La difesa ad oltranza di Cafiero de Rhao da parte di Conte

Dal Dubbio

L’ultimo grido di dolore di Giuseppe Conte è stato a Pasqua, in una intervista a Repubblica, per difendere il vice presidente della Commissione parlamentare antimafia Federico Cafiero De Rhao, da lui portato in Parlamento nelle ultime elezioni, dagli “attacchi ignobili” che avrebbe ricevuto da esponenti della maggioranza per i dossieraggi, o simili, di Pasquale Striano, il sottufficiale della Guardia di Finanza di cui si è perso il conto delle intrusioni nei sistemi informatici finite poi sui giornali. “E’ di tutta evidenza -ha detto l’ex presidente del Consiglio- che gli accessi abusivi alle informazioni personali sono avvenuti al di fuori della Dna negli anni della sua gestione”: quella cioè di de Raho.

Giuseppe Conte e Dederico Cafiero De Raho

         Eppure è del 15 febbraio 2019, quando l’attuale parlamentare pentastellato era capo della Procura Nazionale Antimafia, questa valutazione scritta di De Rhao sul sottufficiale della Guardia di Finanza rivelata dal direttore della Dia Michele Carbone alla Commissione parlamentare antimafia poco prima dell’intervista di Conte: “Pasquale Striano ha evidenziato notevoli doti di riservatezza e lealtà, un’elevata ed approfondita preparazione tecnico professionale, piena disponibilità ed alto senso del dovere, instaurando ottimi rapporti interpersonali sia con i magistrati dell’ufficio che col restante personale amministrativo e delle forze di polizia”. Si vedrà anche se al di fuori di questo ambito, viste le indagini ancora in corso nella Procura di Perugia, dove la vicenda è approdata per la dipendenza del sottufficiale dal magistrato Antonio Landolfi operante a Roma.

Pietro Grasso alla Presidenza del Senato

         Si capisce, per carità la solidarietà politica di Conte ad un magistrato ch’egli personalmente ha voluto fare arrivare alla Camera all’esaurimento della sua carriera giudiziaria, come anche per Roberto Scarpinato, reduce dalla Procura Generale della Corte d’Appello di Palermo, sull’esempio di altri politici. Come fece, per esempio, Pier Luigi Bersani al vertice del Pd con Pietro Grasso, arrivato non solo al Senato ma direttamente alla presidenza, seconda carica dello Stato. direttamente alla presidenza del Senato. Dove, senza avvertire disagio alcuno, egli seguì Bersani anche nell’esodo dal Pd, in rotta con Matteo Renzi.

Sandro Pertini alla Presidenza della Camera

Alla buonanima di Sandro Pertini era bastata e avanzata una scissione -una delle tante- del suo partito socialista per dimettersi dalla presidenza della Camera e guadagnarsi la conferma, a quel punto voluta e non imposta ai deputati. Altri tempi, si dirà, anche se coperti dalla dannazione neroniana della memoria perché risalenti alla cosiddetta prima Repubblica. Tempi con i quali certamente non vorrà confondersi il successore di Beppe Grillo alla guida di un movimento propostosi di rivoltare il Paese, e le istituzioni,  come un calzino più di quanto non si fossero messi in testa  di fare i magistrati di Milano con l’inchiesta enfaticamente chiamata “mani pulite” sull’abituale, generalizzato finanziamento illegale dei partiti e, più in generale, della politica. Abituale, generalizzato ma colpito “con durezza senza uguali” nel caso del Psi di Bettino Craxi, secondo l’ammissione poi fatta al Quirinale da Giorgio Napolitano procurandosi anche per questo, ancora da morto, le critiche del solito Marco Travaglio ogni volta che cronache o rievocazioni gliene danno l’occasione.

Pubblicato sul Dubbio

Quel Bonaccione di Bonaccini nei rapporti con Elly Schlein al Nazareno

La segretaria del Pd Elly Schlein non se la passa bene nel Pd, per quanto i sondaggi elettorali la diano generalmente attorno, se non sopra il 20 per cento delle intenzioni di voti, distanziandola con qualche margine di sicurezza in più dal Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte. Che le contende sia il primato elettorale nel campo delle opposizioni al governo sia il ruolo di federatore, cioè di leader, se e quando si potrà davvero federare qualcosa da quelle parti per proporsi come alternativa al centrodestra, o destra-centro, alle prossime elezioni politiche.

         La situazione del Pd, tuttavia, è talmente paradossale che superiore alla crisi della segreteria è quella dell’opposizione interna che sembrava dovesse o potesse essere capeggiata dal presidente del partito Stefano Bonaccini, eletto a quel posto dopo essere stato battuto come candidato alla segreteria della Schlein nelle primarie condizionate non dagli iscritti -altro paradosso nel paradossi- ma dagli esterni, in gran parte elettori neppure tanto nascosti di altri partiti. Un paradosso persino statutario che sconsigliò a suo tempo all’indimenticabile Emanuele Macaluso di iscriversi a un partito dove erano confluiti quasi tutti i compagni politici della sua vita, orfani del Pci dopo la caduta del muro di Berlino, cioè del comunismo, e i cambiamenti di nomi e di simboli con cui si tentò di rimediarvi.

Dal Foglio del 30 marzo

         Dopo meno di un anno di opposizione interna, mentre la Schlein si è mossa con ostinazione zigzagando fra le sue contraddizioni persino cromatiche, e lasciando uscire dal Pd esponenti anche di un certo peso provenienti dalla Dc come l’ex ministro Giuseppe Fioroni o dall’area liberale come l’ex capogruppo del Senato Andrea Marcucci, deluso dalla segretaria non meno che da Matteo Renzi qualche anno prima, Bonaccini si è guadagnato persino fra gli amici il soprannome facile come quello di Bonaccione, ricavato dall’aggiunta di una semplice vocale e la variazione di un’altra. Un Bonaccione, raccontato impietosamente qualche giorno fa dal Foglio, fattosi imprudentemente infilare dalla furbissima Schlein in un clamoroso conflitto d’interessi sul terreno assai scivoloso, e controverso, delle candidature alle elezioni europee. Con le quali la segretaria del Pd tenta, quanto meno, di scardinare ulteriormente equilibri e rapporti persino personali nel partito preferendo gli esterni -tipo Tarquinio, Annunziata e Strada- agli  interni,  nella logica delle primarie che l’hanno d’altronde portata al Nazareno.

Pina Picierno

A Bonaccini, dal quale gli scontenti o preoccupati, a cominciare dalla vice presidente uscente dell’Europarlamento Pina Picierno, si aspettavano un deciso intervento a gamba tesa per mettere la Schlein con le spalle al muro, sembra essere bastato ottenere il riconoscimento del diritto di fare il capolista nella propria circoscrizione elettorale se continuerà a lasciarsi tentare da Strasburgo. “Cicero pro domo sua”, si diceva a Roma già nel 57 avanti Cristo.

Ripreso da http://www.policymakermag.it

Pasquinate contro i test che minaccerebbero la credibilità dei magistrati

Gian Carlo Caselli

Ispirato non dalla Pasqua ma, più modestamente, da quell’oste, banditore o altro della vecchia Roma immortalato come Pasquino in una scultura di fianco a Piazza Navona, il magistrato in pensione Gian Caro Caselli ha cercato sul Fatto Quotidiano -e dove sennò?- di sorpassare nel sarcasmo acidulo il collega ancora in servizio Nicola Gratteri. Che ha sfidato i politici a lasciarsi sottoporre a test non solo psicoanalitici, come quelli in arrivo per le toghe, ma anche alcoolici e di droga, essendo anch’essi preposti a decisioni delicate.

         Da Pasquino, appunto, “irriverente Caselli ha scritto che “sarebbe importante se i quiz psicoattitudinali potessero prevenire nei magistrati la mancanza di un certo aplomb nelle udienza pubbliche” simile a quello di Giorgia Meloni, tuttavia non citata, nelle aule parlamentari e dintorni. “”Tipo: faccine, smorfie, mossette, occhi strabuzzati, reazioni indispettite o rancorose, appelli confidenziali ai presenti (ragazzi, vi vedo un po’ nervosi…), toghe tirate sopra le spalle per nascondere la testa”, ha esemplificato l’ormai anziano, ottantacinquenne  Caselli.

Armando Spataro

         Di dieci anni meno anziano di lui, ma non meno pungente, Armando Spataro ha in qualche modo rincorso Caselli sulla strada del sarcasmo, in una intervista a Repubblica, suggerendo al sindacato delle toghe di mettere in testa al documento in arrivo sulle proteste, forse comprensive di uno sciopero, questo test ipotizzato da Giacomo Ebner: “Solo uno che non è sano di mente trova tutto questo lavoro il più bello del mondo (vero o falso?)”.  Giacomo Ebner, per chi non lo sapesse, è un giudice del tribunale civile di Roma innamoratissimo del suo mestiere, autore di libri e battutista eccezionale nella navigazione internettiana.

Edmondo Bruti Sperati

         Meno spiritoso di Caselli e di Spataro, più ingessato, 80 anni contro gli 85 e i 75, rispettivamente, dei suoi colleghi, e in più già presidente dell’associazione nazionale dei magistrati, Edmondo Bruti Liberati ha liquidato un po’ troppo frettolosamente i test e altre misure gradite al ministro della Giustizia Carlo Nordio come “manifesti” più o meno ideologici contro le toghe per minarne la credibilità:  ancor più- direi- di quanto da sole non avessero già provveduto e non continuassero a provvedere certi magistrati, sia in servizio che in pensione ma largamente attivi sul piano mediatico.

Nicola Gratteri

         A Bruti Liberati va tuttavia riconosciuto il merito, il garbo, il buon senso, come preferite, di avere fatto osservare a Gratteri, per la “provocatoria” proposta dei test per ministri, parlamentari e quant’altri, che “non sta ai magistrati dettare regole alla politica”. “E’ inappropriato- ha precisato- che per contrastare, legittimamente, una proposta sbagliata si replichi lo schema che si rimprovera a chi vuole introdurre i test”. Da ex sindacalista, Bruti Liberati ha concesso il minimo sindacale alla controparte. Dalla quale forse si aspetta un ringraziamento, per quanto presumibilmente sgradito a Gratteri, e forse anche a Caselli e Spataro.  

Rpreso da http://www.policymakermag.it

Il progetto un pò spaziale, attribuito alla Meloni, del rimpasto di un terzo del governo

Dalla prima pagina di Repubblica

         Più che una notizia, francamente, mi sembra un desiderio di notizia il rimpasto attribuito ai progetti di Giorgia Meloni da Emanuele Lauria su Repubblica. Un desiderio, direi, alquanto malefico perché, salvo un ripensamento della corazzata della flotta d’opposizione al governo sulle capacità della premier, un presidente del Consiglio capace di uscire indenne dal cambiamento di un terzo della sua compagine ministeriale sarebbe davvero bravissimo. Questa infatti è la dimensione del rimpasto annunciato, attribuito e quant’altro alla Meloni.

  Nella cosiddetta prima Repubblica, quella vera e non di carta, che pure viveva di rimpasti, a parte l’eccezione spadoliniana di un governo fotocopia del precedente, non ricordo da cronista un’operazione ben riuscita delle dimensioni attribuite, ripeto, ai progetti della Meloni per il dopo-elezioni europee dell’8 e 9 giugno prossimi.

Carlo Nordio

         Sette ministri da cambiare, più che da spostare, sui 25 in carica, fra i quali quello della Giustizia Carlo Nordio, già candidato dalla Meloni al Quirinale ma, sembra, rivelatosi a sorpresa alla premier più un problema che una risorsa, sono politicamente un po’ come un’operazione spaziale. E ciò per quanto la premier, con quel suo obiettivo furbescamente modesto propostosi di replicare a giugno il 26 per cento dei voti delle politiche del 2022, possa meritarsi la previsione di uscire bene dalle urne fra tre mesi sia personalmente sia come leader del primo partito della coalizione di centrodestra. Tanto bene da imporsi in tutti i sensi sugli alleati e sui problemi forse drammatici che alcuni di essi potranno vedere e sentire scoppiare all’interno dei loro partiti.

         Il più sospettato di scombussolamenti fra gruppi della maggioranza è naturalmente quello di Matteo Salvini, che non a caso è anche il più turbolento fra i ministri, e dei due vice presidenti del Consiglio. L’ultimo sondaggio sfornato da Ipsos  per il Corriere della Sera ha dato la Lega sorpassata da Forza Italia del solo 0,7 per cento, e non doppiata come in alcuni passaggi elettorali recenti a livello amministrativo. Ma se le distanze a giugno dovessero risultare maggiori, non so se e quanto potrebbero risultare contenuti o controllabili gli effetti nel partito che fu di Umberto Bossi e non potrebbe più essere neppure quello di Matteo Salvini. Che rischia di finire un po’ metaforicamente sotto il ponte dello stretto di Messina prima ancora che egli riesca davvero ad aprirne i cantieri. Altro che il disastro di Baltimora ancora sulle prime pagine, o quasi, dei giornali di tutto il mondo.

Ripreso da http://www.policymakermag.it

Testimonianza d’imputato a favore del test psicoattitudinale alle toghe

Da Libero

Mi permetto di rendere una modesta testimonianza d’imputato a sostegno della prova psicoattitudinale per i magistrati. Contro  la quale si sono levate ancora più alte che in passato le proteste degli interessati, evidentemente consapevoli che questa volta la rischiano più del solito,  in un Parlamento meno intimidito o intimidibile di altre occasioni.

         E’ il 1983. Il Parlamento sta per essere sciolto con un anno di anticipo e l’ufficio di presidenza della prima commissione d’inchiesta parlamentare sulla tragica fine  di  Aldo   Moro decide di chiudere in cassaforte, senza sottoporla a discussione, una relazione che pure aveva chiesto attraverso il governo ai servizi segreti sulle “connessioni internazionali del terrorismo”.  Si vuole risparmiare così al Pci , a ridosso della campagna elettorale, la scomodità di un dibattito che potrebbe smentire l’autoleggenda di un terrorismo rosso italiano autoctono, senza mani, manine e manone d’oltre cortina di ferro, o affini.

Leo Valiani

         Qualcuno spesosi molto in alto contro questa leggenda non gradisce l’operazione silenziatrice e mi fa avere il rapporto integrale, che io pubblico sulla Nazione fra le proteste, pensate un po’, anche del senatore a vita Leo Valiani. Egli scavalca il Pci e reclama sul Corriere della Sera una mia “esemplare” punizione, cioè l’arresto. Che è previsto come obbligatorio in caso di violazione di segreto di Stato, come dovrebbe ritenersi quel documento per quel “riservatissimo” stampato vistosamente sul frontespizio.

Io invece ritengo- come dopo due anni riconoscerà anche il governo con una lettera alla Procura Generale della Corte d’Appello di Roma che obbligherà gli inquirenti a lasciarmi in pace, dopo avermi negato il rinnovo del passaporto e comminato una decina di giorni di arresti domiciliari- che quel rapporto ha perduto la sua riservatezza nel momento stesso in cui è approdato in una commissione parlamentare di quaranta fra deputati e senatori di ogni parte politica. Uno dei quali infatti -peraltro in pendenza delle indagini prontamente avviate contro di me e la celebre testata toscana- metterà quel rapporto fra i documenti allegati ad una sua relazione di minoranza sulle conclusioni della commissione d’inchiesta bicamerale.

Adolfo Gatti

         Assistito dal compianto e mitico  avvocato Adolfo Gatti e convocato da un sostituto procuratore della Repubblica di Roma destinato a fare carriera, mi presento al primo e unico interrogatorio di questa mia vicenda giudiziaria.  Il magistrato fa sedere me e l’avvocato davanti alla sua scrivania, si alza, raggiunge la porta, la chiude a chiave, torna al suo posto e mi chiede le generalità. Trascritte le quali a macchina da un verbalizzante, mi sento chiedere, sempre dal sostituto procuratore: “Ha subìto altre condanne?”. Io rispondo chiedendo a mia volta: “Debbo allora considerarmi già condannato alla fine di questa inchiesta?”.

Non l’avessi mai fatto. Il mio inquisitore rivendica animatamente la legittimità di questa “domanda di rito”. E io di rimando: “Un rito, direi, discutibile”. E lui ancora più animatamente, anzi animosamente, mi  intima di non fare “lo spiritoso” e di raccontargli piuttosto da chi avessi ricevuto il rapporto. Che peraltro ho consegnato spontaneamente agli agenti della polizia giudiziaria mandati qualche giorno prima in redazione con un ordine di perquisizione. E tornati poi a casa, quasi all’alba., sempre per perquisizioni.

         Evito, su suggerimento rivoltomi prima dell’interrogatorio dall’avvocato, di non rivendicare esplicitamente il diritto sgradito a molti magistrati alla copertura delle fonti e ricorro al solito espediente destinato purtroppo a diventare dopo molti anni vero, cioè il normale traffico di certe notizie, dossier e simili: la busta anonima trovata nella buca delle lettere del giornale  e a me destinata col nome e cognome scritti in stampatello. “Questo lo va a raccontare a suo nonno”, grida il sostituto procuratore. E io: “No, questo lo racconto a Lei, come tanti colleghi fanno ad altri magistrati senza essere aggrediti”.

Nicola Gratteri

         Qui finisce la mia testimonianza,  con una doppia domanda dalla quale vorrei una risposta dal capo della Procura di Napoli Nicola Gratteri, così severo in questi giorni verso il guardasigilli Carlo Nordio e la politica, in genere.  Eccola: quella mattina di 41 anni fa, già prima quindi delle stagioni giudiziarie invasive del 1992 e oltre,  chi meritava di più una visita psicoattitudinale? Io o il sostituto procuratore poi soccombente ma destinato lo stesso a salire in carriera, credo senza cambiare stile e metodo di lavoro? I nomi in questa storia non contano, anche se mi sono offerto da testimone.  Contano i fatti.

Pubblicato su Libero

Ripreso da http://www.startmag.it il 7 aprile

La deriva politica e sindacale della magistratura dopo i moniti di Saragat e di Leone

Dal Dubbio

Sono passati 50 anni -troppi, diranno forse i magistrati tentati dallo sciopero contro la prova psicoattitudinale di sostanziale avvio della carriera, ma comunque senza modifiche intervenute nel frattempo nella parte della Costituzione che li riguarda- da un discorso di Giovanni Leone del 28 giugno 1974 in veste di presidente della Repubblica e del Consiglio Superiore della Magistratura che torna di attualità in questi giorni. Di attualità e, direi, anche di monito, come un precedente intervento, nella stessa sede, di Giuseppe Saragat nel 1967. Entrambi contro lo sciopero delle toghe.

Giuseppe Saragat al Consiglio Superiore della Magistratura nel 1967

         Saragat definendo “giuridicamente inammissibile uno sciopero dei magistrati” poteva forse essere considerato un uomo troppo politico e poco attrezzato in materia giuridica per essere considerato, anche se a torto sul piano istituzionale, all’altezza di un’affermazione, o negazione, così perentoria. Ma Leone, un professore universitario alla cui scuola si erano formate generazioni di studenti, un avvocato altrettanto prestigioso, già presidente della Camera e due volte presidente del Consiglio, non poteva essere scambiato per un mezzo incompetente. E infatti non lo fu, guadagnandosi il mese dopo su Panorama gli apprezzamenti e ringraziamenti di un filosofo come Guido Calogero. Che proprio rifacendosi ai concetti di Leone, e prima di Saragat, scrisse: “Qui è in gioco quello stesso “senso dello Stato” di cui stranamente appaiono privi quei magistrati che pensano di poter fruire del diritto di sciopero senza alcuna distinzione rispetto a qualsiasi altro membro della classe lavoratrice. Ma allora che succederà se, in questo quadro, sciopereranno i giudici della Corte di Cassazione? Potranno scioperare, per analogia, anche quelli della Corte Costituzionale? Perché allora non anche il presidente della Repubblica?”. Che, peraltro, nella persona proprio di Leone, avrebbe avuto di che scioperare forse nel 1978, quattro anni dopo, quando fu costretto alle dimissioni anticipate in una vicenda appena rievocata sul Corriere della Sera da Walter Veltroni con una partecipazione purtroppo macchiata da qualche amnesia sul ruolo avuto dal suo Pci, e soprattutto sui motivi, all’indomani di un delitto che l’allora capo dello Stato aveva cercato in ogni modo -persino colpevolmente secondo l’opposizione comunista?- di evitare. Mi riferisco naturalmente all’assassinio di Aldo Moro dopo il sequestro, fra il sangue della scorta sterminata a poca distanza da casa, e 55 giorni di prigionia.

         “Di fronte ad una prospettata astensione dal lavoro dei magistrati , disse Leone al Consiglio Superiore, “non posso che richiamare –nella mia duplice responsabilità di presidente di questo Consiglio e di custode della Costituzione e rappresentante dell’unità nazionale…..- – le parole di precisa e recisa opposizione pronunciate in questo consesso dal predecessore Giuseppe Saragat”-

         “E appunto come custode della Costituzione e presidente di questo consesso, il mio predecessore, richiamandosi ai principi affermati dalla Corte Costituzionale e a un ordine del giorno dello stesso Consiglio Superiore della Magistratura del 20 dicembre 1963, confermato poi il 21 febbraio 1967, espresse la fiducia – continuò e spiegò Leone- che i magistrati si sarebbero astenuti da ogni manifestazione non consona con la posizione costituzionale e con il prestigio della magistratura”.

Giovanni Leone nel 1974 col vice presidente del Csm Giacinto Bosco

         E ancora, sempre Leone al Consiglio Superiore del 28 gennaio 1974: “L’affermazione che la Costituzione, “in considerazione del carattere essenziale delle funzioni esercitate dai magistrati, investiti di funzione sovrana, assiscura agli stessi magistrati speciali guarentigie e uno status particolarissimo e che a queste guarantegie e a questo status non possono non corrispondere speciali responsabilità, obblighi e doveri, tra i quali quelli di assicurare la continuità di una funzione essenziale, sovrana, insuscettibile di interruzione, resta un punto fermo che è doveroso ribadire”

         E gli scioperi ugualmente sopravvenuti dei magistrati? Tutti contro quel modo ancora valido, a Costituzione invariata, di vedere le cose, di sentire le istituzioni e di rispettarle.

Pubblicato sul Dubbio

Più vuoti che voti, purtroppo, nei sondaggi elettorali

Elly Schlein e Giuseppe Conte

         Abituati a leggere i sondaggi in funzione della competizione fra i partiti, anche all’interno di una coalizione, reale o potenziale che sia, sono andati tutti a registrare nell’ultima rilevazione dell’Ipsos, pubblicata ieri dal Corriere della Sera, lo 0,5 per cento guadagnato in un mese dai “fratelli d’Italia” di Giorgia Meloni, saliti pertanto al 27,5. O il punto e mezzo guadagnato dal Pd, salito al 20,5 sul piano nazionale. O l’1,3 per cento perduto dal MoVimento 5 Stelle di Giuseppe Conte, sceso pertanto al 16,1 raddoppiando praticamente le distanze dal Pd della Schlein. Con quanta poca soddisfazione per l’ex premier è facile immaginare, essendone arcinota l’ambizione a guidare l’opposizione ora, una nova maggioranza domani, anzi dopodomani.

Non c’è aria, mi sembra, di una rottura del centrodestra pur diviso, e tanto meno di un ricorso anticipato alle urne per il rinnovo del Parlamento eletto solo un anno e mezzo fa. C’è aria, al contrario, di una legislatura destinata a durare sino all’esaurimento naturale nel 2027. Matteo Savimi, che pure è il più agitato nel centrodestra, il maggiore disturbatore della quiete raccomandata dalla Meloni, prevede addirittura nei comizi e nei salotti televisivi il raddoppio dell’attuale maggioranza, sino al 2032.

Da Palazzo Chigi

Lo stesso Salvini peraltro nella corsa o rincorsa nel centrodestra ha dovuto segnare in un mese un arretramento pur del solo 0,2 per cento delle intenzioni di voto contro un aumento dello 0,5 per cento dei forzisti di Antonio Tajani, e ora anche di Letizia Moratti, Gabriele Albertini e altri tornati a casa dopo la morte di Silvio Berlusconi. Il vistoso sorpasso forzista sul Carroccio festeggiato nelle recenti elezioni regionali abruzzesi si è ridotto alle dimensioni oggettivamente modeste dello 0,7 per cento. Che dovrebbe consigliare più prudenza al ministro degli Esteri, così sicuro in quelle immagini fisiche da nomenklatura che da giovani vedevamo provenire da Mosca in occasione delle parate militari davanti ai capi di turno del Cremlino.

Cabine elettorali vuote

Ma siamo sicuri che il sondaggio Ipsos appena sfornato valga per questi aspetti, o soprattutto per questi? Personalmente ne dubito, avendo trovato di maggiore interesse -o allarme, se preferite- quel 3 per cento in più registrato in un mese -la punta più alta dei cambiamenti- a favore degli indecisi, astensionisti e simili, saliti dal 49,5 al 52,5 per cento: la vera maggioranza potenziale del Paese.

Pier Ferdinando Casini sul Corriere della Sera

Il buon Pier Ferdinando Casini scriveva ieri proprio al Corriere della Sera, interloquendo con Massimo Gramellini sui rischi che costituiscono oggi i self per i politici, come dimostra il caso del sindaco di Bari ritratto con la sorella e la nipote di un boss ergastolano: “Davanti all’incombenza ogni tanto mi sovviene una domanda ancora più insidiosa” della paura di una immagine scomoda: “Come ci rimarrò quando non me lo chiederanno più”, il self? Vale per tutti: a destra, a sinistra e al fantomatico centro.

Le reticenze di Veltroni nella ricostruzione della cacciata di Leone dal Quirinale

Dalla prima pagina di Libero

Premetto per chiarezza e lealtà verso i lettori di avere una certa simpatia personale per Walter Veltroni, per il cui Pd da lui condotto e fondato l’anno prima avrei persino votato nel 2018 se lui stesso -benedett’uomo- non me lo avesse impedito preferendo apparentarsi elettoralmente con l’Italia dei valori bollati di Antonio Di Pietro, piuttosto che con i radicali di Marco Pannella. Ma è acqua passata. Quella scelta, del resto, costò a Walter la segreteria del Pd, più ancora dell’insuccesso elettorale in Sardegna nel 2009.

         Le sue dimissioni hanno via via restituito Vetroni alla saggistica e al giornalismo, sino a farne un apprezzato editorialista del Corriere della Sera. Ma questo suo processo di evoluzione, recentemente sfociato in un bel libro di meritato successo contro il linciaggio dell’ex direttore del carcere romano di Regina Coeli Donato Carretta nel 1944, mi è sembrato interrotto da un ritorno alle abitudini o passioni politiche con la rievocazione, che ha voluto fare ieri sul Corriere, delle dimissioni di Giovanni Leone da presidente della Repubblica nel 1978: sei mesi prima della scadenza del mandato e poche settimane dopo l’assassinio di Aldo Moro. Che lo stesso Leone, non condividendo la linea della cosiddetta fermezza imposta dal Pci alla Dc e al suo governo monocolore da componente essenziale della maggioranza, aveva inutilmente cercato di sottrarre all’esecuzione dei brigatisi rossi predisponendosi alla grazia per una terrorista contenuta nell’elenco dei tredici detenuti reclamati per lo scambio con l’ostaggio sequestrato il 16 marzo in via Fani.

         Veltroni mi è sembrato, francamente, più colpito dalla “solitudine” lamentata da Leone, leggendone le carte depositate in Parlamento e scritte dall’interessato a proposito sui suoi ultimi giorni al Quirinale, che consapevole e pentito -sì, pentito- del ruolo decisivo svolto dal Pci per la sostanziale deposizione del capo dello Stato. Cui avrebbero praticamente nuociuto, secondo Veltroni, più le “campagne di stampa” scandalistiche per l’affare Loocheed e altre vicende personali che l’ostilità politica maturata nei suoi confronti nel partito comunista, Che pure a quelle campagne non aveva partecipato per dissenso esplicitato da Paolo Bufalini, che non era certamente l’ultimo dirigente delle Botteghe Oscure.

Paolo Bufalini

Fu proprio a Bufalini che Berlinguer, come ha ricordato lo stesso Veltroni,  affidò l’incarico di andare a riferire al principale, più fidato collaboratore di Leone che occorrevano le sue dimissioni come “segnale” di cambiamento, reazione e simili all’impopolarità della politica. Che sarebbe emersa dai referendum sulla legge Reale per l’ordine pubblico e soprattutto sul finanziamento pubblico dei partiti, scampato per un soffio alla bocciatura.

Aldo Moro prigioniero delle brigate rosse

Ma, più che di ansie morali o moralistiche il Pci soffriva in quel momento del  peso di una crisi della politica di solidarietà nazionale avviata con la Dc sul solco del “compromesso storico” elaborato precedentemente da Berlinguer in persona. Un peso riconosciuto e raccontato da Veltroni in termini generici, senza mai riconoscere, e quindi precisare se condiviso o non da lui, l’ostilità procuratasi da Leone alle Botteghe Oscure dandosi da fare per un rilascio in qualche modo negoziato di Moro da parte delle brigate rosse, Questo, in realtà, più che ogni altro, fu il fattore, il motivo vero dello scontro consumatosi in quei giorni. Uno scontro descritto da Veltroni raccontando più delle penose interlocuzioni di Leone con i colleghi di partito Giulio Andreotti e Benigno Zaccagnini, smaniosi di chiudere la partita reclamata da Berlinguer, che dei rapporti diretti o indiretti fra lo stesso Leone e il Pci. Che peraltro alle elezioni presidenziali del 1971 non aveva voluto votarlo, così come non aveva voluto votare il precedente candidato ufficiale della Dc, che era stato Amintore Fanfani. Avrebbe invece voluto votare Moro, bloccato però dal suo partito nelle scuderie, diciamo così, nonostante il tentativo compiuto ad un certo punto dal segretario Arnaldo Forlani di metterlo in pista, in dissenso dal suo ormai  ex capocorrente Fanfani.

Giovanni Leone

La fretta di Berlinguer, a monte di quella di Andreotti e Zaccagnini, di chiudere la partita del Quirinale aperta -ripeto- dal Pci nasceva peraltro dalla paura nutrita alle Botteghe Oscure, e non so se avvertita anche dall’allora poco più che ventenne Veltroni, che Leone si lasciasse tentare dal desiderio di chiarire le circostanze nelle quali era stato vanificato il suo tentativo di salvare la vita di Moro. Il cui assassinio avvenne poche ore prima che, conclusa una riunione molto attesa della direzione democristiana, l’unica durante tutto il sequestro del presidente del partito, Leone firmasse la grazia a Paola Besuschio e cercasse di fare riaprire fra i capi delle brigate rosse la discussione sull’epilogo del sequestro e della prigionia del presidente dc.

Leone insomma, per dirla il più chiaramente possibile, persino brutalmente, doveva lasciare il Quirinale il più presto possibile e nel modo meno decoroso per lui, o più sputtanante, perché non fosse credibile una sua recriminazione su come fosse stato gestito il sequestro dal governo.  Una recriminazione di cui si coglie una traccia, o un sintomo, in un passaggio delle carte di Leone lette e riferite da Veltroni su una richiesta dello stesso Leone di ricorrere alla Croce Rossa Internazionale per sciogliere la matassa del sequestro. Una strada che il governo disse a Leone di avere già inutilmente percorso senza tuttavia convincerlo di averci davvero tentato,

Giovanni Leone nel suo ritiro alle “Rughe”

L’operazione di sostanziale intimidazione e discredito del presidente della Repubblica raggiunse sinistramente, diciamo pure ignobilmente, i suoi effetti. Leone si chiuse in casa, nella sua villa alle Rughe, come in un ricovero in una guerra. Tornò praticamene a parlare -fra l’altro con una intervista al Foglio da me raccolta nel suo studio accanto alla moglie- dopo una ventina d’anni, quando a cambiare il clima attorno a lui furono i radicali con una lettera di scuse per il contributo dato alle sue dimissioni e al suo ingiusto discredito. Che è la lettera con la quale Vetroni ha aperto la sua rievocazione della vicenda più tragica, ambigua, sordida della Repubblica, dopo o accanto a quella dello stesso sequestro di Moro. La vicenda cioè di un capo dello Stato eliminabile senza bisogno né di sequestrarlo né di ucciderlo.

Pubblicato su Libero

La fantasia che riesce a stimolare la segretaria del Pd nei giornali

Elly Schlein

Anche se i giornali di Angelucci, parlamentare ora della Lega dopo esserlo stato di Forza Italia, non godono in questi giorni di benevola attenzione, diciamo così, per il tentativo dell’editore di acquistare pure l’Agenzia Italia , fondata e posseduta da 60 anni dall’Eni, merita una citazione il brillante titolo di oggi del quotidiano Il Tempo sulla situazione nel Pd. Dove si intrecciano la rivalità interne sulle candidature alle elezioni europee del 9 giugno e il crescente malumore per i rapporti d’inseguimento fra la segretaria Elly Schlein e il presidente del MoVimento 5 Stelle Giuseppe Conte. Un inseguimento elettorale, con i due partiti distanziati di pochi punti nei sondaggi, e politico per chi a suo tempo dovrà o potrà guidare un’eventuale alleanza alternativa al centodestra a livello nazionale, e non solo ad alcuni livelli locali.

         “Pd a brandElly” è il titolo del giornale romano, di una certa brillantezza competitiva con quella più abituale di una testata politicamente e culturalmente opposta com’è quella del manifesto. A ciascuno il suo.

Una riabilitazione di Leone sul Corriere scritta da un Veltroni un pò reticente…..

Dal Corriere della Sera

In un pur vistoso proposito di riabilitazione storica della buonanima di Giovanni Leone, tornato sulla prima pagina del Corriere della Sera in fotografia fra due cavalli di bronzo, come le facce di quanti ne reclamarono e ottennero nel 1978 le dimissioni da capo dello Stato per chiedergli scusa piò o meno esplicitamente dopo vent’anni, Walter Veltroni alla fine ha ceduto alla sua passione politica. Ed ha ridotto il ruolo principale invece svolto dal suo partito, il Pci, in quella vicenda.

Il libro di Veltroni su Carretta

Essa non fu così drammatica come il linciaggio nel 1944 dell’ex direttore del carcere romano di Regina Coeli, Donato Carretta, dallo stesso Veltroni raccontato in un libro fresco ancora di stampa e fra i più venduti in questi giorni, ma fu ugualmente oscena, forse ancora di più per il tanto tempo trascorso nel 1978 dal clima caotico di 34 anni prima, a guerra ancora in corso e con l’Italia fisicamente, politicamente e militarmente spaccata in due.

         “Leone -racconta Veltroni- fu costretto alle dimissioni, primo caso della storia repubblicana, in seguito a ripetute campagne di stampa contro di lui”. Che in effetti ci furono, per carità, tutte tendenti a coinvolgerlo in alcuni scandali, Ma non furono quelle a far dimettere Leone. Fu un diktat del Pci, subìto dalla Dc in una maggioranza di governo condizionata dall’appoggio esterno dei comunisti, per avere egli osato mettersi di traverso durante il sequestro di Aldo Moro sulla strada della linea della cosiddetta fermezza.

Veltroni sul Corriere della Sera

         Veltroni la mette invece così in un passaggio dell’articolo, scritto dopo avere consultato anche le carte di Leone depositate in Parlamento: “I giornali ogni giorno picchiano sul Quirinale, il sistema politico è già scosso dalle conseguenze del devastante assassinio di Moro. I referendum sulla legge Reale e sul finanziamento pubblico dei partiti hanno disvelato un profondo malcontento, la Dc è nella bufera, il Pci in verità non regge più una solidarietà nazionale che è divenuta un simulacro e usa il caso Leone per dare un segnale”. Un segnale.

Veltroni ancora sul Corriere della Ser

         “Paolo Bufalini -racconta ancora Veltroni, che a 23 anni già frequentava come un mezzo dirigente la sede del Pci alle Botteghe Oscure- si fa ricevere dal capo della segreteria Valentino per comunicare la decisione presa. E’ il primo atto dello sganciamento del Pci, dopo la morte d Moro, da una un equilibrio di solidarietà nazionale che nessuno sembra più volere”. La decisione, naturalmente, è quella di farlo dimettere, di deporlo sei mesi prima della scadenza del mandato.

Veltroni sul Corriere della Sera

         Lo stesso Bufalini -racconta più avanti Veltroni – “ammetterà: A me non risultò mai nulla contro di lui. Infatti il Pci non si associò alla campagna di stampa che lo aveva preso di mira”. Esso fece di più: impose alla Dc e ai suoi uomini, a cominciare dal presidente del Consiglio Giulio Andreotti e dal segretario del partito Benigno Zaccagnini, le dimissioni di Leone, in uno scenario più da Cremlino, di allora e di oggi, che da Quirinale. Una vergogna rimasta semplicemente impunita.

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