Nonostante le apparenze – che danno ancora in corso lo “scontro istituzionale” annunciato, per esempio, su Domania proposito dell’intervento del presidente della Repubblica sul ministro dell’Interno per lo spreco di manganelli contro i ragazzi manifestanti in piazza- è giù finita la festa delle opposizioni. Dalle quali era partita anche la solita richiesta delle dimissioni del ministro, pur dichiaratosi d’accordo con le proteste o preoccupazioni del capo dello Stato e affrettatosi a disporre indagini all’interno delle forze dell’ordine, in aggiunta a quelle disposte dalla magistratura per individuare i responsabili di eventuali abusi.
Titolo del Fatto Quotidiano
Giuseppe Conte, per esempio, ha smesso di applaudire un Sergio Mattarella messo per qualche ora a capo delle opposizioni, proprio al posto peraltro cui aspira lui in concorrenza con la segretaria del Pd Elly Schlein, ed ha mandato avanti i suoi amici del Fatto Quotidiano, o s è lasciato da loro precedere, nel denunciare lo scandalo, secondo lui, della premier Giorgia Meloni che ,“senza passare dal Parlamento”, ha profittato della riunione del G7 a Kiev da lei stessa promossa per sottoscrivere con Zelensky un piano decennale di assistenza dell’Italia all’Ucraina, Che è appena entrata nel terzo anno della guerra di aggressione intentatale dalla Russia di Putin. “Pronti a intervenire in 24 ore”, ha riassunto il contenuto e il senso dell’accordo italo-ucraino il giornale diretto da Marco Travaglio.
Titolo di Repubblica sulle elezioni sarde
Così., con questa nuova offensiva sul terreno della politica estera, ed europea, che ha contribuito ad accelerare l’incontro dei prossimi giorni della Meloni col presidente americano alla Casa Bianca, è diminuito anche l’interesse per le elezioni regionali sarde, di cui si attendono in serata i risultati. “Todde può sperare” ha titolato la Repubblica di carta nonostante “l’affluenza stabile” registrata alle urne, con ciò sottintendendo che alla candidata grillina alla presidenza della regione sostenuta da un Pd spaccato per la rivolta di Renato Soru sarebbe stata più utile una maggiore partecipazione alle urne.
Titolo del Fatto Quotidiano sulla Sardegna
Il guaio, per la Todde, è però che non solo non è cresciuta l’affluenza, a dispetto dell’annuncio del Fatto Quotidiano in prima pagina, ma non c’è stata neppure la “tenuta” stabile del titolo di Repubblica. L’affluenza alle urnenell’isola è calata ulteriormente dal 53,7 per cento delle elezioni regionali del 2019 al 52,4 di ieri. La matematica non è ancora diventata un’opinione.
Il “giù le mani” col quale il manifesto ha tradotto su tutta la sua prima pagina oggi la protesta del presidente della Repubblica Sergio Mattarella per l’abuso che sarebbe stato fatto contro i dimostranti in piazza da parte delle forze dell’ordine è il secondo tempo della partita cominciata ieri sullo stesso giornale della sinistra ancora orgogliosamente comunista gridando contro “il vizietto” della durezza degli interventi della Polizia. Un secondo tempo, direi, conforme al primo, coerente l’uno con l’altro, e quindi in grado di sostenere l’appropriazione politica, da parte di quel giornale e, più in generale, della sinistra all’opposizione del governo, della decisione presa da Mattarella di avvalorarne le proteste con una telefonata critica, preoccupata e quant’altro al ministro dell’Interno. E col comunicato che ne è seguito al Quirinale.
Screeno Rossi sulla Stampa
Altro che “una telefonata d’alleggerimento”, come il vignettista Stefano Rolli sulla prima pagina della Stampa l’ha fatta definire dallo stesso Mattarella. Alleggerimento condiviso, forse persino con qualche ringraziamento del ministro, sicuramente con la promessa di dare nuove disposizioni, eseguire o fare eseguire dai sottoposti accertamenti e punire eventuali abusi precedendo la magistratura. Diciamo pure la verità, riconoscendo al manifesto il buon gusto di non avere ceduto alla tentazione cui invece cedo io di immaginare o rappresentare come un manganello il telefono impugnato da Mattarella nella conversazione col ministro Piantedosi. Come ka buonanima di Francesco Cossiga, sempre al Quirinale, si divertiva a chiamare “piccone” quello che usava frequentemente reagendo agli attacchi altrui o promovendone lui direttamente. Ne aveva uno d’argento in miniatura sulla scrivania regalatosi da solo.
La premier Meloni a Kiev
Non vorrei comunque che si dimenticasse, nella valutazione di questo affare politico sgradevolmente esploso in un momento di grande esposizione internazionale del governo – con la premier a Kiev per un G7 di rinnovato sostegno all’Ucraina aggredita dalla Russia di Putin, dove si mandano ancora a morire gli opppositori in Siberia- che un altro nanganello è stato figurativamente usato in questi giorni dal capo dello Stato. Usato questo volta insieme a quelli per niente figurati delle forze dell’ordine contro i dimostranti che scendono in piazza per preferire i terroristi palestinesi di Hamas agli israeliani che si difendono dai loro attacchi. Essi profittano dell’occasione per insultare uomini e donne del nostro governo, macchiiarne di rosso-sangue le immagini e bruciarle tra danze di festa oscena.
Giochi di piazza
I due Mattarella, nati nello stesso giorno, nello stesso anno e nella stessa ora, non possono essere scissi a piacimento, secondo le convenienze. Vanno presi sul serio insieme. Altrimenti si bara al gioco e si fa carta straccia della Costituzione che pure si vorrebbe difendere di giorno e di notte da riforme che tornerebbero a minacciarla.
Per quanto alla vigilia di elezioni sarde da alcuni ritenute particolarmente rischiose per il candidato che ha praticamente imposto alla presidenza della regione contro quello sostenuto dall’alleato Matte Salvini, e comunque gambizzato alla fine dalle solite, puntuali iniziative giudiziarie, la versione di Giorgia Meloni è in questi giorni da esportazione. Non a caso supportata dalla difesa che ha voluto prenderne pubblicamente il presidente della Repubblica Sergio Mattarella da un’opposizione villana -come quella del presidente della Campania Vincenzo De Luca, che le ha dato prima della “stronza” e poi della “stracciarola”- e persino violenta, con le fiamme appiccate alle sue immagini.
Putin
Mentre Putin ostenta la sua forza contro l’Occidente ignorandone le proteste per avere fatto o lasciato morire in Siberia il suo principale oppositore Alexey Novalny ed entrando con la solita ferocia nel terzo anno della guerra all’Ucraina, la premier italiana corre a Kiev in qualità di presidente di turno del G7 per confermare il sostegno a Zelensky. E va poi a trovare alla Casa Bianca il presidente americano Joe Biden. Di cui certamente non ripeterà il “figlio di puttana” appena gridato al despota che si considerava post-sovietico ma neppure confermerà le simpatie di cui Putin si è vantato di disporre da noi parlando con una compiacente e compiaciuta italiana che studia a Mosca e aspira diventarne cittadina. Non sembra trattarsi di una leghista, per fortuna di un Salvini avventuratosi già troppo di suo in quella direzione, persino incerto delle responsabilità di Putin sulla fine di Navalny.
Tajani al congresso di Forza Italia
Gli impegni e l’esposizione internazionale della premier riduce l’attenzione sulla politica interna e sulle beghe di un po’ tutti i partiti. Fra i quali ce n’uno -Forza Italia-che ha affrontato praticamente il suo vero e primo congresso perdendo per strada la suspense che avevano promesso quanti, per esempio, sollecitavano nei mesi scorsi un regolarmente che consentisse chissà quali e quante candidature alternaiive al segretario sostanzialmente reggente Antonio Tajiani. Di cui invece sembra scontata la conferma senza concorrenti col rito tutto berlusconiano e antico dell’acclamazione.
Weber e Tajani
Sarà comunque un segretario molto assistito, aiutato da ben quattro vice, e molto deciso -ha promesso anche esplicitamente- a sorpassare elettoralmente nella coalizione di governo i leghisti, rappresentati in sala solo dalla deputata Simonetta Matone, non foss’altro per aumentare il potere contrattuale del suo partito nei rapporti con la premier. Fanno naturalmente il tifo per lui dall’estero i dirigenti del partito popolare europeo, il cui presidente ha voluto abbracciare Tajani su palco congressuale.
No. Questa partita del terzo mandato, chiamiamola così, pensando ora ai presidenti delle regioni e poi ai sindaci, non è stata giocata male da Matteo Salvini. O così male come appare dall’autorete che ha voluto rimediare in commissione al Senato facendo votare e bocciare dalle opposizioni e dai suoi stessi alleati la proposta di sblocco dei due mandati.
Pur senza trovare il santo in paradiso che sulla questione del ponte sullo stretto di Messina ha accecato gli oppositori indirizzandoli verso una battaglia giudiziaria, una vota perduta quella politica, Salvini ha risolto da sé il problema -ripeto- del terzo mandato investendo astutamente più sulle debolezze altrui che sulla propria forza. O sull’interesse, che gli contestano a torto a ragione, di volere fare confermare al posto che ha l’amico e collega di partito governatore del Veneto, Luca Zaia, per non trovarselo poi fra piedi come concorrente alla guida del Carroccio.
Altro che le orecchie d’asino applicate a Salvini da Stefano Rolli
Un attimo dopo avere incassato per la sua apparente autorete nella commissione competente del Senato le spallucce degli alleati decisi o rassegnati, secondo i gusti, ad affrontare in aula il secondo tempo della partita, possibilmente dopo le elezioni europee di giugno, in un quadro più chiaro dei rapporti di forza nella coalizione di governo, Salvini ha potuto godersi la rivolta esplosa nel Pd contro la Schlein. Alla quale per la prima volta, se non ricordo male, l’ex concorrente e ora presidente del Pd Stefano Bonaccini, governatore dell’Emilia Romagna non estraneo di certo all’ipotesi di un terzo mandato, ha contestato alla segretaria Elly Schlein il mancato rispetto di impegni evidentemente presi non nel senso di un voto contrario. Che peraltro ha ancora una volta accomunato la stessa Schlein a Giuseppe Conte. Che da Beppe Grillo, garante e nel tempo stesso consulente retribuito, ha ereditato un Movimento dove il terzo mandato viene vissuto sotto moltissimi aspetti, personali e politici, come una tragedia. Un mostro di cui avere paura di giorno e di notte.
Alla ripresa della partita, già in aula al Senato o nelle prove di allenamento che la precederanno, Matteo Salvini e Giorgia Meloni, o viceversa, come preferite, potranno trovarsi in condizioni migliori di Schlein e Bonaccini. Il riequilibrio dei rapporti di forza locali, a vario livello amministrativo, è nel Pd molto più difficile e rischioso che nel centrodestra in genere, o fra alcune delle sue componenti in particolare.
Vincenzo De Luca e Giorgia Meloni
Non dinentichiamo che ad avvertire e temere il soverchiante peso degli amministratori fu a suo tempo nel Pds-ex Pci Massimo D’Alema liquidando come “cacicchi” i sindaci. Rispetto ai quali i governatori, o come altro preferiscono definirli le parrucche costituzionali, sono diventati ancora più ingombranti. E anche villani, come il presidente della Campania Vincenzo De Luca dimostra ogni volta che parla, poco importa se di avversari o alleati. La Meloni sta ancora aspettando le scuse per la “stronza” neppure tanto sussurrata nei corridoi della Camera da De Luca, appunto, sceso a Roma per guidare la rivolta contro le autonomie regionali differenziate. Che peraltro furono istituite dalla stessa sinistra con una riforma costituzionale approvata a suo tempo nella vana illusione di scongiurare il ritorno di Silvio Berlusconi e Umberto Bossi all’alleanza interrottasi alla fine del 1994 su sollecitazioni dell’allora capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro. Che salutava Bossi al Quirinale, ogni volta che ne attraversava il portone, come un liberatore.
Capisco il timore espresso qui da Daniele Capezzone di qualche fraintendimento nelle votazioni sarde di ciò che è accaduto in commissione al Senato sul terzo mandato, con una coalizione di governo spaccata e un’opposizione apparentemente unita. Ma penso di conoscere gli elettori sardi della mia terra, dopo quella di nascita e di adozione professionale, abbastanza bene per non fasciarmi la testa prima di essermela rotta. No. Questa volta, ripeto, Salvini ha giocato bene la sua partita.
Davvero curiosa “la crisi del terzo mandato” gridata con entusiasmo da Repubblica per la “maggioranza divisa” è spiegato nel titolo- in occasione del voto in commissione al Senato sulla proposta della Lega di superare il blocco dei due mandati dei presidenti delle regioni. O “governatori”, come ci siamo abituati a chiamarli fra i lamenti degli esperti della materia, con o senza la parrucca dei professori.
Da Libero
Davvero curiosa, e simmetrica, anche la preoccupazione levatasi da Libero. Il cui direttore editoriale Daniele Capezzone, preoccupato dal disorientamento che potrebbero avvertire domenica in Sardegna gli elettori di un centro diviso così clamorosamente spaccatosi al Senato, ha tirato le orecchie alla coalizione di governo in un editoriale titolato: “non litigate sul terzo mandato”.
Dal Foglio
In verità, l’unico o maggiore scontro nel centrodestra avvenuto sulla faccenda è quello raccontato sul Foglio tra il presidente meloniano della Commissione senatoriale, stupito dell’insistenza del leghista Massimiano Romeo nel far votare una proposta bocciata in partenza per come si si erano schierate le forze in campo, e lo stesso Romeo. Che gli ha gridato: “Ci dovete mandare sotto. Ci dovete massacrare. Massacrare. Non ci siete solo voi. Non la ritirerò mai. Hai capito? Mai. E’ una battaglia identitaria, Continueremo. Basta”.
In effetti ci sarà un secondo tempo della partita, in aula, prevedibilmente dopo le elezioni europee di giugno, dove e quando si potranno avere sorprese di ripensamenti non tanto nella maggioranza quanto nell’opposizione: più in particolare nel Pd. La cui segretaria Elly Schlein ha lo stesso interesse dalla Meloni, nella maggioranza, di cambiare gli equilibri interni alle amministrazioni locali, maturati prima di lei. Ma non ha la stessa capacità di Meloni, mancandole il governo, di far cambiare parere ai resistenti, chiamiamoli così, ricorrendo ad una crisi nazionale di governo che li stenderebbe al tappeto con il loro partito.
Le proteste levatesi dall’interno del Pd sulla posizione fatta assumere in commissione al Senato sono state parecchie, a cominciare da quella del presidente dello stesso Pd e dell’Emilia Romagna, Stefano Bonaccini, contro i “patti non rispettati” dalla segretaria.
La prima pagina del Riformista
In questa situazione hanno molto ben rappresentato le cose sia Il Fatto Quotidiano col fotomontaggio in prima pagina in cui fra i “potentissimi” aspiranti al terzo mandato si vedono in piedi sulla stessa poltrona, da sinistra a desra, i piddini Vincenzo De Luca e Bonaccini. leghisti Attilio Fontana e Luca Zaia e il post-forzista, chiamiamolo così, governatore della Liguria Giovanni Toti. Di identico segnale o significato politico è la prima pagina del Rifomista con quella Eddy che “sceglie” Giorgia per “rottamare gli amministratori del Pd” diventati anche per lei, come una volta nel Pds-ex Pci per Massimo D’Alema, dei fastidiosi “cacicchi”. Ricordate? I soliti corsi e ricorsi politici, e non solo storici.
Non so se più in Paradiso o all’Inferno, per quanto considerato vuoto di recente dall’ottimistico Papa Francesco, quel pasticcione di Matteo Salvini deve avere un grande protettore, Che lo soccorre nei momenti di difficoltà accecando i suoi avversari e facendogliene fare più grosse di lui.
Dal Foglio
Il Foglio non ha forse sbagliato titolando non tanto sul comizio di Cagliari, quanto sulla foto del palco contenente i leader nazionali del centrodestra accorsi a sostenere il candidato a “governatore” nelle elezioni regionali di domenica, che “la paura sarda è più forte del gelo fra Meloni e Salvini”. Fisicamente accanto, in effetti, ma sottopelle distanti.
Da Repubblica
Non ha neppure sbagliato, una volta tanto, Repubblica a vedere fra la premier Gorgia Meloni e il suo vice presidente del Consiglio leghista un “muro”, esagerando comunque nello scambiare per “riforme” quelle che li separerebbero Riforma sicuramente è quella del premierato, per l’elezione diretta del presidente del Consiglio, su cui in effetti i partiti della Meloni e di Salvini si sgambettano un giorno sì e l’altro pure. Dubito invece che si possa scambiare per riforma la rivendicazione di un terzo mandato dei presidenti delle regioni. E dei sindaci che si sono o sono stati accodati in una vertenza che mi sa tanto di banalissimo potere, a volte di carattere persino personale e non di partito, di una combinazione ambigua.
Il compianto Navanly
Riuscito in questo groviglio di problemi a inguaiarsi anche sul clamoroso caso Navamly, praticamente dubitando che l’oppositore russo sia stato mandato da Putin a morire in Siberia riuscendo pienamente nella missione di sfida anche a tutto il mondo, come con la guerra in Ucraina, Salvini ha avuto dalle opposizioni in Italia il regalo di un’offensiva non più soltanto politica ma giudiziaria contro il suo maggiore obiettivo di minisro delle Infrastrutture: il ponte sullo stretto di Messina.
Il progetto del ponte
Ricevuto l’esposto dal verde Bonini e compagni, fra i quali la segretaria armocromatica del Pd Elly Schlein, la Procura della Repubblica di Roma ne ha fatto un fascicolo giudiziario con relative indagini. Alle quali temo che non mancheranno colpi scenici come il sequestro dei tutti i plastici del manufatto fra i quali Salvimi si muove quando si distrae dalle altre azione di disturbo al governo e alla maggioranza di cui fu parte.
Dalla Stampa
Sotto il titolo appropriato di un “suicidio di massa” Mattia Feltri sulla prima pagina della Stampa ha tirato le orecchie a quell’”amico”, ma anche asino politico, che ha azionato un’iniziativa utile solo ad ammazzare quel che resta del Parlamento e fare apparire Salvini un gigante boicottato da sprovveduti.
Mattia Feltri sulla Stampa
Mattia si è giustamente chiesto “che opinione dovrebbe avere di sé un parlamentare impegnato ad esercitare l’opposizione nei palazzi di giustizia anzichè in quelli della politica, dove è stato chiamato a prestare la sua preziosa opera”. Preziosa, giusto per amicizia di Mattia, dalla quale sono per fortuna esente.
Reduci -si fa per dire, essendo passati più di tre mesi- dalle proteste contro la decisione del sindaco di Milano di lasciare accomunare nel Famedio del Cimitero Monumentale ambrosiano i nomi del loro congiunto e di Silvio Berlusconi, pur onorato con i funerali di Stato l’anno scorso, i parenti di Francesco Saverio Borrelli hanno protestato questa volta contro il Corriere della Sera. Che avrebbe fatto peggio del Comune al Famelio, avendo pubblicato con tanto di richiamo in prima pagina una lunga intervista di Aldo Cazzullo all’anziano ex parlamentare socialista Rino Formica, sulla soglia ormai dei 97 anni, titolandola sull’accusa all’allora capo della Procura della Repubblica di Milano d avere aspirato al Quirinale nelle o con le indagini note come “mani pulite”. Che sgominarono la cosiddetta prima Repubblica decapitandone i partiti che avevano l’abitudine biasimevole ma generale di finanziarsi illegalmente con contributi forse anche volontari, per carità, ma dannatamente calcolati in percentuale su lavori pubblici, forniture, affari e simili di chi pagava, cioè con tangenti.
Tiaiana Majolo sul Dubbio
Era stata così eretta e demolita al tempo stesso una città chiamata Tangentopoli. Che poi, in verità, lo stesso Borrelli, come ha correttamente ricordato Tiziana Majolo sul Dubbio, riconobbe fosse stata ricostruita, essendo secondo lui la corruzione ripresa -se davvero fu corruzione quella precedente- in modo persino maggiore e peggiore nelle edizioni successive alla prima Repubblica.
Borrelli nel 2011, a carriera giudiziaria ormai vero la fine e al posto di Prouratore Generale della Corte d’Appello di Milano cui aveva sempre aspirato, disse che “non valeva la pena di buttare all’aria il mondo precedente per cascare poi in quello attuale”. E si lasciò prendere dalla tentazione di chiedere scusa, fornendo a Claudio Martelli l’occasione ci accoglierle, e persino vantarsene in un libro autobiografico. Borrelli d’altronde, mentre pendevano ancora le indagini che avrebbero coinvolto e danneggiato anche l’ex vice segretario di Bettino Craxi, gli aveva già riconosciuto di essere stato fra i migliori, se non il migliore in assoluto dei ministri della Giustizia succedutisi nella tanto deprecata prima Repubblica.
Il pool di “Mani pulite” in Galleria a Milano
Lasciare accusare anche nei titoli del più diffuso giornale italiano la buonanima del loro marito e padre di avere voluto buttare il mondo all’aria -per ripetere le parole del loro stesso congiunto- allo scopo di diventarne il capo, e magari rivoltarlo da solo come “un calzino”, secondo le leggende del Palazzo di Giustizia di Milano, o come presidente della Repubblica o come presidente del Consiglio nominato da un chissà quanto disponibile Oscar Luigi Scalfaro, già amico peralltro del padre; lasciare accusare Borrelli di questo, dicevo, è sembrato troppo ai familiari. Ai quali evidentemente non sono bastate le parole –“Non credo proprio”- opposte a Formica dall’intervistatore e completamente ignorate nei titoli, interni e di prima pagina.
Alla protesta dei congiunti di Francesco Saverio Borelli il Corriere della Sera ha ritenuto di reagire pubblicandola e basta fra le lettere. Non ci sono state le scuse, ma con un po’ di buona volontà potrebbero essere anche intraviste. Forse non evidenziate solo per il ricordo di un editoriale del Corriere, comparso in pieno svolgimento dell’azione penale delle cosiddette “mani pulite”, in cui l’allora vive direttore Giulio Anselmi prese un po’ le distanze dai metodi e dagli spettacoli degli inquirenti, tanto debordanti erano diventati.
Giulio Catelani
A costo di sorprendervi, e di sembrare ingenuo anche alla cara Tiziana Maiolo, neppure a me Silvio Formica è apparso del tutto convincente sulla natura e sulle dimensioni delle ambizioni di Borrelli, Al quale ho sempre riconosciuto di avere pubblicamente e lecitamente avuto solo e sempre l’obiettivo di imitare il padre anche nel desiderio di arrivare al top del distretto goudiziario in cui lavoGenerale della Corte d’Appello. Che nel 1991, concorrendo alla successione ad Adolfo Beria di Argentine, gli apparve davvero a portata di mano o di toga. Ma all’ultimo momento gli fu preferito dal Consiglio Superiore della Magistratura, con le solite procedure politiche e sindacali ignorate solo dagli ingenui, cioè dai fessi, sino a quando non sarebbe esplosa la vicenda di Luca Palamara, un concorrente imprevisto arrivato da Firenze: Giulio Catelani, Che venne praticamente insediato a Milano, nella cerimonia ufficiale, da un altro Giulio, che era il presidente del Consiglio Andreotti. Ne derivò un clima generale di risentimenti e di sospetti che non giovò alla serenità nelle aule, nei corridoi e nelle stanze del tribunale di Milano. Negarlo sarebbe pura ipocrisia.
Dal Dubbio
A un turno successivo, ripeto, la Procura Generale toccò finalmente a Borrelli, Nel frattempo il mondo, per dirla con lo stesso ormai compianto, altissimo magistrato, era stato tutto mandato “all’aria”. E Borrelli si sentì impegnato a “resistere, resistere, resistere” a Berlusconi, disse pubblicamente con linguaggio -francamente- più da partigiano che da magistrato.
Vi e mi chiedo se questa storia può davvero essere considerata normale, con o senza il contorno delle intercettazioni dei servizi segreti a carico degli inquirenti raccontate da Formica, Che ha perso la vista, per sua stessa rivelazione, ma non la memoria.
I più giovani, beati loro, non hanno assistito alle inutili campagne condotte dal Pci di allora contro le interruzioni pubblicitarie dei film e di altri programmi televisivi. Walter Veltroni coniò la formula del “non interrompete un’emozione” che in una riunione alla Fininvest, cui partecipavo, Silvio Berlusconi trovò lealmente efficace, per cui incitò i dirigenti del suo gruppo a trovarne un’altra competitiva. Venne fuori solo l’idea di sommergere il governo di cartoline di protesta per non ammazzare col divieto degli spot la televisione commerciale. Ma più delle cartoline valsero i rapporti fra i partiti per risolvere la questione come si aspettava il Cavaliere.
Matteo Salvini
Ebbene, la faccolata bipartian dell’altra sera in Campisoglio da Carlo Calenda per esprimere solidarietà a Navanly, norto nelle carceri siberiane, e alla vedova che ne ha raccolto, sicura in Occidente, il testimone nell’opposizione a Putin è stata una bella emozione. Interrotta purtoppo dal vice presidente del Consiglio e leader leghista Matteo Salvini. Che vendicando di fatto il suo capogruppo al Senato Massimiliano Romeo, contestato nella piazza capitolina, ha riproposto posizioni garantiste nei riguardi di Putin. Che ha immediatamente risposto da Mosca a suo modo, vantando i buoni rapporti avuti con l’Italia, dove si è sempre sentito a casa sua, come Salvini d’altronde a Mosca, con o senza l’immagine dello stesso Putin addosso.
Giorgia Meloni
Non parlo delle simpatie fra Putin e Berlusconi e delle cortesie e visite che si scambiavano, anche in momenti controversi come quello dell’annessione della Crimea da parte della Russia, perché ormai il Cavaliere non c’è più. E il suo successore Antonio Tajani sembra più cauto, quanto meno. Non si metterà certamente a boicottare, avendo già convocato l’ambasciatore russo alla Farnesina per un richiamo, la decisione della premier di rilanciare a livello G7 una campagna occidentale di sostegno militare e politico all’Ucraina da due anni sotto invasione russa.
Putin
E’ curioso tuttavia che mentre la Meloni coglie l’occasione del dramma di Navanly per rilanciare la guerra di resistenza dell’Ucraina alla Russia, che conduce la sua “azione speciale” di presunta denazificazione del paese limitrofo, in Italia accadano episodi come in Russia. Accade cioè che la politiza si metta a identiificare chi manifesta per Navanly e contro Putin. Il quale pertanto continua ad avere i suoi buoni motivi, anche ora che Berlusconi non c’è più, ma in cambio c’è Salvini più ancora di Tajani, per fare affidamento sul nostro Paese.
Questa si chiama comunemente ambiguità. E costituisce per la premier Meloni e il suo governo un pericolo maggiore delle elezioni sarde di domenica prossima, delle altre regionali dei mesi successivi e infine del voto europeo di giugno. Si sta purtroppo offuscando per il governo in carica il terreno sul quale si era mosso con più speditezzza e successo sino all’altro ieri: quello della politica estera.
E’ stata la fiaccolata del riscatto politico quella che in Campidoglio, con la partecipazione di tutti i partiti, ha onorato la memoria dell’oppositore russo Aleksej Navalny. Di cui Putin pensa di essersi liberato, lasciandolo morire in Siberia, ma di cui a maggior ragione rimarrà sinistramente prigioniero. Con un’avversaria probabilmente ancora più insidiosa: la vedova che ne ha raccolto il testimone nel mondo. E che moltiplicherà a Putin danni politici anche della guerra in Ucraina che sembra volgere a favore del Cremlino, ma in realtà ogni giorno di più dimostra che quel che esso è tornato ad essere anche dopo la caduta del comunismo e del muro che così plasticamente lo aveva rappresentato per tanto tempo a Berlino.
Massimiliano Romeo
Il rapprresentante che la Lega ha mandato alla manifestazione, il capogruppo al Senato Massimiliano Romeo, si è preso gli insulti che il suo movimento si era largamente meritati con il primo commento espresso dal vice segretario Andrea Crippa, per niente convinto delle responsabilità di chi al Cremlino ha ormai preso il posto di Stalin, pur sognando Pietro il Grande e chissà chi altro. Non vi sono state spioegazioni del capogruppo leghista in missione al Campidoglio che siano riuscite a placare le proteste contro di lui e il suo partito.
Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera
Della Lega rimpianta nemmeno tanto in silenzio da Umberto Bossi e condotta in un clima più di paura che di condivisione da Matteo Salvini proprio oggi sul Corriere del Sera, rispondendo ad un lettore, Aldo Cazzullo si chiede cosa resti davvero rispetto alle “origini, libertaria, antifascista, che simpatizzava per i popoli oppressi”, pur tra spinte secessioniste e adunate -diciamo la verità- un po’ troppo ridicole alle quali solo la bonomia di Silvio Berlusconi poteva fare spallucce, con la riserva riuscitagli di farle poi dimenticare nel contenitore del suo centrodestra. Che senso ha- si chiede ancora Cazzullo- appoggiare il governo Draghi e rivendicare l’eredità di Berlusconi per poi fare opposizione alla Meloni non dal centro ma da destra?”, come in effetti avviene.
Dal Fatto Quotidiano
Nel suo ambiguo rapporto ormai con la Meloni il vice presidente leghista del Consiglio si scopre sempre più spesso nella paradossale compagnia di Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano, come ai tempi del primo governo con Giuseppe Conte. “Le uniche certezze su Navalny, unico oppositore superstite di Putin, sono che è morto in un gulag artico e cle la responsabilità della sua pirigonia e dei feroci trattamenti subiti (incluso l’avvelenamento del 2020) ricade tutte sull’autocrate russo. Non si può escludere, viste le decine di personaggi scomodi morti ammazzati o vittime di strani incidenti che sia stato ucciso e che l’ordine sia partito da Patin, Ma al momento, senza elementi certi, non si può neppure affermarlo, anche se i governi di mezzo mondo si sono affrettati a farlo un minuto dopo, senza prove”, ha scritto Travagliocome un qualsiasi Andrea Crippa vice segretario di Salvini.
Intervistato a Cagliari da Stefano Cappellini, di Repubblica, prima di salire sul palco per sostenere la corsa della candidata grillina alla presidenza della regione Sardegna con l’appoggio del Pd, Giuseppe Conte ha chiesto ad Elly Schelin “un patto serio” per continuare a marciare insieme, non essedo evidentemente serio, o comunque sufficiente, tutto ciò che la segretaria del Nazareno ha fatto sinora, anche a costo di procurarsi crescenti malumori nel partito.
Anche sul consenso che la segetaria del Pd è riuscita a strappare alla premier Giorgia Meloni, assicurandosene l’astensione ad una mozione parlamentare che ha che chiesto di cessare il fuoco a Isarele piuttosto che ad Hamas nella guerra di Gaza provocata dal podrom del 7 ottobre, Giuseppe Conte ha avuto da ridire.
Conte a Repubblica
Ridotta ad una “furbizia” l’astensione praticata dalla premier alla Camera, e rimproverato al ministro degli Esteri Antonio Tajani i di avere aspettato 30 mila morti a Gaza per definire “sproporzionata” la reazione tsraeliana al pogrom del 7 ottobre, come se i ventimila morti si fossero potuti accettare, Conte ha detto. “Meloni on ha ancora alzato il telefono per dire a Netanyau: ora basta. Lo ha fatto Macron, lo ha fatto Biden, cosa aspetta Meloni? O bisogna pensare che sia frenata da qualche simpatia ideologica con pezzi del governo israeliano che sono fanatici di estrema destra?”.
Pensate un po’ cosa riuscirà a drie l’ex presidente del Consiglio quando sentir di una delegazione del partito conservatore europeo della Meoni in visita o Israeele per incontrare Netanyau, consultarsi con lui e non insultarlo.