Il fantasma di Giulio Andreotti fra Strasburgo e Bruxelles

Dal Dubbio

Fra Strasburgo e Bruxelles, fra il Parlamento europeo e gli uffici della Commissione esecutiva dell’omonima Unione, più che la premier Giorgia Meloni di persona, quando ci va, o a viva voce, quando parla da remoto con le ormai amiche personali e presidenti, rispettivamente, Roberta Metsola e Ursula von der Leyen, maltese una e tedesca l’altra, si aggira il fantasma di Giulio Andreotti. Che in Italia visse politicamente di maggioranze variabili, guidando sette governi e altrettante maggioranze estese, secondo i casi, fra la destra e la sinistra, dai liberali -per non parlare dei missini in talune circostanze non illuminate dai riflettori- sino ai comunisti.

Bettino Craxi e Giulio Andreotti

 Bettino Craxi parlava di lui come di “una volpe” destinata, come tutte le volpi, a finire prima o poi “in pellicceria”, non risparmiandosi tuttavia di collaborarvi, per quattro anni tenendoselo come ministro degli Esteri in due governi e accettandolo poi come presidente del Consiglio. Cioè contribuendo a quella che lo stesso Andreotti, ingobbandosi più del solito, definiva la politica o la pratica dei “due forni”. Cui la sua Dc doveva potersi rifornire secondo i bisogni, le opportunità e quant’altro: i forni, appunto, della sinistra e della destra, cui secondo lui arrivavano ogni tanto nelle urne voti democristiani “in libera uscita”, e altrettanto libero rientro.

Da morto, come fantasma, Andreotti è riuscito a propiziare in qualche modo a livello europeo questa politica o pratica dei due forni,  realizzabile tuttavia non con più governi in diverse legislature ma con un solo governo -la seconda Commissione di Ursula von der Leyen- in una sola legislatura. Che è quella uscita dalle elezioni europee di giugno.

Grazie a questa politica dei due forni, ripeto, dopo una tempesta di qualche giorno a livello mediatico e parlamentare, salvo sorprese improbabili nella votazione conclusiva del 27 novembre nell’Europarlamento, il commissario italiano con deleghe importanti Raffaele Fitto potrà essere anche uno dei sei vice presidenti vicari della Commissione. Per la cui presidente, nei momenti della designazione e della conferma parlamentare, la Meloni personalmente e poi il suo partito si astennero dissociandosi quanto meno dal metodo con cui i vertici dell’Unione, ma soprattutto il francese Emmanuel Macron e il tedesco Olaf Scholz, pur entrambi indeboliti dalle elezioni continentali di giugno,  l’avevano voluta replicare. 

Romano Prodi

Si è detto e scritto, anche da parte di un esperto della materia come Romano Prodi, fra i predecessori di Ursula von der Leyen, che la nuova Commissione europea parte “indebolita”, con vice presidenti che non meriterebbero tutta l’attenzione che si sono procurata, sempre secondo Prodi. Che a distanza di quasi 25 anni dalla sua avventura bruxelliana non ricorda neppure più se, quanti e come si chiamassero i suoi vice presidenti.

Dal Riformista

Eppure c’è qualcosa in questa valutazione di Prodi e di altri a sinistra  che personalmente non mi convince, senza con questo volere condividere a scatola chiusa la soddisfazione entusiastica della premier Meloni, condivisa invece dal Riformista con una foto e un titolo di copertina che la propone come una riproduzione bambolesca di Evita Peron, affacciata alla Casa Rosada d’Argentina dove è appena andata in missione.

Non mi convince, in particolare, l’equazione fra l’ampiezza della pur variabile maggioranza della von der Leyen -o von der Meloni, come ho letto in una vignetta- e la sua debolezza in un momento cruciale dell’Europa, fra la guerra dei dazi annunciata da Donald Trump dagli Stati Uniti e quella che continua in Ucraina, pur nella promessa dello stesso Trump di farla cessare quasi d’incanto. E’ tempo per e in Europa di larghe solidarietà, non di maggioranze delimitate come fortini. Siamo comunque appena all’inizio, anzi agli allenamenti di una lunga partita. Tutto può essere o rivelarsi esagerato come la famosa morte di Mark Twain annunciata nel 1897, ma avvenuta nel 1910. 

Pubblicato sul Dubbio 

L’epurazione silenziosa degli iscritti chiamati al congresso digitale dei 5 Stelle

Da Repubblica

L’ex sindaca di Torino Chiara Appendino ha davvero archiviato la posa confidenziale di quella foto che la sorprese in uno studio televisivo mentre sistemava la pochette nel taschino della giacca al presidente del suo partito Giuseppe Conte. Cui ha invece segnalato adesso, pur con qualche tentativo poi di ridurne la portata, il rischio che il MoVimento ancora nominalmente delle 5 Stelle venga fagocitato dal Pd, essendone diventato un cespuglio elettorale con quel 3,6 per cento rimediato in Emilia-Romagna, e superato col 3,7 dai renziani, rispetto al 43 del Nazareno. “Un socio di minoranza”, ha detto l’Appendino sorvolando sulla distinzione che Conte fa tra un’alleanza “organica” col Pd, come si disse di quella fra i democristiani e i socialisti realizzata da Aldo Moro con i suoi primi tre governi di coalizione e poi dai successori, e un’alleanza invece episodica, trattata di volta in volta in sede locale, attorno a un programma o a un candidato a sindaco di città o a presidente di regione. Una “direzione obbligata”, ha titolato oggi una compiacente Repubblica.

Dal Fatto Quotidiano

         Il guaio però per i pentastellati, come è diventato ormai doveroso definirli non avendo più senso chiamarli grillini con Beppe Grillo che non si scomoda neppure a votarli quando viene chiamato alle urne; il guaio, dicevo, per i pentastellati è che si sono fagocitati da soli con una epurazione di iscritti avvenuta tra la disattenzione generale nei preparativi del quasi congresso digitale in corso. Che Il Fatto Quotidiano ha intestato con un fotomontaggio al Rischiatutto del compianto Mike Bongiorno.    

Beppe Grillo a colori

Una fonte solitamente su quel campo, proprio Il Fatto Quotidiano, ci ha comunicato in un articolo firmato da Luca de Carolis che i 160 mila iscritti risultanti a giugno, prima delle elezioni europee, sono scesi a 89 mila dopo una verifica della loro operatività, diciamo così.  Verifica disposta da Conte anche per cautelarsi dal potere che ha ancora come garante il fondatore Beppe Grillo di fare ripetere le votazioni dai risultati sgraditi per reclamarli a maggioranza qualificata.

Marco Pannella in bianco e nero

         La riduzione degli iscritti, tutto sommato, è stata sostanzialmente pari, nei soli cinque mesi trascorsi dal rinnovo del Parlamento europeo, a quella degli elettori. Che hanno contribuito a fare degli astensionisti ancora di più il primo partito d’Italia, sia pure virtuale, senza nome, senza simbolo, senza una sede, senza un leader. A meno che Beppe Grillo in qualche teatro o piazza non voglia impadronirsene, come a suo tempo cercò di fare la buonanima di Marco Pannella in bianco e nero con gli astensionisti della cosiddetta prima Repubblica. Che erano una minoranza relativamente misera, ma pur sempre superiore alle dimensioni elettorali del partito dichiaratamente e orgogliosamente radicale.

Ripreso da http://www.startmag.it       

Il manifesto “progressista” di Giuseppe Conte affidato a Repubblica

Da Repubblica

Giuseppe Conte ha scelto la Repubblica, quella di carta naturalmente, per confermare agli iscritti al MoVimento 5 Stelle, impegnati da oggi in quello che potremo definire un congresso digitale, la sua scelta di campo con i progressisti, per nulla timoroso -ha assicurato- di finire fagocitato da un Pd gonfio di voti e ancor più, adesso, di ambizioni.

Giuseppe Conte a Repubblica

         “Non ho mai parlato -ha cercato Conte di rassicurare i dissidenti, a cominciare dal più famoso che è certamente Beppe Grillo, rimproverato di parlare “dal divano” e di non andare più neppure a votare- di alleanza organica o strutturata col Pd. Non sarebbe compatibile col dna del M5S. Ho sempre ragionato di un dialogo da coltivare con le forze del campo progressista per valutare intese, stando sempre attento a difendere la nostra identità e le nostre battaglie”.

Dal Corriere della Sera

         Mentre Conte si lasciava intervistare da Repubblica, quasi informatone- Pier Luigi Bersani lo applaudiva e incoraggiava parlando al Corriere della Sera di una “movida a sinistra” e aspettando la trasformazione del movimento ormai ex grillino in “un partito di nuovo conio”, che “il Pd -assicurava o suggeriva, raccomandava alla segretaria Elly Schlein- “non fagociterà”. Ci penserà evidentemente lo stesso Pier Luigi, e non solo con  parabole o metafore, a impedirlo. Magari andandosene un’altra volta dal Pd per tornarvi dopo un altro cambiamento di segreteria e di linea.

Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano

         Informato forse anche lui dell’intervista di Conte a Repubblica e non al suo Fatto Quotidiano, che pure lo considera -o considerava, vedremo- “il migliore presidente del Consiglio d’Italia dopo Cavour” e insieme “l’uomo politico più incompreso del mondo”, Marco Travaglio ha dedicato l’editoriale di giornata al Pd per contestargli la pratica del “dire tutto e il contrario di tutto o -più semplicemente- non dire niente”, perché ciò “assicura messi di voti da pacifisti e guerrafondai, atlantisti e multipolari, filorenziani e antirenziani, filogrillini e antigrillini, centristi e progressisti, filoisraeliani e antipalestinesi, innovatori e conservatori, green e anti-green ecc:”. “Ma la supercazzola schleniana con scappellamento a sinistra e contemporaneamente al centro non può essere un programma o una strategia: solo una tattica di poco respiro”, ha previsto o sanzionato Travaglio pensando a quell’ingenuo o disinvolto di Conte caduto evidentemente nella trappola.

Dal Fatto Quotidiano

         Ad aggravare la situazione avvertita dal direttore del Fatto Quotidiano sono arrivate le notizie da Bruxelles su un accordo per la conferma di Raffaele Fitto a vice presidente della Commissione europea. “Il Pd cala le braghe”, ha titolato Travaglio, sollevato almeno in questo dal passaggio dell’intervista di Conte a Repubblica in cui il no dei suoi a Fitto nel Parlamento europeo rimane fermo.

Goffredo Bettini

         Anche Goffredo Bettini, un altro estimatore di Conte, ha avvertito dall’Unità il suo Pd che votare Fitto “è un rischio”, significando un pericoloso “passaggio a destra”, ha spiegato il manifesto.

Come il Pd ha potuto stravincere in Emilia-Romagna perdendo 110 mila voti

Da Libero

Solo a ”urne mezze vuote” -come ha titolato l’insospettabile Fatto Quotidiano per darsi una ragione del crollo elettorale di Giuseppe Conte, “il migliore presidente del Consiglio” italiano dopo Camillo Benso di Cavour o, più recentemente, “il politico più incompreso nel mondo”- può accadere ciò che si è visto in Emilia-Romagna, e in misura minore anche in Umbria. Una specie di replica blasfema del miracolo di Cana, dove Gesù trasformò l’acqua in vino, o di quello della moltiplicazione dei pani e dei pesci.  Quandolo stesso Gesù fece saziare con 5 pesci e 2 pani all’uopo moltiplicati, appunto, cinquemila persone che alla fine  lasciarono 12 cesti pieni di avanzi.

         Nella sempre rossa Emilia-Romagna, più ancora -ripeto- che nell’Umbria tornata a sinistra, il Pd ha raggiunto un quasi autosufficiente 43 per cento, pur avendo perduto 110 mila voti rispetto alle precedenti elezioni regionali, in cui aveva preso il 34,7 per cento. Per non parlare del 28,1 per cento preso nelle elezioni politiche generali di poco più di due anni fa, quando si ebbe un’affluenza nazionale alle urne di quasi il 64 per cento, contro il 46,4 regionale di lunedì scorso. 

         Con tutti questi numeri più o meno da capogiro non voglio contraddire, per carità, il mio amico Stefano Folli che su Repubblica ha scritto che in entrambe le ultime prove elettorali di quest’anno “senza dubbio ha vinto il Pd uscendo dalla malinconia che sembrava un destino ineluttabile” dopo il voto ligure del mese scorso. Che tuttavia aveva gratificato il Nazareno, pur nella sconfitta del campo della sinistra dal quale Conte, sempre lui, aveva reclamato e ottenuto l’espulsione dei rappresentanti pur senza simbolo del partito dell’odiatissimo Matteo Renzi. Prudentemente tollerato poi sia in Emilia- Romagna sia in Umbria.

Francesco Bei su Repubblica

         Voglio solo relativizzare, diciamo così, l’entusiasmo di Francesco Bei. Che sempre su Repubblica, sventolando metaforicamente le braccia come Elly Schlein fra Bologna e Perugia, ha scritto dei voti del Pd che “ricordano la veltroniana vocazione maggioritaria” delle origini, “persino troppo alti -ha scritto sempre Bei- per un partito che vuole essere testardamente unitario, come dice Schlein, e che finisce per fagocitare i suoi alleati, ridotti a cespugli”.

         Cespugli tuttavia festosi, visto il buon viso una volta tanto opposto al cattivo gioco dall’ex presidente del Consiglio ancora pentastellato. Che non è corso a raggiungere la Schlein a Perugia, rimanendo a Roma, non per evitare di abbracciarla e baciarla ma solo per restare inchiodato alla croce, o quasi, dei preparativi dell’assemblea costituente o ricostituente del suo movimento, che ormai non viene più votato neppure dal fondatore, garante e quant’altro Beppe Grillo quando gli viene offerta l’occasione di andare alle urne, come il mese scorso nella sua Liguria.

         Ora, festa a parte e a distanza proclamata a mezzo stampa per la vittoria di Stefania Proietti nella corsa alla presidenza dell’Umbria, per Conte sarà forse più difficile del previsto fronteggiare il dissenso, a dir poco, di Grillo e fedeli superstiti da un rapporto di alleanza pur non sistemico o organico col Pd. In cui l’ex primo partito italiano delle elezioni del 2018, da cui scaturirono due governi di Conte di segno o colore opposto, gialloverde prima e giallorosso poi, assomiglia un po’ a qualcuno, appunto, dei cespugli cresciuti alla fine della cosiddetta prima Repubblica attorno alla Quercia di Achille Occhetto.

         Ad avere problemi comunque dopo le elezioni in Emilia-Romagna e in Umbria, e in vista delle altre regionali e amministrative dell’anno prossimo, non è soltanto il malmesso Conte. E’ anche la Schlein, che specie dopo avere detto al Corriere della Sera di avere “un profilo chiaro e forte”, oltre che il solito “spirito unitario”, non ha più la possibilità di giustificare fra le mura del Nazareno, ma anche fuori, sino al Quirinale, il carattere radicale della sua opposizione perché assediata, incalzata e quant’altro da un concorrente insidioso e pericoloso come Conte. Per niente rassegnato all’idea di un’alternativa pur improbabile ancora al centrodestra trainata da lui come candidato a Palazzo Chigi. Una opposizione, quella della Schlein, che ha appena strizzato l’occhio, a dir poco, all’ostracismo contro una delle vice presidenze esecutive della nuova Commissione Europea perché assegnata da Ursula von der Leyen al ministro del centrodestra italiano Raffaele Fitto. Inviato e salito giorni fa al già ricordato Quirinale per raccogliere la stima e l’incoraggiamento del presidente della Repubblica. 

Pubblicato su Libero

Quel sassolino di Matteo Renzi nella scarpa che si chiama Giuseppe Conte

         Cinquant’anni da compiere a gennaio, pur essendoseli già tutti assegnati nella millesima lettera elettronica agli amici -enews- spedita ieri nel 24.mo anniversario della prima, Matteo Renzi ama togliersi i sassolini dalla scarpa, anzi dalle scarpe senza mai riuscire a svuotarle del tutto. Se  ne trova sempre di nuove, o di vecchie rigenerate, nella sua frenetica e sempre sorprendente azione politica. Cosa che produce nemici come un albero di ciliegie, anche fuori stagione.

         Nella millesima lettera il sassolino più grosso e recente che si è tolto è quello di Giuseppe Conte. Che anche a costo di fare perdere il mese scorso alla sinistra, registrandone il campo, le elezioni regionali in Liguria, impose alla remissiva segretaria del Pd l’espulsione dei renziani dalle liste di sostegno al candidato Andrea Orlando al governatorato. Eppure gli amici di Renzi si erano infilati nella coalizione di cosiddetto centrosinistra senza insegne, quasi alla chetichella.

         Visto anche il risultato della Liguria, e i tempi quasi scaduti per aprire contenziosi dello stesso tipo, Conte non ha potuto ripetere l’operazione discriminatoria in Emilia-Romagna e in Umbria. Dove non dico grazie a Renzi, ma grazie anche a lui, pur nella quasi autosufficienza del Pd nella regione più rossa d’Italia, il cartello di sinistra ha vinto. E nella vittoria emiliano-romagnola se vi è stato un partito marginale questo è stato il MoVimento 5 Stelle, letteralmente precipitato al 3,6 per cento dei voti dal 7,2 delle elezioni europee di giugno, dal 9,9 delle elezioni politiche del 2022 e dal 4,7 delle precedenti regionali, nel 2020.

Dalla enews di Matteo Renzi

         Ad aggravare la figuraccia politica, ma un po’ anche personale di Conte, sempre in Emilia Romagna, è stato il sorpasso compiuto sul suo partito proprio da Renzi, che se n’è vantato beffardamente nella millesima lettera agli amici. “Ma comi fa -ha chiesto Renzi- a metterci veti chi in Emilia-Romagna prende meno voti do noi?”. “Se pensate -ha infierito l’ex premier- che mi stia riferendo al Movimento Cinque Stelle, beh, pensate bene”. E a seguire il solito ammonimento da quando, passando una palla alla Schlein in una partita “del cuore” all’Aquila, Renzi rivolge “agli amici del centrosinistra: senza un centro forte, riformista, serio non si vince. Lo dice la matematica, lo dice la politica e dopo la Liguria/Umbria lo dice anche il karma”.

         In Emilia-Romagna, per una beffa riservata dal destino “cinico e baro” di memoria saragattiana, il miserrimo 3.6 per cento di Conte è stato superato dal pur misero 3,7 della lista “Civici con de Pascale” assegnatasi da Renzi. Al quale tuttavia, da uno dei tantissimi destinatari della sua lettera mi sono permesso di chiedere se non gli convenga essere la sinistra vera di un centrodestra, piuttosto che la destra di una sedicente sinistra mista di caviale, come non vuole sentirsi dire la Schlein dalla Meloni, e di giustizialismo. Non attendo naturalmente risposta.

Ripreso da http://www.startmag.it

Cosa si aspetta adesso la premier dalla Schlein rinfrancata dalle urne

Dal Dubbio

Non credo che sia stata soltanto la cortesia, per quanto apprezzabile naturalmente anche o soprattutto in politica in una stagione come questa, contrassegnata da tante polemiche troppo spesso sopra le righe, a spingere la premier Giorgia Meloni dal lontano Brasile a trovare il tempo e la voglia di fare arrivare i suoi complimenti ai vincitori pur avversari delle elezioni regionali svoltesi in Emilia-Romagna e inUmbria. In Emilia-Romagna scontatamente, in Umbria meno, anzi a sorpresa, almeno per chi aveva pensato che la governatrice leghista uscente Donatella Tesei potesse farcela con l’aiuto dell’”alternativa popolare” dell’imprevedibile sindaco di Terni Stefano Bandecchi.

Dal Foglio di ieri

         La “doppietta del centrosinistra” annunciata dal Messaggero, la “rivincita” della Schlein preferita della Stampa, i “due bei colpetti al campo Trump” indicati dal Foglio e altro ancora non sono necessariamente riconducibili solo ad una sconfitta, che pure c’è stata, del centrodestra.  Peraltro diluita in un calo notevole dell’affluenza alle urne – dai 20 ai 12 punti fra Emilia-Romagna e Umbria considerando le analoghe e precedenti elezioni- che riduce di per sé dimensioni e significato della vittoria del campo stavolta davvero largo.

Giuseppe Conte

         In quest’ultimo la parte del leone l’ha fatta il Pd. E quella della preda, col dimezzamento dei voti, o quasi, rispetto a quelli non lontani dello scorso mese di giugno per il rinnovo dell’Europarlamento, l’ha fatta il MoVimento 5 Stelle dell’alleato-concorrente Giuseppe Conte. La cui volatizzazione si deve, più ancora dell’azione della pur soddisfattissima Eddy Schlein, alla crisi interna latente da tempo ma letteralmente esplosa con la rivolta del garante a vita, fondatore, elevato, consulente a contratto e altro ancora Beppe Grillo. Che è ormai in fase eccitante di connessione -sul suo stesso blog, in fotomontaggio- con Elon Musk, l’amico, consigliere, finanziatore e quasi ministro dell’ex presidente americano Donald Trump cui mancano meno di due mesi al ritorno per altri quattro anni, gli ultimi, alla Casa Bianca. Dove l’uscente Joe Biden lo ha fatto riaffacciare con una certa cordialità dopo la vittoria elettorale, archiviando davvero una campagna mai condotta con tanta virulenza da entrambe le parti in competizione.

Elly Schlein in festa a Bologna

         Ora dall’alto del quasi autosufficiente 42,9 per cento dei voti conquistato in Emilia-Romagna e del 30,2 in Umbria contro, rispettivamente, il 3,6 e il 4,7 del movimento ancora nominalmente pentastellato l’armocromatica Elly Schlein potrà sempre più difficilmente spiegare ai critici che ha al Nazareno il suo radicalismo oppositorio, motivato sino all’altro ieri con la necessità di difendersi dalla concorrenza di un pericoloso Conte incautamente promosso non da lei ma dai suoi predecessori al “punto più alto di riferimento dei progressisti in Italia”. Così, in particolare, lo avevano definito proprio al Nazareno e dintorni l’allora segretario del Pd Nicola Zingaretti e il consigliere Goffredo Bettini.

         Nei rapporti di forza ormai consolidati con i risultati dell’Emilia-Romagna e dell’Umbria, dopo quelli analoghi in Liguria il mese scorso, Giorgia Meloni può bene aspettarsi e reclamare dal Pd della Schlein un rapporto oppositorio sì, ma più costruttivo, più responsabile. Ed è forse proprio questo, più ancora della cortesia personale verso i nuovi governatori regionali, che ha spinto la Meloni a formulare, ripeto, auguri e quant’altro dal lontano Brasile, dove si trovava l’altro ieri ancora in missione per il G20 climatico.

Raffaele Fitto

         Già tallonata in Italia dal presidente della Repubblica in persona, Sergio Mattarella, ricevendo al Quirinale per solidarietà e incoraggiamento il ministro uscente Raffaele Fitto in attesa di insediamento come esponente e vice presidente della nuova Commissione europea di Ursula von der Leyen, si vedrà a breve se e come la segretaria del Pd vorrà e saprà muoversi contro quella parte della sua “delegazione” a Strasburgo tentata dal no. Ma è solo la prima, più immediata prova che attende la segretaria piddina all’appuntamento con la responsabilità cui non può sottrarsi un’opposizione davvero democratica, e non sfasciatutto. Un altro terreno è quello della “rivolta sociale” che continua a propugnare il promotore principale dello sciopero generale del 29 novembre Maurizio Landini, al vertice della Cgil guidata a suo tempo, e di dimensioni ben più grandi, da Luciano Lama, per non andare ancora più indietro negli anni.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 23 novembre

Successo di sinistra in Emilia-Romagna e Umbria macchiato dall’astensionismo

Dal Messaggero

         Per la segretaria del Pd Elly Schlein è obiettivamente qualcosa di più del “festino di consolazione” riconosciutole da Libero   la vittoria del cosiddetto centrosinistra in entrambe le regioni di quest’ultimo turno elettorale del 2024. Scontata in Emilia-Romagna meno in Umbria, “la doppietta del centrosinistra” scolpita dal Messaggero giova alla Schlein sia per le dimensioni cui è arrivato il Pd -in Emilia-Romagna al 42 per cento- sia per quelle cui è ridotto all’interno del campo stavolta largo davvero il concorrente MoVimento 5 Stelle del presidente Giuseppe Conte. Esso è poco più di un cespuglio col 3,5 per cento  in Emilia-Romagna e il 4,2 in Umbria, sotto il 4,7 già frustrante della Liguria il mese scorso.

Giuseppe Conte nella vignetta di ItaliaOggi

         Ora l’ex presidente del Consiglio dovrà peraltro faticare ancora più di quanto non avesse messo nel conto della partita interna in corso nel suo movimento per far passare, nella sua immaginaria rifondazione, l’idea contestata da Grillo di un’alleanza quasi organica, sistemica col tanto più forte partito della Schlein in nome di una comune appartenenza al campo dei progressisti. Dove Conte si era collocato prendendosi sul serio nella veste del “punto di riferimento più alto” confezionatagli, quando era ancora presidente del Consiglio, dal segretario pro-tempore del Pd Nicola Zingaretti e dall’ancora più generoso consigliere Goffredo Bettini. Che vorrebbe consigliare pure alla Schlein comprensione e riguardo per l’ex premier ma in condizioni obiettivamente più deboli considerando la caduta elettorale ormai libera delle cinque stelle, e il loro dissesto interno.

Il nuovo governatore dell’Emilia-Romagna Michele De Pascale

         C’è tuttavia qualcosa che ha guastato la festa della Schlein per i guadagni elettorali del suo partito e per la riconquista dell’Umbria dopo la fase del centrodestra. Ed è qualcosa di rilevante, riguardando l’affluenza alle urne impietosamente sottolineata da Emilio Giannelli nella vignetta di prima pagina del Corriere della Sera. in Emilia-Romagna rispetto alle analoghe elezioni precedenti essa è calata di quasi 20 punti, più dei 16 e rotti che hanno distanziato il vincitore della corsa alla presidenza, il sindaco di Ravenna Michele De Pascale, dalla sfidante del centrodestra Elena Ugolini. In Umbria l’affluenza è calata di 12 punti, meno che in Emilia-Romagna di certo ma di pur 9 punti e rotti rispetto ai 5 di distanza fra: la vincente Stefania Proietti, sindaco di Assisi, e la governatrice leghista uscente Donatella Tesei. Ciò obiettivamente riduce la portata di entrambe le vittorie. In qualche modo le dimezza nelle “urne mezze vuote” sottolineate pure dal Fatto Quotidiano nel tentativo però di giustificare i crolli pentastellari.   

La nuova governatrice dell’Umbria Stefania Proietti

E pensare che poco più di due anni fa la sinistra cercò di ridimensionare la vittoria del centrodestra nelle elezioni politiche generali per una riduzione dell’affluenza alle urne di nove punti: dal quasi 73 per cento del 2018 al pur sempre notevole 63,9 del 2022. Altro che il 52 per cento dell’Umbria e il 46 dell’Emilia-Romagna di ieri.    

Ripreso da http://www.startmag.it

Con quanta poca voglia alle urne in Emilia-Romagna e in Umbria

Dal Quotidiano Nazionale

Pur con le riserve imposte dalla seconda, mezza giornata di voto che non c’era stata nelle analoghe, precedenti elezioni, non sembra incoraggiante il calo d’affluenza alle urne registratosi al termine della prima giornata in Emilia-Romagna e in Umbria per l’elezione dei rispettivi presidenti e Consigli regionali. Persino più nella rossa e sicura Emilia-Romagna, fra le preoccupazioni confessate da Romano Prodi, che in Umbria, la più incerta nelle previsioni dei risultati per le distanze minime registrate nei sondaggi fra il cosiddetto centro sinistra a ranghi completi, comprensivo dei renziani, e il meno cosiddetto centrodestra sostanzialmente allargatosi all’”alternativa popolare” del sindaco di Terni Stefano Bandecchi.

Dal Corriere della Sera

         Non si è insomma avuta la sensazione di una corsa alle urne con entusiasmo un po’ per la tendenza in generale, ormai, alla diserzione e un po’ per l’eccesso forse di politicizzazione delle campagne elettorali, nelle quali si sono infilati temi ben poco locali come le tensioni nelle piazze d’Italia tipo anni Settanta o addirittura i contraccolpi nazionali ed europei delle elezioni americane appena vinte da Donald Trump supportato da Elon Musk. Come volete che abbiano potuto influire queste cose sugli umori, per esempio, degli elettori umbri ai quali sono state propinate in qualche comizio per demonizzare l’appartenenza della governatrice leghista  uscente Donatella Tesei alla destra?  

Credo che abbiano influito poco sugli umori dei votanti umbri anche la volontà perseguita, in particolare, dalla sinistra di strappare loro qualche contributo al desiderio di una rivincita completa, non limitata alla sola e scontata Emilia-Romagna, dopo la cocente sconfitta, sia pure di misura, o proprio perché di misura, subita il mese scorso nelle elezioni regionali in Liguria. Dove pure i sostenitori della candidatura dell’ex ministro Andrea Orlando avevano avuto inizialmente la spinta della magistratura con l’arresto del governatore uscente di centrodestra Giovanni Toti,  e poi anche  con la decisione a sorpresa dello stesso Toti di preferire un patteggiamento ad un processo per corruzione che lui si era dichiarato pronto ad affrontare, petto in fuori e braccia gonfie dei muscoli, con la sicurezza di uscirne assolto. Sia pure nei soliti, lunghissimi tempi dei tribunali italiani, compresi quelli genovesi.

Dal blog di Beppe Grillo

Fra tutti i partiti in lizza, comunque, quello messo peggio è il MoVimento 5 Stelle per la sua confusione interna, a dir poco, oltre che per le sue note difficoltà nei cosiddetti “territori”. Beppe Grillo ha persino scavalcato in un imbarazzante trumpismo Giuseppe Conte – Giuseppi, secondo il presidente di ritorno alla Casa Bianca- proponendosi sul proprio blog in connessione col trumpissimo Elon Musk.  Muskiano e  contrario ad un rapporto “organico” col Pd, l’ancora (per poco) garante a vita dei pentastellati.

Dal Tevere all’Atlantico, quando le rive si avvicinano o si allontanano

Da Libero

In una decina di giorni, fra la vittoria alla grande di Donald Trump nelle elezioni presidenziali americane, la sorpresa del suo amico, consigliere, finanziatore e quasi ministro Elon Musk per la partecipazione dei giudici in Italia alla gestione dell’immigrazione clandestina e la reazione del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, la distanza fra le due coste dell’Atlantico sembra aumentata. Con tutto quello che emotivamente, ancor più che politicamente, è derivato nei partiti e sui giornali.

Il libro di Giovanni Spadolini del 1970

         Eppure Giovanni Spadolini da storico prestato allora solo al giornalismo, e non ancora alla politica, nel 1958 cominciò a prendere le misure del nostro, più modesto Tevere per sostenere che più ne aumentavano le acque nel tratto romano più ne guadagnavano i rapporti fra l’Italia e il Vaticano, lo Stato e la Chiesa.  “Il Tevere più largo- Da Porta Pia ad oggi” fu il titolo di un suo “tascabile”stampato nel 1970 da Longanesi & C. e venduto a 350 lire, neppure 20 centesimi del nostro euro.

         Quando divenne ministro della Difesa, nel 1983 col governo di Bettino Craxi, il primo guidato da un socialista nella storia d’Italia, Spadolini  invertendo i criteri della laicità si mise a lavorare col suo solito impegno per ridurre metaforicamente al minimo le distanze fra le coste americane ed europee dell’Atlantico E allorchè le vide o avvertì aumentate nella famosa notte di Sigonella del 1985, quando Craxi impedì ai marines americani nella base siciliana della Nato di catturare e portare negli Stati Uniti gli autori del dirottamento della nave italiana Achille Lauro nel Mediterraneo, giudicati e condannati poi in Italia, appunto, Spadolini si dimise per solidarietà col presidente Ronald Reagan. Al quale personalmente Craxi aveva comunicato il suo rifiuto di rinunciare alla sovranità italiana con parole che però vennero tradotte male da Michael Ledeen in veste di interprete. Per cui alla Casa Bianca rimasero di stucco nell’apprendere del fallimento dell’operazione dei marines. Peggio ancora di quanto non fosse rimasto Spadolini.

Bettino Craxi e Giovanni Spadolini

         Poi Craxi e Reagan, o viceversa, si chiarirono e ripresero ancora meglio di prima i loro rapporti scambiandosi lettere e incontrandosi alla Casa Bianca. Spadolini, dal canto suo, aveva già ritirato le dimissioni e soffocato nella culla, diciamo così, una crisi di governo sulla quale gli avversari di Craxi avevano brindato con troppa fretta. Le distanze fra le due coste dell’Atlantico tornarono a ridursi. E, grazie al riarmo missilistico della Nato completato in Italia con Craxi a Palazzo Chigi, Reagan e l’intero Occidente sfiancarono l’Unione Sovietica senza sparare un colpo, facendo abbattere il muro di Berlino dai dimostranti in festa il 9 novembre 1989.

         Ricordo tutto questo anche per motivare il mio scetticismo per le vesti che si stanno strappando addosso in tanti, anche in Italia, di fronte a quanto è accaduto dopo la vittoria elettorale di Trump e la sconfitta di Kamala Harris. Che ha fatto perdere rispetto a quattro anni prima ben dieci milioni di voti al suo partito, diventato come la sinistra in Italia il riferimento più delle elite che del popolo, più dei centri a traffico limitato che delle periferie.

         Ma, per quanto allargato, con un paradosso nel paradosso, l’Atlantico alla nostra sedicente sinistra sembra anche fare paura più di prima, facendole sentire minacciata la sovranità italiana. O ciò che rimane al governo, e allo stesso Quirinale in fin dei conti, dopo quella che si è presa la magistratura interpretando a suo modo norme costituzionali e ordinarie italiane e ora anche sentenze e direttive europee.

         Per fortuna in Italia vige ancora l’articolo 78 della Costituzione, che affida alle Camere la “deliberazione” dello stato di guerra e il “conferimento al governo dei poteri necessari”. Sennò lor signori progressisti ci avrebbero già portati alla guerra contro gli Stati Uniti, come Benito Mussolini -sì, proprio lui- il 13 dicembre 1941 accodandosi ad Hitler.

Stefania Craxi

         Forse sbaglio violando addirittura la segretezza della corrispondenza privata, ma voglio riferirvi un messaggino ricevuto dalla mia amica Stefania Craxi. Alla quale per errore, in coda ad uno scambio di saluti e valutazioni del suo bellissimo libro appena scritto sul padre a quasi 25 anni dalla morte, avevo mandato la proposta di questo articolo destinata al direttore di Libero Mario Sechi.  “Francamente -mi ha scritto la presidente della Commissione Esteri e Difesa del Senato riferendosi alla sortita di Musk- tali ingerenze non si possono sentire…Ma vedere le vedove di Kamala non ha prezzo….”. Grandissima Stefania, con tutto quello che i giudici in Italia riuscirono a fare contro il padre.

Pubblicato su Libero

Quell’Umbria verde e…infedele che angoscia la sinistra nelle urne

Dal manifesto

Delle due regioni alle urne oggi e domani in quest’ultimo appuntamento elettorale dell’anno, dopo la conferma a sorpresa del centrodestra in Liguria nonostante la decapitazione giudiziaria dell’ex governatore Giovanni Toti, l’Emilia-Romagna sembra destinata a rimanere saldamente nelle mani della sinistra in un campo che Giuseppe Conte ha consentito largo, esteso sino all’odiato Matteo Renzi. L’Umbria invece è in bilico, “corre sul filo”, secondo il titolo di oggi sul manifesto.  Ma un filo che tende più a destra, come cinque anni fa con la vittoria della leghista Donatella Tesei, che a sinistra, per quanto la sfidante sindaca di Assisi Stefania Proietti sia riuscita a fare breccia tra i frati francescani mettendo in imbarazzo le gerarchie religiose della regione.

Il sindaco di Terni Stefano Bandecchi

         Più dei frati “rossi”, come li chiamerebbe forse Matteo Salvini risparmiando loro le “zecche” di uguale colore lamentate nei centri sociali, giocheranno probabilmente, ma contro la Proietti, i voti che riuscirà a procurare alla governatrice uscente l’”irregolare”, diciamo così, sindaco di Terni Stefano Bandecchi.  Ed è proprio a Terni, guarda caso, che la sindaca del Pd Elly Schlein e il presidente di quel che rimane del MoVimento 5 Stelle, sceso già nelle precedenti elezioni regionali al 7,4 per cento dei voti, hanno voluto persino baciarsi due volte per strada, davanti all’ospedale, per dare l’impressione di una coalizione di sinistra compatta e fiduciosa. Ma sono stati due baci scambiati così in fretta che nessuno ha fatto in tempo a fotografarli. O ne ha risparmiato le immagini.

La foto di Terni

         E’ rimasta nei cosiddetti social solo la foto di gruppo della sindaca di Assisi con la Schlein, Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli. Che rischia però di portare male alla candidata come cinque anni fa al candidato della sinistra la foto di Nicola Zingaretti, ancora segretario del Pd, con gli alleati, compreso un Conte incoronato anche da Goffredo Bettini re dei progressisti italiani. O, più precisamente e repubblicanamente, il loro “punto di riferimento più alto”.

Dal Fatto Quotidiano

         Resta naturalmente da vedere quanti davvero dei 701 mila e rotti elettori dell’Umbria andranno davvero a votare, resistendo alla tentazione di un’astensione di protesta quanto meno contro tutti i tentativi, compiuti da entrambi gli schieramenti, di centrodestra e di centrosinistra, per quanto siano ben nove formalmente i candidati alla presidenza della regione,  di scaricare nelle urne locali temi come la vittoria di Donald Trump negli Stati Uniti, gli attacchi del suo amico, consigliere e finanziatore Elon Musk ai giudici italiani che partecipano alla gestione dell’immigrazione clandestina, la reazione del presidente della Repubblica Sergio Mattarell, i diffusi disordini di piazza da anni Settanta ed altro ancora. Compreso “il voto di scambio” attribuito dal solito Fatto Quotidiano ai troppi ministri accorsi in Umbria a sostenere la governatrice uscente.

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