Francesco, il Papa che ha voluto seguire Fabio Fazio anche sulla 9, la rete che riesce a pagare più della Rai, gli ha concesso un’intervista non so dirvi francamente se più promozionale per sé, con tutti i problemi che ha, o per l’intervistatore di laicissima fede, immagino. Che si è disobbligato con un pò di avarizia -spero involontaria- riconoscendo all’augusto ospite da remoto la qualifica di “massima autorità morale del pianeta”, escluso quindi tutto il resto dell’immenso mondo che pure esiste. E al quale credo che Dio non sia estraneo. Come sotto sotto, pur parlando dall’”altrove” in cui si è rifugiato, ha riconosciuto persino Beppe Grillo interrompendo il lungo silenzio impostogli forse dalla sorpresa di vedere il suo Giuseppe Conte ancora impegnato nella politica italiana.
Consapevole evidentemente dei confini ben più estesi di un magistero così modestamente rappresentato qui dal Papa di “una Chiesa in crisi”, ha detto lo stesso Grillo, il comico genovese si e ci ha chiesto nella rappresentazione improvvisata del suo ultimo, anzi penultimo spettacolo, prenotandoci per il prossimo, perché Dio si diverta a “giocherellare” tanto con noi. Che siano obbligati a vivere fra le tante guerre, grandi e piccole, che ci assediano anche da vicino e che non si spengono per quanti ceri anche metaforici accenda il Papa, per quanti appelli lanci, per quanti inviati mandi in giro per le terre messe a ferro e a fuoco dai soliti, ostinati, ricorrenti piromani comunque esonerati dall’Inferno: quello con la maiuscola che ha fatto, quanto meno, le fortune di Dante Alighieri come narratore.
Già, proprio di questo Inferno, con tutti i suoi gironi e anfratti, il Papa un po’ troppo generosamente -mi permetto di osservare- ha detto a Fazio che gli piace immaginarlo “vuoto”. Non ha voluto lasciarvi uno spazio non dico a quell’impenitente che in 54 anni d sacerdozio, sugli 87 compiuti il mese scorso, lo sfidò con una confessione insincera, “ipocrita”, e si vide giustamente rifiutare l’assoluzione. Se non a questo peccatore falsamente penitente, se non a quelli che gli rendono la vita difficile nella Curia romana, se non a chi lo ha fatto appena sentire solo o isolato nella benedizione agli omosessuali, o a chi dubita della sua pubblica devozione per il compianto Benedetto XVI, un posto nell’Inferno -dico io- se lo sarà pure meritato uno come Hilter. Di cui purtroppo esistono epigoni qua e là nel mondo: per esempio, quelli che praticano anche il terrorismo per uccidere gli ebrei ovunque vivano o si nascondano.
Santità, La prego, visto che per fortuna ci ha appena assicurati, ispirando i titoli dei giornali, che non è questa, né sembra vicina l’ora delle sue dimissioni per stanchezza o delusione, non mi faccia tentare addirittura da quel diavolo di Beppe Grillo che col dito alzato si sente preso in giro, diciamo così.
Convinta evidentemente di essere una donna destinata a vincere per la capacità dimostrata, scalando la segreteria del Pd l’anno scorso, di non fare avvertire il suo arrivo al traguardo, o la sua partecipazione alla corsa, la giovane Elly Schlein non si è lasciata trattenere dal forse troppo anziano, prudente e vedovo depresso Romano Prodi. Che le aveva proposto di recente il tentativo di federare le opposiziioni di sinistra “se ce ne fossero stati di disponibili a farsi federare”. E lei invece ha continuato a inseguire il ben recalcitrante Giuseppe Conte, convinto di poterla sorpassare pur dalla metà dei voti rimasti alle 5 stelle dopo i suoi due passaggi a Palazzo Chigi.
Prodi, sempre lui, incapace evidentemente di tenersi per sé le cose ora che non ha più la moglie alla quale confidarle ottenendone l’affettuoso assenso, ha consigliato alla Schlein di non candidarsi a vuoto alle elezioni europee, non avendo alcuna intenzione di andare poi a fare davvero l’eurodeputata. Ma lei continua a pensarci, indecisa solo se candidarsi in tutte le circoscrizioni italiane o solo in alcune per tirare la volata all’uomo che potrà sostituirla quando lei dovrà scegliere dove e da chi, appunto, farsi rimpiazzare con la rinuncia imposta dalla sua prevalente funzione di parlamentare nazionale.
Questa volta senza bisogno di trasgredire a un consiglio contrario di Prodi, o di altri che nel Pd mostrano qualche riserva, la Schlein si sta infine preparando al duello televisivo con Giorgia Meloni, incerta sinora solo sul vestito da indossare, perché la sua armacromista di fiducia si è riservata di pronunciarsi solo all’ultimo momento, e senza sconti -credo- sulla tariffa. Tuttavia alla modica cifra di 2 euro e 20 centesimi, se intendesse spenderli e non limitarsi a leggerlo in una rassegna stampa di libero accesso per lei alla Camera, la Schlein potrebbe riflettere sulla prudenza, a dir poco, consigliatole oggi sul Corriere della Sera da Aldo Grasso. Che non è solo il critico televisivo del giornale italiano più diffuso, ma un signor esperto di comunicazione, già dirigente Rai e tante altre cose.
“Meloni -ha scritto Grasso- parla a un elettorato con cui è già in sintonia, sia sul piano sintattico che dei contenuti (se deve andare in bagno non si fa scrupolo di dirlo). Schlein parla a una più generica “opposizione”, forte solo di una sfuggente moltiplicazione dell’io: dopo avere suggestionato più i passanti che gli elettori, la sua immagine è prigioniera di un “morphing continuo”. Che è il dissolvimento digitale di un volto sino a diventare un altro. E’ un po’ come mettersi al bivio, contestato sulla Stampa da Francesca Schianchi, “tra perdere e perdersi”.
“In un confronto tv -ha infine avvertito Grasso- sono necessari un’identità netta e obiettivi politici in grado di inchiodare la maggioranza alle sue responsabilità e alla verifica dei fatti. Altrimenti sono in agguato due insidie: perdere con Meloni e consegnare l’opposizione a Conte”. Concordo, modestamente.
Altro che Mar Rosso, Yemen. Iran, Gaza e persino l’Aya, dove il mondo si è messo davvero al contrario senza aspettare l’intervento del generale Vannacci. Vi è finita sotto processo internazionale per genocidio non Hamas ma Israele, costretta alla guerra a Gaza dopo il pogrom del 7 ottobre. I partiti italiani e le loro reali o ipotetiche alleanze rischiano il collasso, il terremoto e quant’altro in Sardegna, dove si terranno le elezioni regionali fra poco di un mese, salvo improbabili rinvii per bisticci fra avanzi della Dc che se ne contendono le insegne.
Il centrodestra sulla carta avrebbe i numeri per vincere, anzi rivincere, se non fosse scosso dalla crisi del più piccolo, anche se forse più noto partito dell’isola: quello sardo d’azione. Che reclama vitaminicamente la ricandidatura del suo governatore Christian Solinas dall’alleato Matteo Salvini. Il quale vorrebbe, anche perché senza quel partitino il 6,3 per cento raccolto in regione dalla Lega nelle elezioni politiche del 2022 si dimezzerebbe, o quasi. E non potrebbe neppure interloquire col partito della premer Giorgia Meloni, salito al 23 per cento: di certo inferiore al 26 per cento nazionale arrivato nei sondaggi quasi al 30, visibile quindi con il cannocchiale da quelli del Carroccio. Che pertanto o si piegano alla candidatura quasi formalizzata del meloniano sindaco di Cagliari Paolo Truzzu o rischiano di scomparire dall’isola.
In una situazione normale la sinistra potrebbe o dovrebbe aspirare a raccogliere i frutti delle divisioni, tensioni e quant’altro nel centrodestra. Ma anche in Sardegna -fatale come la Novara del 1849 per Carlo Alberto di Savoia o come essa stessa nel 2017 per il primo segretario del Pd Walter Veltroni, costretto alle dimissioni come l’altro all’abdicazione- la situazione della sinistra non è per niente normale. Anche sotto Elly Schlein il Pd è messo male perché per inseguire l’alleanza col pentastellato ex premier Giuseppe Conte ne ha accettato la candidata a governatrice Alessandra Todde, rompendo non dico con un gigante delle omonime tombe sarde, ma con un Renato Soru, ex governatore, che un certo seguito nell’isola ancora ce l’ha. Anche senza l’aiuto di una figlia rimasta fedele al partito dell’”illuminata di Lugano”, come la Schlein è stata ironicamente definita oggi su Repubblica dal pur simpatizzante a dir poco, Massimo Giannini. I
Il guaio per il Pd, ancor più che per il centrodestra pur sempre favorito dal premierato di fatto, se non ancora di diritto costituzionale, di una Giorgia Meloni presidente di turno- pensate un po’- anche del G7, è che le elezioni sarde del mese prossimo sono solo la prima tappa di una lunga corsa ad ostacoli che dovrebbe finire il 9 giugno con le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo. Volente o nolente la stessa Schlein, esse costituiranno un importante test, come lo chiama Meloni, anche per la politica italiana. E non solo una prova per dare all’Italia più peso nei nuovi organismi comunitari.
Interpretare i silenzi è sempre difficile. Ricordo -ahimè- il divertimento ma anche il fastidio che verso la fine degli anni Sessanta procuravano ad Aldo Moro le interpretazioni dei lunghi silenzi nei quali egli si chiudeva dopo avere lanciato qualche proposta imprevista o avere fatto qualche riflessione inattesa. Gli ancora amici o colleghi di corrente dorotea lo avevano appena allontanato da Palazzo Chigi per scavalcarlo a sinistra nei rapporti col Psi, ma soprattutto con l’opposizione comunista.
A quest’ultima, esclusa con Moro fra il 1963 e il 1968 da una maggioranza rigorosamente “delimitata” di centro-sinistra, col trattino, pur di trasferirsi dalla segreteria democristiana alla guida del governo Mariano Rumor si era reso disponibile, d’intesa con i socialisti di Francesco De Martino, a un certo riguardo. Egli si era proposto, testualmente, per una “edizione più incisiva e coraggiosa” del centrosinisra, senza più trattino e “aperto ai ontributi” delle opposizioni.
A Guido Quaranta e a me che lo inseguimmo a Terracina, dove lui andava al mare ogni mattina raggiungendo la famiglia in completo grigio per leggere i giornali sotto l’ombrellone, Moro disse alquanto spazientito, prendendosela però più con altri assenti che con noi: “Quante cose riuscite a farmi pensare”. Pronta ma inutile fu la nostra offerta a raccogliere il suo recondito, vero pensiero in vista di una sessione autunnale del Consiglio nazionale della Dc che doveva ratificare la soluzione balneare appena data alla crisi di governo, col ricorso al solito Giovanni Leone, in attesa stavolta di Rumor a Palazzo Chigi. Cinque anni prima il povero Leone era stato scomodato d’estate in attesa dell’arrivo proprio di Moro alla guida del primo governo “organico” di centro-sinistra, ripeto, col trattino.
Ce ne tornammo a Roma, Guido ed io, con la coda fra le gambe. Non potemmo annunciare dai nostri rispettivi giornali –Paese sera e Momento sera- nessuna rivelazione. Po l’ex presidente del Consiglio si sarebbe presentato al Consiglio nazionale democristiano uscendo dalla corrente dei dorotei, scavalcandoli a sinistra con la proposta della famosa “strategia dell’attenzione” al Pci e passando all’opposizione interna con un gruppo di persone che altro non potevano e non dovevano essere chiamati che “amici dell’onorevole Moro”.
Mi avvalgo di questa premessa autobiografica, della cui lunghezza mi scuso, per dire al nostro pur ottimo Paolo Delgado che mi sono un po’ ritrovato nelle stesse condizioni di allora leggendo la sua lettura del silenzio di Giorgia Meloni -almeno sino al momento in cui scrivo- di fronte alle polemiche scatenatesi per quelle centinaia di braccia levatesi a Roma per ricordare, a 46 anni di distanza , le tre giovani vittime di un assalto, e conseguenti disordini, alla sezione missina di via Acca Larenzia.
Delgado ha trovato o letto in quel silenzio uno spirito persino di “revanscismo” della linea della Meloni. Che, pur sapendo di non correre poi grandi rischi elettorali, nelle dimensioni alle quali è riuscita a portare la sua destra, se si dissociasse anche lei da quelle braccia alzate da “imbecilli”, come li ha chiamati il suo devoto Giovanni Donzelli, se n’è stata muta per coerenza con la sua storia politica. Che non intenderebbe confondere con quella di Gianfranco Fini: l’uomo che a Fiuggi -ha raccontato lui stesso di recente- uscì “per sempre dalla casa del padre” procurandosi l’accusa di tradimento, anche se era stato ben attento a conservare nel simbolo di Alleanza Nazionale la fiamma del precedente Movimento Sociale. Una fiamma della cui opportunità adesso lo stesso Fini ritiene si possa “discutere”, tanta acqua è passata ormai sotto i ponti. E tanto diverse sono diventate le responsabilità della destra. Che è arrivata dove lui non riuscì, cioè alla guida del governo, per avere ceduto all’insofferenza verso un Silvio Berlusconi ancora ben deciso a tenersi stretto il comando della coalizione di centrodestra improvvisata nel 1994. Esplose una rottura dalla quale Fini fu travolto.
Diversamente da Delgado, nella dicotomia gramsciana dell’ottimismo della volontà opposta al pessimismo della ragione, io sono tentato da una interpretazione positiva, appunto, del silenzio della premier. Che ha già tanti problemi di suo, e più consistenti, da affrontare e risolvere come premier dichiaratamente conservatrice in questo 2024 “complesso” – ha detto lei stessa- e particolarmente impegnativo per la presidenza italiana di turno del G7, per lasciarsi logorare dalle polemiche sulla fiamma e dintorni. E col ricorso più o meno parlamentare alla solita magistratura per violazione del reato di apologia del fascismo a suo tempo introdotto dalla legge Scelba come una specie di concorso esterno al fascismo. E’ un reato, ben oltre il divieto costituzionale di ricostituzione del partito fascista, che si presta un po’ a tante letture e applicazioni come quello di abuso di ufficio che si sta provvedendo finalmente, secondo me, ad abolirlo.
Sull’apologia del fascismo siamo ormai appesi ad una vicina pronuncia della Cassazione a sezioni unite appena ricordata, procurandosi tante polemiche, dal presidente del Senato Ignazio La Russa. Forse è il caso di pensare ad un’altra soppressione. A meno che non si voglia davvero credere e sostenere che quelle centinaia di braccia levate in via Acca Larenzia a Roma ogni 7 gennaio, con qualsiasi premier a Palazzo Chigi, siano quell’anticamera o anticipazione di un nuovo fascismo che si sta cercando di accreditare, in buona o cattiva fede poco importa a questo punto. Dentro e persino oltre i confini, visto l’intervento a gamba tesa, particolarmente tedesca, del Partito Popolare Europeo per l’episodio romano. Eppure in Germania si gioca ogni tanto anche con la svastica.
Conosco bene il diritto rivendicato dai vignettisti, e che in parte condivido, di considerare zone franche le loro creature. Ma conosco altrettanto bene, per una certa, lunga esperienza di vita nei giornali, che a volte esse sono commissionate. E altre volte, quando appaiono stonate, a dir poco, vengono sostituite con altre, magari suggerite all’autore segnalandogli qualche fatto o articolo di maggiore o uguale attualità presente sulla prima pagina. Perciò sono un po’ sobbalzato da vecchio lettore del Corriere della Sera nel vedere rimossa da Emilio Giannelli la fiaccola della celebre statua della Libertà a New York, che dal 1886 vorrebbe illuminare tutto il mondo, a vantaggio della fiamma che i lontani “fratelli d’Italia” di Gorgia Meloni hanno nel simbolo del loro partito, ereditata dall’Alleanza Nazionale di Gianfranco Fini e dal Movimento Sociale di Giorgio Almirante.
Cosi il Corriere della Sera –diretto da Luciano Fontana, ex capo redattore, se non ricordo male, dell’Unità dei tempi di Walter Veltroni, diventato a sua volta, e casualmente, un editorialista e collaboratore molto e giustamente apprezzato via via Solferino a Milano, certamente migliore o più riuscito del primo segretario del Pd- ha esportato a suo modo le polemiche che dal 7 gennaio, fra televisioni e giornali si sprecano in Italia sulle centinaia di persone, ormai di diverse generazioni, che da 45 anni si ritrovano a Roma davanti ad una ex sezione missina per ricordare a braccia levate le tre giovani vittime di un assalto armato e dei conseguenti disordini di quello stesso giorno del 1978.
Piuttosto che rilanciare queste polemiche salendo per i 93 metri del monumento statunitense- mi scusi il buon Fontana- avrei segnalato al vignettista il caffè quotidiano di Massimo Gramellini, destinato sempre alla prima pagina di oggi, di urticante commento alle condizioni del Pd di Elly Schlein. Che nel suo inseguimento a sinistra di Giuseppe Conte e delle sue 5 stelle sta organizzando una specie di conclave in un albergo, sempre a 5 stelle, di Gubbio e dei suoi ex poverelli.
“I tavoli di marmo riscaldato e le “docce emozionali” offerte dalla super spa di Gubbio -ha scritto Gramellini, senza spingersi al “Titanic” evocato da Libero– non sembrano i luoghi più credibili per discutere di accoglienza e salario minimo. Scegliendo un centro benessere, i democratici si illudevano forse di trasmettere un segnale di equilibrio e di cura. Passeranno invece per i soliti privilegiati, incomprensibili e lontani, con quella pretesa un po’ grottesca di predicare l’inclusività dal più esclusivo dei pulpiti”.
Ma a proposito delle braccia levate al Tuscolano segnalo il buon Giuliano Ferrara sul Foglio, che ha evocato Esopo per ricordare che gridando al lupo che non c’è si finisce per non accorgersi del lupo quando arriva davvero. O, sullo stesso Foglio, la “Patacca Larentia” di un “antifascismo tenorile” che “all’estero diventa propaganda putiniana”.
Grazie alla perspicacia della segretaria del Pd Elly Schlein -intervenuta alla Camera contro le braccia levatesi a Roma anche quest’anno, come nei precedenti 45, per ricordare le tre vittime dell’assalto alla sezione allora missina di via Acca Laurentia- dovremmo sapere finalmente che cosa smentisca la non ricattabilità più volte vantata da Giorgia Meloni parlando ad avversari e alleati.. La “ricatta” -ha detto la Schlein, anticipando il duello televisivo che in tanti si sono offerti di realizzare in televisione con la premier- “il suo passato”, pur anagraficamente non lungo di una donna che ha compiuto il mese scorso 47 anni. Nata un anno prima dell’assalto mortale e vigliacco in via Acca Laurenzia.
Forse la Schlein disporrà di qualche foto o filmato dell’ancora bambina o adolescente Giorgia Meloni in una delle prime, diciamo così, celebrazioni commemorative dei tre morti in quella strada romana del Tuscolano. E non ha esibito le immagini solo per non farsi chiedere come se le fosse procurate, al pari di quanto è accaduto di recente a Matteo Salvini per avere esibito le libere proteste di una magistrata contro la polizia e in difesa di migranti clandestini. Difesa che poi la signora avrebbe tradotto in ordinanze e quant’altro nell’esercizio delle sue funzioni giudiziarie.
La segretaria del “Pd modello gnè gnè”, come le ha rimproverato oggi Il Foglio, o “la sesta stella” dei grillini, come l’ha definita il Riformista commentando l’astensione parlamentare che ha spaccato il partito del Nazareno sulla proroga degli aiuti all’Ucraina aggredita dalla Russia, si meriterebbe quello che forse la Meloni le risparmierà solo per non rompere il silenzio che si è imposta su via Acca Laurentia. E sugli “imbecilli” o gli “inopportuni” delle braccia alzate fascisticamente il 7 gennaio scorso.
“Imbecilli” come sono stati definiti dal responsabile dell’organizzazione del partito della destra italiana, Giovanni Donzelli, fedelissimo della Meloni, o “inopportuni” secondo Gianfranco Fini. Che in una intervista al Fatto Quotidiano ne ha sollecitato l’allontanamento, se risultassero iscritti ai “fratelli d’Italia”. Di molti di loro, d’altronde, la polizia ha già accertato l’identità per un eventuale intervento giudiziario sollecitato con tanto di esposto in Procura a Roma dalle originarie 5 stelle del firmamento di Beppe Grillo e Giuseppe Conte.
Quella che la Meloni ha finora risparmiato alla Schlein, di nove anni peraltro più giovane di lei, è l’accusa, ridicola come la sua, di essere anche lei ricattabile o ricattata dal passato di una parte del suo partito che ai tempi andati della cosiddetta guerra fredda non osava contrastare ciò che si faceva e si ordinava a Mosca. Dove sulla cupola del Cremlino troneggiavano la falce e il martello che probabilmente l’ultrasettantenne Putin rimpiange sognando la riconquista dell’Ucraina. Vero, Eddy? Chi di perspicacia ferisce, di perspicacia perisce.
Vittima proprio in questi giorni di un abuso di antifascismo fatto dalle opposizioni cercando di coinvolgere la premier Giorgia Meloni e il suo partito nei saluti romani in via Acca Larenzia, il governo è riuscito a portare a casa il primo sì del Senato all’abolizione del reato di abuso dì ufficio. E pazienza se la Repubblica di carta, seguendo i partiti di opposizione, ha gridato contro il “colpo di spugna”. Che sarebbe stato concesso ai sindaci, di sinistra e non solo di sinistra, da tempo protestatari e paralizzati dalla cosiddetta “paura della firma”. Nata e cresciuta per i tanti procedimenti giudiziari avviati e in grandissima parte conclusi con archiviazioni o assoluzioni subentrate col solito ritardo ai danni irreparabili già subiti, non solo sul piano politico, dai malcapitati indagati e imputati.
Al buon Angelo Panebianco è capitato di scrivere per il Corriere della Sera un editoriale contro “la maggioranza molto impegnata a inventare nuovi reati”, sulla strada del cosiddetto “panpenalismo”, proprio mentre il ministro della Giustizia Carlo Nordio riusciva in qualche modo a smentirlo col suo governo e con la sua maggioranza allargata ai renziani E si faceva un po’ perdonare qualche errore impostogli dalla politica, diciamo così, contraddicendo sue vecchie opinioni contro il “panpenalismo”, appunto.
Dalla politica, per i suoi frequenti cedimenti a quella che proprio oggi sulla Stampa il buon Mattia Feltri ha chiamato “smania di manette” scrivendo a proposito dei saluti romani in via Acca Larenzia, è forse eccessivo attendersi in materia di presunta apologia del fascismo, contemplata da una vecchia legge Scelba, un intervento analogo a quello contro l’abuso d’ ufficio. Ma dove non riesce ad arrivare la politica questa volta potrebbe spingersi la magistratura, in controtendenza auspicabile rispetto alle abitudini giustizialiste. Fra pochi giorni la Cassazione si esprimerà su qualcosa di analogo a quanto accaduto nella strada della periferia romana tra le grida inorridite della sinistra. Che non potendo contestare al governo senza farsi ridere appresso statistiche come quelle sull’occupazione, cerca di liquidarlo come un manipolo di fascisti. Per giunta anche vigliacchi perché in via Acca Laurenzia nessun ministro, sottosegretario, dirigente o rappresentante ufficiale di partito era fra il pubblico a braccio teso.
Emilio Giannelli nella vignetta di prima pagina del Corriere della Sera ha cercato di scherzare sull’assenza della Meloni da quella manifestazione. Altri titolati del suo partito hanno dato ai presenti degli “imbecilli”. Ma la sinistra non ha sentito. Si è tappata le orecchie ed ha continuato a reclamare quello che peraltro al governo non ha mai fatto, essendosi in via Acca Larenzia ripetuto ciò che accade dalla prima celebrazione annuale di quel 7 gennaio 1978, quando tre giovani di destra vennero uccisi nell’assalto ad una sezione missina e nei disordini che ne conseguirono con l’intervento della polizia.
Sono sempre a senso unico le strade della strumentalizzazione: anche quella delle prime pagine dei giornali piene oggi di titoli indignati contro “il saluto romano” lamentato dal Corriere della Sera e l’”adunata nera” denunciata da Repubblica per quelle centinaia o migliaia di braccia levate davanti a quella che fu la sezione romana missina di via Acca Larenzia. Dove da più di 40 anni si ricorda una strage successiva con tre giovani vittime successiva a quell’altra odiosa del 1973 a Primavalle.
Un po’ di onestà d’informazione e d’immagine dovrebbe fare accompagnare le foto delle tante braccia alzate con quelle del 7 gennaio 1978, con o senza i cadaveri. Basterebbero quelle senza. O la riproduzione di qualcuna delle tante scritte di poco glorioso antifascismo a scoppio ritardato -visti gli anni trascorsi dalla fine della dittatura- con le quali si invocavano sui muri di diverse città italiane, senza che nessuno si scandalizzasse più di tanto, “10, 100, 1000 Acca Larentia”.
Senza volere sposare la riduttiva vignetta del Foglio su quelle braccia e mani levate per reclamare “come un sol uomo” in un’aula scolastica o simile il bisogno di “andà in bagno”, ma neppure ridurre tutto all’ennesima “trappola identitaria” -ha titolato il Corriere– in cui sarebbe caduta col suo silenzio anche la premier Giorgia Meloni, penso che si debba finirla con questa pagliacciata di reclamare da lei un giorno sì e l’altro pure dimostrazioni della rottura con un passato che anagraficamente non le può appartenere. La Meloni non deve farsi perdonare come il Fini pur tanto apprezzato a suo tempo per la rottura con Silvio Berlusconi quel Mussolini ancora scambiato nel 1994, dopo lo sdoganamento della destra da parte dello stesso Berlusconi, come “il più grande statista” del secolo allora non ancora concluso.
Via, sarebbe ora anche per noi giornalisti, oltre che per i politici dalla coerenza a corrente alternata, di uscire dall’asilo Mariuccia e di affrontare con maggiore serietà problemi vecchi e nuovi dell’Italia. Persino Marco Travaglio sul suo Fatto Quotidiano è riuscito a contenere la sua polemica per il silenzio rimproverato alla Meloni scrivendo sopra la testata, senza dileggiare la leader della destra conservatrice di questo secolo col solito fotomontaggio in orbace o simili, che la premier dovrebbe dissociarsi da quelle braccia alzate “non perché sia fascista ma perché è la premier di uno Stato antifascista”. La cui Costituzione non sarà dichiaratamente antifascista, come ha recentemente sostenuto il presidente del Senato Ignazio La Russa, ma fu fatta da antifascisti. E, pur pur con una norma compresa fra “le disposizioni transitorie e finali”, dispone il divieto della “riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”.
Come ho già scritto qui e altrove, a me sembra che la premier sia tornata alle “dimensioni”, e altro ancora, più democristiane che del fascismo degli anni del “consenso” storicizzato da Renzo De Felice.
Non so se per ragioni più di prigrizia o di calcolo, temendo in quest’ultimo caso di portare acqua ad un mulino sgradito, si misurano più le piccole distanze elettorali e sondaggistiche fra il Pd di Elly Schlein e il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte che quelle consistenti fra il Pd anche della Schlein, dopo quello di Enrico Letta, e la destra di Giorgia Meloni. Che, in dimensioni ormai democristiane, sovrasta di una decina di punti il partito nel quale confluirono i resti del Pci e della sinistra scudocrociata nel 2007. Quando Walter Veltroni pensò di poter strappare con quell’operazione al centrodestra a forte trazione ancora berlusconiana l’eredità elettorale, politica e maggioritaria della Dc. Che era stata sciolta 14 anni prima da Mino Martinazzoli nella speranza rapidamente svanita di farla rivivere nell’originario partito popolare del compianto don Luigi Sturzo.
Quella fusione tra “anime”- si disse- così diverse fallì non meno del sogno di Martinazzoli e fu impietosamente e rapidamente declassata, come si ricorderà, da Massino D’Alema ad “amalgama malriuscito”. Cui si cerò di rimediare prima virando ancora più a sinistra con Pier Luigi Bersani e poi più verso il ricordo democristiano con due segretari di comune origine scudocrociata ma che più diversi fra di loro non potevano essere o rivelarsi come Matteo Renzi ed Enrico Letta. Fra i due ci fu l’intermezzo dell’ex funzionario del Pci Nicola Zingaretti.
Messasi in politica da ragazza quando la Dc già boccheggiava e la destra cominciava a raccoglierne l’eredità elettorale a Roma con Gianfranco Fini arrivato al ballottaggio pur sfortunato per il Campidoglio contro Francesco Rutelli, Giorgia Meloni non porta nel suo bagaglio d’opposizione l’antidemocristianismo, diciamo così. Porta solo anticomunismo prima e antisinistrismo generico poi. Che le permette ora di non essere vista così pericolosamente da quel che rimane del vecchio elettorato democristiano o dei suoi figli e nipoti.
Non è per caso che non un blasonato democristiano a riposo come Pier Ferdinando Casini, a suo agio ormai come ospite del Pd nei ritorni al Senato, ma un democristiano ancora alle prese con le pratiche del tesseramento di una Dc immaginaria come Gianfranco Rotondi, dopo un lungo passaggio per Arcore, sia entrato non dico nel cerchio magico o familiare di Giorgia Meloni ma quasi. Egli ha partecipato con entusiasmo alle sue feste anche di compleanno.
Un’accelerazione sulla strada di una certa democristianizzazione della destra meloniana – altro che l’omaggio ad Antonio Gramsci da parte del ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano con una targa commemorativa ventilata nella clinica romana dove morì il fondatore del Pci- – è seguita anche alla conferenza stampa d’inizio d’anno della premier. Che ha approfittato, per esempio, dell’occasione offertale da Giuliano Amato con le stizzite dimissioni dalla guida di una commissione di studio ed altro sull’intelligenza artificiale per sostituirlo con un frate e teologo – Paolo Benanti- consigliere del Papa. Cosa, forse, che neppure un presidente del Consiglio davvero democristiano avrebbe fatto per paura di non apparire abbastanza laico o “adulto”, alla Prodi.
L’ottantottenne Domenico Fisichella, che aiutò una trentina d’anni fa il Movimento Sociale di Fini ad uscire dalla sua ridotta per l’avventura di Alleanza Nazionale, ha appena sfoderato intellettualmente e politicamente per i conservatori rappresentati a livello internazionale dalla Meloni una definizione che potrebbe far sentire a casa loro molti veterani della Dc e discendenti. “Il conservatore -ha spiegato o garantito Fisichella lasciandosi intervistare dal Giornale fra i suoi libri- è un riformatore, vuole l’innovazione e lo sviluppo con costi accettabili e profitti durevoli”.
Pur privo forse di una biblioteca alle spalle come quella di Fisichella, ma ancora capace di maneggiare parole e simboli in quello che Berlusconi chiamava “teatrino politico”, si è fatto sentireanche Gianfranco Fini, stavolta sul Foglio, per dire che al punto in cui sono ormai arrivate evoluzioni, cose e quant’altro, si può anche “discutere” della rinuncia della destra alla “fiamma”. Che lui volle preservare pur uscendo “per sempre dalla casa del padre” e ancora si presta a tante paure, polemiche e strumentalizzazioni. L’altro Gianfranco, il già citato Rotondi che continua a stampare tessere della Dc, avrà rischiato l’esplosione del petto gonfiandolo di soddisfazione o speranza, o entrambe.
Giuseppe Conte, forse inquieto anche per la prospettiva di un duello televisivo fra Giorgia Meloni ed Elly Schlein che un po’ disturba la sua visibilità e la nota aspirazione a sorpassare il Pd per assumere la guida prima dell’opposizione e poi dell’alternativa al centrodestra o destra-centro della premier in carica, non ha voluto apparire scavalcato anche da Matteo Renzi. Cui peraltro l’avvocato di Volturara Appula non ha ancora perdonato, né -credo- perdonerà mai l’azione condotta fra il 2020 e il 2021 per fargli perdere Palazzo Chigi, dopo averlo salvato nel 2019, e farlo sostituire da Sergio Mattarella con Mario Draghi. Dalla cui esperienza sarebbe maturato tutt’altro corso politico da quello previsto da Beppe Grillo quando obbligò praticamente un incerto Conte a contribuire al governo dell’ex presidente della Banca Centrale Europea con un po’ di ministri, fra i quali quello degli Esteri Luigi Di Maio. Che rimase poi con Draghi anche quando Conte decise di sabotarlo via via, sino a farlo cadere e a interrompere la legislatura con elezioni anticipate.
Pertanto all’intervista di Renzi di ieri al Corriere della Sera contro la Meloni, che sarebbe stata “brava” nelle tre ore e più di conferenza stampa d’’inizio d’anno a “nascondere” le difficoltà del suo governo e relativa maggioranza, il capo del Movimento 5 Stelle ne ha voluto far seguire oggi una sua alla Stampa contro “tutte le bugie” della premier. Alla quale ha contestato anche una “questione morale”, come fece nel 1981 l’allora segretario del Pci Enrico Berlinguer, in una famosa intervista ad Eugenio Scalfari, contro la Dc da lui aiutata nel 1976, con la maggioranza di cosiddetta solidarietà nazionale, a superare le difficoltà di un risultato elettorale con “due vincitori” -disse Aldo Moro a proposito della stessa Dc e del Pci- incapaci di organizzare una maggioranza l’una contro l’altro per ragioni o numeriche o politiche.
Poi la cosiddetta questione morale usata da Berlinguer per liquidare i passati rapporti con la Dc da lui stesso interrotti nel 1979, in verità, per non prestarsi al riarmo missilistico di una Nato sotto il cui “ombrello” si era pur sentito protetto dall’invadenza sovietica, sarebbe stata adoperata dai suoi successori nel 1992 contro Bettino Craxi che stava entrando nel tritacarne di Tangentopoli. Altri tempi, altri uomini.
Ora la questione morale sollevata da Conte contro la Meloni nasce dalla mancata sostanziale rimozione di Daniela Santanchè da ministra del Turismo o di Andrea Delmastro da sottosegretario alla Giustizia, o dalla copertura che la premier ha fornito al vice presidente leghista del Consiglio e ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini esonerandolo dal dovere o dall’opportunità di riferire in Parlamento su affari, pur del passato, su cui sta indagando la Procura di Roma fra l’Anas e i Verdini padre e figlio: Verdini come Francesca, la fidanzata dello stesso Salvini figlia e sorella degli indagati entrambi agli arresti domiciliari.