Giorgia Meloni fa perdere politicamente la testa a Matteo Renzi

  Temo, per lui naturalmente, che a perdere di più la testa dopo e a causa della conferenza stampa d’inizio d’anno di Giorgia Meloni sia stato Matteo Renzi. Non quello travestito da arabo con l’amico Marco Carrai nel fotomontaggio di prima pagina del Fatto Quotidiano, a caccia di petrodollari per conservare il vertice della classifica dei parlamentari paperoni, non avendo fatto in tempo ad acquistare a Milano il biglietto vincente della lotteria Italia, ma il Renzi vero.  Quello propostosi agli italiani nelle ultime elezioni politiche come il motore, se non la guida momentaneamente lasciata al pur infido Carlo Calenda, di un terzo polo capace di oscurare a destra l’astro nascente della prima donna destinata a Palazzo Chigi e di far perdere definitivamente a sinistra le tracce di un Pd da lui inutilmente conquistato come segretario, e poi anche presidente del Consiglio, nell’ormai lontano 2012.

   Da allora sembrano obiettivamente passati molto più degli undici anni e rotti trascorsi sul calendario, tanto è cambiato nel frattempo lo scenario politico italiano, pur in buona parte sotto la regìa dello stesso presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, da lui voluto ostinatamente nel 2015, anche a costo di rompere la semi-alleanza stretta con Silvio Berlusconi al Nazareno sul terreno della riforma costituzionale con i buoni uffici del comune amico Denis Verdini. Riforma notoriamente bocciata nel 2016 con quel referendum che doveva essere confermativo. E bocciata con l’inedita convergenza fra una destra ancora a trazione berlusconiana e una sinistra tornata in quella contingenza a trazione dalemiana, in una riedizione improvvisata, quindi, del famoso “Dalemoni” uscito dalla fantasia, o dall’acume, del compianto Giampaolo Pansa.

   Forse pentito del riconoscimento fatto ieri sul suo Riformista alla Meloni di essersi dimostrata nelle tre ore e più della sua conferenza stampa, comprensive di una corsa umanissima alla toilette, “un’autentica- consumata- fuoriclasse della comunicazione”, contestata “in malafede”, Renzi ha voluto precisare oggi sul Corriere della Sera il carattere sostanzialmente fraudolento di quel successo.

   Fraudolento, ripeto, perché la premier avrebbe speso la sua bravura per “nascondere l’affanno”, al singolare ma tanto grande da poterle risultare fatale, in cui si troverebbe col suo governo e con la sua maggioranza. Che -ha spiegato l’ex presidente del Consiglio – “devono trovare 15 miliardi per il 2024 e 35 miliardi per il 2025”. In attesa comunque della catastrofe da lui attesa o auspicata, Renzi ha riconosciuto che “per sei mesi la premier anestetizzerà tutto con la campagna elettorale. Si atteggerà a statista in politica estera dove pure non tocca palla. Cannibalizzerà Salvini e Tajani e a luglio gestirà il rimpasto da un punto di forza”. Un rimpasto, ripeto, da un punto di forza, non il suo funerale politico. Che tanto servirebbe invece a Renzi per continuare a fare davvero  politica, e non solo soldi.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Sulla Meloni incombe sempre di più l’eredità della Democrazia Cristiana

   La “promozione in comunicazione”, assegnata ad una Gorgia Meloni pur “pasticciona e rancorosa” da Piero Ignazi sull’insospettabile e debenedettiano Domani, ha contribuito probabilmente ad alimentare tendenze già emerse  da qualche tempo a convogliare a destra l’eredità della pur lontana ma non certo dimenticata Democrazia Cristiana. Della cui maggiore corrente, quella “dorotea”, ha trovato traccia nel linguaggio e nel comportamento della Meloni alla conferenza stampa d’inizio d’anno Antonio Polito oggi nell’editoriale del Corriere della Sera. E ciò pur in chiave critica, per contestarle troppa condiscendenza, disponibilità, copertura dell’alleato e concorrente Matteo Salvini. “Una lunga disfida a destra” è  il titolo dell’editoriale del più diffuso giornale italiano.

         “Una lunga rincorsa a destra”, ha insistito il Corriere nella titolazione interna, sempre basandosi sul rapporto privilegiato con la Lega attribuito ad una Meloni affrettatasi, per esempio, ad esonerare il vice presidente del Consiglio e ministro delle infrastrutture dall’obbligo o dalla semplice opportunità, reclamata invece dalle opposizioni, di riferire in Parlamento, sull’onda di una inchiesta giudiziaria in corso, sui rapporti affaristici fra l’Anas  e il padre e il fratello, entrambi agli arresti domiciliari, della sua fidanzata Francesca Verdini.

         Anche se il Corriere della Sera è stato sfortunato nell’aspetto polemico della sua analisi perché proprio oggi i giornali riportano, come Il Foglio in prima pagina, la rottura consumatasi in Sardegna fra la Meloni e Salvini sulla candidatura del centrodestra a governatore  nelle elezioni regionali del mese prossimo, permane l’impressione e un po’ anche la spinta a vedere e interpretare la Meloni in chiave post-democristiana. D’altronde, pur da “partito di centro che guarda a sinistra”, come la definì Alcide De Gasperi, la Dc qualche occhiata a destra non se la risparmiava, anche per eleggere in Parlamento qualcuno dei suoi presidenti della Repubblica. E non solo per definire “voti in libera uscita dalla Dc” quelli che Giulio Andreotti una volta vide trasferirsi numerosi a Catania verso il partito di Giorgio Almirante. Dove rimasero per un po’ di tempo prima di “tornare a casa”, sempre secondo Andreotti.

         Gianfranco Fini ha ricordato proprio oggi in una intervista al Foglio che anche lui nel 1993, a Dc quasi sciolta, ne convogliò parecchi voti nella corsa al Campidoglio sostenuta a distanza pure  da Silvio Berlusconi  ma ugualmente  persa contro Francesco Rutelli . Ed ha condiviso lo scenario d “un partito unico conservatore” guidato da una Meloni “preparata e abile”, che ora deve “aprire il Fdl”.

    Alla domanda se sia possibile una rinuncia alla “fiamma” ereditata dalla destra e tanto spesso contestata anche da moderati, oltre che dalla sinistra, Fini ha risposto a beneficio della titolazione: “Se ne può discutere”.  Non è poco per l’ex allenatore della Meloni, diciamo così, con tanto di documentazione fotografica. 

Ripreso da http://www.startmag.it il 7 gennaio

Giuliano Amato protesta….rinunciando all’intelligenza artificiale

   Davanti al sarcasmo che si è guadagnato Giuliano Amato nella conferenza stampa di Giorgia Meloni per l’allarme lanciato contro la “deriva autoritaria” della destra al governo, sono rimasto amareggiato per la stima che ho sempre avuto dell’ex presidente del Consiglio, conosciuto quando era il braccio destro di Bettino Craxi a Palazzo Chigi. Se non ripeto una battuta di tre anni fa di Beppe Grillo evocata in questi giorni da Tommaso Labate sul Corriere della Sera –“Gli errori dei grandi uomini ci dispiacciono perché danno l’occasione agli scemi di correggerli”- lo devo al fatto che non considero per niente scema la premier. La quale, da professionista della politica come si è confermata nell’incontro d’inizio d’anno con i giornalisti, parando quasi tutti i tiri tirati contro la sua rete, ha saputo cogliere bene, e altrettanto bene contestare l’attacco subìto dal presidente emerito della Corte Costituzionale e rilanciato da una delle prime domande.

         In particolare, la premier ha saputo spiegare bene la paura della pretesa deriva autoritaria da parte di Amato con la vicina scadenza del mandato di quattro dei giudici costituzionali di elezione parlamentare. Ai quali pertanto la larga maggioranza di cui dispone il governo in carica consentirebbe l’elezione, a Camere riunite congiuntamente, di giudici costituzionale di orientamento di centrodestra, o destra-centro, come è finita per diventare la coalizione improvvisata nel 1994 dal compianto Silvio Berlusconi e uscita sorprendentemente vincente dalle prime elezioni della cosiddetta seconda Repubblica. Potranno risultare di orientamento di centrodestra questi nuovi quattro giudici della Consulta, come sono risultati di orientamento opposto quelli eletti in passato da maggioranze di centrosinistra o similari, senza che mai nessuno se ne fosse stupito o scandalizzato più di tanto.

         Convinta giustamente, anche per il ruolo preminente che una politica come lei ha saputo conquistarsi elettoralmente, che la democrazia comporta uguali diritti per tutti, sia che la maggioranza sia di sinistra sia che sia di destra, la Meloni ha trovato nel ragionamento, oltre che nella paura, di Amato un vulnus inaccettabile. Tanto più perché i giudici di elezione parlamentare costituiscono solo un terzo della Corte Costituzionale, essendo un altro terzo nominato dal presidente della Repubblica e un altro terzo ancora designato dalle magistrature ordinaria e amministrative, secondo l’articolo 135 della Costituzione. A meno che -ha detto la Meloni- non lo si voglia modificare per affidare la nomina del supremo organo di garanzia costituzionale “al Pd, sentiti alcuni esimi specialisti fra i quali il professore Giuliano Amato”. Che converrà, per l’acume, la sottigliezza e altre qualità che gli riconosco, di essersi meritato- ripeto- questo affondo pur in tutto il suo carattere paradossale compatibilissimo con la polemica politica.

    Naturalmente, buon anno lo stesso, sereno e tranquillo, caro Giuliano. Sereno non certo nel senso renziano, su cui lo stesso Matteo Renzi ormai si è abituato a scherzare ricordando la propria successione a Palazzo Chigi ad un Enrico Letta da lui appena incoraggiato a proseguire l’esperienza di presidente del Consiglio. Diversamente dalla presidenza di una commissione di Palazzo Chigi sull’intelligenza artificiale, cui ha appena rinunciato in polemica proprio con la Meloni dichiaratasi peraltro quasi estranea alla nomina, la presidenza emerita della Corte Costituzione è a vita. 

Pubblicato sul Dubbio del 6 gennaio

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La caccia non alla, ma della Meloni in tre ore di conferenza stampa

   Proviamo a fare un gioco di società dopo la lunga conferenza stampa d’inizio d’anno nella quale la premier Giorgia Meloni non si è certamente risparmiata in polemiche quando le domande dei giornalisti, volenti o nolenti, le hanno passato la palla, più che tirare in porta. E ciò in una partita che lei ha affrontato con ormai consolidata professionalità politica. “Piuttosto brillante”, le ha riconosciuto il manifesto. “Efficace” e “promossa in comunicazione”, ha titolato insolitamente Domani.  Proviamo a capire che è uscito peggio delle sue staffilate.

         L’ormai penoso collega deputato e di partito Emanuele Pozzolo, sospeso dai “fratelli d’Italia” in attesa forse di espulsione, sostanzialmente accusato di sabotaggio per avere compromesso con la sua disinvolta condotta di portatore d’arma lo sforzo di serietà imposto alla destra dalle responsabilità ricevute dall’elettorato?  Un Pozzolo cui consiglierei di rinunciare spontaneamente al mandato parlamentare, oltre alla tessera di partito, per quello che ha combinato a un veglioncino di Capodanno e per quello che appunto la Meloni gli ha detto, peraltro prima che il ferito dalla sua pistola- genero del caposcorta del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro- ne aggravasse la situazione querelandolo.

         Il giudice “sfrontato” della Corte dei Conti Marcello Degni, nominato dall’allora governo di Paolo Gentiloni e adirato con le  opposizioni per non avere fatto ciò che potevano per fare entrare l’Italia in cosiddetto “esercizio provvisorio”? Che -si sa- nei mercati finanziari non è proprio una medaglia al petto di un paese indebitato come il nostro.

         Il candidato a capo dell’opposizione Giuseppe Conte? Che ha ottenuto un giurì d’onore alla Camera sentendosi offeso dall’accusa della Meloni di avere fatto firmare “nelle tenebre”, durante gli ultimissimi giorni del suo secondo governo, il trattato riformato del Mes. Sarà stato ancora legittimamente in carica in quel momento, ma Conte difficilmente potrà negare la circostanza rimproveratagli dalla Meloni di sapere già che mancava una maggioranza parlamentare per la ratifica di quel trattato. Che infatti è stato appena bocciato anche col suo voto..

         Il presidente emerito della Corte Costituzionale Giuliano Amato, insorto contro la “deriva autoritaria” di una destra che potrebbe eleggere a breve in Parlamnento quattro giudici della stessa Corte sui 15 di cui è composta, 5 dei quali di elezione parlamentare appunto, 5 di nomina del capo dello Stato e 5 designati, come dice l’articolo 135 della Costituzione, dalle “supreme magistrature ordinaria ed amministrative”? Temo che ad uscire peggio sia stato, per il suo ruolo, proprio Amato. Cui la Meloni ha suggerito sarcasticamente di proporre una riforma per affidare la nomina di tutti i 15 giudici costituzionali “al Pd, sentito il parere”, fra gli altri, dell’ora angosciato presidente emerito della Consulta.

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I giornalisti migliori dei loro giornali alla conferenza stampa della Meloni

   Lasciatemi scrivere, una volta tanta con sollievo, che i giornalisti partecipanti alla conferenza stampa d’inizio d’anno della premier Giorgia Meloni hanno riscattato l’immagine dei quotidiani con le priorità date dai loro interventi ai problemi, chiamiamoli così, di attualità.

         Solo con la quindicesima delle 45 domande prenotate con il sorteggio è stato posto alla presidente del Consiglio il problema del deputato piemontese della destra Emanuele Pozzolo. Che è da giorni su tutte le prime pagine dei giornali per la pistola con la quale ha partecipato ad un veglione promosso dalla sorella del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro. Pistola dalla quale è partito un colpo che ha ferito, per fortuna non gravemente, il genero di un agente della scorta dello stesso Delmastro.

          Prima di questo problema, dopo un’ora e mezza di conferenza stampa , la Meloni ha dovuo parlare della sua eventuale candidatura alle elezioni europee,  del ricorso  ancora a tagli della spesa pnbblica per tenere in equilibrio i conti,  della competitiiità dell’Italia in tema di investimenti esteri, del nuovo patto europeo di stabilità, della mancata  ratifica del trattato del Mes, o fondo salva-Stati, di un posssibile confronto diretto televisivo con la segretaria del Pd, della compatibilità di un giudice della Corte dei Conti con le sue funzioni dopo avere auspicato l’esercizio provvisorio piuttosto che il bilancio dello Stato approvato dalle Camere, di migranti, della concorrenza reclamata dall’Unione Europea e disattesa con le norme sugli ambulanti e sui balneari, della  tassazione degli extraprofitti bancari, dell’’antisemitismo, delle privatizzazioni e della riforma costituzionale per l’elezione diretta del presidente del Consiglio.  

   Sollevata -credo- dalla serietà di questo lungo elenco di priorità,  la Meloni non ha esitato a deplorare il suo collega di partito “pistolero” . E ad annunciarne la sospensione chiesta dalla formazione politica dei “fratelli d’Italia” in attesa del procedimento da lei stessa reclamato presso il collegio dei probiviri. E naturalmente anche delle indagini giudiziarie che l’incauto deputato si è procurate.

         Con la sedicesima domanda è arrivata al pettine della Meloni l’altro nodo delle prime pagine dei giornali da qualche giorno in qua:  l’affare Verdini-Anas, di cui si occupa la Procura di Roma. E la Meloni ha risposto negando che il vice presidente del Consiglio e ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini sia tenuto a riferire alle Camere dei suoi rapporti con la famiglia Verdini, della cui figlia è notoriamente il fidanzato. Gli affari di cui si occupa la magistratura risalgono ad anni in cui Salvini non era il ministro competente dell’Anas. E il figlio di Verdini, Tommaso, finito agli arresti domicilari come il padre, ha avuto come unica tessera di partito -ha ricordato la Meloni- quella del Pd. Che non per questo merita di essere chiamato in causa come le opposizioni pretendono ai danni di Salvini.

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La banalità delle attese dalla conferenza stampa di Giorgia Meloni

         Pur “sull’orlo della guerra mondiale” avvertito non solo dall’Unità dopo l’attentato in Iran con 84 morti, più di 200 feriti e le reazioni antioccidentali di Teheran, o nel “caos globale” gridato dal Riformista di Matteo Renzi, sono tutti lì sulle prime pagine dei giornali e altrove ad aspettare Giorgia Meloni alla odierna conferenza stampa di ex fine anno su altri temi.  

         In particolare, la premier- immaginata su ItaliaOggi con la scopa chiesta in prestito alla Befana- è attesa “sul ring con la testa di Pozzolo”, come ha titolato il manifesto evocando la punizione del deputato piemomtese della destra che a un veglione di Capodanno, organizzato dal collega di partito e sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, si è presentato esibendo una pistola. E finendo indagato per lesioni gravi al genero di un agente della scorta dello stesso Delmastro. Che contesta l’ipotesi di essersi ferito da solo, raccogliendo il revolver caduto a terra e lasciandosi quindi sfuggire un colpo. Esso sarebbe stato sparato, secondo alcune testimonianze, dallo stesso parlamentare.

         Mentre scrivo non si sa se, oltre al porto d’armi ritiratogli dalla Prefettura di Biella e alle sei pistole sequestrategli dall’autorità giudiziaria, Emanuele Pozzolo perderà anche la tessera del partito, come anticipato da Repubblica. O se la Meloni si limiterà a farlo sospendere in attesa degli sviluppi delle indagini per lesioni aggravate cui egli è stato sottoposto dalla magistratura pur nella “ordinaria banalità di un politico pistolero”, come l’ha definita Filippo Facci sul Giornale. Dove probabilmente si sono consolati col ferimento lieve e i dieci giorni di prognosi della vittima. Un ferimento peraltro da cui lo stesso Pozzolo, pur dichiarandosi non responsabile, secondo una testimonianza avrebbe subito ammesso che ne sarebbe uscito “rovinato”.

         La sorte di questo “banale pistolero”, per tornare al titolo del Giornale, è prevalsa nelle attese della conferenza stampa della premier non solo sull’aggravamento della crisi in Medio Oriente ma anche sul tema dei rapporti dell’Italia con l’Unione Europea riproposto questa mattina sul Corriere della Sera dal senatore a vita Mario Monti. Che ha condiviso le riserve appena espresse dal presidente della Repubblica su una norma pur promulgata in tema di concorrenza a proposito dei venditi ambulanti, analoga a un’altra sui balneari.

         Monti ha definito “un cartellino giallo” l’intervento del capo dello Stato sulla premier e sui presidenti delle Camere, che invece Domani, il giornale di Carlo De Benedetti, ha trovato “un debole segnale” lanciato contro il “bluff del governo” sulla concorrenza reclamata dall’Unione Europea in difesa dell’economia di mercato. Cui i governi italiani preferirebbero -ha scritto Monti- “il mercato del voto”. Che -ha spiegato ancora l’ex presidente del Consiglio- tenendo artificialmente bassi i canoni compra il consenso dei concessionari e impoverisce l’ente che amministra”. Tutto ciò a spese del “cittadino qualunque”.

Ripreso da http://www.policymakermag.it

La Meloni scampa anche alla pistola del “suo” Emanuele Pozzolo

   Alla vigilia ormai, e davvero, della conferenza stampa di ex fine anno rinviata per l’otolite seguita ad un’influenza, si può ben prevedere che a Gorgia Meloni non torneranno le vertigini per l’incidente di Capodanno occorso al suo imprudente deputato Emanuele Pozzo. Che è finito su tutti i giornali come un “pistolero” simbolo del proprio partito per quel mini revolver da cui è partito un colpo a sua presunta insaputa, ospite in un veglione dell’amico sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro. Forse senza neppure i brividi immaginati dal vignettista di ItaliaOggi, la premier è scampata anche a questo fuoco amico, diciamo così. L’unico ferito, per fortuna lieve, è rimasto il genero di un agente della scorta di Delmastro.

         Per quanto si potrà cercare di sfruttare il poco commendevole caso, obiettivamente aggravato dalla pretesa  del deputato della destra di reclamare quel che resta dell’immunità parlamentare per proteggersi dagli esami balistici nelle indagini per lesioni aggravate, la Meloni uscirà indenne dall’incontro con i giornalisti. Anche nei  tentativi scontati di metterla contro il vice presidente leghista del Consiglio Matteo Salvini per l’affare giudiziario Anas-Verdini, e forse pure per la reazione “sovranista” dello stesso Salvini ai rilevi europeisti del capo dello Stato a norme pur promulgate a favore di balneari e ambulanti.

         Altre mine sulla strada della conferenza stampa sono state, volontariamente o no, rimosse dallo stesso presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel suo messaggio di Capodanno ignorando, e praticamente declassando, il pasticcio politico della mancata ratifica parlamentare del trattato sul Mes, o fondo salva-Stati, e le diverse valutazioni emerse nella maggioranza anche sul nuovo patto europeo di stabilità.

         Il politologo Piero Ignazi non dovrà ritrattare su  Domani la valutazione espressa ieri sul governo Meloni. “Che -ha scritto- potrebbe navigare in acque tranquille” perché “gli avversari sono troppo deboli, divisi e confusi”.

         Né Nando Pagnoncelli dovrà sentire il bisogno di anticipare il prossimo sondaggio di Ipsos – neanche a Mattarella, del resto, piace molto questa pratica- per verificare di quanto potrebbe risultare superato o contraddetto quello del 14 dicembre appena illustrato sul Corriere della Sera. Che assegnava al partito della Meloni il 29,3 per cento delle intenzioni di voto contro il 26 conquistato nelle elezioni del 2022. La Lega risultava scesa dall’8,8 all’8 e Forza Italia dall’8,1 al 6,8. Sul fronte delle opposizioni il Pd della Schlein risultava sceso al 19 dal 19,1 conseguito quasi un anno e mezzo fa  da Enrico Letta, il Movimento 5 Stelle salito sì con Giuseppe Conte dal 15,4 al 17,2 ma restando sempre sotto il Pd. Che l’ex premier grillino vorrebbe invece sorpassare per riuscire davvero, e non solo aspirare a condurre il gioco nell’ambiziosa, improbabile prospettiva dell’alternativa. Buon anno a tutti i concorrenti. E che Iddio ce la mandi buona.

Ripreso da http://www.policymakermag.it

L’ispirazione kennediana del messaggio di Mattarella agli italiani

L’ho visto e ascoltato. Incredulo di non avere mai udito citare l’Europa nel discorso di fine anno, evidentemente non abbastanza concentrato, sono andato sul sito del Quirinale e l’ho letto e riletto. E mi sono rasserenato.

Dell’Europa il presidente della Repubblica ha parlato in un solo ma significativo passaggio del suo discorso, a proposito della guerra in Ucraina che si combatte da quasi due anni “nel cuore” appunto del vecchio continente. Come per dire scandalosamente: a casa nostra.

 Già in questa concezione simbiotica dell’Europa c’è tutto il vecchio, consolidato, rinfrancante europeismo di Mattarella. Altro che il sovranismo duro a morire anche in chi mostra ogni tanto di esserselo buttato alle spalle con l’acquisita esperienza di governo. Non parliamo poi del sovranismo ancora praticato o dichiarato orgogliosamente da altri: non solo nell’Ungheria di Orban ma anche in Italia, dove è di pochi giorni fa lo spettacolo a dir poco paradossale di una maggioranza partecipe, sia pure in vario modo, fra voto contrario e astensione, della mancata ratifica del trattato del Mes, o fondo salva-Stati. E in parte dissidente dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti nella valutazione positiva del nuovo patto europeo di stabilità, con regole, parametri e quant’altro meno rigide o “stupide” di quanto a suo tempo le avesse definite l’insospettabile Romano Prodi, che presiedeva la Commissione esecutiva di Bruxelles.

Qualcuno forse si aspettava, o addirittura aveva auspicato, che Mattarella cogliesse l’occasione del messaggio televisivo di fine anno a reti unificate per lamentare o solo alludere a questo controverso passaggio di politica interna, magari cercando di metterci una pezza come altre volte gli è capitato di fare dal Quirinale per superare equivoci o ricomporre fratture. Stavolta invece il presidente della Repubblica ha voluto astenersi, non so francamente se per avere considerato esagerate le polemiche trasversali alla maggioranza e alle opposizioni o per non invadere il terreno della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Che potrà parlarne, spontaneamente o in risposta a qualche domanda, nella conferenza stampa di ormai ex fine anno, rinviata per le sue note ragioni di salute, fisica davvero e non politica.

D’altronde, oppresso dalle guerre che ci circondano e dalla violenza che le anima,  ed ha finito per diventare “cultura” anche nella nostra società, questo messaggio augurale di Mattarella è stato -per quanto ricordi- il più distaccato dalle vicende, e tanto meno beghe della politica interna. Il Presidente ha volato più alto del solito, di stampo quasi kennediano quando ha chiesto, per esempio, maggiore “partecipazione attiva alla vita civile”. Come se avesse voluto ripetere con l’indimenticabile Jhon Fitzgerald Kennedy, appunto: “Non chiedete che cosa può fare il vostro paese per voi, ma cosa potete fare voi per il vostro paese”.

“Partecipazione attiva” -è tornato ad ammonire Mattarella pensando al galoppante astensionismo- “a partire dall’esercizio del diritto di voto per definire la strada da percorrere”. Un “voto libero -ha insistito- che decide”. E che quindi non può esaurirsi nel “rispondere a un sondaggio, o stare sui social”.

Anche a costo di sembrarvi troppo malizioso e di finire fra quelli che ho sempre criticato per la mania di tirare la giacca al presidente di turno della Repubblica, quel richiamo al “voto libero che decide” davvero, senza rendere la politica prigioniera del sondaggismo cresciuto a dismisura nella cosiddetta seconda Repubblica, ma anche prima, sino ad alimentare e determinare la famosa “discesa in campo politico” di Silvio Berlusconi mentre la magistratura decapitava i partiti tradizionali, o scavava loro la fossa; quel “voto libero che decide” davvero -dicevo- potrebbe essere incoraggiato dal pur tanto criticato o disprezzato premierato. Che è stato proposto dal governo con una riforma costituzionale finalizzata all’elezione diretta del presidente del Consiglio. Con quel voto si potrà anche disporre l’assegnazione della guida del governo, senza necessariamente ridurre le funzioni del Capo dello Stato -come temono anche fior di costituzionalisti in parrucca o aspiranti riserve della Repubblica- a quelle di un notato o di un soprammobile.

Pubblicato sul Dubbio

Primo soccorso di Giorgia Meloni a Matteo Salvini negli affari Verdini

   Sia pure non direttamente, forse in attesa di rispondere a qualche domanda che le faranno i giornalisti nella conferenza stampa di ex fine anno rinviata a dopodomani, la premier Giorgia Meloni ha soccorso il suo vice presidente del Consiglio, ministro e leader leghista Matteo Salvini dall’assalto delle opposizioni. Che ne hanno reclamato la presentazione alle Camere per riferire sui guai di famiglia, chiamiamoli così, riguardanti il suo quasi suocero Denis Verdini e il quasi cognato Tommaso, indagati e agli arresti domiciliari per presunti traffici corruttivi e d’influenza con l’Anas.

         Attraverso “Ore 11”, come si chiama un bollettino quotidiano destinato ai parlamentari dei “fratelli d’Italia”, la premier ha lasciato che si ricordasse la data d’inizio delle indagini giudiziarie, risalente a ben prima della formazione del suo governo, e la circostanza che non risultino sinora coinvolti né Salvini né altri esponenti della sua squadra fra ministri e sottosegretari, anche se citati nella solita, lunga ordinanza d’arresti domiciliari. Dove si trova l’altrettanto solito elenco e contenuto di intercettazioni telefoniche e d’altro tipo. Che sono quelle della cui limitazione nella diffusione prima del processo si discute da qualche settimana, su iniziativa parlamentare di Enrico Costa, scrivendo e parlando di “legge bavaglio”, insufficiente peraltro anche secondo alcuni garantisti a scongiurare in una versione sintetica la gogna mediatica degli indagati e dei terzi coinvolti nelle loro vicende.

         Allo stato delle cose, secondo il bollettino pervenuto -ripeto- ai parlamentari del partito della premier, non ci sarebbe altro da fare che attendere gli sviluppi delle indagini. Deve presumibilmente sembrare alla Meloni, per quanto infastidita anche lei dai fatti, inutile comunicare una cosa così ovvia al Parlamento.

         D’altronde, alla gogna dei già indagai e di quelli che potrebbero aggiungersi provvedono ampiamente, in assenza del presunto e controverso “bavaglio”, parecchi giornali nella presunzione, denunciata da qualcuno, che esista anche un “reato di parentela di fatto”, non essendosi peraltro ancora sposati Salvini e la fidanzata Francesca Verdini.

         Per avere un’idea approssimativa di questa gogna mediatica aggravata, non addolcita, dalla satira e dalle allusioni, basta dare un’occhiata all’editoriale di giornata di Marco Travaglio sul Fatto quotidiano, titolato “Rosso, bianco e Verdini”, da servire a tavola. O ad un articolo all’interno titolato, testualmente: “Il ritratto- Il macellaio-idraulico della destra- Verdini, la discarica della politica tra rutti, affari e Nazreno”. Che è  la sede del Pd dove a suo tempo il non ancora pregiudicato, anzi pluricondannato Denis Verdini organizzò un  incontro fra il suo capo-partito Silvio Berlusconi e il segretario del Pd fresco di elezione Matteo Renzi per un accordo politico annunciato come storico. Esso poi naufragò per la prima elezione dell’incolpevole Sergio Mattarella al Quirinale, nel 2015.

Mattarella mai così distaccato dalle beghe della politica interna

  Fra tutti i messaggi di Capodanno tramessi dal Quirinale a reti unificate che mi è capitato di ascoltare e vedere, quest’ultimo di Sergio Mattarella, il secondo del mandato presidenziale rinnovatogli il 29 gennaio del 2022, mi è sembrato il più distaccato dai problemi della politica interna, che pure non mancano mai in Italia. Ma questa volta il capo dello Stato deve averli trovati troppo meschini in uno scenario internazionale appesantitosi, rispetto a un anno fa, per la guerra a Gaza, cioè in Medio Oriente, soprappostasi a quella in Ucraina. Di fronte alle quali Mattarella non ha mai esitato a schierarsi dalla parte degli aggrediti: gli ucraini il 24 febbraio del 2022 e gli ebrei d’Israele il 7 ottobre scorso. Due guerre dove il presidente della Repubblica non ha mai scambiato le vittime per gli aguzzini, neppure quando forse qualcuno ha voluto vedere qualche sua polemica con gli israeliani per i palestinesi che muoiono o fuggono, o muoiono fuggendo dalle loro case, scuole, ospedali trasformati in obiettivi militari dal cinismo dei terroristi. Che ne hanno trasformato i sotterranei in arsenali e postazioni di guerra agli ebrei, ovunque raggiungibili, di qualsiasi genere ed età.

         Qualcuno in Occidente è o si è dichiarato stanco di tante o tanta guerra, nel complesso. Probabilmente avverte stanchezza ogni tanto, nello sconforto, anche il presidente Mattarella ma, diversamente da certi politici di professione e di pacifisti di turno, lui non ha mai mostrato d’esserlo nella denuncia delle aggressioni e nel dovere di contrastarle. Cominciando peraltro ciascuno da se stesso, cambiando “nentalità”, rifuggendo dalla “violenza” nei singoli comportanti e modi di affrontare i problemi, cercando interlocutori e non avversari, nemici da infangare per cercare poi di distruggerli più velocemente o facilmente.

         Peccato che una simile, alta, cristianissima lezione di vita civile, secondo letture o allusioni di agenzie di stampa, in quest’altro giorno di assenza dei giornali dalle edicole, abbia fornito a qualcuno l’occasione per tirare la giacchetta a Mattarella e immaginarlo, per esempio, volutamente comprensivo, solidale e quant’altro con Matteo Salvini e la sua Lega. Che si considerano le vittime designate e cercate dell’ultimo, puntuale incrocio di cronache giudiziarie e politiche, e relativi processi sommari.

         Non so se più da leader di partito, o vice presidente del Consiglio, o ministro delle infrastrutture, o fidanzato di Francesca Verdini, figlia e sorella di uomini agli arresti domiciliari  indagati di corruzione, traffico d’influenze e altro per commesse e rapporti con l’Anas, peraltro risalenti ad anni in cui lui in quel dicastero  no era ancora arrivato, Salvini è stato tuttavia  già reclamato da critici ed avversari per riferire alle Camere. Riferire o deporre, direbbero i cultori e praticanti del giustizialismo. Che peraltro si allenano in queste ore alla conferenza stampa di ex fine anno della premier Giorgia Meloni, spostata al 4 gennaio.

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