Se i magistrati non si fidano neppure di se stessi nel giudicare il loro lavoro

Titolo del Dubbio

Tra dichiarazioni critiche di singoli magistrati, documenti con più firme e tazebao affissi o circolanti nei tribunali in vista dello sciopero fissato per il 16 maggio contro la riforma pur parziale della giustizia, approvata dalla Camera e all’esame del Senato, sta letteralmente scoppiando il problema della scarsa rappresentatività dell’associazione o sindacato di categoria. Che pur vanta più di novemila iscritti su meno di diecimila   magistrati operanti in Italia: ma iscritti sulla carta, perché in realtà a prendere le decisioni è una minoranza del 15 per cento. Lo abbiamo già rilevato a proposito dei 1400 partecipanti all’assemblea generale del 30 aprile all’Angelicum, dove votarono per lo sciopero in poco più di mille.

I dirigenti dell’associazione hanno incautamente ritenuto di emendarsi da ogni colpa o responsabilità nella gestione correntizia della categoria espellendo l’ex segretario Luca Palamara, colto con le mani nel sacco, diciamo così, nella pratica delle trattative da sottogoverno per promozioni e destinazioni da deliberare formalmente nel Consiglio Superiore della Magistratura. Lo hanno espulso – prima ancora che Palamara finisse davvero sotto processo in tribunale- come se quel modo balordo di gestire promozioni e incarichi, a grappoli o singoli, lo avesse inventato lui, e non lo avesse invece ereditato dai colleghi che lo avevano praticato con la stessa disinvoltura, a dir poco.

Tutti i nodi prima o dopo vengono al pettine. Esso potrebbe rivelarsi, per le polemiche interne che lo stanno distinguendo, proprio lo sciopero del 16 maggio, indetto in fondo contro gli stessi magistrati. Che non si fidano neppure di se stessi, come li ha giustamente accusati l’avvocato Gian Domenico Caiazza commentando le reazioni dell’associazione contro i fascicoli dove si potranno finalmente trovare  i veri contenuti delle prestazioni delle toghe, di cui tener conto nella prosecuzione delle loro carriere, sempre dipendenti dal Consiglio Superiore.

Pubblicato sul Dubbio

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Le scuse opportunistiche di Putin agli ebrei non lo fermano nella guerra

Sarebbe davvero da sprovveduti scambiare per resipiscenza, o recupero sia pure momentaneo di buon gusto e buon senso, la telefonata con la quale Putin si è scusato col premier israeliano per la sortita del ministro degli Esteri russo sulle presunte origini ebraiche di Hitler, da abbinare all’ebreo e odiato -a Mosca- presidente dell’Ucraina Zelensky. 

Titolo del manifesto
Il fotomontaggio del Fatto Quotidiano contro Draghi e Guerini

Non di resipiscenza, buon gusto, buon senso e simili si è trattato ma solo di opportunismo, essendosi rapidamente diffusa la notizia della tentazione d’Israele, dopo l’improntitudine del ministro degli Esteri russo, di non continuare a restare praticamente alla finestra ma di unirsi agli occidentali negli aiuti militari all’Ucraina. E gli israeliani -a Mosca lo sanno bene già dai tempi sovietici- in materia di armi e addestramento hanno imparato ad essere bravissimi per l’eterna condizione di allarme, e spesso anche di guerra, in cui vivono sin dalla nascita del loro Stato. Non sono certamente quella coppia italiana di Mario Draghi  e Lorenzo Guerini, presidente del Consiglio e ministro della Difesa, immaginata nel fotomontaggio del solito Fatto Quotidiano su un carro armato agli ordini del presidente americano Joe Biden nella guerra “per procura” – dicono i pacifisti- che gli ucraini sono riusciti ad opporre a quella cominciata da Putin contro di loro senza neppure dichiararla. E che prosegue imperterrita a “Martiriupol”, come ha titolato il manifesto, e altrove  per amputare, quanto meno, un Paese che originariamente Putin voleva annettersi completamente, allarmato da una Nato che “abbaiava”, secondo un’espressione adoperata da Papa Francesco e scambiata per  un sostegno al Cremlino. Il Pontefice l’aveva usata invece per sottolineare e denunciare la sproporzione, diciamo così, della reazione di Putin, cioè l’insensatezza e la gravità dell’aggressione, invasione e quant’altro di un’Ucraina colpevole solo di essere confinante con la Russia e troppo attratta dall’Europa e, più in generale, dall’Occidente. 

Il Papa convalescente dopo l’intervento al ginocchio
La vignetta del Corriere della Sera

Sui rapporti fra Putin e il Papa, o viceversa, è divertente la vignetta di prima pagina del Corriere della Sera, in cui Emilio Giannelli strappa Francesco dalla sedia a rotelle sulla quale è costretto in questi giorni per il suo ginocchio e lo fa saltare sulla schiena di un curvo Patriarca di Mosca per gridare “pace” in faccia a un Putin quasi napoleonico. L’unico errore che si può contestare a Giannelli è il titolo al singolare che ha voluto usare, o forse hanno usato quelli della redazione del giornale: “Putin e la Chiesa”. Nel nostro caso sono due le Chiese: quella ortodossa di Kirill, supina al Cremlino o addirittura istigatrice, e quella cattolica romana e universale di Francesco. 

Due parole, infine, sull’altra guerra, per fortuna tutta politica, prodotta da Putin stavolta in Italia. Dove la maggioranza di governo, già indebolita di suo da una doppia campagna elettorale in corso, per le amministrative di giugno e per quelle generali dell’anno prossimo, salvo anticipo, è a pezzi  anche o soprattutto per la linea fortemente atlantista adottata da Draghi di fronte al conflitto in Ucraina: un Draghi peraltro che, avendo ottenuto dal Parlamento quasi all’unanimità, l’autorizzazione ad aiuti “anche militari” a Zelensky fino a dicembre, non si sente obbligato a ripresentarsi alle Camere, come invece gli chiede un giorno sì e l’altro pure il grillino Giuseppe Conte, spalleggiato spesso più o meno apertamente dal leghista Matteo Salvini. 

Titolo della Stampa
Titolo di Repubblica

Due titoli giornalistici danno bene l’idea della situazione. Uno è quello di Repubblica su un commento di Francesco Bei: “Una danza tribale intorno al premier”. L’altro è quello della Stampa su un commento dell’ex direttore Marcello Sorgi: “Ma adesso Conte non tiri la corda”. Che potrebbe spezzarsi più rovinosamente per lui che per Draghi, col quale è perfettamente allineato il ministro grillino degli Esteri Luigi Di Maio. 

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Ora è guerra anche fra i Papi pur disarmati di Mosca e di Roma.

L’ambasciatore russo in Vaticano Alexandr Avdev
Kirill e Francesco ai bei tempi ecumenici

Si è dunque chiuso rapidamente lo spiraglio aperto dall’ambasciatore russo presso il Vaticano, Alexandr Avdev, sulla proposta di Papa Francesco di un incontro al Cremlino con Putin per cercare di fermare la guerra in Ucraina. Qualcuno dal Ministero russo degli Esteri si era dimenticato di avvertire l’ambasciatore del peso che ha su Putin il Patriarca di Mosca e di tutte le Russie Kirill, Cirillo per noi italiani. Che è favorevolissimo a quella guerra e ora per giunta è a rischio di sanzioni da parte dell’Unione Europea per le sue enormi ricchezze. Il “fratello” Cirillo, come ha continuato a chiamarlo il Papa nella recente intervista al Corriere della Sera in cui ha rivelato anche una polemica telefonata intercorsa fra di loro proprio sulla guerra in Ucraina, deve avere posto un veto cui Putin non ha potuto sottrarsi, se mai ha avuto davvero la tentazione di un incontro col vescovo e Papa di Roma. 

La vignetta del Foglio

La guerra insomma si è estesa. Ora, pur disarmati, sono in guerra anche i due Papi. I loro rapporti sono diventati sarcastici. Li ha ben rappresentati una gustosa vignetta di prima pagina del Foglio, a colori, in cui un Francesco un pò malmesso, coi sandali da frate ai piedi, impreca contro “le ville e i miliardi” di un Cirillo ormai meno fratello dei tempi in cui si incontravano e si scambiavano promesse di familiarità ecumenica. 

Naturalmente le interferenze religiose, con quei 150 milioni di fedeli che Cirillo ritiene di avere conservato nonostante gli insulti di Putin da lui condivisi agli ucraini, considerati in buona parte nazisti e pederasti, aggravano le prospettive della guerra. Non a caso gli assalti a quel che resta delle acciaierie di Mariupol, dove sono asserragliati combattenti ucraini irriducibili, sono ripresi ancora più forti dopo che Putin aveva pubblicamente ordinato al suo ministro della Difesa di rinunciarvi per risparmiare vittime russe, lasciando i nemici senz’aria, come in una tomba.  Non una mosca -aveva appunto detto- deve più volare in quei sotterranei. 

Più dura e addirittura si aggrava la guerra in Ucraina e più crescono in Italia le difficoltà del governo e della maggioranza, insidiati dalla convergenza contro più sostanziosi aiuti militari al Paese aggredito dalla Russia fra Giuseppe Conte e Matteo Salvini, pur separatisi così clamorosamente nell’estate del 2019, quando erano rispettivamente presidente del Consiglio e vice presidente e ministro dell’Interno. 

Titolo di Repubblica

Alla volontà ribadita da Draghi davanti al Parlamento europeo di proseguire negli aiuti militari all’Ucraina, e ad altro che non è piaciuto ai grillini in materia economica, Conte ha reagito chiedendo pubblicamente se non vi è l’intenzione dello stesso Draghi, e di altre parti della maggioranza, di spingere i pentastellati fuori dal governo. Dove in ogni caso si può sospettare che ben difficilmente il ministro degli Esteri Luigi Di Maio si dimetterebbe per adeguarsi ad una crisi ordinata da Conte per reazione a qualche decisione o scelta “provocatoria” di Draghi.

Titolo del Riformista

Non è per niente forzato il titolo del Riformista sulla situazione della maggiorana e del governo: “Una sola cosa Conte non sopporta: Draghi”. Piuttosto, esso è incompleto. Manca di aggiungere che l’intolleranza è ormai reciproca. Neppure Draghi sembra più sopportare il suo predecessore, per quanto possa essere forse imbarazzato, almeno nelle apparenze, Enrico Letta come segretario del secondo partito della maggioranza per consistenza parlamentare: il Pd. 

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Il bilancio fallimentare di 28 anni vissuti col sistema maggioritario

Titolo del Dubbio

I 17 governi, 11 presidenti del Consiglio e 7 legislature susseguitesi nei 28 anni trascorsi dal 1994 -quando si votò per la prima volta in Italia col sistema non più proporzionale ma misto, prevalentemente maggioritario, poi addirittura con l’indicazione del candidato alla guida del governo nella scheda elettorale- sono o dovrebbero essere più che sufficienti per condividere il bilancio “fallimentare” appena lamentato da Paolo Delgado sul Dubbio a proposito della svolta voluta dai promotori del referendum elettorale del 1993. Che era stato preceduto nel 1991 da quello contro i voti plurimi di preferenza, ridotti a uno solo, sperimentato l’anno dopo nella campagna elettorale rivelatasi la più costosa della storia repubblicana per i candidati che vi avevano partecipato, e perciò soppresso anch’esso nelle elezioni successive. 

Marco Pannella e Mario Segni insieme

           Le meraviglie promesseci con i loro referendum dal compianto Marco Pannella e dal mio carissimo amico Mariotto Segni, che aveva letteralmente stregato Indro Montanelli con le sue visite nella redazione del Giornale, si sarebbero dovute tradurre in questi 28 anni -ripeto- trascorsi dal 1994 in sei legislature e altrettanti governi e presidenti del Consiglio, tutti nominati solo formalmente dal presidente della Repubblica, essendo ancora in vigore l’articolo 92 della Costituzione approvata nel 1947, ma in realtà scelti, indicati, designati, come preferite, dagli elettori, poveri illusi. 

Silvio Berlusconi e Romano Prodi insieme
Mario Draghi e Mario Monti insieme

            Degli 11 presidenti del Consiglio succedutisi a Palazzo Chigi nella stagione maggioritaria solo due hanno avuto la fortuna di passare per la loro indicazione sulla scheda elettorale: Silvio Berlusconi e Romano Prodi, il primo riuscendo a restare a Palazzo Chigi per una decina d’anni peraltro non continuativi, e il secondo per meno di quattro, neppure essi continuativi. Tutti gli altri presidenti del Consiglio sono stati selezionati, diciamo così, di seconda e terza mano dalle segreterie dei partiti o personalmente dal capo dello Stato, come Lamberto Dini da Oscar Luigi Scalfaro nel 1995, Mario Monti da Giorgio Napolitano  nel 2011 e Maro Draghi l’anno scorso da Sergio Mattarella. E – altra particolarità delle sorprese del quasi trentennio più o meno maggioritario- uno dei presidenti del Consiglio usciti dai giochi interni di partito non era neppure stato eletto al Parlamento: Giuseppe Conte, Giuseppi per l’amico Donald Trump. Egli fu nominato in modi dichiaratamente scettico da Mattarella, che avrebbe preferito gli fosse stato proposto dai grillini e dai leghisti qualcuno eletto precedentemente anche solo ad un Consiglio Comunale. Conte invece non solo gli fu proposto senza precedenti neppure amministrativi e fu ugualmente nominato, ma realizzò continuativamente, fra il 2018 e il 2019 due maggioranze politiche di segno opposto: una con la Lega e senza il Pd, l’altra col Pd e senza, anzi contro La Lega.

Giulio Andreotti
Giuseppe Conte

           Fu detto e scritto, a giustificazione di tanta disinvoltura, che anche a Giulio Andreotti era capitato nella cosiddetta prima Repubblica di realizzare maggioranze opposte di governo: senza, anzi contro, e col Pci. Ma fra l’una e l’altra erano passati almeno quattro anni: nel 1992 senza o contro il Pci, alla testa di un governo centrista con i liberali, e nel 1976, alla guida di un governo interamente democristiano, con l’appoggio esterni dei comunisti e la formula della ”solidarietà nazionale” inventata da Aldo Moro  E non del “compromesso storico” perseguito da Enrico Berlinguer, come invece  qualcuno ogni tanto scrive e dice a proposito di quel passaggio politico con un’assai presunta autorità di storico. Povera storia, e povero Moro, che tanto si industriò, sino alla vigilia della morte per mano dei brigatisi rossi, a tenere i comunisti fuori dal governo, anche dopo che Berlinguer si era spinto a dirsi più “garantito” dall’ alleanza atlantica che dai vecchi rapporti di amicizia e solidarietà con la Mosca dell’Unione Sovietica.

        Per tornare alle mancate meraviglie del sistema maggioritario miseramente “fallito”, secondo le giuste conclusioni tratte da Paolo Delgado, peccato che forse non avremo materialmente il tempo di tornare al vecchio e certamente preferibile sistema proporzionale. Col quale ho personalmente votato per una quarantina d’anni senza aver mai venduto un mio voto di preferenza, e senza essermi mai sorpreso delle alleanze politiche poi strette dal partito via via prescelto, essendomi sempre stato chiaro il suo orientamento per il dopo-elezioni.

La guerra in Ucraina

           La situazione politica, già difficile per la campagna elettorale praticamente in corso a vari livelli, anche nazionale, si sta aggravando per gli effetti della guerra in Ucraina e della linea adottata da Draghi, considerata troppo atlantista dalla coppia un po’ riformatasi fra Salvini e Conte. Se il rinnovo delle Camere fosse anticipato per il sopraggiungere di una crisi, dalla quale sono in tanti ad essere tentati pur smentendo a parole, non ci sarebbe il tempo né politico né materiale, ripeto, di modificare la legge elettorale in vigore. Di cui tutti pure parlano più o meno male.

Pubblicato sul Dubbio

Putin apre forse al Papa per l’Ucraina e Draghi comincia a scaricare Conte

Titolo del Corriere della Sera
Titolo del manifesto

Mentre sulla “linea del fuoco” in Ucraina, come la chiamano al  manifesto, si apre forse uno spiraglio con i segnali giunti al Vaticano dall’ambasciata russa sulla disponibilità di Putin, finalmente, all’incontro propostogli dal Papa una quarantina di giorni fa, si apre in Italia un’altra linea di fuoco tutto politico, per fortuna, senza bombe e sangue. 

Titolo della Stampa

Ad aprire questo fuoco virtuale è stato addirittura un uomo dai nervi abitualmente saldi come il presidente del Consiglio Mario Draghi. Che, stanco del comportamento del suo predecessore Giuseppe Conte, con un piede nella maggioranza e nel governo e l’altro fuori sui temi economici, sociali e di politica estera, nonostante la presenza d Luigi Di Maio alla Farnesina, ha deciso di accettare e rilanciare la sfida. Forse egli si è davvero convinto, come gli attribuisce un retroscena della Stampa, che a questo punto convenga accorciare la campagna elettorale in corso e la durata di questa tormentatissima legislatura anticipando all’autunno il rinnovo delle Camere. Così finalmente i pentastellati potranno regolare i conti al loro interno, senza scaricare le tensioni sul governo, e tornare in Parlamento a ranghi più ridotti, senza la “centralità” conquistata nelle elezioni del 2018. 

Il guaio -l’unico forse della partita- è che un anticipo delle elezioni politiche condannerà  assai probabilmente i partiti  a tenersi la legge elettorale in vigore, che consente o favorisce, come preferite, col sistema maggioritario la formazione di alleanze artificiali. Che poi, dopo le elezioni, si sfaldano e contribuiscono anche dall’opposizione ad aumentare la confusione e a rendere il Paese ingovernabile. 

Una prova è stata data in questa legislatura dal centrodestra, dove all’opposizione sono rimasti sempre i fratelli d’Italia di Gorgia Meloni, mentre forzisti di Silvio Berlusconi e di Matteo Salvini sono stati per un pò fuori e per un pò dentro il governo, ma su posizioni diverse, come nel caso della politica estera e, più in particolare, della guerra in Ucraina. Su cui Salvini fa concorrenza a Conte nel contestare la linea fortemente atlantica di Draghi. Che può contare in Parlamento, sempre su questi temi, più sull’opposizione di destra, o “conservatrice”, come adesso Meloni preferisce chiamarla, che sulla maggioranza. Un vero casino, scusate la parolaccia ormai entrata nel linguaggio ordinario anche dei più raffinati salotti, televisivi e non. 

Titolo del Mattino

Il teatro, diciamo così, scelto da Draghi per accettare e rilanciare la sfida, in particolare, dei grillini è stato addirittura il Parlamento Europeo. Dove il presidente del Consiglio -appena costretto a Roma a subire il no dei ministri pentastellati ad un decreto di aiuti per 14 miliardi  di euro ai più bisognosi- è andato a descrivere i danni che sta procurando all’economia nazionale il famoso bonus voluto dai grillini per il rifacimento delle facciate degli edifici. 

Sempre a Strasburgo ma su un altro tema, quello della guerra in Ucraina, scelto dai grillini per distinguersi da Draghi -sino a chiamarlo a rapporto a Montecitorio prima che vada il 9 maggio a Washington per incontrare il giorno dopo il presidente americano alla Casa Bianca- il presidente del Consiglio ha fortemente ribadito la scelta di aiutare militarmente gli ucraini a salvare la loro libertà , sovranità e democrazia minacciata dai russi. Ed ha ammonito a non mettere sullo stesso piano gli aggressori e gli aggrediti, Putin e Zelensky.  

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Salvini fa concorrenza al Papa per una missione di improbabile pace al Cremlino

Questa, poi, era veramente difficile metterla nel conto della guerra di Putin all’Ucraina e delle ripercussioni sulla politica italiana, per quanto si possa essere ormai abituati a registrarne le stranezze. Siamo addirittura arrivati alla concorrenza del leader leghista Matteo Salvini a Papa Francesco nella ricerca di un contatto, di un incontro o non so cos’altro con Putin per dissuaderlo da una guerra che dura da più di due mesi. 

L’intervista del Papa al Corriere della Sera

L’annuncio di Salvini, presumo provvisto delle solite medaglie, medagliette, rosari e immaginette della Madonna che a volte tira fuori dalle tasche nei comizi, è arrivato in coincidenza con l’intervista nella quale il Papa ha raccontato al direttore del Corriere della Sera di avere fatto chiedere dopo venti giorni di guerra dal cardinale Segretario di Stato a Putin di incontrarlo. In Vaticano stanno ancora aspettando una risposta, che il Pontefice si è ormai rassegnato a  non avere mai, non avendo Putin intenzione di farsi fermare o solo rallentare da nessuno sulla strada della guerra che ha intrapreso, per quanto numerose e forti siano state le sorprese riservategli da un nemico che riteneva di piegare in brevissimo tempo. 

Può anche darsi, per carità, che Putin preferisca al Papa il capo della Lega, per un certo tempo di casa a Mosca, diciamo così, dove anzi disse una volta di sentirsi meglio che in Italia. Ma mi sembra improbabile che a Salvini capiti di arrivare al Cremlino per sedersi a quel tavolo lungo come una piazza d’armi, dove già il presidente della Repubblica di Francia e il segretario generale delle Nazioni Unite hanno provato inutilmente a fare ragionare il capo del Cremlino. 

Matteo Salvini

Salvini peraltro è in crescenti difficoltà politiche in Italia, scavalcato al centro da Giorgia Meloni, che interloquisce ormai con Draghi più facilmente di lui, e a sinistra da Conte. Che, imitandone la condotta dei mesi scorsi, è riuscito a fare ubbidire i ministri grillini all’ordine di non votare il decreto predisposto dal governo per alleviare con interventi per 15 miliardi di euro le difficoltà dei più  bisognosi alle prese con gli effetti  anche della guerra in Ucraina. Eppure Conte aveva esordito politicamente come “avvocato del popolo”.

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Maldestro tentativo di coinvolgere l’informazione nell’affaraccio politico della guerra di Putin

Giorgia Meloni

Spero che il prototipo della classe dirigente di cui Giorgia Meloni ha assicurato di disporre per guidare il governo del Paese -se il centrodestra dovesse vincere le elezioni, nonostante la confusione in cui si trova, e i fratelli d’Italia sorpassassero gli alleati- non sia il pur navigato Adolfo Urso. Che è stato deputato della destra nelle sue varie formulazioni per una ventina d’anni, due volte sottosegretario nei governi di Silvio Berlusconi, ed ora è senatore e presidente di una commissione fra le più delicate, se non la più delicata in assoluto delle Camere: il Copasir. Che sta per Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, come si chiama dal 2007, portando prima il nome di Comitato parlamentare di controllo dei servizi segreti: controllo peraltro che esso continua ad esercitare, anche se non così esplicitamente. In Italia, si sa, le cose semplici e chiare non hanno diritto di cittadinanza. Debbono essere avvolte, prima o poi, in qualche involucro tanto altisonante quanto nebbioso. 

Non ho nulla di personale contro questo senatore che per salire così in alto ha fatto ingaggiare da Giorgia Meloni l’anno scorso una lotta durissima nel centrodestra, non volendo la Lega di Matteo Salvini mollare la presidenza del Copasir in questa legislatura anche dopo essere tornata al governo con Mario Draghi, e spettando invece per legge quella postazione istituzionale ad un gruppo parlamentare di opposizione, quale appunto è sempre stato dal 2018 quello della Meloni. E ciò anche se -a dire il vero, altra particolarità delle cose italiane- in tema di politica estera e ora di guerra in Ucraina la Meloni è schierata con Draghi più chiaramente di Salvini, oltre che dei pentastellati guidati dall’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte. 

Non ho nulla di personale, dicevo, contro Urso anche perché è un giornalista iscritto all’albo dei professionisti, quindi un mio collega. Ma proprio in quanto giornalista trovo ancora più sorprendente che in veste di presidente del Copasir abbia deciso di partecipare alla campagna improvvisata purtroppo anche da Mario Draghi e politici di una certa esperienza come il segretario del Pd Enrico Letta, marito peraltro di una giornalista, contro l’intervista al ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov realizzata da Giuseppe Brindisi e trasmessa domenica sera da Rete 4 nella sua trasmissione “Zona bianca”. 

Sarebbe stata, secondo questa campagna, una somma di false notizie,  utili alla propaganda del Cremlino. Ma -da che giornalismo è giornalismo- possono essere false le notizie che dà l’intervistato, non un’intervista. Il cui autore non è responsabile di quello che l’intervistato dice, anche se omette di contestargliele per evitare che l’intervista svanisca subito in un vaffanculo -scusate la schiettezza- dell’intervistato non comune. 

Il ministro degli Esteri russo

Se l’obiettivo del conduttore di “Zona bianca” era quello, doveroso per un giornalista, di far conoscere le opinioni del ministro degli Esteri russo, e presumibilmente dello stesso Putin, sulla guerra scatenata in Ucraina, e che ha preso -presumo- una piega e una dimensione assai diverse da quelle imprudentemente calcolate al Cremlino, esso è stato pienamente raggiunto. Lo dimostrano proprio le proteste anche internazionali, come quella di Israele, che ha provocato per le fesserie e persino oscenità dette dal ministro degli Esteri russo. Oscenità, a mio modesto avviso, che aggravano la già compromessa posizione e credibilità di Putin dopo una ventina d’anni di messinscena, esse sì.  

Gromyco con Gorbaciov
Molotov con Stalin

Da Urso giornalista, e politico, mi aspettavo che dicesse questo, non le parole di censura pronunciate contro le “modalità” dell’iniziativa e la diffusione dell’intervista del successore -non dimentichiamolo- dei sovietici Molotov e Gromyco. Che ne sarebbero orgogliosi se vivessero ancora. 

I magistrati incrociano le toghe per volontà di un’esigua minoranza

Titolo del Dubbio

Ciò che più mi sconcerta dello sciopero dei magistrati deliberato dall’assemblea generale del loro sindacato non è il solito dubbio di costituzionalità, sollevato in qualche sede anche in questa circostanza. E neppure la doppia circostanza scelta per deciderlo: alla vigilia della festa del lavoro, quasi per onorarla con uno sciopero sia pure differito, e in vista del passaggio della contestata riforma della giustizia al Senato, come per diffidarlo dall’approvarla nello stesso testo uscito dalla Camera, intromettendosi così gravemente nell’esercizio della sovranità parlamentare derivante da quella del popolo. “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”, dice il primo articolo della Costituzione dopo avere definito l’Italia “una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. 

La ministra della Giustizia Marta Cartabia

Neppure mi sconcerta maggiormente, dello sciopero nei tribunali, la bugia con la quale è stato motivato: il mancato “ascolto” dei magistrati da parte del governo proponente la riforma, prima nella versione del guardasigilli grillino Afonso Bonafede e poi in quella della ministra e già presidente della Corte Costituzionale Marta Cartabia, e della Camera che l’ha approvata non certo in pochi giorni, cioè in fretta e furia. Il che ha permesso alla stessa Camera, in varie sedi e in vari modi, di sentire i rappresentanti dei magistrati sette volte. Che si aggiungono alle quattro ricordate dal Ministero della Giustizia a proposito degli incontri avuti dalla guardasigilli più o meno in contemporanea con i rappresentanti dei partiti della vasta maggioranza di governo. 

Armando Spataro
Nino Di Matteo

Neppure mi sconcerta, infine, l’indifferenza opposta dai dirigenti della rappresentanza sindacale, associativa o comunque vogliamo chiamarla delle toghe alla prudenza consigliata da esponenti assai autorevoli della categoria, in servizio o in pensione, come Nino Di Matteo e Armando Spataro. Che avevano sconsigliato il ricorso allo sciopero, pur dissentendo fortemente nel caso di Di Matteo dalla riforma, perché consapevoli del rischio di fare apparire la difesa di certe posizioni, o semplici abitudini, colpite dalle nuove norme come difesa di privilegi di “casta” avvolti nei principi costituzionali dell’autonomia e indipendenza della magistratura. Cui è delegato un organo apposito di garanzia costituito dal Consiglio Superiore della Magistratura, per non parlare della Corte Costituzionale e dello stesso capo dello Stato, che presiede il già ricordato Consiglio Superiore. 

Ciò che mi sconcerta maggiormente di questo sciopero ancora da fissare per “almeno” una giornata, se non ho capito male, è la scarsa rappresentatività di chi lo ha deciso, autorizzato, proclamato, come preferite. E non dalla mattina alla sera, con una fretta che potrebbe giustificare o far comprendere certe cose, ma con tutta la calma sufficiente a organizzare le modalità dell’assemblea generale dell’Associazione Nazionale dei Magistrati, con tutte le maiuscole dovute, svoltasi all’Angelicum. Almeno di nome.  

A quest’assemblea -che si è espressa a favore dello sciopero con 1.081 voti favorevoli, 169 contrari e 13 astenuti- hanno partecipato 1.400 dei 9.149 iscritti all’Associazione, sempre con la maiuscola, pari quindi al 15 per cento. E’ come se un Parlamento – l’assemblea generale appunto- fosse stato eletto con l’85 per cento di astensionismo. E a votare a favore dello sciopero è stata una maggioranza pari a meno del 9 per cento della categoria. 

Non mi sembra che siano numeri consolanti per i magistrati che dovrebbero sentirsi rappresentati nel loro luogo di lavoro, e comunque nell’esercizio delle loro funzioni, da chi parla, grida, batte i pugni e sciopera a nome loro. Se i magistrati sono una casta, come tante volte gli ultimi presidenti della Repubblica hanno ammonito a non sentirsi e tanto meno a essere, i loro rappresentanti sindacali o associativi sono una casta al quadrato, o al cubo. Una castissima, se si potesse dire. 

Pubblicato sul Dubbio

L’Ucraina europea a stelle e strisce divide sempre di più il centrodestra

Nancy Pelosi con Zelensky

    Nel giorno in cui l’Ucraina aggredita dalla Russia si è metaforicamente vestita a stelle e strisce e guadagnato i “ringraziamenti” della presidente della Camera americana Nancy Pelosi, in visita ufficiale a Kiev, per la resistenza opposta all’invasione, sino a rendere possibile “la vittoria” di Zelensky, il ministro degli Esteri di Mosca, Sergej Lavrov, in una intervista ad una televisione italiana ha confermato la volontà del Cremlino di proseguire la guerra sino alla fine. Cioè, sino alla sconfitta di quei “radicali” e “nazisti” come meriterebbero di essere chiamati il presidente ucraino e i suoi sostenitori. 

Il ministro degli Esteri russo intervistato da Zona bianca

La televisione italiana scelta da Lavrov – scelta perché immagino che altre interviste gli saranno state proposte- è quella del vecchio ma forse ex amico di Putin, del quale dopo più di un mese di guerra l’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi si è dichiarato “deluso”. Delusione ricambiata, direi, avendo Lavrov detto al conduttore di Zona bianca, la trasmissione di Rete 4 affidata a Giuseppe Brindisi, che l’Italia ancor più in generale ha “sorpreso” il Cremlino”. “Ma ormai ci siamo abituati”, ha aggiunto il successore dei sovietici Molotov e Gromyko.

Uno degli ospiti dello studio televisivo del povero Brindisi, il direttore della Verità Maurizio Belpietro, che ormai quasi abitualmente fa titoli sovrapponibili a quelli del Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, ha cercato di attenuare la delusione del ministro degli Esteri russo attaccando quasi più di lui gli americani, che starebbero facendo la guerra a Putin sulla pelle degli ucraini.   I quali dalle parole e dalle rappresentazioni di Belpietro sembrano un pò imbottiti di armi americane, e anche italiane, come di droga. Del resto, Putin in apertura delle ostilità belliche aveva  dato del drogato, oltre che del nazista, a Zelensky e conterranei.

Augusto Minzolini
Maurizio Belpietro

Quando un altro  ospite dello studio di Rete 4, il direttore del Giornale della famiglia di Berlusconi, il buon Augusto Minzolini, ha cercato di contestare le tesi di Belpietro, quest’ultimo si è messo a gridare come un ossesso e minacciosamente alzato dalla sua poltrona dando l’impressione di voler passare dalle parole ai fatti contro il collega, rimasto tranquillamente al suo posto per godersi il non brillante spettacolo di uno, fra l’altro, dei suoi predecessori alla guida del quotidiano fondato nel 1974 da Indro Montanelli. 

Jacopo Iacoboni

Il conduttore, imbarazzatissimo, ha dovuto ricorrere ad una interruzione pubblicitaria per evitare al pubblico una scena di aggressione  anche fisica di Belpietro al collega. Ma va detto che anche in altre trasmissioni della televisione di Berlusconi troneggiano più o meno putiniani di complemento, chiamiamoli così, fermi cioè al capo del Cremlino che piaceva tanto all’editore e fondatore del centrodestra italiano. Sempre su Rete 4, e sempre ieri, prima che cominciasse la trasmissione di Brindisi, nello spazio tradizionale della pacata  Barbara Palombelli occupato il sabato e la domenica dalla giovane e ardimentosa Veronica Gentili, il giornalista della Stampa Jacobo Iacoboni si è trovato solo a sostenere Zelensky e i suoi soccorritori occidentali, non scambiandoli per i suoi padroni. 

Giorgia Meloni alla conclusione della Conferenza programmatica dei fratelli d’Italia

Accennavo al centrodestra fondato da Berlusconi, e ormai non più guidato davvero da lui, sorpassato elettoralmente prima dai leghisti di Matteo Salvini e poi dai fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. Che proprio ieri ha concluso la sua affollata conferenza programmatica, simile ai congressi di partito di una volta, sfidando i suoi ancora alleati in tante regioni e amministrazioni comunali, anch’esse però via via sempre più in affanno, a scegliere finalmente da che parte stare: a destra o a sinistra. E, più in particolare, a proposito della guerra in corso nel cuore dell’Europa, con Putin o con Zelenski e gli americani. Dei quali si può ben rifiutare di essere “gli animali da soma”, come ha detto l’ormai candidata della destra a Palazzo Chigi, senza diventare per questo i fiancheggiatori Putin, com’è francamente apparso un pò Salvini , sempre ieri, collegato a Massimo Giletti, guadagnandosi i sorrisi di Michele Santoro.

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Questa festa del lavoro in tempo di guerra, onorata dai magistrati con lo sciopero

Immagini dall’Ucraina

In una Repubblica “fondata sul lavoro”, come dice il primo articolo della Costituzione in vigore dal 1948, la festa del lavoro, appunto, ha una sua valenza particolare, questa volta particolarissima perché si svolge in tempo di guerra. Che è quella condotta da più di 66 giorni dalla Russia di Putin contro l’Ucraina senza essere stata neppure dichiarata se non come “operazione speciale”, condotta per “denazificare” il Paese vicino, attratto dall’Occidente più che dal Cremlino.

Per porre fine a questa “operazione”, che a chiamare guerra si rischia ancora la galera in Russia, il presidente Putin sembra intenzionato non a cessarla ma a dichiararla per quella che è. E a proseguirla con ancora più forza, cercando di mangiarsi ancora più Ucraina e accreditando la vignetta per niente sarcastica, a questo punto, di Nico Pillinini sulla prima pagina della Gazzetta del Mezzogiorno titolata “Primo mangio”, anziché Primo maggio. In essa lo squalo russo con tanto di zeta impressa addosso, come i carri armati di Putin, si accinge a divorare il pesce Zelensky. 

Ai sindacati, che si sono dati appuntamento ad Assisi per questa edizione della festa del lavoro,  la guerra naturalmente non piace perché rischia di ripercuotersi negativamente anche sull’Italia. E non tanto perché con altri paesi occidentali stiamo aiutando l’Ucrania a resistere non per arrendersi, come in tanti auspicano, ma per respingere l’assalto, sopravvivere e magari anche vincere. Questa guerra non piace ai sindacati  per gli effetti recessivi che provoca ben al di là dei confini entro i quali si svolge. 

Titolo di Repubblica

Le già difficili condizioni di lavoro, con tanta disoccupazione ancora e tanta occupazione sottopagata, sono destinate a peggiorare sino a quando non si ripristinerà in Europa la pace, e non si troverà un nuovo, più sicuro approvvigionamento energetico, visto che quello incautamente costruito sino a due mesi fa la fa dipendere dalla Russia. 

In questa situazione a dir poco drammatica, in cui tutti rischiamo una brutta fine, non solo l’Ucraina, è assai curioso -saltando da un argomento all’altro- il modo in cui il sindacato delle toghe italiane ha deciso di partecipare alla festa del lavoro: decidendo lo sciopero praticamente contro il Parlamento che sta esaminando, in particolare al Senato, dopo il sì della Camera, una riforma pur parziale, anzi parzialissima della giustizia. Neppure la guardasigilli Marta Cartabia, col suo passato prestigioso di giudice e poi presidente della Corte Costituzionale, si è sottratta alle contestazioni subite dai suoi predecessori del centrodestra e del centrosinistra. Uno dei quali, Clemente Mastella, avvertì come una ritorsione l’arresto della moglie, peraltro presidente del Consiglio regionale della Campania, si dimise dal secondo governo Prodi e ne provocò la crisi, conclusasi con le elezioni anticipate.

Dall’editoriale di Alessandro Sallusti su Libero

I magistrati si sono messi sulla strada dello sciopero -peraltro deliberandolo nella loro assemblea generale  con una maggioranza di 1081 voti contro 169 e tredici astensioni- per essere “ascoltati”, come dicono i loro sindacalisti: in realtà, essendo stati ben consultati, e quindi ascoltati, sia dal governo sia dalla Camera, per cercare ancora di imporre i loro ormai abituali veti, in difesa di certe prerogative e abitudini. Di cui alcuni dei loro più qualificati colleghi, come Nino Di Matteo, consigliere superiore della Magistratura, hanno avvertito il pericolo che possano essere scambiati  per privilegi castali proprio per il modo col quale  vengono difesi. Lor signori, li chiamerebbe la buonanima di Fortebraccio sulla buonanima dell’Unità, vogliono giudicare ma non essere giudicati, neppure fra di loro, soprattutto col metodo che chiamano spregiativamente “meritocratico”.  

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