Enrico Letta in gelida attesa del fiasco politico e personale di Conte

Titolo del Dubbio

 Peccato per chi si è perduto lo spettacolo di Enrico Letta collegato con la “Piazza pulita” di Corrado Formigli, sulla 7, dopo l’intervista ultimativa di Giuseppe Conte contro nuovi aiuti militari italiani all’Ucraina, incompatibili -secondo lui- con l’impegno assunto e persino sollecitato da Draghi a Biden, nell’incontro alla Casa Bianca, per una trattativa finalmente con Putin propedeutica alla pace.

            Sono rimasto persino ammirato di tanto gelo fuori stagione, specialmente ricordando nitidamente la reazione infastidita, a dir poco, di Letta junior a quello scambio di consegne a Palazzo Chigi nel 2014 col nuovo segretario del Pd Matteo Renzi. Che gli aveva preso il posto alla guida del governo dopo avergli augurato, assicurato e quant’altro una “serenità” che da allora è diventata una barzelletta, o una provocazione nel linguaggio politico italiano. 

            Ne è consapevole lo stesso Renzi, che tuttavia si diverte ogni tanto a replicare col malcapitato di turno, come accadde in particolare con Giuseppe Conte quando ne interruppe l’esperienza a Palazzo Chigi dopo averlo salvato dalla crisi del primo governo a maggioranza gialloverde, nell’estate del 2019.

            Pazientemente Enrico Letta ha reagito al veto posto da Conte  contro altri aiuti militari all’Ucraina da parte italiana ricordandogli che certe cose si decidono insieme, non potendosi regalare a Putin la divisione fra gli europei, gli occidentali e nella maggioranza di governo da noi. Pertanto occorre aspettare ciò che Draghi riferirà la prossima settimana alle Camere, discuterne e magari anche votare, come l’ex presidente del Consiglio reclama. E aveva per giunta preteso prima ancora che Draghi incontrasse Biden, come se non avesse un mandato per un simile passaggio, o non ne avesse alcuno in generale sulla guerra in Ucraina. Cose davvero dell’altro mondo, dette peraltro dal presidente di un partito, o movimento, rappresentato al governo addirittura dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Che forse è il vero problema di Conte, essendo o apparendo i due sotto le cinque stelle più competitivi che collaborativi, a dir poco, senza dovere neppure scomodare i retroscenisti, tanto evidente e notoria è la natura problematica dei loro rapporti

            Nonostante l’intimazione a chiudere la partita delle armi all’Ucraina senza attendere o a prescindere da ciò che avrà pure il diritto di dire il presidente del Consiglio, il segretario del Pd ha espresso a Formigli ottimismo sui rapporti con Conte e sui suoi sviluppi parlamentari ed elettorali, considerando il voto amministrativo del 12 giugno e i pur non menzionati referendum sulla giustizia. Di fronte ai quali piddini e pentastellati hanno fatto presto a ritrovarsi insieme sul fronte del no ad ogni cambiamento.

            Resta solo da capire, o da vedere, se tanta calma  da parte di Letta alle prese con gli strappi continui che Conte opera o tenta da Draghi e, più in generale da un governo poco rispettoso, secondo lui, della “centralità” dei grillini in questa legislatura pur agli sgoccioli, ormai, derivi dalla poca affidabilità dell’ex presidente del Consiglio come uomo degli ultimatum, declassati dallo stesso Grillo ironicamente ma non troppo a penultimatum. O dalla speranza ben nascosta che, una volta tanto, Conte faccia sul serio e finisca per provocare una crisi. E con la crisi un turno anticipato delle urne che Enrico Letta non teme, avendo buone ragioni per sperare di uscirne comunque meglio del partito da cui il Pd fu sorpassato, anzi travolto nel 2018.

Pubblicato sul Dubbio

Il buco nero di Conte nella maggioranza col veto ad altri aiuti militari a Kiev

Conte a Piazza Pulita

Dal buco nero della Via Lattea, il “Sagittarius A”, che avevamo appena ammirato vedendone la fotografia nei telegiornali, abbiamo dovuto passare ieri sera, nella “piazza pulita” di  Corrado Formigli, sulla 7, al più modesto buco nero procurato alla maggioranza di governo dall’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte, ora  presidente solo del MoVimento 5 Stelle. Che ha posto un veto contro un altro invio di armi italiane all’Ucraina, dopo il terzo appena predisposto dal governo esaurendo -secondo Conte- il mandato ricevuto in questa materia dal Parlamento, o non avendolo forse mai avuto davvero. 

Di armi in Ucraina -ha detto il predecessore di Mario Draghi a Palazzo Chigi- ce ne sono già troppe, per cui fornendone altre al presidente Zelensky, specie poi se dovessero essere anche carri armati, boicotteremmo le trattative per la pace sulla cui strada il capo del governo si è appena impegnato incontrando alla Casa Bianca il presidente americano Biden. Al quale ha persino chiesto di fare un pò il primo passo chiamando Putin, come lui stesso ha poi tenuto a far sapere col presumibile permesso dell’interlocutore, secondo una ragionevole deduzione esposta dal direttore della Repubblica Maurizio Molinari. Secondo il quale i rapporti di amicizia con Biden sarebbero troppo forti perché Draghi potesse comprometterli rivelando una richiesta del genere senza il consenso dell’interessato.

Titolo di Repubblica

Non sarebbe obiettivamente una novità da poco una telefonata o altro contatto americano col Cremlino dopo che Biden ha dato a Putin del “criminale” e del “macellaio” procurandosi il dissenso del presidente francese Emmanuel Macron. Ma -va precisato anche questo- non di Draghi, che anzi ha usato pure lui a Washington l’immagine della “macelleria” per descrivere l’aggressione e l’invasione russa dell’Ucraina. E la conseguente urgenza di far cessare la guerra, magari avviando già quella “trattativa segreta” su cui ha titolato oggi la Repubblica con l’aria di saperne davvero.

Fotomontaggio del Fatto Quotidiano
Titolo del Fatto Quotidiano

Peccato tuttavia per Conte, per il suo veto o buco nero nella maggioranza, e per il solito Fatto Quotidiano che con aria compiaciuta ne ha reclamizzato l’iniziativa fra titoli e fotomontaggio in prima pagina, che Draghi abbia indicato a sostegno delle trattative di pace la realtà un pò meno favorevole dell’inizio della guerra per Putin. E ciò a causa della forza acquisita e dimostrata dagli ucraini resistendo all’invasione e contrattaccando con gli aiuti militari dell’Occidente. La cui cessazione pertanto, a cominciare dall’Italia,  appare contraria alla logica della posizione, linea e quant’altro del presidente del Consiglio. Ma anche -direi- del segretario del Pd Enrico Letta. 

Enrico Letta intervistato da Corrado Formigli

Quest’ultimo, collegato con Formigli dall’esterno e intervistato subito dopo l’uscita di Conte dallo studio, evitando così ad entrambi l’inconveniente di un difficile confronto diretto, nel riconoscersi pienamente nell’azione sin qui condotta da Draghi ha ricordato all’insofferente socio di  maggioranza che ogni cambiamento va deciso da tutti insieme, non imposto da qualcuno a qualcun altro. Il migliore regalo che si possa fare a Putin in questa fase -ha ammonito Enrico Letta- è dividerci “fra noi”, intendendosi per tagli gli europei, gli occidentali e la maggioranza di governo in Italia. Noi -ha insistito il segretario del Pd- dopo avere ascoltato Draghi in Parlamento siamo pronti a discutere e a votare, come l’ex presidente del Consiglio reclama appunto che si faccia fra Camera e Senato. 

Nonostante questo, Enrico Letta ha espresso fiducia -beato lui- nella prosecuzione dell’alleanza con Conte. Che d’altronde gli aveva offerto la rinuncia del grillino antiamericano Gianluca Ferrara a candidarsi alla presidenza della nuova commissione Esteri del Senato, dopo la dissoluzione del vecchio organismo imposta dal rifiuto di putininianissimo e ormai ex grillino Vito Petrocelli  di  lasciarne la guida. 

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it 

Draghi tirato da tutte le parti dopo l’incontro con Biden alla Casa Bianca

Titolo del Fatto Quotidiano
Titolo del manifesto

Proseguono senza tregua, impietose e parallele, le guerre con le armi e con le parole: la prima in Ucraina, naturalmente, e la seconda sui giornali. Dove si trova davvero di tutto a proposito dell’incontro fra Biden e Draghi alla Casa Bianca: dal “pugno di mosche” attribuito al presidente del Consiglio dal manifesto, o dalla “missione incompiuta” del Fatto Quotidiano, che pure non gliene aveva attribuita alcuna dovendo il premier solo ricevere ordini, ai piedi puntati dell’ospite visti  nelle parole con cui egli ha avvertito che la pace in Ucraina non potrà essere quella imposta “da altri”. Che sarebbero gli Stati Uniti, per conto dei quali il presidente ucraino si starebbe battendo con tanta ostinazione contro Putin.

Titolo del Sole 24 Ore
Titolo di Avvenire

A questa rappresentazione dei piedi puntati da Draghi nell’incontro con Biden si sono prestati anche Avvenire, il giornale dei vescovi italiani, e  il quotidiano della Confindustria 24 Ore. Nè all’uno né all’altro è sorto il sospetto -che è invece la mia personale convinzione- che gli “altri” cui alludeva Draghi parlandone a Washington fossero e siano Putin e la sua corte, se non vogliamo parlare dei russi in senso lato, meritevoli forse di essere distinti da quelli che li stanno governando. 

Non è un caso -credo- che il presidente del Consiglio abbia precisato che la pace dovrà essere quella scelta dagli ucraini e che la guerra abbia sfatato il mito della invincibilità di Putin, per niente Golia senza ombra di un David. Sconfiggerlo insomma non è per niente impossibile o velleitario, come ritenevano e ritengono che il presidente ucraino Zelensky per ridurre le perdite avrebbe dovuto scappare o arrendersi dal primo momento, anziché resistere e chiedere aiuti all’Occidente.

Poi, certo, una volta sconfitto o comunque piegato Putin ad una trattativa sino ad ora rifiutata, o condotta -sino a quando si è svolta in Turchia- in modo da vanificarla, si potrà condividere col presidente francese Emmanuel Macron la necessità. opportunità e quant’altro di “non umiliare” la parte soccombente, come si fece alla fine della prima guerra mondiale con i tedeschi predisponendo le condizioni dell’avvento di Hitler e del secondo conflitto, ancor più mondiale del primo. 

Titolo di Repubblica

Vedremo, al suo ritorno, cosa dirà Draghi il 19 maggio alla Camera per riferire sulla missione negli Stati Uniti e, più in generale, sulla guerra in Ucraina e sui suoi riflessi. Il predecessore Giuseppe Conte, ora presidente non parlamentare, quindi un pò a distanza, del MoVimento 5 Stelle, che egli ancora considera il partito di maggioranza in questo Parlamento, è già impaziente, anzi insoddisfatto perché non di una informativa, senza voto conclusivo, ma di un vero e proprio dibattito, con tanto di votazione finale su uno o più documenti, si dovrebbe sentire il bisogno. 

Dalla prima pagina della Stampa

Il clima politico insomma resta teso, per quanti sforzi si possano fare nella guerra delle parole di tirare Draghi da una parte o dall’altra, o forse proprio per questi sforzi. Un osservatore economico, diciamo così, senza partiti alle spalle, o di fianco, come Carlo Cottarelli si è spinto sulla Stampa a dare un consiglio pur in tempi di guerra che un pò sono quelli in corso: risparmiare al governo e, più in generale, al Paese le tensioni di una campagna elettorale di un anno e anticipare il rinnovo delle Camere, nella previsione -pur non espressa dal professore- che nelle nuove né Conte né altri al suo posto potranno rivendicare la “centralità” dei grillini come partito più rappresentato in Parlamento. Aspetto al varco il primo cretino che vedrà in questo intervento di Cottarelli un’aspirazione a guidare il governo elettorale mancatogli negli anni scorsi. 

Il suicidio del centrodestra per fare dispetto a Giorgia Meloni

Titolo del Dubbio

Quei 41 deputati del centrodestra -dico quarantuno in lettere, come negli assegni, non due o tre, o tredici, o venti- che con le loro assenze, al netto di una ventina di giustificate, hanno voluto far battere Giorgia Meloni dal cosiddetto centrosinistra nella votazione in aula sul presidenzialismo, col risultato di 236 voti contro 204, non sono astuti. Che, ripetendo in quantità maggiore quanto già accaduto in commissione, hanno forse voluto dare una “lezione” alla leader della destra, cresciuta troppo nelle urne e nelle ambizioni di governo, sino a proporsi per Palazzo Chigi nella prossima legislatura. In realtà essi hanno solo segato il ramo dell’albero su cui è seduta la coalizione inventata da Silvio Berlusconi nel 1994, peraltro pasticciosamente, vestita diversamente al Nord e al Centro-sud,  

             Di questo passo, fra risse o sgambetti locali, e presunte astuzie, vendette e manovre nazionali, di posti di governo -nè alti nè bassi, né poltrone nè strapuntini,- non ce ne saranno per nessuno nel centrodestra. Nè, se ce ne saranno per la mancata vittoria anche del Pd di Enrico Letta e del suo “campo” più o meno largo, potranno essere di lunga durata, dovendosi prevedere in questo caso una legislatura ancora più anomala e infernale di questa cominciata nel 2018 con la “centralità “dei grillini e sviluppatasi con tre maggioranze diverse, due delle quali contrapposte. La terza, alquanto ibrida, è sopravvissuta solo per le emergenze prima del Covid e poi della guerra in Ucraina scatenata da uno scriteriato Putin per prevenire – ha avuto appena il coraggio di dire nella piazza rossa di Mosca- un attacco della Nato alla Russia per interposta Ucraina, appunto.

            Era talmente reale e pericolosa questa ipotesi di lavoro, diciamo così, che non appena avuta certezza dell’attacco russo, dalla Nato e personalmente da Biden, il terribile e cinico Biden, giunse al presidente ucraino Zelensky il suggerimento di scappare in esilio ben protetto, lasciando quindi a Putin e alle truppe russe libertà d’invasione e di conquista. Invece Zelensky decise di rimanere al suo posto, senza tradire il 70 per cento del popolo che lo aveva eletto nel 2019 al vertice dello Stato, e chiese aiuti anche militari agli occidentali per compiere il suo dovere, oltre che diritto, di difendersi e contrattaccare. Questa, e solo questa, è la realtà di quanto è accaduto, per non parlare del resto, cioè degli eccidi compiuti dalle truppe russe e persino – come si è appena scoperto- dell’abbandono dei loro soldati caduti negli automezzi refrigeranti. Era evidentemente troppo impopolare in patria il ritorno delle salme e la loro sepoltura, fra le lacrime di troppi familiari delusi, a dir poco, del loro “zar”.

Bettino Craxi immaginato da Giorgio Frattini
Randolfo Pacciardi

         Che cosa c’entra tutto questo su cui mi sono dilungato – mi chiederete- col centrodestra e con la sua crisi confermata dal suicidio parlamentare sul presidenzialismo, vecchio tema di battaglia della destra?  Dove già dagli anni Sessanta si veniva spregiativamente classificati, e chiusi a chiave, a pensare e a parlare di elezione diretta del Capo dello Stato o di “Nuova Repubblica”. Così capitò persino ad un antifascista doc come Randolfo Pacciardi, battutosi in armi nella Spagna contro il generale Franco. Non parliamo poi di quello che sarebbe accaduto al socialista Bettino Craxi aprendo alla Repubblica presidenziale. Persino Giorgio Forattini sulla Repubblica di carta saldamente diretta dal fondatore Eugenio Scalfari avrebbe cominciato a rappresentare il segretario del Psi con gli stivali e a testa in giù, come Mussolini a Piazzale Loreto. Poi, ma molto poi, il vignettista se ne sarebbe pentito.

            La guerra in Ucraina c’entra eccome con la crisi del centrodestra perché neppure su di essa le sue componenti sono riuscite a trovarsi d’accordo dopo la linea del forte contrasto a Putin adottata dal presidente del Consiglio Mario Draghi, e peraltro approvata quasi all’unanimità dal Parlamento. Quel Salvini pappa e ciccia con Giuseppe Conte, come all’epoca della maggioranza gialloverde, ma questa volta contro la pretesa degli ucraini -pensate un po’- di resistere davvero e a lungo a Putin e persino di batterlo con gli aiuti occidentali, fa veramente del centrodestra un baraccone. Nel quale, viste anche certe ambiguità forziste, salva la faccia, ma dall’opposizione, solo la “conservatrice” e atlantista Giorgia Meloni, forse penalizzata anche per questo nella battaglia presidenzialista di fine legislatura. Una battaglia solo nominalistica, di facciata, per i tempi ormai stretti della legislatura, ha detto il parlamentare e costituzionalista del Pd Stefano Ceccanti. Ma proprio per questo è risultato più disonorevole il boicottaggio di quei 62 del centrodestra a Montecitorio, fra ingiustificati o in missione galeotta. Un suicidio, ripeto, politico e forse anche elettorale, considerando sia le amministrative di giugno sia il rinnovo delle Camere l’anno prossimo, o prima ancora.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it il 15 maggio

Biden e Draghi hanno ostentato alla Casa Bianca il loro rapporto privilegiato

Il titolo del Foglio
Il titolo di Repubblica

C’è qualcosa di esagerato o quanto meno di improprio in quel “patto della Casa Bianca” che la Repubblica del superatlantista Maurizio Molinari ha voluto vedere nell’incontro fra il presidente americano Joe Biden e il presidente del Consiglio italiano Mario Draghi. Lo stesso vale naturalmente per quel “gran patto per armare la democrazia” scelto e dipinto di un rosso compiaciuto dal Foglio fondato dal perdurante animatore Giuliano Ferrara e diretto da Claudio Cerasa, “il ragioniere” che piace ancor meno di Ferrara a Marco Travaglio. Che, dal canto suo, è stato questa volta più sobrio o misurato, come preferite, preferendo sottolineare nel titolo del suo Fatto Quotidiano le “lodi”  di Biden a Draghi per avere “unito Nato e Ue”, non per avergli ubbidito. 

Il titolo del Fatto Quotidiano

In effetti Draghi è volato negli Stati Uniti e Biden lo ha atteso alla Casa Bianca non per stringere chissà quale “patto”, non avendone bisogno né l’uno né l’altro, d’accordo sin dal primo momento della guerra d’invasione e aggressione di Putin all’Ucraina, quanto per sottolineare questo loro rapporto privilegiato. Che non può essere certamente considerato una sorpresa, essendosi Draghi presentato alle Camere l’anno scorso, per chiedere e ottenere la fiducia, su una linea dichiaratamente “europeista e atlantista”. Giuseppe Conte e Matteo Salvini, ora uniti nei mal di pancia per questa linea, si erano evidentemente distratti in quell’occasione rimanendo nella vasta e “anomala” maggioranza raccomandata, diciamo così, dal presidente della Repubblica, contrario a sciogliere i nodi della politica alquanto aggrovigliati mandando gli italiani anticipatamente alle urne in piena pandemia. 

Il titolo della Verità
Il titolo del Riformista

Il rapporto privilegiato fra gli Stati Uniti di Biden, dopo la parentesi di Donald Trump alla Casa Bianca, e l’Italia di Draghi è tanto più evidente quanto più si cerca, a torto o a ragione, di rappresentare il confermato presidente della Francia, e presidente di turno dell’Unione Europea, Emmanuel Macron come distinto e forse anche distante dagli americani. A ragione, dicevo a proposito di questa rappresentazione, isolando dal contesto della sua ultima presa di posizione sulla guerra in Ucraina la necessità  sottolineata da Macron di “non umiliare” il pur aggressore Putin. A torto, considerando che questa necessità, opportunità e quant’altro, come volete chiamarla, è stata rivendicata dal presidente francese parlando del dopoguerra in Ucraina, quando si saranno svolte e concluse le trattative. Alle quali purtroppo Putin continua a non essere disponibile, peraltro neppure chiamando per nome la guerra che ha aperto: una indisponibilità che Biden ha ricordato anche a Draghi quando questi, nell’incontro alla Casa Bianca, gli ha detto che l’Europa, tutta l’Europa, non solo la Francia di Macron, “vuole la pace”. E gli ha espresso questa volontà non certo per chiedergli l’autorizzazione a cercarla, come ha titolato con malizia Piero Sansonetti sul Riformista, una volta tanto in sintonia col Travaglio dell’umore peggiore, come anche -a destra- l’ormai solito Maurizio Belpietro. Che sulla prima pagina della Verità– traduzione italiana della Pravda dei tempi sovietici- si è speso personalmente con un editoriale per sostenere che “gli ucraini combattono per procura”, naturalmente americana, e “l’Italia li paga” con una “pioggia di miliardi” sottratti alle esigenze nazionali in periodo di rallentamento dell’economia o di temuta recessione.

Immagine dall’Ucraina
Titolo del Giornale

Sulla necessità, opportunità e quant’altro di “non umiliare” Putin né prima né dopo la pace non sarebbe male se i lettori parziali di Macron si rendessero conto che Putin da quando ha avviato la sua cosiddetta “operazione speciale”in Ucraina ha fatto di tutto per umiliarsi da solo, addirittura con lo scandalo umano e militare appena scoperto dei cadaveri dei soldati russi lasciati chiusi e nascosti in camion refrigeratori, non degni neppure di un rimpatrio per la sepoltura. 

Ripreso da http://www.policymakermag.it

Un pò dimesso ma bugiardo il Putin dell’attesa parata del 9 maggio a Mosca

Immagine da Mosca
Titolo della Stampa

Con quella coperta sulle gambe e con quella falce e martello esibiti tra i carri armati e le truppe della malaparata -in una sola o doppia parola scelta, rispettivamente, dal manifesto e dalla Stampa- Putin sembrava proprio ricongiungersi ieri sulla piazza rossa alla scenografia sovietica di 77 anni fa, alla conclusione della seconda guerra mondiale, e anni successivi. Il tempo è tornato indietro per lui in tutti i sensi, anche nell’abitudine sovietica di aggredire e invadere i vicini, o confinanti, con operazioni speciali da non confondere, per carità, con guerre totali o globali, come lo stesso Putin ha voluto precisare in un discorso rivelatosi diverso da quello atteso o preannunciato da cremlinologi ormai in stato confusionale. 

Titolo della Verità

Proprio per questa diversità il discorso di Putin ha rassicurato in Italia un pò di gente sia a sinistra sia a destra, dove si è distinta la ormai solita Verità di Maurizio Belpietro con quel titolo contro la “stampa guerriera” spiazzata dal presidente russo. 

La vignetta del Corriere della Sera

Ma più che per il tono in un certo senso dimesso, comunque contraddetto dalle bombe e dai missili caduti anche ieri sull’Ucraina, non risparmiata del resto con una tregua  neppure nella giornata recente della Pasqua ortodossa, il discorso di Putin va valutato per le bugie nel tentativo di giustificare l’aggressione ai vicini, decisa -ha avuto il coraggio di dire- per “prevenire” un attacco che alla Russia stava predisponendo la Nato con la complicità di quel “nazista” dei tempi nostri che sarebbe il presidente ucraino Zelensky.  E che potrebbe ben essere quel gatto nero, immaginato e proposto da Emilio Giannelli nella vignetta di prima pagina del Corriere della Sera, che attraversa la piazza rossa tagliando la strada alla parata militare. 

La Nato era talmente impegnata a preparare un attacco alla Russia, o solo ad accerchiarla, o ad abbaiarle contro, secondo la valutazione di Papa Francesco che forse Putin non ha citato solo per riguardo al concorrente Patriarca di Mosca, che lo sta tanto affiancando nella sua “operazione speciale”; la Nato, dicevo, era talmente impegnata a preparare un attacco alla Russia che quando Putin ha scatenato truppe e missili contro l’Ucraina la prima offerta fatta a Zelenski da quella parte è stata quella di fuggire perché l’aggressione potesse esaurirsi il più rapidamente possibile secondo i piani russi. 

E’ stato solo dopo e a causa del rifiuto di Zelensky di scappare, ben protetto in Occidente, e della decisione invece di resistere con forza agli invasori che la Nato si è industrializzata a fornire al presidente ucraino gli aiuti militari richiesti per difendersi e contrattare. Di che cosa dunque ha parlato Putin nella piazza rossa? Ha detto bugie,  ripeto, tra i volti spettrali dei generali che gli stavano alle spalle, consapevoli di quante perdite avessero dovuto subire in due mesi e più di guerra occultata come operazione speciale quasi di polizia, potendo contare sulla disinformazione di un pubblico, fisico o virtuale, in piazza o in casa ad ascoltare la radio o a vedere la televisione: una disinformazione garantita al solito modo, mettendo in galera chiunque voglia o cerchi di sapere di più e di meglio, anche scendendo per strada a protestare. O occultando ai familiari la notizia della morte dei ragazzi mandati al fronte.

Dalla prima pagina del Fatto Quotidiano

Per scherzo, di certo, ma tradendo ancora una volta l’ossessione di cui soffre, politica e forse anche fisica, con gli occhi forse chiusi ad ascoltare i resoconti della parata da Mosca, il direttore del Fatto Quotidiano ha immaginato Putin con una cravatta al collo di quelle regalategli negli anni d’oro della loro amicizia da Silvio Berlusconi, dedicando all’uno e all’altro la “cattiveria” di giornata della prima pagina. Sarà stata forse offerta da Biden, nella immaginazione ossessionata di Travaglio, anche la cravatta che Draghi oggi ha scelto di indossare andandolo a trovare alla Casa Bianca. 

Ripreso da http://www.policymakermag.it 

I 44 anni dalla morte di Moro sembrano più di 100, tanto è cambiata la politica

Il ritrovamento del cadavere dello statista democristiano ucciso dai brigatisti rossi il 9 maggio 1978

Anche nel quarantaquattresimo anniversario della sua tragica morte – ancora più tragica, come vedremo, di quanto molti hanno a lungo ritenuto credendo alle bugie dei brigatisi rossi che lo avevano assassinato il 9 maggio 1978- si è provato da qualche parte a immaginare come Aldo Moro avrebbe reagito ai problemi e alle emergenze dei nostri tempi: lui che di emergenze aveva gestito da regista della Dc quella del 1976. Che era stata di ordine economico, politico e di sicurezza per il fenomeno del terrorismo, nero e poi anche rosso, affacciatosi in Italia con la strage di Piazza Fontana nel 1969. 

Marco Follini al TPI
Titolo del Dubbio

L’ex senatore Marco Follini, già vice presidente del Consiglio con Silvio Berlusconi in sofferenza reciproca, durata peraltro meno di sei mesi, fra il 2 dicembre 2004 e il 15 aprile 2005, un democristiano doc che su Moro ha scritto recentemente un saggio toccante, non ha certamente avuto torto a rispondere così pochi giorni fa, in una intervista a chi gli chiedeva che cosa rimanesse oggi del leader da lui conosciuto e molto apprezzato: “Moro sarebbe fortemente a disagio perché tutta la sua costruzione politica era legata a un’idea che oggi non ha più libero corso in questo Paese. Moro era consapevole che la democrazia è il dialogo con gli altri e non il mettersi davanti allo specchio per mostrare i muscoli. Come dico nel mio libro, dal suo punto di vista la politica non era mai un evento. Era un processo. Era un arabesco, non una freccia”. Una freccia a dir poco, aggiungerei pensando all’immagine di “sangue e merda” coniata tanti anni fa dall’ex ministro socialista Rino Fornica. 

Abituato a reagire alle più feroci critiche di volta in volta espresse nei suoi riguardi su qualche giornale ostile al centrosinistra -da lui perseguito da segretario della Dc e infine realizzato in modo organico da presidente del Consiglio nel 1963- chiedendo al suo fidato portavoce Corrado Guerzoni di fare escludere il feroce giornale di turno dalla “mazzetta” dei quotidiani che gli veniva recapitata a casa di prima mattina, Moro avrebbe finito oggi, in qualsiasi postazione politica o istituzionale gli fosse capitato di trovarsi, senza più giornali da sfogliare.

Nonostante la circostanza reale ricordata da Follini di un uomo che “non amava gli americani” ricambiato, ma “a Washington con un punto di ostilità in più”,  risultatagli forse fatale nella drammatica prigionia nell’appartamento in cui i sequestratori lo tennero rinchiuso prima di ucciderlo, mi permetto di presumere che Moro non avrebbe risparmiato oggi agli americani la “comprensione” ripetutamente espressa loro da presidente del Consiglio all’epoca della guerra in Vietnam. Che russi e cinesi da una parte e americani dall’altra, ma questi ultimi direttamente, con tanto di truppe al Sud e bombardamenti al Nord, condussero a lungo: altro che l’Ucraina di oggi, dove di truppe straniere ci sono solo quelle russe di invasione e occupazione contrastate dagli aggrediti con aiuti anche militari degli Stati Uniti e altri paesi occidentali. Fra i quali c’è l’Italia di Sergio Mattarella al Quirinale, moroteo come il padre Bernardo e il fratello Piersanti, e del tecnico Mario Draghi a Palazzo Chigi, forte più del prestigio internazionale guadagnatosi soprattutto alla presidenza della Banca Centrale Europea che di un’appartenenza politica, per quanto configurabile come un liberalsocialista decisamente atlantista.

Vi avevo promesso all’inizio di rivelarvi le circostanze della morte di Moro ancora più tragiche di quelle emerse dalle bugie dei suoi assassini. Che dissero di averlo trattato con rispetto anche nella morte,  affascinati a loro modo dalla personalità che avevano sequestrato sterminandone la scorta solo per esigenze, diciamo così, di lavoro. 

Giuseppe Fioroni al TPI

Leggete qui ciò che delle modalità della morte dell’ostaggio accertate dall’ultima commissione parlamentare d’inchiesta ha recentemente raccontato  l’ex ministro del Pd Giuseppe Fioroni, che l’ha presieduta: “Abbiamo stabilito una dinamica più precisa di quella esecuzione”. Non un colpo di grazia? chiede l’intervistatore in base al racconto appunto dei brigatisti rossi. “Al contrario. Colpi al cuore e al corpo, sparati con perizia perché non morisse”, rivela Fioroni concludendo: “Moro è morto dissanguato dopo un’agonia. Volevano che soffrisse”, più ancora degli agenti della scorta freddati 55 giorni prima nella mattanza di via Fani, a Roma. 

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it

Ognuno esibisce quello che ha nella dannata guerra in Ucraina

In questi giorni di guerra feroce in Ucraina, per quanto considerata da qualcuno “per procura” nel caso proprio dell’Ucraina, che sarebbe manovrata di notte dalla Casa Bianca e di giorno dalla Nato, o viceversa, come preferite, Putin e Zelenzky esibiscono ciascuno quello che ha per festeggiare i 77 anni trascorsi dalla vittoria dei loro paesi, allora uniti sovieticamente, sui nazisti che avevano cominciato la seconda guerra mondiale in alleanza con Stalin  per spartirsi la Polonia, e poi proseguita contro la Russia.

Zelensky a Kiev
Parata a Mosca

A Mosca Putin esibisce le sue truppe e i suoi armamenti nella parata tradizionale davanti al Cremlino dando dei nazisti agli ucraini che non hanno salutato come liberatori i russi mandati il 24 febbraio scorso ad occuparne il territorio, incautamente sicuri di una “operazione” tanto “speciale” quanto rapida, di eliminazione anche fisica del presidente democraticamente eletto nel 2019 con più del 70 per cento dei voti: Zelensky, appunto, un comico felicemente trasformatosi in leader internazionale, diversamente da altri che in Italia stiamo ancora sperimentando. 

L’intervista di Enrico Letta al Corriere della Sera
Il concerto di Bono Vox nella metropolitana di Kiev

In Ucraina questo leader combattente e coraggioso, rifiutatosi di scappare per un esilio disonorevole, esibisce quello che ha e che non è meno importante, forse ancora più efficace, delle truppe e dei missili mostrati nella Piazza Rossa: l’ottimismo e voglia di vivere liberamente della sua gente e l’amicizia degli americani e dei loro alleati. La prima, la voglia cioè di vivere liberamente, si vede nelle immagini del concerto improvvisato da Bono Vox e gli U2 in una stazione della metropolitana di Kiev. La seconda, l’amicizia e il sostegno degli americani, si trova nella foto dell’incontro, in terra ucraina, fra le mogli di Biden e di Zelensky, svoltosi quasi in coincidenza con il G7 a distanza cui hanno partecipato i loro mariti. E  che si è concluso col proposito generale di non far vincere la guerra a Putin semplicemente perché l’Ucraina ormai è da considerarsi europea. Lo ha detto come più chiaramente non poteva in Italia il segretario del Pd Enrico Letta in una intervista al Corriere della Sera così titolata, fra virgolette, nel richiamo in prima pagina: “L’Ucraina è Europa: tocca a noi costringere il Cremlino alla pace”, sino ad ora rifiutata da Putin scommettendo sulla incapacità di tenuta dell’Europa e, più in generale, dell’Occidente. 

Mario Draghi

Il presidente del Consiglio Mario Draghi domani incontrerà il presidente americano esattamente sulla linea esposta, anzi condivisa da Enrico Letta, anche se ogni tanto si levano pure dal Pd voci di dissenso o di allarme, come quella dell’ex capogruppo alla Camera Graziano Delrio trionfalmente salutata da altri partiti o leader critici della maggioranza: da Giuseppe Conte, il presidente del MoVimento 5 Stelle, a Matteo Salvini, il capo della Lega, ritrovatisi quasi insieme dopo la clamorosa rottura del 2019.

Giuseppe Conte e Luigi Di Maio
Titolo del Fatto Quotidiano

Eravamo abituati sino a ieri a registrare con riserve la posizione polemica di Conte, che da Draghi voleva addirittura che non andasse negli Stati Unti ad “obbedire”, secondo il titolo del solito Fatto Quotidiano, senza passare prima per un dibattito parlamentare ed essere magari bloccato. Le riserve nascevano dalla ben diversa posizione del ministro degli Esteri grillino Luigi Di Maio, che nel MoVimento è amico di Conte come sapevano esserlo fra di loro i democristiani delle stagioni più rissose della cosiddetta prima Repubblica. Ma va registrata la novità di un Di Maio che si è unito a quanti nella maggioranza sostengono che con le armi ricevute dagli occidentali gli ucraini non possano né debbano colpire territori della Russia, neppure quelli da cui partono i missili che devastano ulteriormente il Paese di Zelensky. Ciò significherebbe aiutare gli ucraini solo a soccombere il più tardi e sanguinosamente possibile, non certo a vincere. 

Ripreso da http://www.policymakrmag.it

Sorpresa: Putin ha difficoltà nella guerra all’Ucraina ma seduce un pò il Corriere

Con tutta la prudenza, per carità, imposta dall’astuta mobilità dell’editore cartaceo e televisivo Urbano Cairo, è quanto meno curioso che alla vigilia della missione di Mario Draghi negli Stati Uniti -da qualcuno paragonata a quella storica di Alcide De Gasperi nel 1947, propedeutica a scelte atlantiste tali da tradursi subito nella rottura della collaborazione di governo della Dc con i comunisti e i socialisti già incamminati sulla strada del fronte popolare, sconfitto nelle elezioni dell’anno dopo-  il Corriere della Sera abbia deciso di manifestare oggi tutta la sua preoccupazione, e disapprovazione, che si torni indietro di 75 anni. E le elezioni italiane dell’anno prossimo si possano svolgere con la paura dei cosacchi a Roma, non solo in Ucraina, e un degasperiano Draghi deciso, costretto e quant’altro a scontrarsi, ma questa volta forse perdente, con uno schieramento sostanzialmente favorevole alla Russia di Putin. Il quale, partito con l’ambizione di imitare Pietro il Grande, sta miseramente ripercorrendo la strada di Stalin e dei successori sovietici.

Dall’editoriale di Antonio Polito
Titolo dell’editoriale del Corriere della Sera

“Fattore Z”, come la lettera scelta da Putin per contrassegnare la sua guerra all’Ucraina, “e coalizioni alla prova”, è il titolo dell’editoriale di Antonio Polito dedicato sul più diffuso giornale nazionale agli “scenari italiani”. “Senza il piano Marshall e senza Pio XII”, ma con Papa Francesco in Vaticano, poco o per niente convinto degli aiuti anche militari che l’Occidente sta fornendo agli ucraini aggrediti, “non è neanche detto -ha scritto Polito- che finirebbe allo stesso modo” del 1948 una “regressione” allo scontro tra sostenitori e avversari dell’uomo di turno seduto al Cremlino. 

Il fotomontaggio del Fatto Quotidiano
Dalla prima pagina del Corriere

Una mano alla paura, preoccupazione e quant’altro di un Corriere insolitamente allineato a quella specie di coppia gialloverde di Giuseppe Conte e Matteo Salvini, sostanzialmente ricostituitasi nella vasta maggioranza realizzatasi attorno a Draghi per una somma di emergenze, l’ha data l’ebreo, come il presidente ucraino Zelensky, e solitamente atlantista Carlo De Benedetti. Che, pur disponendo di nuovo di un suo giornale, il quotidiano Domani, dopo avere perduto la Repubblica  per colpa dei figli, ha preferito affidare in una intervista proprio al Corriere un messaggio  al presidente americano Biden, a Draghi e quant’altri che meglio non poteva essere riassunto in questo richiamo in prima pagina: “La guerra a Putin? Non è interesse di noi europei”. Che dovremmo quindi riconoscerci con Conte, e il suo aedo Marco Travaglio, nel fotomontaggio copertina del Fatto Quotidiano di oggi contro Biden e il segretario generale della Nato che imbavagliano Zelensky: colpevole di essersi mostrato disposto a rinunciare alla già perduta Crimea nella speranza, o illusione, di fare trasferire Putin dal tavolo di comando della guerra scatenata contro l’Ucraina a quello delle trattative diplomatiche per chiuderla.  

E’ uno strano destino politico, direi, anche quello dell’editore De Benedetti. Che pure solo qualche mese fa, riconoscendo i limiti del suo nuovo giornale, aveva confidato a Lilli Gruber, che ogni tanto lo invita nel salotto televisivo dell’editore Cairo, che il quotidiano preferibile per una informazione quotidiana più completa fosse La Stampa, oggi schierata contro Putin assai più chiaramente e convintamente del Corriere.  Cui  egli ha quindi preferito ora affidare, ripeto, le sue opinioni o i suoi umori sulla guerra che per “procura” americana starebbero conducendo gli ucraini per salvare la loro pelle, dopo avere in parecchi già perduto la casa e i campi. Dove non cresce più il grano cadendovi i missili e altri ordigni russi di fuoco.  

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

I fumi che preoccupano Grillo non sono quelli dell’Ucraina, ma degli inceneritori dei rifiuti

I fumi che ossessionano Beppe Grillo, il garante e ora anche consulente remunerato del MoVimento 5 Stelle presieduto da Giuseppe Conte, non sono quelli che si levano in Ucraina sulle case, sugli edifici pubblici, sui ponti, sulle strade distrutte dai missili o dalle truppe russe d’invasione, ma quelli degli inceneritori ai quali sta pensando il sindaco di Roma Roberto Gualtieri per liberare la città dalle immondizie lasciategli in eredità dalla pentastellata Virginia Raggi. 

Dal blog di Beppe Grillo

Sono gli inceneritori a dispetto della cui realizzazione, incoraggiata dal governo, Conte ha ordinato ai ministri del suo ormai sostanziale partito di non votare il decreto degli aiuti per più di 14 miliardi di euro disposti a favore dei più bisognosi colpiti dagli effetti economici della guerra scatenata da Putin in Ucraina. “Bruciare rifiuti -dice il titolo del principale articolo del blog personale di Grillo, ora a disposizione ben pagata dal suo MoVimento- è la negazione dell’economia circolare”, in attesa o in contemplazione della quale a Roma i cinghiali sono diventati di casa per le immondizie a loro disposizione in ogni zona, anche centrale, della città. 

Giuseppe Conte

E’ una forza di governo, pur appestata dalla monnezza, come si dice appunto a Roma, quella che Grillo si vanta di avere portato in Parlamento e che ancora reclama di imporre la sua “centralità” in una legislatura proseguita solo grazie alle urgenze via via sopraggiunte alla formazione del primo governo Conte: le emergenze sanitarie, economiche e sociali evocate l’anno scorso dal presidente della Repubblica per mandare a Palazzo Chigi Mario Draghi, anziché chiamare gli italiani anticipatamente alle urne, cui si è aggiunta ora l’emergenza bellica. Nella quale siamo coinvolti con gli aiuti militari all’Ucraina autorizzati in aprile fino a dicembre dal Parlamento con un voto quasi unanime forse sfuggito all’attenzione dell’ex presidente pentastellato del Consiglio. Il cui quasi partito, pur rappresentato al Ministero degli Esteri da Luigi Di Maio, lamenta di non essere sufficientemente informato di ciò che il governo fa e spedisce all’Ucraina di notte e di giorno, come altri paesi, per non farla soccombere all’assalto di Putin. 

Eppure questa è roba ragionevolmente secretata in tutte le forme dovute e consentite dalla Costituzione, per cui è semplicemente insensato che si reclami di parlarne in aula a Montecitorio o a Palazzo Madama, in un apposito dibattito pubblico utile, con tanto di mozioni finali da mettere ai voti, anche per legare mani e piedi al presidente del Consiglio nella missione imminente negli Stati Uniti. Dove egli incontrerà il 10 maggio il presidente Joe Biden, impegnato ormai ogni giorno a incitare gli alleati a sostenere in tutti i modi, e fino in fondo, l’Ucraina aggredita. 

Alla fine Draghi, coperto da una posizione  ferma del Quirinale frequentemente ribadita dal presidente Mattarella, è sbottato. E ha fatto informare i giornali, tra la “delusione” espressa da Conte, che del viaggio negli Stati Uniti e della guerra, più in generale, risponderà nella seduta della Camera del 19 maggio destinata alle interrogazioni rapide: il famoso question time.

Titolo del Foglio

Ormai l’insofferenza fra i due -Draghi e Conte- non potrebbe essere più evidente. E pare – stando almeno alle informazioni del Foglio- che al Quirinale non abbiano intenzione di incoraggiare tentazioni dello stesso Draghi di accorciare per questo la legislatura. Anzi, Mattarella vorrebbe portarla avanti raschiandone il barile, cioè mandandoci alle urne a maggio dell’anno prossimo, pur essendosi votato il 4 marzo per il precedente rinnovo delle Camere, nel 2018. Altri rospi evidentemente dovrà rassegnarsi a ingoiare la coppia, ora, di Conte e Grillo, in ordine rigorosamente alfabetico. 

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