Putin. Il quale pertanto continua ad avere i suoi buoni motivi, anche ora che Berlusconi non c’è più,  ma in cambio c’è Salvini più ancora di Tajani, per fare affidamento sul nostro Paese.

         Questa si chiama comunemente ambiguità. E costituisce per la premier Meloni e il suo governo un pericolo maggiore delle elezioni sarde di domenica prossima, delle altre regionali dei mesi successivi e infine del voto europeo di giugno. Si sta purtroppo offuscando per il governo in carica il terreno sul quale si era mosso con più speditezzza e successo sino all’altro ieri: quello della politica estera.

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