Il blocco di Tajani ad un ritorno di Toti alla politica nel centrodestra

Dal Dubbio

Già improbabile per le prime reazioni, di sorpresa prevalentemente critica, al patteggiamento con i pubblici ministeri di Genova, preferito al processo per corruzione, un ritorno politico dell’ex governatore della Liguria Giovanni Toti è diventato ancora più difficile dopo quello che ha detto di lui e del suo ciclo in veste di segretario di Forza Italia il vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri Antonio Tajani. Che, intervistato nella redazione del genovese Secolo XIX, ha parlato di una “era Toti” ormai alle spalle, archiviata nella rappresentazione politica forse anche allo scopo di consentire al candidato del centrodestra alla presidenza della regione, il sindaco di Genova Marco Bucci, di fronteggiare meglio il cartello di sinistra capeggiato dall’ex ministro Andrea Orlando, del Partito Democratico, appesosi al patteggiamento di Toti come ad una stampella. Di ritorno sicuro dell’ex governatore della Liguria resta ormai solo quello alla professione giornalistica.

Dal Secolo XIX di ieri

         Interrogato sulla “solitudine” avvertita e lamentata più volte da Toti quasi a giustificazione della decisione di patteggiare, piuttosto che infilarsi in un lungo processo, Tajani ha seccamente risposto che “veramente è lui che ha lasciato soli noi”, almeno i forzisti, peraltro lasciati “fuori dalla giunta” regionale dell’uomo che pure era stato portato in politica da Forza Italia, e personalmente da Silvio Berlusconi. Di cui era stato presentato dai giornali per un certo tempo come  il nuovo delfino, dopo lo spiaggiamento di Angelino Alfano. Un delfino che il Cavaliere si era portato appresso anche nelle sue cure dimagranti, attento com’era alle immagini fisiche del politico. E lui, Toti, in effetti senza Berlusconi, e prima ancora che questi morisse, di peso fisico, appunto, è cresciuto di parecchio.

Tajani al Secolo XIX

          A Tajani, insomma, non è piaciuto per niente il Golgota evocato da Toti parlando della croce che pochi o nessuno lo avevano aiutato a portare nella salita inflittagli dai magistrati con una novantina di giorni di arresti domiciliari e una dovizia di accuse. “Non so con chi ce l’avesse, a noi non può dire niente”, ha reagito Tajani. E ancora sul patteggiamento ha insistito:  “E’ una scelta sua. Non eravamo in giunta, e di tutte le decisioni che sono state prese non ne sapevamo nulla. Non ci ha informato di questa scelta, non sapevamo nulla né abbiamo chiesto nulla. Abbiamo sempre avuto l’idea che dopo Toti bisognava andare su un civico, anche per dire ai liguri che inizia una nuova stagione”. Nuova, ripeto: non la continuazione della vecchia con un altro traino, o con po’ di lotite cronica addosso, magari pure aggravata.

         Volente o nolente, il vice presidente del Consiglio e leader forzista, pur facile più al sorriso che al ghigno, più alla battuta che alla parolaccia, con Toti ha tirato fuori gli artigli. E pensando agli scontri più o memo diretti avuti anche in passato, dopo l’autonomia presasi da Toti nei rapporti con Berlusconi, ha confermato che anche in politica, o soprattutto in politica, il piatto della vendetta si serve e si consuma freddo: né caldo, né tiepido.

Gelmini e Carfagna d’archivio con Calenda

         Stanno sperimentando questo aspetto di Tajani anche altri ex colleghi di partito usciti ai tempi di Berlusconi, scontrandosi prima col cerchio magico che lo contornava e poi col Cavaliere in persona, e pronti a rientrare per i cambiamenti intervenuti nelle aree politiche dove si erano rifugiati, se solo il segretario del partito azzurro lo volesse. A Letizia Moratti e ad Enrico Costa il rientro è riuscito, a Mariastella Gelmini e Mara Carfagna, che hanno abbandonato anche il partito di Carlo Calenda, no. O non ancora. “Non ci sono contatti o trattative. Non ho parlato con loro di recente”, ha laconicamente risposto Tajani alla curiosità dei giornalisti del Secolo XIX. E infatti entrambe, già ministre con Berlusconi, hanno imboccato in Parlamento il sentiero  del gruppo misto. 

         Più che recuperare figlioli più o meno prodighi delle storie evangeliche, Tajani sembra cercare parlamentari dalle provenienze più lontane possibili dalle sue parti. Gli piacciono tanto, per esempio, i grillini spiazzati, a dir poco, dalla polvere alla quale stanno riducendo le cinque stelle, litigando fra di loro, il presidente e il fondatore. Che comunicano ormai solo per pec e carte più o meno bollate. E pensare che Grillo dava a Berlusconi dello psiconano, prima di invidiarne i voti che prende anche “da morto”.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 21 settembre

La Meloni in ripresa su vari fronti, le opposizioni invece in salita

Da Libero

         “Le penne rosse”, come le chiama su Libero il direttore Mario Sechi, già suo portavoce a Palazzo Chigi, stanno perdendo inchiostro in cui intingere per rappresentare la solita Giorgia Meloni “assediata”, “isolata”,”sfinita”, “impaurita” e prossima addirittura ad una crisi di nervi, o persino di governo.  

Meloni col presidente di Confindustria

         La premier si divide sulle prime pagine dei giornali tra il flirt politico con gli industriali, nella mattinata di ieri, e quello del pomeriggio con Mario Draghi, declassato a “disgelo” della solita Repubblica ma interpretato e indicato da altri all’”asse” pari solo a quello della premier col presidente della Confindustria Emanuele Orsini.  

Dal Foglio

         L’ossessione si è un po’ rovesciata: da quella attribuita alla Meloni circondata da nemici anche all’interno della maggioranza a quella delle opposizioni, di carta o parlamentari, che avvertono la premier ringalluzzita, per esempio, dal successo offertole dall’amica e presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen con la nomina di Raffaele Fitto a commissario della coesione e delle riforme e vice presidente esecutivo: non il solo, certo, essendovene altri cinque, ma con un portafogli di mille miliardi di euro e ben poche possibilità di essere trattato come un avversario e basta da tutte le opposizioni italiane rappresentate nel Parlamento europeo, a cominciare da quella pur numericamemte modesta, anzi modestissima, dei contiani. Così ormai bisognerebbe cominciare a chiamare i grillini dopo la rottura ormai consumatasi fra il presidente del MoVimento 5 Stelle e il suo fondatore, garante e consulente a contratto. Che si è appena procurato sul Fatto Quotidiano, abbastanza seguito da quelle parti, un editoriale di fuoco del direttore Marco Travaglio.  

Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano

         E’ curioso, divertente e quant’altro che quest’ultimo abbia concluso la sua requisitoria contro il comico che non ha mai scambiato Giuseppe Conte, come invece il direttore del Fatto, per il migliore presidente del Consiglio nella storia d’Italia dopo Camillo Benso di Cavour, sin forse a meritarsi già da vivo una statua in qualche piazza di Roma; e’ curioso, divertente e quant’altro, dicevo, che Travaglio abbia concluso l’attacco a Grillo chiedendosi: “Ma non è che ultimamente ha risentito Draghi?”. Dal quale già si sarebbe lasciato convincere nel 2021 a sostenerne il governo, facendovi entrare anche i grillini, in un percorso di morte politica ed elettorale. “Così almeno tutto ciò che è insensato acquisterebbe un senso”, ha scritto Travaglio pensando evidentemente anche al ritorno di Draghi a Palazzo Chigi per incontrare Meloni con una cordialità ostentata da entrambi davanti a fotografi e telecamere.

La vignetta di Giannelli sul Corriere della Sera

         Se davvero la Meloni, come le attribuisce Emilio Giannelli nella vignetta di prima pagina sul Corriere della Sera, ha chiesto a Draghi “una copia della sua agenda” da lei smarrita -un’agenda “in pelle umana”, come ne scrive abitualmente Travaglio- l’operazione può ritenersi già compiuta tra ieri sera e questa mattina. Consegna a domicilio.  

Ripreso da http://www.startmag.it

L’opposizione estende le sue ostilità alla nuova Commissione europea

Da Repubblica

         Con quell’”Italia più debole” stampata a caratteri di scatola sulla Repubblica di carta dopo e nonostante l’assegnazione di una delle vice presidenze esecutive e di un portafogli di mille miliardi di euro a Raffaele Fitto nella nuova Commissione europea di Ursula von der Leyen l’opposizione mediatica a Roma ha sorpassato quella politica. Che almeno ha qualche venatura di diversità, fra le sue componenti, o al loro interno, nella valutazione pur negativa, di opportunistica delusione. Opportunistica perché funzionale alla lotta al governo di Giorgia Meloni, che non potrebbe geneticamente uscire bene da nessuna prova secondo i suoi irriducibili avversari.  

Dal manifesto

         Sarà pure “più debole”, come ha titolato la Repubblica, e isolata come si continua a scrivere e a dire da quelle parti da quando gli europarlamentari del partito della Meloni votarono a Strasburgo contro una conferma di Ursula von der Leyen a Bruxelles concordata praticamente solo o soprattutto tra francesi e tedeschi, pur in difficoltà con i loro governi dopo le elezioni continentali di giugno; sarà pure “più debole” e ancora isolata, come dicevo, l’Italia della Meloni ma vorrà pur dire qualcosa che un giornale come il manifesto, sempre dall’opposizione, ha visto e indicato nella nuova Commissione, anche a causa di Fitto tra i vice presidenti, un cambio di marcia e di fronte. “Fianco destro”, ha titolato il quotidiano dichiaratamente e orgogliosamente comunista ancora a 35 anni di distanza dalla caduta del muro di Berlino e del comunismo ch’esso in qualche modo doveva proteggere dall’Occidente.

Dal Foglio

         Il “fianco destro” evocato dal manifesto scrivendo di una Commissione “al bacio” invece secondo Il Foglio è addirittura guerrafondaio nella rappresentazione di Giuseppe Conte: il presidente del MoVimento ancora 5 Stelle, o delle 5 pec, come ironicamente già lo chiama il fondatore, garante e quant’altro Beppe Grillo per via della corrispondenza elettronica con la quale i due se ne stanno dando e dicendo di tutti i colori sulla strada in discesa dell’ultima scissione.  

Beppe Grillo e Giuseppe Conte

Conte ha parlato, in particolare, di “approccio bellicista” della nuova Commissione di Ursula von der Leyen        per il fermo proposito di continuare a sostenere l’Ucraina nella guerra scatenatale addosso più di due anni e mezzo fa dalla Russia di Putin con l’appoggio, la comprensione e quant’altro di quella Cina così notoriamente simpatica sia allo stesso Conte, che si intestò a Palazzo Chigi la cosiddetta via della seta, sia a Grillo. Che in occasione di quasi tutte le sue visite di controllo, di garanzia, di piacere a Roma trovava sempre il tempo di una capatina e spesso anche colazione all’ambasciata cinese: una frequenza o abitudine che ad un certo punto imbarazzò anche l’allora presidente del Consiglio, sottrattosi ad uno degli inviti esteso pure a lui.  

Ripreso da http://www.startmag.it

Caselli reclama dai giudici “il coraggio” di condannare Salvini

Da Libero

In una intervista a caldo dopo la richiesta di sei anni di carcere a Matteo Salvini per il presunto sequestro di migranti, cinque anni fa, sulla nave Open Arms e la solidarietà espressa all’imputato dalla premier Gorgia Meloni, del cui governo il leader leghista è vice presidente del Consiglio e ministro questa volta delle Infrastrutture, anziché dell’Interno come nell’esecutivo di allora, Giancarlo Caselli si è richiamato, in una intervista al Fatto Quotidiano, al compianto e sicuramente autorevolissimo Alessandro Galante Garrone. Che disse: “In certe situazioni non basta per un giudice essere intellettualmente onesto e professionalmente preparato: per poter ricercare e affermare la verità bisogna anche essere combattivi e coraggiosi”.

L’intervista di Caselli al Fatto Quotidiano

         Morto poco meno di 21 anni fa, Alessandro Galante Garrone non poteva materialmente riferirsi a “circostanze” neppure lontanamente immaginabili e paragonabili a quelle in cui è maturato il processo in corso contro Matteo Salvini. Anche se ai suoi tempi si era già verificato quel forte squilibrio nei rapporti fra politica e giustizia lamentato nel 2010 dall’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano scrivendo pubblicamente delle “Mani pulite” del 1992 e anni successivi. Uno squilibrio aggravatosi con la sostanziale autorizzazione suicida della politica agli sconfinamenti del potere giudiziario mettendoli praticamente al servizio della lotta fra i partiti, a volte fra le loro stesse correnti, e fra le maggioranze e le opposizioni di turno.

Matteo Salvini

         Il processo a Salvini, autorizzato dal Senato con i voti determinanti dello stesso partito -quello delle 5 Stelle- che lo aveva difeso per un’analoga vicenda di nave bloccata con migranti, prima che il leader leghista decidesse di far cadere il primo governo di Giuseppe Conte per tentare le elezioni anticipate, è proprio uno degli atti suicidari della politica. Non è arbitraria, ma solo cronachistica, la “ritorsione” della quale il leader leghista parla quando si riferisce a Conte e al contributo dato in Parlamento ad un processo mancato invece per la vicenda, l’anno prima, della nave della Guardia Costiera Ubaldo Diciotti.

Caselli al Fatto Quotidiano

         Ma torniamo a Giancarlo Caselli e al suo richiamo ad Alessandro Galante Garrone, che lui ha voluto attualizzare al processo contro Salvini dicendo testualmente: “Se Meloni interviene a piedi giunti su un processo in corso bisogna essere qualcosa in più di un giudice intellettualmente onesto per fare il proprio lavoro, nell’unico Paese al mondo dove la politica non accetta di essere giudicata”.

         Già magistrato di alto livello e uomo dalle notoriamente forti e radicate opinioni, non credo che Caselli possa offendersi se gli riconosco un certo ascendente sulla categoria della quale ha fatto parte, a carriere non separate fra pubblici ministeri e giudici. Un ascendente al quale forse egli non ha pensato, nella foga del commento critico all’”intervento a piedi giunti” della presidente del Consiglio sulla richiesta di sei anni di carcere a Salvini, ma che può ben essere visto, intravisto, avvertito, come preferite, pensando ai giudici che a Palermo dovranno emettere la sentenza accettando o respingendo, o in difformità dalla pesante richiesta dell’accusa e dalle sue motivazioni. Ne avrebbero il pieno diritto, penso.

         E’ proprio a questi giudici che Caselli, volente o nolente, ha chiesto di dimostrare, ripeto, “qualcosa in più di intellettualmente onesto”. Ma che cosa? Per rimanere alla “combattività e coraggio” evocati da Alessandro Galante Garrone,  penso che giudici e pubblici ministeri ne abbiano dimostrato abbastanza morendo ammazzati nell’espletamento del loro lavoro da criminali di ogni risma e colore. Mi chiedo se lo debbano dimostrare in un processo come quello in corso a Salvini resistendo pregiudizialmente alla tentazione di un’assoluzione, magari pensando a quanto potrebbe rimanervi male chi si aspetta o reclama una condanna. E solo quella.

Se la Meloni è intervenuta a favore dell’imputato Salvini “a piedi giunti”, come è intervenuto Caselli con la sua intervista, peraltro avventuratasi poi su altri terreni, come la vicenda Toti che lascio fuori da questo commento? Per la risposta mi affido allo stesso Caselli, confidando nella stessa onestà intellettuale richiamata in via generale da Alessandro Galante Garrone.  

Pubblicato su Libero

Il giallo dei complotti contro il governo rilanciato dalla Meloni

Dal Dubbio

Su uno sfogo di pochissime parole raccolte direttamente dalla voce della premier Giorgia Meloni –“So quali sono i complotti eventuali e da dove vengono”- il Riformista ci ha costruito legittimamente, per carità, quasi una pagina. E titolo e foto di copertina. Legittimamente e anche giustamente sul piano professionale, cercando di risalire con ragionamenti e deduzioni da una serie di fatti e circostanze note a quella che potremmo definire una trama poco rassicurante per qualsiasi governo, e non solo per quello in carica. Una trama che incrocia più volte uomini e sigle dei servizi segreti.

Dal Riformista di ieri

         Non credo sia il caso di entrare nei dettagli del racconto ma credo, senza volere mancare di rispetto né personale, né politico né istituzionale per la presidente del Consiglio, che ha tutto il diritto di difendersi dai complotti, pur “eventuali”, che avverte attorno a lei e, più generalmente, attorno al governo e alla sua maggioranza; ma anche senza volere sostituirsi alle opposizioni, unite o disunite nel “campo largo” in cui sono volenterosamente immaginate da chi lo auspica; non credo, dicevo, che una libera stampa possa o debba sottrarsi alla curiosità di sapere qualcosa di più preciso, di meno “eventuale”, o allusivo, sullo scenario accreditato dalle parole della premier. E solo Giorgia Meloni può aiutare a soddisfare questa curiosità.

Meloni al Riformista

         Presumo che il Riformista per primo abbia cercato di saperne di più, raccogliendo quello sfogo, senza riuscirvi. E ha cercato di supplirvi non dico con la fantasia, che è notoriamente cosa molto diversa dal retroscena, ma con l’intelligenza, con l’intuizione, con la logica, mettendo insieme tasselli di un mosaico scomposto.      

         Se tra questi tasselli ci fossero davvero pezzi di servizi segreti, a qualsiasi sigla riferibili, non potrebbero che essere deviati, come noi cronisti o analisti meno giovani ci siamo abituati a considerarli e a chiamarli già nella cosiddetta prima Repubblica: in particolare, da quando nell’estate di 60 anni fa, cioè nel 1964, fu avvertito durante la crisi del primo governo di centro-sinistra di Aldo Moro il famoso “rumore di sciabole” attribuito ai diari del vice presidente del Consiglio socialista Pietro Nenni. Rumore che poi non fu trovato nel testo pubblicato. Ma la formula rimase ugualmente nel linguaggio e nell’immaginario politico collettivo, tanto da entrare -e neppure tanto di soppiatto- in una indagine che doveva essere parlamentare e che Moro trattenne, almeno sino a quando rimase a Palazzo Chigi, a livello amministrativo per il rispetto che sentiva di dover avere per l’aggettivo “segreti” applicato ai servizi di sicurezza dello Stato.

         Forse sono andato un po’ troppo lontano con gli anni e con gli uomini. Ma resta il problema, che ho sollevato all’inizio, di potere e doversi dire ad una libera stampa, ripeto, se non al Parlamento chiamato in causa dai loro stessi gruppi ed esponenti, qualcosa di più dello sfogo un po’ troppo ermetico concesso dalla Meloni al Riformista.  Non è solo una questione di governo, necessariamente di turno perché prodotto dalla democrazia con tutte le verifiche e i cambiamenti elettorali. E’ ancor più, e più stabilmente, una questione di Stato.

Pubblicato sul Dubbio

La caduta di Grillo e Conte dalle cinque stelle ai materassi

Dal Corriere della Sera

Sopraffatti da eventi obiettivamente più importanti delle loro liti, ma anche graziati da chi forse si è reso conto di aver dato loro troppo credito per troppo tempo, Giuseppe Conte e Beppe Grillo, in ordine rigorosamente alfabetico, sono sfuggiti alle prime pagine di molti giornali nelle stalle o sui materassi su cui sono finiti dalle cinque stelle del loro movimento politico. O di ciò che n’è rimasto negli ultimi appuntamenti elettorali. Li hanno graziati infilandoli al loro interno, fra gli altri, Il Messaggero, Il Secolo XIX, Il Mattino, Il Gazzettino, Avvenire, il manifesto, Domani, l’Unità, il Quotidiano del Sud, la Gazzetta del Mezzogiorno, la Ragione (di nome e di fatto, nomen omen).

Sempre dal Corriere della Sera

         Lo scambio di minacce e scomuniche in posta elettronica certificata fra il presidente del movimento pentastellato e il fondatore, garante, elevato, sopraelevato e quant’altro è stato rappresentato impietosamente nelle prime pagine che hanno trovato uno spazio da dedicargli. “Totale” è stato definito questo scontro dal Corriere della Sera, che gli ha offerto pure il solito caffè di Massimo Gramellini, amaro per entrambi ma alla fine liquidatorio con quello che ha chiamato nel titolo “Il Conte del Grillo”.

Il caffè di Massimo Gramellini

         “Non ci sono dubbi su chi vincerà: lui”, ha scritto Gramellini di Conte, appunto. Aggiungendo: “Ma, dopo essersi sbarazzato in serie di Casaleggio junior, Gigino Di Maio e Beppe Grillo adesso rischia di imitare la regina Daenerys: la madre dei draghi (con la minuscola), eliminati tutti i rivali per arrivare a sedersi sul Trono di Spade, in una delle ultime scene della serie si ritrova a passeggiare tra cumuli di macerie”.

         La scena non dispiacerà alla segretaria del Pd Elly Schlein, un’altra “regina” a suo modo, che vuole Conte nel suo famoso “campo largo” dell’alternativa ma nelle minori dimensioni elettorali possibili, poco sopra magari quelle di Matteo Renzi, cui ha aperto per ultimo le porte di un’alleanza contro la Meloni.  

         Le macerie di quello che era riuscito a diventare addirittura, in un passaggio elettorale, il più giovane e insieme il più votato dei partiti italiani, saranno un po’ meno gloriose, e suggestive, delle rovine che Grillo e Conte insieme hanno chissà quante volte ammirato dall’albergo romano sui fori preferito dal comico genovese nelle sue gite più o meno ispettive nella Capitale.

Dal Giornale

Ora Grillo rischia anche non dico la povertà ma di sicuro la perdita di quello che Il Giornale ha sarcasticamente definito il suo “reddito di cittadinanza”. Che è di 300 mila euro annui: quanti gliene ha concessi Conte a suo tempo come consulente della comunicazione. Uno strano consulente e un’ancora più strana comunicazione, visto che fra carte piò o meno bollate il percorso imboccato da Grillo porta ad una scissione. Il movimento che doveva aprire il Parlamento come una scatola di tonno vi è finito dentro.   

Il centrodestra ligure di Marco Bucci soffre adesso di totite

Dal Dubbio

Mai dire mai, ha detto l’ex governatore della Liguria Giovanni Toti a Bruno Vespa che, dopo l’annuncio del patteggiamento con la Procura di Genova sul residuo ed evanescente reato di corruzione impropria, gli chiedeva nei suoi cinque minuti televisivi del 13 settembre se sarebbe tornato in politica al termine dei due anni e un mese di interdizione dai pubblici uffici. Che fa parte del pacchetto di pene -con le 1500 ore di lavori di pubblica utilità e la confisca di 84 mila euro- concordato con l’accusa per chiudere la vicenda esplosa il 7 maggio con l’arresto dell’allora governatore, sia pure ai domiciliari, per corruzione ed altro, dopo quattro anni di indagini e intercettazioni. Una durata a dir poco sproporzionata rispetto alla quale era già un mezzo miracolo che la maggiore accusa a Toti fosse risultata quella di corruzione.

Giovanni Toti e Marco Bucci

         Mai dire mai, ripeto. In effetti l’ex governatore potrebbe candidarsi alle prossime elezioni politiche nel 2027, successive alla fine dell’interdizione procuratasi col patteggiamento. Ma con chi potrebbe candidarsi Toti nello scenario bipolare del centrodestra e del “campo” dell’alternativa in cui forse vorrebbero entrare in troppi -da Matteo Renzi a Nicola Fratoianni attraverso il Pd e ciò che eventualmente rimarrà delle 5 Stelle- per rivederlo tornare davvero ? In questo campo, appunto, è improbabile immaginare l’ex governatore. Ma è diventato difficile immaginarlo anche nel centrodestra, specie se il suo patteggiamento, cadutogli addosso come una tegola, dovesse contribuire alla sconfitta di Marco Bucci, convinto personalmente dalla premier Giorgia Meloni ad accettare la candidatura alla regione dopo i primi e ripetuti rifiuti. Motivati anche per ragioni di salute nel frattempo non superate, essendo il sindaco di Genova in immunoterapia dopo un intervento oncologico.

         Ho scritto di tegola, ma si potrebbe anche scrivere di più per la sorpresa, diciamo pure lo sgomento avvertito nel centrodestra ligure e nazionale all’annuncio del  patteggiamento di Toti, al di là dei suoi aspetti strettamente giudiziari, politicamente e mediaticamente sfruttabile dal campo avverso, affrettatosi infatti anche a deridere l’ex governatore per la volontà precedente espressa di resistere fino in fondo a tutte le accuse della magistratura inquirente, sentendosi colpevole solo di avere governato bene la regione affidatagli dagli elettori. Ed è proprio la “confessione” orgogliosa di avere governato il titolo al quale Toti ha pensato, prima di patteggiare, per un libro in uscita, finito di scrivere proprio in questi giorni fra un editoriale e l’altro del Giornale delle famiglie Angelucci e Berlusconi che lo ha arruolato.

Giovanni Toti al Corriere della Sera

         L’ex governatore non può non avere messo nel conto del patteggiamento che ha preferito al processo i possibili danni al centrodestra ora affetto da totite, diciamo. “Spero di no”, si è limitato lui a rispondere al Corriere della Sera che dopo l’annuncio gli ha chiesto se la sua scelta difensiva non “influenzerà la campagna elettorale” per il rinnovo anticipato del Consiglio regionale, sciolto dopo le sue dimissioni presentate per uscire dagli arresti domiciliari. “Spero che la politica capisca”, ha aggiunto Toti.

La vignetta di Stefano Rolli sul Secolo XIX

         Non mi è parsa conciliante col centrodestra, e le sue esigenze elettorali, la risposta dell’ex governatore all’ultima domanda di quell’intervista al Corriere della Sera così formulata: “Forse un Toti martire sarebbe stato più utile di un Toti che patteggia?”. “Non ho visto -ha risposto Toti- un lungo corteo accompagnarmi verso il Golgota. In tutta franchezza, girandomi con la croce sulle spalle. Tranne qualche eccezione, dietro c’era un imbarazzante vuoto”. Ed è proprio sullo “sfogo” sul Golgota da cui l’ex governatore ha voluto scendere che ha deciso di titolare, forse non a torto, il Corriere in prima pagina. Uno sfogo che ha fatto di Toti un mezzo pubblico ministero nei riguardi del centrodestra. Da cui in fondo è sceso come da una croce, pur rimandovi appeso in qualche vignetta come uno dei due ladroni del racconto evangelico del supplizio di Gesù. Ma, ripeto, il giornalista prestato alla politica dal suo compianto editore Silvio Berlusconi, poi sorprendendolo per certe iniziative troppo autonome, è convinto di non dover mai dire mai. E’ rimasto, tutto sommato, ottimista. Forse troppo. 

Pubblicato sul Dubbio

La rincorsa nei guai fra il governo e gli aspiranti all’alternativa

La “confessione” di Salvini

Non dico che si stia incartando, visti i sondaggi che lo premiano, ma sicuramente il governo ha problemi crescenti sul piano mediatico. Adesso c’è anche il conflitto esploso, anzi riesploso, con la magistratura per l’attacco di Giorgia Meloni al processo contro Matteo Salvini per il presunto sequestro di cinque anni dei migranti sulla nave Open Arms.  La premier si è fermata alla richiesta “incredibile” dell’accusa di  sei anni di carcere all’imputato, senza attendere la sentenza. E rendendola probabilmente più vicina alla condanna per la paura che potrebbero avvertire i giudici di essere condizionati dalla protesta della presidente del Consiglio. L’associazione nazionale dei magistrati ha subito intinto il cucchiaio in questa minestra.

Dal Foglio

         Tuttavia le opposizioni rincorrono il governo nei guai e finiscono per superarlo perché i loro guai, appunto, sono l’antidoto migliore ai malanni del governo. Non a caso si sono appena levate contro la crisi delle opposizioni due voci che nel Pd non potrebbero essere più lontane per temperamento e contenuti: quelle di Romano Prodi in un “colloquio” con Fabio Martini, della Stampa, e del governatore della Campania Vincenzo De Luca in una intervista al direttore del Foglio Claudio Cerasa, ammirato della melodia scatenata del suo interlocutore, facendone il titolo in inglese: unchained.   

Dalla Stampa

         Prodi ha ricordato a distanza  alla sua amica Elly Schlein -che esordì politicamente promuovendo l’occupazione delle sedi del Pd quando l’ex premier mancò l’obiettivo del Quirinale per i “franchi tiratori” del Nazareno nella votazione parlamentare- chiedendole: “Ma l’alternativa dov’è?”. “Nel governo -ha detto Prodi- sono emersi fenomeni di scollamento e di tensione ma poi, quando abbiamo letto gli opionion polls, abbiamo scoperto che la maggioranza tiene”, al contrario della Schlein che nei sondaggi è risultata penalizzata.

Vincenzo De Luca al Foglio

         Vincenzo De Luca, dal canto suo, anche lui critico col governo, sostenendone comunque il designato alla nuova Commissione europea, ha contestato già nel nome il progetto di alternativa coltivato dalla Schlein. “Il campo largo, che brutta espressione”, ha detto. E quando Cerasa gli ha ricordato i nomi anch’essi campestri di altre alleanze a sinistra, come l’Ulivo dei primi tempi di Prodi, lui lo ha interrotto dicendo: “Tutti ottimi simboli. Ma di sconfitte elettorali”, o di successi effimeri, con governi di breve durata e/o scioglimenti anticipati delle Camere.

Ancora De Luca al Foglio

         “Quando terminiamo  di ragionare -ha detto ancora De Luca riferendo dei rapporti con gli elettori- la domanda che ci fanno è sempre la stessa: l’alternativa a questo governo qual è?” “L’alternativa non c’è”, ha risposto da solo aggiungendo che “questo è il problema”. Appunto.

Dal Fatto Quotidiano

         Fra le opposizioni c’è comunque qualcuno messo peggio della Schlein: l’aspirante campista Matteo Renzi e, all’altro estremo,  Giuseppe Conte, vaffanculato dal garante del suo movimento Beppe Grillo, direbbe lo stesso Grillo con il suo linguaggio.

I sei anni “incredibili” di carcere -parola di Meloni- chiesti per Salvini

Da Repubblica

         Per quanto siano meno della metà dei 15 anni che lo stesso imputato si era ripetutamente vantato di rischiare solo per avere fatto il suo dovere governativo di “difendere i confini” nazionali minacciati dall’immigrazione clandestina, sembrano francamente un’enormità i sei anni di carcere – “incredibili”, ha commentato la premier Giorgia Meloni- chiesti dall’accusa contro Matteo Salvini nel processo noto come “Open Arms”. Che è il nome della nave del volontariato battente bandiera spagnola dalla quale nell’estate di cinque anni fa l’allora ministro dell’Interno ordinò di ritardare lo sbarco di 147 immigrati sequestrandoli -secondo l’accusa- in attesa che a livello europeo se ne concordasse la distribuzione.

La nave Open Arms

         Già indicato non a torto come il prodotto di una “ritorsione” politica dell’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte – il cui partito pentastellato aveva concorso alle scelte del ministro dell’Interno  prima che questi uscisse dalla maggioranza per tentare la strada delle elezioni anticipate sull’onda del successo conseguito nelle elezioni europee del 2019, arrivando addirittura al 34 per cento dei voti-  il processo autorizzato dalla maggioranza giallorossa contro Salvini per la vicenda dell’Open Arms è apparso in tutti i suoi limiti logici nella stessa requisitoria.  Che ha cercato di supplire con la fluviale lunghezza di sette ore alla scarsità di buon senso. Ancora una volta accantonato manzonianamente -come avrà forse pensato anche il capo dello Stato, cultore già in altre occasioni del grande scrittore e dei suoi Promessi sposi- per correre dietro al “senso comune”: quello di una certa impostazione del problema dell’immigrazione clandestina prevalente a sinistra. Dove è nato, prima ancora che negli uffici di una Procura, lo scambio di uno sbarco ritardato, e peraltro protetto da misure di sicurezza, per un sequestro di persone.

         Per sostenere questo scambio e smentire la rappresentazione di un processo alla politica perseguita legittimamente da un governo altrettanto legittimo, qual era quello di cui Matteo Salvini faceva parte come ministro dell’Interno, l’accusa ha distinto fra atto politico e atto amministrativo, negando il primo e attribuendo solo il secondo a Salvini.

         Non siamo ancora alla sentenza. E siamo ancora al primo grado di un processo che chissà di quanti anni avrà ancora bisogno per finire davvero, dopo i cinque trascorsi dai fatti. Che sono già  emblematici di un sistema giudiziario a dir poco anomalo. A dispetto del pessimismo gramsciano della ragione voglio esprimere l’ottimismo della volontà per un epilogo opposto a quello chiesto dall’accusa. 

         Anche un terrorista, certo, va salvato da un rischio di annegamento, ha ricordato a Salvini l’accusa. Come se qualche terrorista fosse annegato nel 2019 per soccorso negato dall’allora ministro dell’Interno. Ma di che cosa stiamo parlando in un’aula di Giustizia, con la maiuscola d’obbligo? Solo d’obbligo.

La Schlein al rovescio di sondaggio in sondaggio, di giorno in giorno…..

          Elly Schlein rischia di essere sempre più imprevista, come si definisce anche nel suo libro autobiografico appena pubblicato, ma al contrario, come il mondo descritto e temuto dal generale in aspettativa Roberto Vannacci, europarlamentare di assalto non si capisce bene se più nella o alla Lega, per quanto Matteo Salvini si fidi o mostri ancora di fidarsi di lui.  Ve lo ha portato, del resto, come indipendente fra il malumore e le preoccupazioni neppure nascoste di generali e colonnelli del Carroccio.

         Data da Renato Mannheimer in un sondaggio per Piazzapulita – che la Schlein ha seguito dallo studio di Carlo Formigli sorseggiando un bicchiere d’acqua- di circa un punto e mezzo sotto il 24,1 per cento delle elezioni europee di giugno, la segretaria del Pd si è vista oggi sul Corriere della Sera sotto di circa il doppio, scesa al 21,6 nel sondaggio di Ipsos condotto da Nando Pagnoncelli.

Nando Pagnoncelli

         Non è un bel scendere, bisogna ammetterlo, specie considerando le difficoltà quanto meno mediatiche in cui si è trovato il governo nelle ultime settimane.  Roba, per la segretaria del Nazareno, da farsi andare storta l’acqua in gola. Tanto più che con Pagnoncelli è andato ancor meglio che con Mannheimer quel diavolaccio di Giuseppe Conte, per quanto messo sulla graticola nel MoVimento 5 Stelle dal fondatore, garante, elevato, sopraelevato Beppe Grillo.

L’ex premier risulta salito nel sondaggio dell’Ipsos dal quasi 10 per cento di giugno al 13 per cento, e non al 12 di Mannheimer. Ciò potrebbe naturalmente portarlo a muoversi nel cosiddetto campo largo, come lo chiama la Schlein, o giusto, come preferisce lui, con minore rassegnazione alla leadership della segreteria del Pd eretta a monumento da Matteo Renzi nella sua rivoluzione d’estate. 

Ripreso da http://www.startmag.it il 15 settembre

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