La settimana di passione -fuori stagione- di Macron, ma non solo lui…

Dopo essere stato superato – nel primo e molto partecipato turno delle elezioni anticipate da lui stesso disposte- di 22 punti dalla destra di Marine Le Pen, salita al 33,5 per cento dei voti, e di 17 punti dalla sinistra dichiaratamente “indomita” di Jean-Luc Melenchon, il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron vive la sua settimana di passione, abbastanza fuori stagione. Che fa pure rima.

Dal Foglio

Domenica prossima egli saprà se perderà anche il secondo turno. O si salverà con la sua inedita alleanza con la sinistra nata da una emergenziale desistenza nei ballottaggi. O solo riuscirà ad “arginare”, come lui stesso in fondo ammette di sperare, l’avanzata      della destra indicata in Italia dal Foglio come “il diavolo che veste Bardella”: il giovane di origini italiane e algerine che Marine Le Pen ha candidato a presidente del Consiglio in una coabitazione obbligata con Macron per niente rassegnato all’idea di abbandonare in anticipo l’Eliseo.

Da Libero

         In competizione con la fantasia cinematografica del Foglio, che ha riesumato il celebre film del 2006 sul “diavolo che veste Prada”, Mario Sechi su Libero ha titolato su Micron, versione più sintetica del “Macron piccolo piccolo” del Fatto Quotidiano. Al quale il presidente francese sta antipatico, diciamo così, come al direttore del secondo giornale, per diffusione, della famiglia Angelucci.

Dal Tempo

         A quest’ultima appartiene anche Il Tempo diretto dall’ex parlamentare di sinistra Tommaso Cerno, che ha promosso napoleonicamente in rosso – NapoLe Pen- la vera capa della destra francese, succeduta con la forza al padre ancora più a destra. E solo perché siamo di lunedì, quando escono meno giornali del solito, non ho altre fantasie o trovate di carta da segnalare.

Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera

         A vivere più intensamente la settimana di passione di Macron in Francia, proiettandola in qualche modo anche altrove, al di là e al di qua dell’Atlantico, negli Stati Uniti a rischio di un ritorno di Trump alla Casa Bianca o nell’Italia governata da quasi due anni da Giorgia Meloni, è il Corriere della Sera con un editoriale di Aldo Cazzulo, probabilmente destinato prima o poi a diventarne direttore. “Ieri la destra francese -egli ha scritto- è passata dagli eredi di De Gaulle a quelli di Vicy e dell’Algeria francese, di una Francia provinciale e rancorosa che si pensava sconfitta dalla storia”. La quale “dirà -ha continuato Cazzullo- se Macron è stato l’uomo che ha ritardato questa metamorfosi inquietante, o colui che ha consegnato la Francia alla nuova destra”.

Anche la storia, e non solo la cronaca, vive dunque in questo luglio 2024 appena cominciato la settimana di passione del presidente francese.

Ripreso da http://www.startmag.it

La Meloni risparmiata -sinora- nel processo a Spalletti per l’Italexit del calcio

Liliana Segre

         Non tutto allora è perduto -o non lo è ancora- nel clima politico italiano, diventato così torrido –fra aule parlamentari, sezioni di partito addirittura giovanili, piazze e dintorni- da aver fatto appena temere alla senatrice a vita Liliana Segre di poter essere cacciata, anzi deportata da ebrea a più di novant’anni, dopo esserlo stato a tredici scampando miracolosamente all’olocaus

Vignetta dalla Stampa

         Non tutto è perduto se nel “processo a Spalletti” annunciato su qualche giornale per l’Italexit vignettistico della Stampa, dopo l’uscita della squadra nazionale dai campionati europei di calcio, battuta 2 a 0 dalla Svizzera, non è stata ancora coinvolta – come si dice nelle cronache giudiziarie- la premier Giorgia Meloni. Che resta solo indagata, imputata e quant’altro per avere “isolato” l’Italia ai vertici dell’Unione Europea, non essendosi adeguata al tris indicato, proposto, deciso soprattutto dal presidente francese Emmanuel Macron e dal cancelliere tedesco Olaf Sholz. Che hanno destinato la tedesca e popolare -intesa come partito- Ursula von der Leyen alla conferma alla presidenza della Commissione, il socialista portoghese Antonio Costa alla presidenza del Consiglio e l’estone lberale Kaja Kallas all’Alto Commissariato per la politica estera e la sicurezza. Anche se la politica estera comunitaria è solo un’ambizione, non certamente una realtà, ciascun paese dell’Unione tenendosi stretta la propria.  

Dal Fatto Quotidiano

         La Meloni insomma, grazie alla sorprendente generosità delle opposizioni, anche di quelle estreme, e altrettanto  sorprendente compattezza della maggioranza, senza distinzioni verbali e mimiche fra il vice presidente forzista del Consiglio e il vice presidente leghista, può sentirsi non responsabile pure lei degli “azzurri di vergogna” alla berlina in fondo alla prima pagina del solito Fatto Quotidiano.

Dal Giorno, Resto del Carlino e Nazione

         L’Eurostrazio, come lo hanno definito all’unisono Il Giorno, il Resto del Carlino e La Nazione del gruppo editoriale Monti Riffeser, è circoscritto al pallone, anche grazie al fatto che l’Italia continua ad eccellere -come orgogliosamente rivendicato su Libero dal direttore Mario Sechi- in altri settori o specialità sportive, medagliate d’oro, d’argento e d’altri preziosi metalli o simili. Al Quirinale continueranno a poter essere accolti e festeggiati altri campioni, in attesa che tornino anche quelli del calcio.

Dalla Verità

         Ma ora la Meloni, per cortesia, non si monti la testa e non si abbandoni a chissà quali iniziative e dichiarazioni. L’ha fatta franca mediaticamente solo sino ad ora. Non è detto che la follia non torni alla sua ordinarietà politica e lei non finisca coinvolta, sia pure in ritardo, nel già citato processo a Luciano Spalletti. E non si ritrovi in condizioni peggiori di quelle previste già per stasera in Francia per il presidente della Repubblica ricorso alle elezioni anticipate, come un qualsiasi giocatore d’azzardo, dopo la sconfitta nelle europee dell’8 e 9 giugno.  

Le censure, o ossessioni, di Facebook per i mei graffi politici…..

Temo che per Facebook i mei post di www.graffidamato.com siano diventati un’ossessione. Ne sono stati rimossi due nei giorni scorsi perché  avevano richiamato la cena delle beffe di Sem Benelli per gli incontri conviviali dei vertici europei, a Bruxelles, dopo le elezioni dell’8 e 9 giugno per il rinnovo del Parlamento di Strasburgo. Beffe, perché avvertite dalla premier italiana Giorgia Meloni come poco riguardose per gli elettori e/o i risultati penalizzanti per almeno alcuni leader o governi che ritengono di potere continuare a concordare fra di loro gli assetti dell’Unione Europea

Oggi, 29 giugno, la rimozione è toccata ad un articolo nel quale le difficoltà degli elettori americani, dopo il duello televisivo fra Joe Biden e Donald Trump, sono ritenute forse anche  maggiori, o peggiori, di quelle degli elettori europei. E si riporta la previsione o l’auspicio di Giuliano Ferrara sul Foglio che una donna -Michelle Obama, moglie dell’ex presidente- sostituisca Biden e permetta ai democratici di vincere. Un pò come una donna in Italia -ho pensato e scritto- ha fatto sul versante del centrodestra rendendolo vittorioso. 

Sono io, pur nella mia modestia, o l’ombra della Meloni a infastidire Facebook? A saperlo. 

Se gli elettori americani sono messi persino peggio di quelli europei

Dal Fatto Quotidiano, ma anche dalla Verità

Senza bisogno di maramaldeggiare dando al presidente degli Stati Uniti del Rimbambiden, come hanno fatto da sinistra e da destra in Italia Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano e Maurizio Belpietro sulla Verità, in una convergenza per niente nuova, bisogna convenire che gli elettori americani non se la passano bene.

Forse essi stanno peggio anche degli europei che hanno appena votato per il rinnovo del Parlamento di Strasburgo e debbono assistere impotenti al tentativo degli sconfitti eccellenti -Emmanuel Macron a Parigi e Olaf Sholz a Berlino- di fargliela pagare cara facendo finta di niente. Cioè continuando nei riti e nella logica che Gorgia Meloni, uscita meglio di tutti dalle urne, ha definito “del caminetto”, come nella cosiddetta prima Repubblica. Quando ancora la premier attuale non era ancora nata ma si scriveva e si diceva così  delle riunioni che i capi delle correnti democristiane tenevano alla Camilluccia per segnare la fine di un governo o di un segretario e la nascita di un altro. Ma anche cose minori, almeno nell’apparenza.  

Donald Trump

         Non so se oltre Atlantico, dopo il duello televisivo fra il presidente uscente e il suo rivale,  gli elettori debbano temere di più le dita che Joe Biden si passa sugli occhi quando cerca parole o idee o il ciuffo che il Donald Trump porta sulla fronte come una specie di bandiera. O di segnale a qualche altro assalto al Campidoglio americano se il risultato di un’elezione non gli piacesse, o non dovesse essere funzionale alle sue mai modeste ambizioni.

Dal Tempo

         Scommetto comunque, nonostante gli “Usa & getta” del titolo del Tempo di Tommaso Cerno, che negli Stati Uniti riusciranno a cavarsela da soli, diversamente da noi europei che in altre occasioni abbiamo avuto bisogno di loro per uscire dai guai nei quali ci eravamo ficcati in due sanguinosissime guerre mondiali. E magari questo avverrà oltre Atlantico nelle elezioni di novembre -senza far perdere in Italia la testa alla Meloni, che ha problemi pure lei, nonostante la vittoria dell’8 e 9 giugno-  ricorrendo pure da quelle parti ad una donna. Che Giuliano Ferrara sul Foglio ha previsto, immaginato, auspicato in Michelle Obama, la moglie dell’ex presidente degli Stati Uniti, come candidata dei democratici recuperata all’ultimo momento, se mai Biden dovesse rinunciare o costretto al ritiro. E che invece Cerno, sempre sul Tempo, ha previsto, immaginato, auspicato pure lui in Hillary Clinton, anche lei moglie di un ex presidente degli Stati Uniti ma già battuta da Trump nel 2016, pur avendo i democratici raccolto nelle urne il 48,2 per cento dei voti contro il 46,1 dei repubblicani. Sono gli scherzi della democrazia presidenziale americana cui gli Stati Uniti sono finora riusciti a sopravvivere, ringraziando la statua della Libertà eretta a loro protezione e insieme accoglienza.

Ripreso da http://www.startmag.it

Dallo strappo al budino della Meloni nella partita europea di Bruxelles

Dal Dubbio

E’ bella la sensazione, per quanto illusoria, di ringiovanire con la cronaca, specialmente quella politica, che è alquanto accidentata. Lo “strappo”, per esempio, evocato nel suo titolo di apertura della Stampa riferendo del Consiglio Europeo -a proposito dell’astensione di Giorgia Meloni sulla designazione della pur ormai amica tedesca Ursula von der Leyen per la conferma a presidente della Commissione e del no opposto al socialista portoghese Antonio Costa come presidente del Consiglio e alla liberale estone Kaja Kallas ad alto commissario per la politica estera e la sicurezza dell’Unione- mi ha portato indietro di una cinquant’anni.

Dalla Stampa di ieri

Allora si scriveva e si parlava degli strappi, al plurale, di Enrico Berlinguer non da Bruxelles ma da Mosca, non dall’Unione europea che doveva ancora arrivare, ma dall’Unione Sovietica e dal partito comunista che l’aveva praticamente fondata e la governava. E che erano stati per lungo tempo -l’una e l’altro- i riferimenti obbligati del partito comunista pur italiano.

         Berlinguer cominciò con la indivisibilità del concetto e del principio della libertà. Che fece mormorare i sovietici ai quali parlava ed esultare a Roma il non certamente comunista Ugo La Malfa, tanto da fargli ritenere praticabile, anzi “ineluttabile”, fra le proteste e gli insulti del suo amico Indro Montanelli, un’intesa fra la Dc e il Pci per fronteggiare le emergenze economiche e di ordine pubblico che attanagliavano il Paese.

Enrico Berlinguer

         Il segretario del Pci, che aveva già posto il problema di un “compromesso storico” con i democristiani dopo il tragico epilogo dell’esperienza cilena di un governo delle sole sinistre, continuò dicendo a Giampaolo Pansa -in una intervista al Corriere della Sera- di sentirsi protetto pure lui dall’alleanza atlantica. Salvo poi, in verità, contestare anche nelle piazze il piano di riarmo missilistico della Nato predisposto e attuato per recuperare lo svantaggio derivato dalla installazione degli SS 20 puntati conto le capitali dell’Europa occidentale dall’alleanza dei paesi comunisti dell’Est.

         Infine Berlinguer annunciò in una tribuna elettorale televisiva la “fine della fase propulsiva della rivoluzione d’ottobre” comunista commentando in televisione la situazione della Polonia. Dove per dissuadere i sovietici dall’occuparla un generale assunse la guida di un governo a garanzia della fedeltà a Mosca.

Amintore Fanfani

         Certo, gli strappi dell’allora segretario del Pci, espostosi tanto nel dissenso da Mosca da procurarsi un attentato in Bulgaria salvandosene miracolosamente, sono ben diversi da quello appena attribuito alla Meloni da Bruxelles nel Consiglio europeo. Che vi è andata -non dimentichiamolo- dopo un dibattito parlamentare in Italia conclusosi con un voto di maggioranza, sia alla Camera sia al Senato, e un incontro col presidente della Repubblica preoccupato pure lui -a dir poco- della possibilità che i nuovi assetti europei fossero decisi prescindendo dall’Italia. Ma il termine “strappo” per indicare, sia nel bene sia nel male, reale o presunto che sia, una svolta ha una sua suggestione. Potrebbe essere inclusa fra le “parole magiche” della politica, per usare un’espressione dell’allora presidente del Senato Amintore Fanfani. Che peraltro non ne era tanto convinto o soddisfatto perché indirizzate, quelle parole tipo “confronto”, a sostenere la “irreversibilità” del centrosinistra che, secondo lui, condannava quella formula a non dipendere più dalla supremazia della Dc nei rapporti con i socialisti. Eppure nel 1973 sarebbe toccato proprio a lui, a costo di sostituirsi alla segreteria del partito al suo ormai ex delfino Arnaldo Forlani ripristinare l’alleanza col Psi interrottasi l’anno prima per l’elezione di Giovanni Leone al Quirinale.

Giorgia Meloni a Bruxelles

         Lo strappo -ripeto- della Meloni da Bruxelles preoccupa oggi la sinistra, o gran parte di essa, per una temuta prevalenza della leader della destra italiana sul suo suolo di presidente del Consiglio: una prevalenza avvertita anche nella titolazione da un giornale come il Riformista. Ma la premier ha solo avviato, non concluso una partita, che è quella della formazione della nuova commissione e del posto che riuscirà a farvi assumere dall’Italia, intesa sia come governo sia come “Nazione”, per usare un’espressione cara alla Meloni e spesso dileggiata da certe opposizioni. Bisognerà quindi vedere come si concluderà questa partita. Il budino notoriamente, e giustamente, si prova mangiandolo.

Pubblicato sul Dubbio

Le allergie di Facebook alla innocente cena delle beffe di Sem Benelli

Facebook è curiosamente allergico ad ogni richiamo – che sia nel titolo di un post o solo nel testo- alla “cena delle beffe”.  Che pure è soltanto il titolo di un famoso, innocuo dramma di Sem Benelli, ispiratore dell’omonimo film del 1942 di Alessandro Blasetti.  Che incorse nella censura, non distratta neppure dalla guerra, per un seno nudo dell’attrice Clara Calamai.  

         Ho scritto di “cena delle beffe” , pure nel titolo, a proposito del primo vertice conviviale europeo dopo le elezioni dell’8 e 9 giugno, ne rho riscritto solo nel testo, per prudenza,  dopo il secondo incontro, osservando che dalle beffe si è passati ai paradossi, e sono incorso ugualmente nella…punizione, nonostante il precedente reclamo inoltrato secondo le richieste procedure elettroniche.

         Un social network che adotta questi criteri di giudizio, selezione e quant’altro del materiale informativo che vuole passare per i suoi canali si fa male, anzi malissimo da solo. E fa involontaria concorrenza alle pratiche censorie della stampa nei regimi dittatoriali quando ancora non c’erano internet, annessi e connessi. E’ possibile che nessuno dei responsabili se ne accorga, o se ne renda conto? Misteri della presunta modernità.

Le…mille letture del Consiglio Europeo sui vertici dell’Unione

Da Repubblica

Dalla cena delle beffe, come apparve quella del precedente vertice europeo dopo le elezioni dell’8 e 9 giugno, in cui già francesi e tedeschi, o popolari e socialisti per calarsi nei partiti, fecero spallucce ai risultati, si è passati col secondo incontro conviviale alla cena dei paradossi. Dove giornali e forze o aree politiche di riferimento, diciamo così, hanno fornito rappresentazioni opposte dell’astensione di Giorgia Meloni sulla designazione della tedesca e popolare -intesa come appartenenza all’omonimo partito- Ursula von der Leyen a presidente confermata della Commissione europea. E del no invece alla designazione del socialista Antonio Costa alla presidenza del Consiglio e della liberale estone Kaja Kallas ad alto commissario per la politica estera: almeno quella nominalistica, non essendovene di fatto una ma ancora quante sono quelle degli Stati dell’Unione.

Dal Riformista

         C’è chi ha visto, lamentato, denunciato, secondo i casi, nella linea della Meloni una spinta all’isolamento o una incapacità, se non rifiuto, di scegliere -come ha titolato il Riformista o scritto su Repubblica Andrea Bonanni– fra il ruolo di “statista” in quanto presidente del Consiglio “o leader di partito”. Che peraltro in Italia ha un po’ di problemi, diciamo così, con i giovani ripresi, sia pure furtivamente, a inneggiare al fascismo e nazismo procurandosi augurabilmente espulsioni, e non solo dimettendosi come alcuni hanno cominciato ragionevolmente a fare.

Dal Fatto Quotidiano

         Ma sullo stesso versante critico verso la linea della Meloni c’è chi -per esempio, il Fatto Quotidiano del direttore Marco Travaglio e del lettore molto apprezzato Giuseppe Conte- ha liquidato come “finta guerra”, quella della premier italiana, che “si distingue ma non rompe”. E in effetti essa risulta a tutti in trattative, neppure tutte dietro le quinte, a cominciare con la presidente uscente e designata, per la composizione della Commissione, in tempo per guadagnarsi l’appoggio dei deputati conservatori, e meloniani, nel passaggio parlamentare a scrutinio segreto e rischioso sulla sua conferma, verso metà luglio.  

Dal Foglio

         C’è anche chi si è spinto oltre nella lettura, nelle previsioni e negli auspici: dall’Europa che “adesso parla in italiano”, secondo L’Identità, alla “lunga vita” augurata dal Foglio “alla maggioranza anti Putin” destinata formarsi nel nuovo Parlamento europeo attorno a Ursula von der Leyen. O “Ursulina”, come l’ha definita con ironia e simpatia Tommaso Cerno sul Tempo che dirige.

Dal Tempo

         Ce n’è insomma per tutti i gusti politici e personali. Basta aspettare con pazienza, per quanto accaldati dall’estate e distratti dai campionati europei di calcio, gli sviluppi delle trattative per la composizione della commissione in cui la Meloni è già impegnata, sostenuta e incoraggiata peraltro dal premier polacco Tusk, dello stesso partito di “Ursulina”, che ha avvertito: “Non c’è Europa senza Italia”.

Ripreso da http://www.startmag.it

Doppio viatico alla missione grintosa della Meloni al Consiglio Europeo

Meloni al Senato, dopo la Camera

Poteva bastare il viatico delle Camere a Giorgia Meloni per la sua grintosa missione a Bruxelles, in un Consiglio Europeo praticamente contestato dalla premier italiana, nelle consuete comunicazioni parlamentari della vigilia, per “le logiche da caminetto”.  Che hanno indotto popolari, socialisti e liberali ad accordarsi prima, e da soli, sui vertici apicali dell’Unione. Dove i partiti della maggioranza uscente hanno prenotato la conferma della tedesca Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione, la presidenza del Consiglio Europeo per il portoghese Antonio Costa e la postazione del commissario delegato agli affari esteri e alla sicurezza per l’estone Kaja Kallas.

Dal Riformista

         Ma il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha voluto aggiungere anche il suo viatico, nell’incontro conviviale con i maggiori esponenti del governo che precede sempre i vertici europei a Bruxelles, ammonendo pure lui che “non si può prescindere dall’Italia” nella governance dell’Unione per il suo ruolo di paese fondatore e le sue dimensioni. Un paese peraltro politicamente il più stabile in Europa dopo elezioni continentali che hanno compromesso in modo particolare i governi della Francia e della Germania. In Francia addirittura è scattato il meccanismo delle elezioni anticipate per decisione del presidente della Repubblica, che non ha voluto attenderne i risultati per tessere a suo modo la tela dei nuovi assetti al vertice dell’Unione.

         L’assist del capo dello Stato alla Meloni è stato politicamente rafforzato con l’annuncio della firma apposta alla legge sulle cosiddette autonomie differenziate, molto contestata in Parlamento e nelle piazze dalle opposizioni anche con l’appello a Mattarella ad avvalersi del diritto di rinviare il provvedimento con “messaggio motivato” per “una nuova deliberazione”, come dice l’articolo 74 della Costituzione. Deliberazione nuova e ultima, perché dopo la firma del capo dello Stato diventa semplicemente obbligatoria.

ScreCorriere della Sera

         Mattarella avrebbe potuto trattenere la legge per un mese. Che, secondo indiscrezioni di stampa non smentite, il Presidente avrebbe avuto intenzione di prendersi per intero. Invece sono bastati pochi giorni. E la firma, ripeto, è arrivata proprio alla vigilia di un passaggio politico molto importante per il governo come il Consiglio europeo di oggi e domani. Su cui i giornali hanno titolato ricorrendo a immagini belliche o da ring.

Dalla Gazzetta del Mezzogiorno

         Le opposizioni hanno cercato naturalmente di enfatizzare lo sgarbo, quanto meno, riservato al governo dai suoi interlocutori nell’Unione, ma esse hanno dovuto dividersi in ben sei documenti per votare al termine della discussione parlamentare: non proprio il massimo per aspiranti ad un’alternativa. Su un tema peraltro così importante come i rapporti con l’Unione Europea, o il modo di parteciparvi.  Saranno lunghi, anzi lunghissimi, come ha ammesso Pier Luigi Bersani nel salotto televisivo della Gruber, i tre anni di mandato elettorale che il governo Meloni ha ancora davanti a sé.

Ripreso da http://www.startmag.it

Meloni gioca di contropiede alla Camera sui nuovi assetti europei

Giorgia Meloni ha giocato di contropiede alla Camera  -per stare nel clima dei campionati europei di calcio in corso- replicando agli interventi nella discussione sulle sue comunicazioni di rito alla vigilia del Consiglio Europeo. Che si aprirà domani ed è stato proceduto da un accordo annunciato fra popolari, socialisti e liberali per confermare la tedesca Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione di Bruxelles, far salire il portoghese Antonio Costa alla presidenza del Consiglio e destinare l’estone Kaja Kallas al posto di commissaria per gli affari esteri e la sicurezza.

Marianna Madia a Montecitorio

         A difendere e motivare questa intesa era intervenuta nell’aula di Montecitorio l’ex ministra del Pd Marianna Madia richiamandosi alla forza e alla logica dei numeri derivati, secondo lei, dai risultati delle elezioni europee dell’8 e 9 giugno. Nelle quali hanno riportato più voti, nell’ordine, il Partito Popolare cui appartiene la presidente uscente e rientrante della Commissione, il Partito Socialista cui appartiene l’ex premier del Portogallo Costa e i liberali generalmente riferiti al presidente francese Emmanuel Macron, e rappresentati dalla premier estone Kallas nell’organigramma predisposto negli incontri e contatti informali dei giorni scorsi.

         La premier Meloni ha paradossalmente ringraziato  l’oratrice del Pd, esprimendole anche “simpatia personale”, per avere evocato  “i  numeri”. Che però sono già cambiati dopo le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo, avendo il gruppo del partito conservatore da lei guidato, pur fuori dall’assemblea di Strasburgo, sorpassato i liberali con adesioni sopraggiunte alla proclamazione dei risultati. E da terzo partito quello della Meloni rivendica i relativi diritti e ruolo.

         In più, avendo la Madia augurato al governo italiano di ottenere nella nuova Commissione di Bruxelles una presenza autorevole ed efficace come quella del commissario uscente Paolo Gentiloni, del Pd, la premier ha risposto proponendosi per l’Italia di ottenere e soprattutto “fare meglio”.

Il ministro Raffaele Fitto a Montecitorio

         Per il nuovo commissario italiano si parla da giorni dell’attuale ministro per gli affari europei Raffaele Fitto,  amico e collega di partito della Meloni, di provenienza democristiana  e poi forzista. Che oggi in aula ha espresso il parere del governo sulle sette risoluzioni conclusive del dibattito, riconoscendosi per intero solo su quella firmata dai capigruppo della maggioranza. Ma a questo punto nulla potrebbe essere forse considerato scontato, visto il ruolo per niente passivo e rassegnato assegnatosi dalla presidente del Consiglio. Contro la quale il discorso più abrasivo in sede di dichiarazione di voto, ancor più della segretaria del Pd Elly Schlein, è stato pronunciato da Giuseppe Conte.  

Ripreso da http://www.startmag.it

Il ballo di Enrico Letta a Bruxelles per meno di una sola estate

Da Repubblica

         Salvo colpi di scena, peraltro improbabili, derivanti da errori di calcolo di chi a livello europeo, di tipo partitico e istituzionale, sta cercando di forzare le tappe di una trattativa tutta dietro le quinte, precedendo l’insediamento del Parlamento di Strasburgo appena rinnovato, la candidatura dell’ex premier italiano Enrico Letta alla presidenza del Consiglio dell’Unione ha ballato meno ancora della “sola estate” del famoso film svedese romantico e drammatico del 1951. Ha ballato solo qualche giorno, sufficiente comunque a strappare all’interessato la rinuncia quasi o di fatto propedeutica ad un’altra candidatura che forse aveva maggiori probabilità di riuscita: il vertice della prestigiosa scuola internazionale Science Po, a Parigi. Dove  Letta jr dieci anni fa andò a insegnare, dimettendosi da deputato, dopo essere stato sgambettato e sostituito a Palazzo Chigi dal collega di partito Matteo Renzi. Che pure si era appena insediato alla segreteria del Pd esortandolo a stare “sereno” alla guida del governo: aggettivo -quel “sereno”, ripeto-che da allora nessun politico può più usare senza imbarazzo, a dir poco.

Matteo Renzi

         Questa volta però, per consolazione di Enrico Letta, peraltro dichiaratamente ma forse anche scaramanticamente dubbioso di potercela fare sino all’altro ieri. Renzi non c’entra per niente. C’entra solo il Partito Socialista Europeo, del quale Renzi non fa più parte dopo avere lasciato il Pd, che gli ha preferito l’ex premier portoghese Antonio Costa.

L’ultimo libro di Enrico Letta

         Chissà, anche da questa esperienza Enrico Letta trarrà lo spunto per un nuovo libro, dopo i tanti già scritti, l’ultimo dei quali -titolato “Molto più di un mercato” a proposito dell’Unione Europea e ancora fresco di stampa per le edizioni del Mulino- poteva o doveva essere funzionale alla sua corsa Bruxelles. Dove d’altronde un mezzo lavoro l’ex premier ce l’ha già come uno dei consulenti, col connazionale Mario Draghi, della Commissione uscente presieduta dalla rientrante Ursula von der Leyen.

Dal Secolo XIX

         I giornali, e i partiti o schieramenti che li seguono o li ispirano, a seconda dei casi, si sono divisi fra nemici di Giorgia Meloni e del suo governo, che sarebbero rimasti fuori dalla partita- isolati, nell’angolo e simili- e sostenitori o semplicemente più corretti nell’informazione. Che danno invece la Meloni in partita per un in incarico di peso, e doppio, nella Commissione: vice presidente e titolare di competenze importanti.

Dal Riformista

         “Ursula e Giorgia. Il dialogo è Fitto”, ha titolato il Riformista riferendosi alla presidente uscente e rientrante della Commissione, alla premier italiana e al ministro suo collega anche di partito Raffaele Fitto, ormai già di casa a Bruxelles per seguirvi i passaggi del piano di ripresa e resilienza italiano finanziato anche a fondo perduto, oltre che con prestiti, dall’Unione. “Giorgia la spunta”, ha titolato ancora più ottimisticamente Libero.

Ripreso da http://www.startmag.it

Blog su WordPress.com.

Su ↑