Dietro, sotto e sopra la confessione di Mattarella sulle leggi non condivise

Dal Messaggero

Come diceva e avrebbe probabilmente ripetuto oggi la buonanima di Giulio Andreotti, a inserire la legge di applicazione delle autonomie differenziate delle regioni fra quelle che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha raccontato di avere dovuto promulgare senza condividerle, si fa peccato ma si indovina.

Mattarella al convegno dei giovani editori

         La confessione del Capo dello Stato davanti agli studenti dell’”Osservatorio permanente giovani-editori” si presta al sospetto “peccato” perché arrivata all’indomani della decisione presa dalla Corte Costituzionale, dirimpettaia del Quirinale, di bocciare e quindi eliminare proprio dalla legge sulle autonomie regionali sette passaggi ritenuti incompatibili con la Costituzione, appunto.

Dalla Stampa

         La legge nel suo complesso è sopravvissuta all’esame dei giudici costituzionali, per cui il ministro competente, il leghista Roberto Calderoli, e il suo partito si sono dichiarati soddisfatti lo stesso. Anzi, hanno cantato vittoria quanto le opposizioni, in un gioco di specchi politici ed elettorali, visto che domani e dopodomani si voterà in Emilia-Romagna e in Umbria, che Mattia Feltri ha definito “volantinaggio” sulla Stampa. Ma essa è sopravvissuta, francamente, alquanto malmessa, inapplicabile in sette punti sin quando il Parlamento, esplicitamente invitato dalla Corte Costituzionale a intervenire, non provvederà a modificarli, riempiendo i vuoti creatisi con la bocciatura parziale dei giudici.

         Se e quando il Parlamento, sia pure con un solo passaggio fra Camera e Senato trattandosi di una legge ordinaria, interverrà è’ francamente difficile prevedere sia per gli impegni di bilancio e altro che già lo occupano sia per la calma con la quale d’abitudine il Parlamento stesso risponde agli inviti della Corte, o non risponde per niente. Come sta avvenendo in tema di fine vita.

Dal manifesto

         Di certo, nonostante la decisione con la quale il ministro Calderoli ha annunciato che il governo “andrà avanti” sulla sua strada nel trattare con le regioni passaggi di competenze, o “funzioni”, come preferisce chiamarle la Corte Costituzionale, la situazione che si è creata col pronunciamento dei giudici della Consulta è a dir poco problematica. E non aiuta di certo, nel dibattito e nell’immaginario politico, diciamo così, il sospetto di una opinione contraria anche del presidente della Repubblica sulla legge, anche nella parte sopravvissuta, ripeto, alle forbici dei supremi giudici di garanzia. Che, al limite, potrebbero essersi sentiti persino scavalcati e censurati, per il loro limitato intervento, da quella che alcuni giornali e costituzionalisti più o meno improvvisati hanno definito “la lezione” di Mattarella, promosso a “leone” nella foresta dal manifesto.

Ripreso da http://www.startmag.it 

A proposito dei centri sociali e delle loro “zecche rosse” lamentate da Salvini….

Dal Corriere della Sera di ieri

Ho qualcosa da raccontarvi anche di personale, ma non troppo, sul più famoso, credo, dei centri sociali italiani. Che è chiamato Leoncavallo dal nome della strada di Milano dove esso acquistò fama occupando abusivamente un’area privata. Un centro appena tornato sulle prime pagine dei giornali un po’ per Matteo Salvini, che lo frequentò o sostenne nella prima gioventù e adesso invece chiede che i centri sociali vengano chiusi perché hanno prodotto troppe “zecche rosse”. Come quelle che a Bologna e altrove hanno assaltato le forze dell’ordine. E un po’ per la condanna subita dal Ministero dell’Interno a risarcire di tre milioni e rotti di euro la proprietà dell’area occupata abusivamente da quel centro sociale a Milano negli ultimi dieci anni, e non sgomberata temendo disordini.

         Arrivato alla direzione del Giorno  nella primavera del 1989, quindi non dieci anni fa, scoprii l’esistenza del Centro sociale Leoncavallo leggendo le lettere di protesta che arrivavano quotidianamente da abitanti di quella strada perché disturbati  anche di notte dalla musica assordante  e da altre abitudini moleste degli occupanti abusivi di ciò che rimaneva di qualcosa di mezzo fra un capannone e un edificio.

         Ne parlai subito col capocronista, che mi consigliò di lasciar perdere per i rischi che avrei potuto correre. E che infatti, occupandomene in un po’ di articoli, provai poi con telefonate minatorie a casa. A seguito delle quali la magistratura negò le intercettazioni chieste dalla polizia, che nel frattempo mi aveva assegnato una scorta. “Il garofano verrà reciso”, annunciavano i malintenzionati a mia moglie disapprovando anche le mie simpatie personali e politiche per Bettino Craxi, che del garofano aveva fatto il simbolo del Psi.

Paolo Pillitteri con la moglie Rosilde Craxi nel 1989

         Oltre che di Craxi, ero amico del cognato e sindaco di Milano Paolo Pillitteri, al quale chiesi perché mai nella “Milano da bere” propiziata giustamente dai socialisti dopo gli spaventosi anni di piombo del terrorismo si permettesse un’isola per niente da bere in una strada pur intitolata al celebre compositore italiano -Ruggero Leoncavallo- dei “Pagliacci”, e non solo di Manon Lescaut, della Bohème, di Zazà e altro. Pillitteri dopo qualche mese tentò soprattutto con i vigili urbani -a Ferragosto, puntando sulla sorpresa- lo sgombero. Al quale gli occupanti opposero una resistenza durissima, che sorprese e impensierì non so se più il Questore o il Prefetto. I quali poi, ciascuno nelle proprie competenze, permisero che l’occupazione praticamente proseguisse. Anzi, si trasferisse da via Leoncavallo altrove, prima in via Salomone e poi in via Watteau, in una soluzione di continuità fra la prima e le successive Repubbliche.

         Almeno per gli ultimi dieci anni vedo che il Ministero dell’Interno, a causa delle complicate vicende giudiziarie che hanno contrassegnato questa storia, è stato condannato a risarcire i danni alla proprietà. Quelli alla collettività altrettanto incolpevole sono andati in cavalleria.

Ripreso da http://www.startmag.it il 17 novembre

I sette vizi capitali dell’autonomia differenziata soppressi dalla Corte Costituzionale

Dal Fatto Quotidiano

Una Corte Costituzionale in versione o edizione biblica ha dunque individuato ed eliminato dalla legge sulle autonomie differenziate delle regioni -previste dalla Costituzione con una modifica voluta dalla sinistra poi pentita- sette vizi o peccati capitali. Che non sono così semplici da spiegare come l’ira, l’avarizia, l’invidia, la superbia, la gola, l’accidia e la lussuria, ma sono pur sempre sette. E, messi a nudo dai giudici della Consulta nel loro travestimento da norme, hanno inferto alla legge che porta ormai il nome del ministro leghista del settore, Roberto Calderoli, un “colpo”, come ha titolato il Corriere della Sera. O l’hanno ridotta a uno “zombie”, come ha commentato sul Fatto Quotidiano il costituzionalista Michele Ainis convincendo i titolisti di quel giornale  a buttare “l’autonomia nell’indifferenziata”, cioè nella monnezza, come si dice a Roma.

Sempre dal Fatto Quotidiano

         Per quanto zombie, monnezza e simile, la legge Calderoli tuttavia  nel suo complesso è sopravvissuta alla ghigliottina dei giudici costituzionali. A completare l’opera di demolizione, e abrogazione totale negata dalla Corte dirimpettaia al Quirinale, potrebbero provvedere i cittadini col giocattolo del referendum predisposto dalle opposizioni  e per niente compromesso, secondo Ainis, dalle forbici della Consulta. Ma su questa storia del giocattolo referendario col quale umiliare, quanto meno, il governo Meloni al quale gli avversari non riescono ad allestire un’alternativa per vie politiche le opinioni divergono alquanto.

Dalla Gazzetta del Mezzogiorno e Domani

         “Referendum a rischio”, hanno titolato su suggerimento di qualche altro costituzionalista la pur periferica Gazzetta del Mezzogiorno e Domani. “Addio referendum”, ha gridato La Verità di Maurizio Belpietro consultando evidentemente qualche altro giurista o, comunque, esperto della materia. A decidere alla fine sarà proprio la Corte Costituzionale, che ha l’ultima parola sull’ammissibilità di quello che ho chiamato “il giocattolo” allestito dalle opposizioni in un campo, una volta tanto, largo davvero, esteso da Giuseppe Conte a Matteo Renzi e comprensivo naturalmente del Pd di Elly Schlein, senza che nessuno cerchi di sgambettare o estromettere un altro. A meno che la Corte non trovi il modo, la fantasia e quant’altro, non mamcatale in altre occasioni, di lasciare le cose in sospeso, aspettando che il Parlamento, cui ha girato la palla, provveda a riempire i vuoti della legge uscita dall’esame della stessa Corte. E la renda commestibile o per uno o più referendum. E’ il solito cane -senza volere offendere istituzioni e persone che le incarnano- che si mangia la coda. Diciamocelo almeno da soli, come ha in qualche modo garantito il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ad Elon Musk se dagli Stati Uniti l’amico, consigliere e quasi ministro di Trump dovesse allungare la vista, liberandola del suo cappellino, anche su quest’altra vicenda italiana. E creare un nuovo putiferio includendo pure la Corte nell’”autarchia” dei giudici non eletti dal popolo.

Ripreso da http://www.startmag.it 

Il cappellino di Musk sui rapporti fra gli Usa di Trump e l’Italia

Dal Dubbio

Dubito -e come non potrei in un giornale che si chiama Il Dubbio?- che il richiamo del presidente della Repubblica Sergio Mattarella e la successiva telefonata della premier Giorgia Meloni al tycoon amico abbiano davvero chiuso il caso aperto da Elon Musk negli Stati Uniti criticando l’”autarchia” dei giudici italiani. Che con le loro decisioni proteggono i migranti clandestini a rischio di rimpatrio in paesi dalla controversa sicurezza, diciamo così. Controversa, perché la classificazione datane prima in atti amministrativi e poi in una norma di legge viene contestata da magistrati che la ritengono in contrasto con sentenze e disposizioni europee, per non parlare della nostra stessa Costituzione.

Giorgia Meloni ed Elon Musk

         Lungi dalle scuse che pure qualcuno gli ha attribuito riferendone la telefonata con la premier italiana, Musk si è limitato a condividere il “rispetto” della Meloni per il Capo dello Stato, ha rivendicato il diritto di avere ed esprimere le proprie opinioni e, nell’auspicare un incontro con Mattarella, si è evidentemente riservato di ribadirgli quello che pensa di quanto accade in Italia nei rapporti fra governo e magistratura. A proposito dei quali si può certamente dire, come ha sostenuto o ammonito Mattarella, che sappiamo cavarcela da soli, ma anche temere che creino problemi di natura internazionale quando è in gioco un fenomeno come la immigrazione clandestina. Che travalica ormai, per le sue dimensioni e i suoi riflessi, i confini nazionali.

Dal Fatto Quotidiano

         Alexander Stille in una intervista al Fatto Quotidiano ha esortato dagli ormai suoi Stati Uniti a non sopravvalutare, o addirittura “prendere suo serio”,  il pur ricchissimo amico, consulente, finanziatore di Donald Trump, che ha appena vinto la corsa alla Bianca. Dove tornerà il 20 gennaio ma vi si è appena affacciato su invito del presidente uscente Joe Biden ponendo davvero fine alla campagna elettorale         e avviando con bonomia, almeno apparente, la fase di transizione che negli Stati Uniti dura una sessantina di giorni. Durante i quali il presidente uscente continua a comandare e quello entrante prenota, anticipa e quant’altro il suo lavoro.

         Ebbene, come lo stesso Mattarella ha tenuto a precisare nel suo intervento come per rafforzarne la portata, Musk non è più soltanto un amico, sostenitore, finanziatore, ripeto, di Trump ma anche un uomo destinato a fare parte della nuova amministrazione americana. Dovrà occuparsi, pur tra i “mugugni” dell’entourage dello stesso Trump riferiti da Massimo Gaggi sul Corriere della Sera, della lotta agli sprechi nel governo degli Stati Uniti, ma non credo che egli sia andato troppo lontano dalle opinioni e dagli umori del presidente di prossimo insediamento o ritorno alla Casa Bianca parlando come ha parlato dell’Italia e dei suoi giudici. E ciò significa che c’è un problema, per quanta sordina si possa e si voglia applicargli sul piano politico e diplomatico.

         Ci sono stati altri passaggi e momenti nella storia dei rapporti fra gli Stati Uniti d’America e l’Italia dopo la fine dell’insensata guerra dichiarata da Mussolini, in cui sono stati vissuti e gestiti problemi di una certa difficoltà non sempre attenuati abbastanza dalla diplomazia. Ricordo quelli, per esempio, sorti e a volte persino esplosi, perdurando ancora la cosiddetta guerra fredda, quando in Italia si sperimentò, praticò, sviluppò un rapporto non dico di alleanza ma di “solidarietà nazionale”, come venne ufficialmente definito, fra i tradizionali partiti di governo e l’altrettanto tradizionale partito di opposizione che era il Partito Comunista, con tutti i suoi rapporti con l’Unione Sovietica. Che procedevano fra “strappi” sapientemente gestiti dal segretario Enrico Berlinguer, sopravvissuto persino ad un attentato in Bulgaria, ma comunque procedevano. E finirono per prevalere nel 1979, quando il Pci si tirò fuori dalla maggioranza di governo per contestare il riarmo missilistico della Nato resosi necessario per il vantaggio militare acquisito dal blocco orientale dell’allora Patto di Varsavia con l’installazione degli SS 20 puntati contro le capitali dell’Europa occidentale.

Donald Trump ed Elon Musk

         Certamente le cose sono cambiate. Le analogie sono relative. Ma la politica resta la politica. E ci sono problemi che possono ripresentarsi in altro modo, fra i quali forse anche quello di un Paese dove si erigono muri lungo i confini per proteggersi dall’immigrazione clandestina e si fatica, quanto meno, a capire che in Italia il governo non può muoversi, né assumere impegni, su certi terreni dovendosi in qualche modo guardare anche dai giudici che la pensano diversamente interpretando altrettanto diversamente leggi e quant’altro.

Pubblicato sul Dubbio

L’affare Musk non è per niente chiuso dopo il richiamo di Mattarella

Elon Musk

Il caso -un diabolico, dannato caso-  ha voluto che lo scontro al tempo stesso diretto e a distanza fra il presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella e il tycoon trumpiano Elon Musk sull’”autarchia” giudiziaria, come lo stesso Musk ha confermato di ritenere quella che in Italia è entrata in collisione col governo nella gestione dell’immigrazione clandestina, sia avvenuto nello stesso giorno in cui i presidenti uscente ed entrante, o rientrante, degli Stati Uniti si sono incontrati alla Casa Banca. Ed hanno avviato, con cordialità sorprendente rispetto alla durezza della campagna elettorale svoltasi oltre Oceano, la lunga fase transitoria. Che negli Stati Uniti dura un paio di mesi, durante i quali chi esce continua a comandare e chi gli deve subentrare si allena costruendo le basi della nuova amministrazione.

Sergio Mattarella

         Purtroppo, per lui, il presidente Mattarella ha finito per aggravare la coincidenza fra la sua sortita contro Musk e l’incontro fra Biden e Trump alla Casa Bianca usando nella polemica, come per rafforzarla, la partecipazione dello stesso Musk allo staff presidenziale che guiderà gli Stati Uniti nei prossimi quattro anni. Mi sembra francamente difficile pensare che Trump non abbia condiviso e non condivida i giudizi del suo amico, consigliere, finanziatore sull’Italia e su ciò che vi accade nei rapporti fra governo e magistratura. Che sono sì affari interni, attinenti la nostra sovranità, cui Mattarella ha rivendicato la nostra capacità di badare da noi stessi, ma finiscono per avere incidenze anche all’esterno quando in gioco è l’azione di contrasto all’immigrazione clandestina.

Da Avvenire

         “Questioni di Stato” ha titolato Avvenire, il giornale dei vescovi italiani, distinguendosi da tutti gli altri quotidiani che hanno ceduto a tentazioni scolastiche o muscolari: dalla “lezione di Mattarella” sbandierata dalla Stampa alla “sberla a Musk” stampata in rosso sul Foglio. Il segno della polemica temo che rimarrà nei rapporti fra persone che peraltro potrebbero anche incontrarsi personalmemte, come Musk, dopo avere parlato per telefono con la sua amica Giorgia Meloni, condividendone il dovuto “rispetto” a Mattarella, ha auspicato o indirettamente chiesto che avvenga. E, francamente, non credo per scusarsi, avendo egli tenuto a ribadire, sempre dopo la telefonata con la premier italiana, il diritto di avere e manifestare le proprie “opinioni”.

Dal Fatto Quotidiano

         Sotto questo profilo Il Fatto Quotidiano dell’ammiratore di Giuseppe Conte, cioè Marco Travaglio, non ha sbagliato a titolare in prima pagina che “Elon rilancia ancora”, dopo avere parlato con l’amica italiana e presidente del Consiglio. Dove sbaglia forse, per la solita ossessione politica interna, il titolo del Fatto è nel sostenere che “lo scontro” di Mattarella abbia “zittito” Musk ma sia avvenuto “con Meloni”, rimasta per troppe ore in silenzio di fronte ai giudizi dell’amico e obbligando quindi il capo dello Stato a intervenire lui.

Ripreso da http://www.startmag.it

La guerra immaginaria nel governo sul vertice dell’Arma dei Carabinieri. Perduta addirittura dalla premier

Il generale Teo Luzi, comandante uscente dell’Arma dei Carabinieri

         Sulla più naturale e logica delle proposte, quella del ministro della Difesa Guido Crosetto, il governo ha disposto, all’unanimità e senza un minuto di discussione, come precisato dallo stesso Crosetto, il più naturale e logico degli avvicendamenti al vertice dell’Arma dei Carabinieri per la più naturale e logica delle scadenze. Al posto dell’uscente generale Teo Luzi è stato nominato il suo vice, e generale di Corpo d’Armata, Salvatore Luongo.

         Eppure per qualche settimana si è svolta su alcuni giornali italiani, il più combattivo e ostinato quello di Carlo De Benedetti –Domani- con interventi dello stesso direttore Emiliano Fittipaldi, a colpi di retroscena e simili, una guerra all’interno del governo. Tutto svanito in Consiglio dei Ministri in un attimo.

Il titolo di Domani, a pagina 5

         La ritorsione, chiamiamola così, del giornale di De Benedetti è consistita nel declassamento, dalla prima a pagina 5, della notizia della guerra perduta addirittura dalla premier e dal suo principale sottosegretario Alfredo Mantovano. “Crosetto- dice il titolo di Domani– vince la sua battaglia. Luongo comandante dell’Arma”. E nel sommario, come si dice in gergo tecnico: “Il ministro della Difesa ha portato a casa la scelta del generale su cui aveva puntato da tempo. Mantovano esce sconfitto. Evitata la figuraccia di un lungo stallo che impensieriva il Quirinale”.

Il ministro della Difesa Guido Crosetto

         Tutto molto interessante, intrigante, pittoresco se fosse stato minimamente vero. Le migliori vittorie, potrebbe dire il ministro della Difesa, sono quelle che si conseguono senza avere avuto neppure il bisogno o la scomodità di combatterle.

         Al generale Luzi che lascia e al generale Luongo che gli succede anche i miei ringraziamenti e auguri, rispettivamente, di carattere umilmente personale: niente, sotto lo zero, rispetto a quelli delle Autorità, con la dovuta maiuscola, sia vincenti che perdenti secondo la rappresentazione immaginaria dell’ancor più immaginaria guerra appena conclusa a Palazzo Chigi e dintorni.

Ripreso da http://www.startmag.it

Elon Musk dagli Stati Uniti mette a soqquadro la politica in Italia

Elon Musk con Giorgia Meloni

L’ultimo italiano a dichiarare follemente guerra agli Stati Uniti per inseguire Hitler nella corsa all’Inferno fu Benito Mussolini. L’ultimo, ripeto. Non il penultimo, come un ingenuo potrebbe pensare leggendo le cronache politiche che riferiscono delle forti proteste levatesi dall’Italia, fra opposizioni, associazioni sindacali, organi istituzionali come il Consiglio Superiore della Magistratura, sia pure solo attraverso le dichiarazioni di un suo esponente, contro il miliardario americano e sostenitore di Donald Trump, che lo porterà nel nuovo governo, Elon Musk. Il quale ha anche l’inconveniente, dalle nostre parti, di essere diventato amico e ammiratore della premier Giorgia Meloni e del suo partito, ricambiato naturalmente di simpatia al punto che la presidente del Consiglio ha preferito farsi consegnare di recente proprio da lui negli Stati Uniti un premio conferitole dall’Atlantic Council. 

Elon Musk con Donald Trump

         Con questi precedenti, chiamiamoli così, un tweet di Musk contro i giudici italiani –“se ne devono andare”- che disapplicano o comunque contrastano le norme di legge e gli atti amministrativi di contrasto, a loro volta, dell’immigrazione clandestina ha provocato il finimondo dalle nostre parti. Un finimondo, con proteste contro la “sovranità” italiana violata o solo minacciata, anche per l’estensione delle critiche di Musk alle organizzazioni “criminali” che si dividono, diciamo così, fra soccorsi ai migranti in mare e  ai trafficanti che ci guadagnano sopra.

La vignetta del Corriere della Sera

         Il consigliere, collaboratore e quant’altro di Trump uscito vincitore della corsa alla Casa Bianca, tornandovi dal 20 gennaio, ha espresso i suoi giudizi non informandosi con le vignette dei giornali italiani -l’ultima è quella di oggi del  Corriere della Sera  sui migranti che vengono portati in Albania per il disbrigo delle loro pratiche e rimandati in Italia dai giudici di Roma- ma con le cronache vere. Che non solo a Musk ma alla maggioranza degli elettori americani appena espressasi nelle urne debbono sembrare incredibili, abituati come sono da quelle parti a vedere innalzare muri veri e propri, lungo le frontiere, per contrastare l’immigrazione clandestina.

Claudio Cerasa sul Foglio

         Il solito conformismo, un senso frainteso del politicamente corretto, ha indotto anche qualche analista solitamente critico di certa magistratura italiana a prendere le distanze da Musk. Sul Foglio, per esempio, il direttore Claudio Cerasa ha chiesto ad esponenti del governo e della maggioranza di “rimettere al suo posto” l’amico americano, pur ammettendo che la sinistra appoggia “ingerenze” straniere di segno opposto quando cercano di danneggiare la destra al governo.

Alessandro Barbano sul Dubbio

         Sul Dubbio il buon Alessandro Barbano ha servito il caffè ai lettori scrivendo che “sottrarsi all’assedio delle toghe per finire nelle grinfie di un triliardario, espressione di una tecnocrazia rapace, non è certamente l’augurio che può farsi alla politica italiana”.   

Continua il revival berlusconiano….sulle piste di Malpensa e dintorni

Silvio Berlusconi

  Continua il revival berlusconiano. Appena rimpianto, sia pure come “meno pericoloso” di Giorgia Meloni, dai magistrati entrati in collisione anche col governo di centrodestra in carica, la buonanima di Silvio Berlusconi si è tolta la soddisfazione di vedersi difendere nella memoria dal tribunale amministrativo della Lombardia. Che ha bocciato l’istanza sospensiva presentata dal Comune di Milano e da altri tre del Varesotto contro l’intestazione dell’aeroporto di Malpensa all’ex presidente del Consiglio fortemente voluta dal vice presidente leghista del Consiglio e ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini. Voluta, peraltro, in tempi tali da avere sorpreso persino i figli di Berlusconi, infastiditi dalle polemiche seguite all’annuncio delle procedure che potranno pertanto proseguire rendendo concreto quello che è stato sinora solo un fotomontaggio dell’”Aeroporto Silvio Berlusconi”.

Dal Dubbio

         La notizia, con tutto quello che accade nel mondo e anche in Italia, è minore. Finita solo su poche delle prime pagine dei giornali. Ma è pur sempre indicativa di un trend, di un clima. Rientra fra i segni della crisi di una sinistra vissuta in Italia per una trentina d’anni solo o soprattutto di antiberlusconismo, sino a perdere la propria coscienza, già compromessa col giustizialismo cavalcato nei primi anni Novanta per liberarsi di un altro avversario, Bettino Craxi, che pure non proveniva da destra essendo un socialista orgogliosamente dichiarato. Ma autonomista, non subordinato cioè ad un partito comunista che riteneva di avere l’esclusiva o comunque il primato di una sinistra al di fuori della quale potevano vivere solo dei “pidocchi”, come “il Migliore”, con la maiuscola, Palmiro Togliatti liquidava dissidenti e critici di quel campo.

Da Libero

         Fu proprio la rinuncia della sinistra alla sua stessa originaria natura, che in occidente è stata riformistica, o socialdemocratica, a lasciare a Berlusconi e alla sua area politica nel 1994 e anni successivi una parte consistente di quello che era stato il campo socialista rinvigorito da Craxi dopo il rifiuto del predecessore Francesco De Martino di governare senza l’appoggio dei comunisti.

         L’intestazione dell’aeroporto di Malpensa a Berlusconi significa il riconoscimento anche di questa realtà da lui rappresentata in vita e lasciata in eredità, a causa dei perduranti errori della sinistra, al centrodestra ora a trazione meloniana.

D’Alema affranto per i 10 milioni di voti perduti dai democratici americani

Da Libero

  Storditi, distratti e quant’altro dai grandi numeri degli Stati Uniti, anche come popolazione ed elettori complessivi, che scompaiono sostanzialmente nei conteggi dei soli “grandi elettori” chiamati a scegliere formalmente il presidente mandandolo in gennaio alla Casa Bianca, forse non ci siamo accorti delle vere dimensioni della sconfitta dei democratici. Che quel diavolo di Massimo D’Alema, con la mania che ha per la precisione, ha rivelato “in alte parole”, cioè nel salotto televisivo di Massimo Gramellini, sulla 7, parlando appunto delle elezioni svoltesi oltre Oceano. E sorprendendo, penso, anche l’illustre e abituale ospite a distanza Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Corte Costituzionale.

Massimo D’Alema nello studio televisivo di “altre parole”

         In particolare, l’ex presidente del Consiglio -l’unico ex o post comunista riuscito ad affacciarsi a Palazzo Chigi rimanendovi con due governi, ma per meno di due anni- ha cercato di ridurre il successo di Donald Trump dicendo che in fondo è riuscito a conservare l’elettorato del suo schieramento di quattro anni fa, costatogli allora una sconfitta mai accettata, tanto da sottrarsi allo scambio delle consegne col successore Joe Biden, dopo avere provocato, volente o nolente, un assalto eversivo al Campidoglio.

La sconfitta Kamala Harris

Al tempo stesso tuttavia D’Alema ha impietosamente ammesso, anzi rimproverato agli amici o compagni del Partito Democratico americano di avere perduto in quattro anni la bellezza di dieci milioni di voti. Che sono tanti in effetti, pur nella vastità dell’elettorato americano che purtroppo è difficile conoscere o trovare con una certa precisione navigando in internet, dove l’’indicazione è tutta riservata, ripeto, ai 538 “grandi elettori”, non di più, prodotti dai vari Stati per la scelta finale del titolare della Casa Bianca.

Il vincente Donald Trump

          Col tempo che ha a disposizione -ha osservato sarcasticamente lui stesso nelle condizioni di rottamato in cui si trova, per me immeritatamente, nel Pd e più in generale nella sinistra-  D’Alema si è proposto di studiare i dati elettorali americani per capire bene dove e come si sono spostati gli elettori verso destra. Ma così mi ha ispirato una domanda come spettatore televisivo. Mi sono chiesto se egli avrà anche il tempo e la voglia di meditare sullo spostamento pure degli elettori italiani a destra, che hanno mandato a Palazzo Chigi due anni fa Giorgia Meloni. La quale vi rimarrà per tutta la legislatura, magari confermata nel 2027 con l’elezione diretta a presidente del Consiglio, visto che l’alternativa alla quale lavora la segretaria del Pd Elly Schlein è come l’Araba Fenice. Che ci sia tutti lo dicono, ma dove nessuno lo sa, peraltro in un campo che appena mostra di potersi allargare trova il solito Giuseppe Conte, ma anche altri con lui, pronto a restringerlo, umido di veti e autoreti.

La segretaria del Pd Elly Schlein

         So bene che la Schlein si è consolata, anzi inorgoglita, nella sconfitta elettorale della sinistra nelle recenti elezioni regionali in Liguria vantando i quasi cinque punti guadagnati dal Pd rispetto all’analogo voto precedente di quattro anni fa, salendo ad un 28,5 per cento rispetto al quale il MoVimento 5 Stelle presieduto da Conte, fra i pentimenti e le proteste di Beppe Grillo, è quasi un cespuglio col suo 4,5 per cento. Ma il successo del Pd della Schlein è dovuto a soli 160 mila voti in realtà pari o inferiori a quelli precedenti, gonfiati d’aria col quasi 10 per cento in meno degli elettori recatisi alle urne.

Giuseppe Conte

In realtà, quindi, la sinistra in Liguria, come in tutta Italia, è messa alquanto male, prigioniera della rottura ch’essa stessa ha consumato col suo tradizionale elettorato mangiando quello che la Schlein non ha voluto sentirsi rimproverare di recente dalla Meloni: il caviale. Cioè diventando autoreferenziale, parlando con se stessa in dimensioni sempre minori, piacendo più alle elite che alla povera gente, presente più nei centri ricchi delle città, a traffico limitato, che nelle periferie. Gliel’ha appena ricordato e rinfacciato anche una sua elettrice nota come Sabrina Ferilli parlandone al Fatto Quotidiano e mandandone in sollucchero il direttore, convinto che a sinistra, fra i cosiddetti progressisti, l’unico a salvarsi sia il suo Giuseppe Conte: l’uomo politico “più sottovalutato nel mondo”, pur essendo stato -pensate un po’, sempre secondo Marco Travaglio- il migliore presidente del Consiglio in Italia dopo Camillo Benso conte, al minuscolo, di Cavour. Ed essendosi guadagnato il raddoppio del nome -da Giuseppe a Giuseppi- oltre Oceano ai tempi della prima presidenza di Donald Trump. Che però, tutto sommato, lo aveva conosciuto più nella versione gialloverde, con Matteo Salvini vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno, che in quella giallorossa successiva, spalancantagli in Italia da un Matteo Renzi inedito. E rapidamente pentitosene.

Pubblicato su Libero

Stefania Craxi si racconta col padre a quasi 25 anni dalla morte

Dal Dubbio

Altro che il “breve libello” proposto dall’autrice nell’introduzione con modestia forse scaramantica. Breve, sì, se sembrano poche le 175 pagine distribuite in 11 capitoli e stampate con eleganza dalla Piemme, cioè da Mondadori, ma quello che Stefana Craxi ha scritto sul padre, Bettino, e sulla propria, prima esperienza di vita vissuta “all’ombra della storia”, raccontandosi “tra politica e affetti”, come si dice nei titoli, è un signor Libro. Che racconta come meglio mi era capitato di leggere prima, ciò che lui è stato, ha rappresentato ed è rimasto in chi lo ha apprezzato, nonostante la dannatio memoriae praticata dai suoi avversari, armati di bugie, di livore, di invidia e di sentenze giudiziarie.

         Di queste ultime, peraltro, Stefania Craxi ha giustamente sottolineato l’aspetto “beffardo”: sia della prima sia delle ultime. Della prima, di condanna, in cui si diede atto al padre che “in questo processo non è risultato né che abbia sollecitato contributi al suo partito né che li abbia ricevuti a sue mani, ma questa circostanza -che forse potrebbe avere un valore da un punto di vista per così dire estetico- nulla significa ai fini delle responsabilità penali”.

Bettino Craxi alla Camera il 3 luglio 1992

         Le ultime sentenze furono quelle “di condanna -ha ricordato sempre Stefania- che la Corte europea dei diritti dell’uomo aveva emesso nei confronti dei processi di Craxi”, tradotte tuttavia in “risarcimenti di poche migliaia di euro”. Incredibile ma dannatamente vero, come tutto il resto che si legge nel libro della “falsa rivoluzione” condotta dalle presunte “mani pulite” della magistratura improvvisamente accortasi negli anni Novanta della vecchia, diffusa, generalizzata pratica del finanziamento irregolare dei partiti e, più generalmente, della politica. Una pratica ammessa, spiegata, raccontata dallo stesso Craxi, prima ancora di essere formalmente coinvolto nelle indagini, parlando alla Camera dei Deputati in un silenzio d’aula tanto vasto quanto imbarazzato e confermativo di una classe politica che aveva scelto “l’abdicazione” alla magistratura, offrendole come capro espiatorio un leader socialista troppo scomodo per tutti nella sua autonomia: sia per gli alleati di governo sia per gli avversari. Fra i quali, se si potesse dare l’oscar della franchezza, esplicativa di tutto quello che avvenne fra tribunali, giornali, piazze e anfratti, esso spetterebbe a Massimo D’Alema.

         L’allora capo vero, al di là degli incarichi formali, della sinistra post-comunista travolta dal crollo del muro di Berlino, raccontò con le parole riprodotte da Stefania Craxi nel libro a pagina 122: “Eravamo come una grande Nazione indiana chiusa fra le montagne con una sola via di uscita, un canyon. E lì c’era Craxi, con la sua proposta di unità socialista, che aveva un indubbio vantaggio su di noi: era il capo dei socialisti in un Paese europeo occidentale. Quindi era lui che rappresentava la sinistra giusta per l’Italia, solo che poi aveva lo svantaggio di essere Craxi. L’unità socialista era una grande idea, ma senza Craxi. Allora avevamo una sola scelta: diventare noi il Partito socialista in Italia”, peraltro senza avere neppure il coraggio di assumerne il nome, ma riuscendo a strappare l’ammissione all’Internazionale Socialista allo stesso Craxi. Che disponeva di un veto per una operazione del genere e che evidentemente non era poi quel prepotente dell’immaginario comunista dalla trippa da vendere e consumare nelle mense alle feste dell’Unità.  

Con Reagan alla Casa Bianca

         In una situazione politica così impietosamente raccontata, ripeto, da D’Alema come poteva Craxi scampare alla fine raccontata dalla figlia Stefania -dopo tanti passaggi anche festosi e divertenti della sua testimonianza adolescenziale degli anni felici- con uno strazio che non può non fare venire un nodo alla gola a un lettore provvisto di un minimo senso dell’umanità? La sua eliminazione era segnata, dopo tutte le emozioni e le speranze da lui accese in una cavalcata politica semplicemente straordinaria, seguita con l’affetto e l’ammirazione di una Stefania decisa spesso anche a “imbucarsi” nella sua prima vita di “testimone”. Che cessò per essere seguita da quella politica – sfociata per ora nella presidenza della Commissione Esteri e Difesa del Senato- il giorno stesso della morte del padre, di cui ricorrerà il 19 gennaio prossimo il 25.mo anniversario. E di cui lei ha raccolto l’eredità abbandonata o tradita da troppi “arrivisti e arrembanti” degli anni dell’incipiente o maggiore potere.

         Raggiunta al telefono ad Hammamet dall’allora sottosegretario di D’Alema a Palazzo Chigi Marco Minniti per essere informata dei funerali di Stato spettanti al padre, Stefania rifiutò con comprensibile e condivisibile orgoglio dopo tutte le infamie riservategli. “Fu il primo atto politico della mia seconda vita”, ha raccontato in un libro tutto da leggere, quasi d’un fiato.

Pubblicato sul Dubbio

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