L’imprevista segretaria del Pd perde voti ma non se ne accorge

Da Libero

Il buon Federico Geremicca, che conosce bene la sinistra per esservi nato e cresciuto familiarmente, trova Elly Schlein troppo “prudente”. E le ha chiesto sulla Stampa più coraggio, e chiarezza riformistica, anche a costo di sfasciare il campo dell’alternativa che cerca di costruire il più largo possibile, esteso da Matteo Renzi a Giuseppe Conte. Che ne sono i punti più distanti sotto ogni profilo.

Dalla Stampa di ieri

“Ci si può proporre per il governo del Paese -ha chiesto Federico- se non si è tutti d’accordo sul sostegno all’Ucraina? Si può stare assieme avendo idee così diverse in materia di giustizia e, talvolta, persino di Costituzione? Si può essere indifferenti di fronte alla crescente polarizzazione del mondo (Harris e Trump uguali non sono) e alla crisi montante del sistema Europa? “. Specie dopo la sveglia, mi permetterei di aggiungere- che ha cercato di dare Mario Draghi con il suo rapporto sulla competitività dell’Unione che ha incuriosito Giorgia Meloni, sino a chiedergli un appuntamento per parlarne a Palazzo Chigi, e lo ha reso ancora più ostico a Conte. Che non gli ha ancora perdonato di essergli succeduto proprio a Palazzo Chigi prima che vi arrivasse la premier in carica da quasi due anni.

Paolo Flores d’Arcais, un altro che conosce bene la sinistra ma di un tipo diverso da quello familiare a Geremicca, avendo preteso a suo tempo di ispirarla nella forma più estremistica e girotondina possibile, ha dato alla Schlein della “dadaista” in una recente intervista al Foglio. Dadaista, al di là del richiamo all’omonimo movimento di protesta sorto dopo la prima guerra mondiale, dal balbettio d’esordio -dada, appunto- emesso dai bambini come espressione vocale, senza significato.

Il sondaggio diffuso da Piazzapulita

E’ un po’ come ha fatto la segretaria del Pd nel salotto televisivo di Corrado Formigli rispondendo alle domande sul programma alternativo al centrodestra e ricorrendo ogni tanto nella insofferenza del conduttore, come una volta le capitò nel salotto adiacente di una Lilli Gruber che, pur con tutta la sua esperienza professionale, non riusciva a comprendere le sue risposte e le chiedeva come potesse immaginare di essere compresa dagli elettori. E infatti gli elettori dopo averla premiata nel voto europeo di giugno, spingendola al 24 per cento e facendole sorpassare di ben 14 punti il movimento grillino che la incalzava, mostrano segni di stanchezza e delusione, a dir poco.

Proprio nella Piazzapulita di Formigli, “l’imprevista”, come la segretaria del Pd si è compiaciuta di chiamarsi anche nel titolo del suo libro fresco di stampa, si è sentita e vista raccontare da Renato Mannheimer, con i dati di un sondaggio appena condotto di avere perso più di un punto e mezzo di “intenzioni di voto” rispetto ai risultati delle elezioni europee. Quasi quanto ha invece guadagnato il partito della Meloni pur con tutti gli accidenti, reali o presunti, del governo nelle ultime settimane, compresa naturalmente la vicenda intestata all’ex ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano e alla sua mancata consigliera, amica, amante e quant’altro Maria Rosaria Boccia. Che nella mancata -anch’essa- intervista a Bianca Berlinguer per la quarta rete berlusconiana ha voluto smentire o ridimensionare Sangiuliano pure nella relazione “sentimentale” da lui confessata in televisione, con tanto di scuse alla moglie. Se relazione vi è stata -ha avvertito la Boccia- non si è spinta sino al sesso. Povero Gennaro, mi è venuto spontaneo di dire con biasimevole spirito maschilista leggendo le parole riferite da Bianca e riportate fra virgolette sulla prima pagina del Corriere della Sera.

Conte e Grillo

Mannheimer ha fatto alla Schlein la cortesia, cavalleresca e politica, di tradurre quel punto e mezzo perduto fra le elezioni di giugno e il suo sondaggio quasi autunnale in una “tenuta” del Pd. Una tenuta anch’essa dadaista, direi, perché si è trattato e si tratta, più realisticamente e semplicemente, di un arretramento. Paradossalmente opposto, peraltro, all’avanzamento di un Conte pur in difficoltà per le condizioni imbarazzanti, quasi comiche, in cui il MoVimento 5 Stelle si trova dopo l’offensiva aperta contro il suo presidente dal fondatore, garante, elevato, anzi “sopraelevato” Beppe Grillo, come lo stesso Conte lo ha ironicamente definito rifiutando di considerarsi sottostante.

Pubblicato su Libero

L’amaro Toti servito a sorpresa al banco elettorale della Liguria

Dal Corriere della Sera

L’amaro Toti non è servito al bar, né al ristorante alla fine del pasto per farlo digerire meglio. E’ solo il patteggiamento che l’omonimo governatore della Liguria ha servito a sorpresa prima delle elezioni regionali del mese prossimo per chiudere la vicenda che gli è costata 80 giorni di arresti domiciliari, oltre alla presidenza della regione. E per “scendere dal Golgota”, dove era stato “lasciato solo”, gli ha attribuito  il Corriere della Sera”.

Dal Fatto Quotidiano

         Di amarezza ha parlato lo stesso Toti per non poter “perseguire sino in fondo le ragioni d’innocenza”, dopo essere stato accusato di corruzione, concussione ed altro ancora. Un’amarezza mitigata dal “sollievo di vedere riconoscere” dagli inquirenti “una buona parte” di quelle ragioni col ripiegamento sul “reato evanescente di corruzione impropria”, da “atteggiamenti” più che da “atti”. Un reato tanto difficilmente dimostrabile dall’accusa quanto difficilmente contrastabile dalla difesa. Che ha ritenuto più vantaggioso patteggiare, appunto, due anni e un mese di carcere convertiti in due ore al giorno di lavori di pubblica utilità, l’interdizione temporanea dai pubblici uffici e la confisca di 84 mila euro ricevuti per finanziamento politico illegale da privati.

Dall’Unità

         Se l’amarezza debba prevalere sul sollievo o viceversa non è questione tuttavia di competenza del solo Toti e del suo legale. E’ questione che in qualche modo riguarda anche quanti, già elettori dello stesso Toti, o semplici cittadini e opinionisti schieratisi a sua difesa hanno condiviso una battaglia nella quale lui medesimo si era impegnato manifestando la volontà di resistere indefinitamente all’assalto giudiziario e mediatico cominciato il 7 maggio col suo improvviso arresto, sia pure ai domiciliari e non in una prigione vera e propria, dietro le sbarre di una cella. 

Da Repubblica

         Il patteggiamento, scontato nell’accettazione del giudice delle indagini preliminari, rischia di avere una ricaduta sulle elezioni regionali, presumibilmente più a favore del candidato della sinistra alla presidenza della Liguria, l’ex ministro Andrea Orlando, già esultante sui giornali, che di quello appena trovato dal centrodestra nella persona del sindaco di Genova Marco Bucci. Che è stato convinto personalmente dalla premier Giorgia Meloni ad una disponibilità che sembrava preclusa dalle sue condizioni di salute, oltre che dalla volontà originariamente espressa di portare a termine regolarmente il suo mandato di primo cittadino.

Marco Bucci e Giorgia Meloni

 L’immagine di debolezza che ogni patteggiamento, a torto o a ragione, si porta inevitabilmente appresso sul piano mediatico, potrebbe aumentare le difficoltà del centrodestra, per quanto allargato col generoso intervento di Bucci al consenso extrapartitico del cosiddetto localismo civico. “Non ne sapevo nulla”, ha detto lo stesso Bucci del patteggiamento di Toti.  

Ripreso da http://www.startmag.it

La molto curiosa “tenuta” elettorale attribuita al Pd di Elly Schlein

Renato Mannheimer

         Ospite di Carlo Formigli alla ripresa di Piazzapulita, rigorosamente in una sola parola,  la segretaria del Pd Elly Schlein si è preso dal sondaggista Renato Mannheimer un riconoscimento di “tenuta” sondaggistica che non merita, concessole contro i numeri che pure comparivano chiari nella tabella trasmessa dall’emittente di Urbano Cairo mentre il ricercatore li illustrava in collegamento dallo studio.

Schlein a Piazzapulita

         Rispetto ai risultati italiani delle elezioni europee di giugno Giorgia Meloni, nonostante i problemi quanto meno mediatici avuti tra la sorella, il quasi o ex cognato e l’ex ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, è salita col suo partito dal 28,7 per cento al 30:  di 1,3 punti quindi. La Schlein invece col suo Pd, nonostante i problemi- ripeto- della premier che avrebbero dovuto favorirla, è scesa di 1,6 punti dal 24.1, quindi sotto il 23 per cento delle intenzioni di voto.

Giuseppe Conte

         All’imprevista, come la Schlein ha voluto chiamarsi anche nel titolo del libro autobiografico che promuove tra piazze e salotti televisivi vantandosi di essere arrivata al vertice del Nazareno senza che nessuno se ne accorgesse, cogliendo cioè tutti alla sprovvista, è toccato non solo scendere nei sondaggi ma anche assistere al recupero di Giuseppe Conte, salito dal 9,9 a circa il 12 per cento. Eppure Beppe Grillo in persona sta cercando di mettere l’ex premier nelle classiche braghe di tela contestandone la leadership dalla “sopraelevata”, come lo sfotte lo stesso Conte, su cui viaggia nel MoVimento 5 Stelle in veste di garante, custode dei valori e simili. Un garante però che è anche a contratto come consulente della comunicazione a 300 mila euro l’anno, che secondo Luigi Di Maio dovrebbero essere altrettante “buone ragioni” per consigliargli di starsene buono e non rompere.

         Oltre che dal sondaggio di Mannheimer generosamente contraddetto dalla “tenuta” assegnatale a parole, la Schlein risulta in difficoltà anche per un certo malumore che va diffondendosi nel Pd per la sua riscoperta, diciamo così, di Matteo Renzi, non molto popolare nel partito da lui abbandonato nel 2019 dopo la sconfitta elettorale dell’anno precedente. Non parliamo poi dei dintorni del Nazareno.

Paolo Flores d’Arcais

         Senza volerla appendere al giudizio negativo appena espresso in una lunga intervista al Corriere della Sera da Ornella Vanoni, che potrebbe risultare sospetta per la nostalgia che ha manifestato dei compianti Bettino Craxi e Giulio Andreotti, conviene forse ricordare quanto ha detto qualche giorno fa della Schlein l’ormai ex direttore di Micromega Paolo Flores d’Arcais. Che di Craxi e Andreotti aveva scritto a suo tempo come di due filibustieri, non solo politici.

Dal Foglio

         “Qualche chiacchiera, ma nessuna azione politica. Non solo: spesso ascoltandola, si ha l’impressione di assistere a una performance dadaista. Di pessima qualità, sia chiaro. Aggira i problemi, i piedi in quattro scarpe”, ha detto testualmente Paolo Flores d’Arcais della Schlein parlandone al Foglio.  

Ripreso da http://www.startmag.it il 14 settembre

Tutte le ciambelle senza il buco sfornate dalle opposizioni

Le opposizioni stanno forse sfornando troppe ciambelle senza il buco, per quanto maggioranza e governo di centrodestra, o destra-centro, abbiano sicuramente i loro problemi.

Dalla Notizia

         Sul terreno, per esempio, dei diritti elencati dalla segretaria del Pd Elly Schlein fra le cinque priorità dell’alternativa, in un campo non importa quanto largo, è appena svanita nell’aula della Camera la scommessa sulla disponibilità di Forza Italia a votare diversamente o contro la maggioranza. Una modifica calendiana al disegno di legge sulla sicurezza per introdurvi il cosiddetto ius scholae, cioè la cittadinanza ai figli di immigrati dopo un corso decennale di studi, è stata liquidata come “un giochetto” dal pur favorevole segretario forzista Antonio Tajani, nonché vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri, e bocciata dai parlamentari del suo partito. “Abbiamo scherzato”, gli ha fatto dire in un titolo intinto nell’inchiostro rosso il giornale grillino La Notizia.

Dalla Stampa

         Più o meno esultanti alla notizia del rinvio, pur breve, della formazione della nuova Commissione dell’Unione Europea dopo i veti annunciati dai socialisti e dai verdi contro una vice presidenza esecutiva al commissario italiano, le opposizioni politiche e mediatiche sono rimaste gelate fuori stagione dalla notizia, diffusa per esempio dalla Stampa, che la presidente tedesca Ursula von der Leyen, spalleggiata dal suo Partito Popolare, il maggiore nel Parlamento di Strasburgo, “su Fitto non arretra”.

Dal Secolo XIX

         In Liguria, dopo le dimissioni strappate al presidente della regione Giovanni Toti con lunghi e ribaditi arresti domiciliari, e una manifestazione di piazza a Genova a sostegno delle accuse giudiziarie di corruzione, concussione e simili, le opposizioni pensavano di avere già in tasca la Regione, in attesa  delle elezioni di ottobre con la candidatura dell’ex ministro piddino Andrea Orlando. Ma il centrodestra ha messo ieri ufficialmente in campo il popolare sindaco di Genova Marco Bucci con un intervento personale della premier Giorgia Meloni. Alla quale il vignettista Stefano Rolli sulla prima pagina del genovese Secolo XIX ha fatto dire romanescamente alle opposizioni: “Bucci vostri”.

         Per quanto largo, esteso fino ai renziani disposti a parteciparvi quasi in incognito per aggirare i veti grillini, il campo ligure dell’alternativa non è più la prateria immaginata dalle opposizioni, grate alla magistratura per avere fatto fuori l’ormai ex governatore.

Sangiuliano e Boccia

         Anche sulla vicenda dell’ex ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano umanamente e politicamente travolto dalla storia dei suoi rapporti con Maria Rosaria Boccia, dichiaratamente “sentimentali”, almeno da parte di lui, ma sostanzialmente platonici nella versione di lei, alla fine le opposizioni stanno rischiando di essere travolte pure loro dal troppo credito fornito all rivelazioni, allusioni e quant’altro della mancata consigliera del Ministero della Cultura per i cosiddetti grandi eventi.

Il sesso mancato nell’avventura costata a Sangiuliano la carica di governo

Dal Dubbio

Bianca Berlinguer si è ben rifatta dell’appuntamento televisivo mancato sulla quarta rete berlusconiana con Maria Rosaria Boccia, tiratasi indietro all’ultimo momento, dopo che l’annuncio dell’intervista aveva già provocato trambusto. Compreso lo sbigottimento, a dir poco, attribuito alla premier Giorgia Meloni in persona.  I cui rapporti con i figli di Silvio Berlusconi quanto più sono dati ufficialmente per buoni, specie da Pier Silvio e Marina, e da Antonio Tajani, quanto più vengono raccontati tesi, o problematici, nei retroscena giornalistici.

Bianca Berlinguer

         Anche se mancata formalmente, poco importa a questo punto per quale motivo, compreso quello più negativo indicato nella paura attribuita alla Boccia di affrontare nello studio televisivo della Berlinguer domande improvvisate dei giornalisti, l’intervista della mancata consigliera di Gennaro Sangiuliano al Ministero della Cultura è stata più che compensata dal succinto racconto che Bianca Berlinguer ha fatto delle sue conversazioni con la “dama di Pompei”. Come viene spesso chiamata la protagonista della vicenda costata a Sangiuliano la carica di governo.

Dal Corriere della Sera di ieri

         “Mi ha detto -ha raccontato la Berlinguer della Boccia nel virgolettato attribuitole da Fulvio Fiano sul Corriere della Sera– che non ha avuto una relazione sessuale con il ministro e che questo si chiarirebbe dalla telefonata in cui aveva sentito la moglie dire di stracciare la nomina. La moglie sapeva che questa relazione non c’era”. Una conversazione fra i coniugi notoriamente registrata e conservata dalla Boccia grazie alla modalità della viva voce consentitole dall’ancora ministro nella vana speranza che potesse servire all’amica per capire le ragioni per le quali non poteva portare a termine le procedure della nomina a consigliera già avviate. “Un capriccio”, ha poi definito la reazione della signora Sangiuliano in una intervista alla 7 la Boccia, già sorpresa e infastidita dalla rivelazione che l’ancora ministro aveva fatto, anche lui in televisione, al Tg1, del rapporto “sentimentale” con la sua ormai ex collaboratrice, accompagnatrice e altro.

Sangiuliano con la moglie

         Insomma per dirla in termini brutali, come si fa parlando di queste cose e di queste situazioni, fuori e dentro le redazioni dei giornali, la Boccia a Sangiuliano non gliel’ha data. Di più, almeno per ora, la stessa Boccia non ha voluto dire o far capire: quante volte, per esempio, l’allora ministro ci abbia provato e quante si sia sentito eventualmente respingere. Speriamo, per entrambi, che anche questo non finisca nel contenzioso giudiziario annunciato dallo stesso Sangiuliano parlandone prima col suo avvocato e poi con i giornalisti.  Sono sempre cose che possono divertire, di certo, far salire di qualche punto gli ascolti televisivi o diminuire le rese dei giornali stampati che ancora arrivano nelle edicole, ma di solito si ritorcono contro le entrambe parti della commedia.

         Entrambe le parti, dicevo. Ma per un certo pubblico maschilista, come si ha l’abitudine di definirlo, e che penso abbondi nell’elettorato della destra che dovrebbe premere di più all’ex ministro, quest’ultimo è quello che rischia di uscire peggio dalla rappresentazione ultima -o penultima- della Boccia. Un amore ridotto allo stato platonico, poco o per niente ricambiato, riduce di molto o azzera, come in un colpo di grazia, le circostanze attenuanti che magari l’ex ministro si sarà guadagnato nel giudizio di certo pubblico. E che amici e colleghi gli hanno concesso scrivendone e parlandone, alcuni anche consigliandogli le dimissioni ancor prima che egli le maturasse e formalizzasse sia nella versione revocabile sia in quella irrevocabile del finale, spontanea o imposta che sia stata negli incontri e nelle telefonate con “Giorgia”. Come Sangiuliano ha tenuto a chiamare la premier nella lettera davvero conclusiva della sua avventura di governo. 

         Il re è nudo, si dice del sovrano e, più in generale, di chi subisce una caduta o un rovescio d’immagine. Direi, in questo caso, nudissimo se il dizionario lo potesse permettere. Neppure quello elettronico lo prevede, se non per riferirsi a qualche fondotinta.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it

Lilli Gruber assegna a Travaglio nel suo salotto televisivo la difesa della Meloni

Ieri sera a Otto e mezzo

         Bentornata naturalmente a Lilli Gruber a otto e mezzo, sulla 7 di Urbano Cairo, dopo le meritate vacanze estive, per parlare ieri sera di Giorgia Meloni “tra fantasmi e dura realtà”, con un titolo abbastanza chiaro, e trasparentemente critico verso la premier, incombente ogni tanto sullo studio con una foto di repertorio.  Una premier priva di parola, e di un difensore più o meno convinto e orgoglioso, cui dovrebbe prestarsi per ragioni di buon gusto una conduttrice dichiaratamente ostile alla Meloni, anche in una intervista al Corriere della Sera fresca di stampa, fattale per promuoverne la ripresa stagionale.

Sempre ieri sera a Otto e mezzo

         A questa omissione, in mancanza cioè di un Italo Bocchino di turno, direttore editoriale del Secolo d’Italia già organo ufficiale del Movimento Sociale,  l’altoatesina più celebre d’Italia, forse più ancora del campione ormai mondiale di tennis Jannik Sinner, ha ritenuto di mettere una pezza peggiore però del buco. Come capita sempre in queste occasioni ispirate a troppa furbizia. La Gruber ha assegnato alla Meloni un difensore d’ufficio davvero curioso: nientemeno che il direttore di giornale fra i più frequenti del suo studio televisivo in collegamento dalla redazione del Fatto Quotidiano, Marco Travaglio. Che a domanda di servizio, diciamo così, della conduttrice ha confermato di essersi lasciato scappare di recente il riconoscimento di una certa intelligenza e scaltrezza alla premier. Paragonata al suo -di Travaglio- amico più stimato che è Giuseppe Conte, a torto scambiato e trattato a Palazzo Chigi dagli avversari come “un intruso”, un abusivo da ridimensionare e allontanare al più presto, nonostante si fosse rapidamente dimostrato addirittura il migliore capo del governo nella storia d’Italia dopo Camillo Benso di Cavour.

Dal Fatto Quotidiano di oggi

         Ma non per questo Travaglio -se è per questo, difensore anche questa mattina sul suo giornale del diritto della Meloni di avere per l’Italia una vice presidenza esecutiva nella nuova Commissione europea di Ursula von der Leyen, contestata invece da socialisti e verdi- si è spinto a dire in televisione che la Meloni merita il terzo posto dopo Cavour e Conte nella graduatoria dei presidenti nazionali del Consiglio. Le ha invece rimproverato  l’abitudine di piegarsi ai soliti poteri forti, interni e internazionali, ai quali vorrebbe piacere più che ai suoi elettori.

Il pollice di Travaglio con la Meloni alla fine si è piegato in giù come quello della Gruber e degli altri due ospiti fisicamente presenti ieri nel suo salotto: l’ex segretario del Pd Pier Luigi Bersani, una volta tanto rigorosamente in cravatta, e la giornalista di 24 Ore Lina Palmerini.

         Per l’assente Meloni, pur generosamente risparmiata all’immagine della latitante consona al repertorio giudiziario di Travaglio, non c’è stato insomma nulla da  fare.

La coppia Renzi-Schlein che impensierisce anche il Nazareno

Dal Dubbio

In apparenza -ma solo in apparenza, come vedremo- Matteo Renzi non lascia mai senza risposta Giuseppe Conte, che ne contrasta la partecipazione al campo largo, larghissimo, minato, asciutto, bagnato dell’alternativa alla maggioranza e al governo di Giorgia Meloni. E sempre più contrasterà e porrà veti ora che il presidente del MoVimento 5 Stelle è in aperto conflitto col fondatore, garante, elevato, “sopraelevato” Beppe Grillo, come lui ha cominciato a chiamarlo sfottendolo e sfidandolo in una partita che potrebbe sfociare in una scissione, per giunta con le carte bollate. Conte deve allontanare da sé l’accusa ormai esplicita lanciatagli dal comico genovese di “abbracci mortali”. Che sarebbero già quelli col Pd di Elly Schlein, figuriamoci se allargati a Renzi, appunto. 

         Nelle sue reazioni apparentemente puntuali -ripeto- il senatore di Scandicci ha persino sfidato Conte a scegliere una sede di scontro diretto: in televisione, dove già ci sono conduttori prenotatisi ad organizzarne uno, o “in tribunale”. Cui Renzi ha fatto capire di potere rivolgersi per essere stato accusato dal suo antagonista di mischiare troppo politica e affari, anzi di privilegiare i secondi alla prima, che verrebbe usata per alimentarli.

         Ma, ripeto, tutta questa polemica è più apparente che reale. Renzi la svolge abitualmente in contesti più generali, nei quali prevalgono gli attacchi al governo Meloni, che pure in alcuni passaggi parlamentari non certo secondari del suo percorso ha potuto godere dell’appoggio dei renziani. E proprio per questo forse esso è oggi più esposto anche alle feroci ironie di un Renzi interessato a farsi vedere, sentire e apprezzare come un oppositore senza uguali.

Giuseppe Conte

         Non ho mai visto e letto, almeno sino al momento in cui scrivo, un intervento dell’ex segretario del Pd, ed ex presidente del Consiglio, diretto solo, interamente, esasperatamente contro Conte, per quanto questi cerchi in tutti i modi di provocarlo, avendo l’interesse politico a farlo anche per fronteggiare meglio, ripeto, l’ormai opposizione interna al movimento che conduce Grillo mescolando italiano e latino, oltre che italiano e dialetto genovese.  “Repetita iuvant”,  ha scritto e titolato di recente il comico sul suo blog personale finanziato anche con la consulenza che gli pagano le 5 Stelle.

         Vedrete che prima o dopo Renzi smetterà anche di rispondere a Conte nel contesto di polemiche più ampie. O lascerà per questo scontro la parola al giro dei suoi fedelissimi. L’interesse di Renzi sarà sempre più quello di una risposta a Conte, in sua difesa, da parte di Elly Schlein. Che lo stesso Renzi, rimediando per questo una strigliata di Goffredo Bettini, ha raccomandato al Pd fra i banchi, le salsicce, palchi e palchetti delle feste dell’Unità a tenersi ben stretta come leader, e come tale anche candidata -quando sarà il momento- a Palazzo Chigi. Non fatele -ha detto Renzi, in particolare, a Pesaro- quello che avete fatto a me, penalizzandolo con una scissione e spingendolo alla sconfitta elettorale nel 2018 dopo quella referendaria del 2016 sulla riforma costituzionale.

Renzi e Schlein

         Non è stato solo Bettini a cogliere in questa difesa della Schlein da parte di Renzi, intrufolandosi come ospite negli affari e umori interni del Pd, da lui pur abbandonato a freddo nel 2019, una cosa a dir poco antipatica o sospetta. Anticipatrice, forse, di un’ulteriore sorpresa del “penultimo” Renzi, come io lo chiamo. Che potrebbe essere addirittura un suo ritorno al Nazareno. Nulla si può francamente escludere scrivendo, parlando o pensando al senatore toscano.

         Dopo la reazione infastidita di Bettini sono arrivate le battute che non mancano mai a Pier Luigi Bersani, già segretario del Pd, uscitone in odio politico a Renzi e rientrato dopo qualche tempo, quando l’altro sembrava accasato nello spazio pur accidentato del cosiddetto terzopolismo, prima che ne scoprisse l’impraticabilità elettorale toccata con mano nei risultati delle elezioni europee. Bersani, aggravando in qualche modo una lamentela nascosta nell’auspicio che la pur apprezzabile e stimata segretaria apra o allarghi una discussione all’interno del partito, le ha posto una domanda, diciamo così, non so quanto più retorica o perfida. Che è quella sulla uscita davvero del renzismo dal partito del Nazareno. A intenditor poche parole, dice un vecchio proverbio.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it

L’occasione mancata di Draghi per rianimare l’Unione Europea

Dal Corriere della Sera

Ormai i giochi sono stati fatti, anche se la nuova Commissione esecutiva dell’Unione Europea dev’essere ancora formata e formalizzata dalla presidente Ursula von der Leyen, confermata su designazione del Consiglio europeo dopo le elezioni di giugno ratificata dal Parlamento di Strasburgo. Una Commissione peraltro nella quale l’Italia sarà probabilmente rappresentata da un vice presidente provvisto di sostanziose deleghe, nonostante l’isolamento profetizzato, se non addirittura auspicato, dalle opposizioni per il voto contrario alla pur amica presidente fatto esprimere dalla premier Giorgia Meloni agli europarlamentari conservatori del proprio partito.

Da Repubblica

         I giochi, dicevo, sono fatti. Eppure nel vedere le immagini televisive e fotografiche della presentazione del suo rapporto sulla competitività di cui l’Unione Europea avrebbe bisogno per stare al passo dei tempi e non entrare in agonia, nell’ascoltarne alcuni passaggi e nel leggerne le sintesi giornalistiche non si poteva non rimpiangere l’occasione mancata di una presidenza eccezionale della Commissione come sarebbe stata quella di Mario Draghi. Che fu prospettata prima delle elezioni di giugno ma rapidamente scartata dalle cosiddette cancellerie considerandola troppo tecnica, politicamente non commestibile, diciamo così.  Bisognava rispettare i partiti, i voti che avrebbero conseguito e i rapporti che ne sarebbero derivati.

Dalla Stampa

Ad una soluzione eccezionale per tempi e problemi eccezionali, da investimenti per 800 miliardi di euro l’anno, si è insomma preferita una soluzione ordinaria, direi politichese, con tutto il rispetto personale e istituzionale che merita, per carità, la presidente tedesca confermata per il Partito Popolare che rappresenta, che ha conseguito il maggior numero di voti e di seggi e che l’ha sostenuta replicando praticamente lo scenario precedente alle elezioni.  Uno scenario preferito ad ogni altro soprattutto dal presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron e dal cancelliere della Germania Olaf Scholz.

Emmanuel Macron

Eppure Macron è alle prese con una situazione politica nel suo Paese che è, a dir poco, confusa e incerta, per quanto allo scopo di renderla chiara e stabile egli abbia sciolto anticipatamente il Parlamento, aperto a sinistra per impedire alla destra di vincere e nominare presidente del Consiglio un uomo al quale solo la destra può praticamente consentire di rimanere in carica nell’anno che dovrà passare prima che il presidente possa ricorrere ad altre elezioni anticipate.

Olaf Scholz

Sholz, dal canto suo, è appena uscito da elezioni locali peggio ancora che dalle elezioni europee di giugno, sorpassato e umiliato da una destra nibelungica di fronte alla quale potrebbe sembrare di sinistra la destra italiana vista con pubblico fastidio dal cancelliere, pur avendo nello scorso anno sottoscritto con la Meloni un patto di amicizia e cooperazione tra i due paesi già partecipi e cofondatori dell’Unione Europea. 

Ripreso da http://www.startmag.it

Il risveglio amaro delle opposizioni dopo il sogno della crisi di governo

Da Libero

Con ottimismo di gramsciana memoria, cui notoriamente andrebbe accompagnato o contrapposto il pessimismo della ragione, la segretaria del Pd Elly Schlein si prepara addirittura a “governare”, pur essendole mancata l’occasione della crisi sognata dalle sue parti per la vicenda chiusasi con le dimissioni del ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano e la nomina del successore Alessandro Giuli.

La Schlein ha contato con le dita affusolate di una sola mano, mostrate al pubblico della tradizionale festa nazionale dell’Unità chiusa a Reggio Emilia, i punti del suo programma. Che di chissà quanto inchiostro avrà però bisogno per entrare nei dettagli, secondo le tradizioni della sinistra costate, per esempio, una volta a Romano Prodi, in versione Unione, un volume di più di trecento pagine e un governo di non più di 20 mesi.

Meloni e Zelensky a Cernobbio

         Lavoro, istruzione, diritti, sanità, industria e clima  insieme sono i temi o titoli della “piattaforma” elencati dalla segretaria piddina. Che per pudore -spero- ha omesso la politica estera, comunque titolabile, dove la confusione, le incertezze, le ambiguità del Pd e dei suoi potenziali alleati meriterebbero un editoriale del mio amico Paolo Mieli sul Corriere della Sera ancora più lungo e dolente di quello che ha ieri dedicato alla maggioranza di centrodestra e al governo Meloni scrivendo, in particolare, della guerra in Ucraina. A proposito della quale tuttavia l’insospettabile -credo- presidente Volodymir Zelensky, ospite del forum Ambrosetti a Cernobbio nella sua solita tenuta quasi militare, ha detto di non avere nulla da rimproverare all’Italia, nulla di cui dolersi col suo governo.  Ciò vorrà pur dire qualcosa, preceduto e seguito al suo incontro con la premier Meloni.

Giuseppe Conte

         Dubito che lo stesso potrebbe dire il presidente ucraino se a Palazzo Chigi ci fosse la Schlein e un suo governo miracolosamente cresciuto in quel pantano che è diventato, in linea con gli effetti dei temporali di questo epilogo d’estate, il “campo largo” dell’alternativa, o “giusto”, come preferisce chiamarlo Giuseppe Conte, preferendone uno di dimensioni minori ma da lui più controllabile o condizionabile. Magari tornando nel palazzo dal quale egli fu sostanzialmente rimosso da Matteo Renzi per lasciare il posto a Mario Draghi. Cosa che l’ormai ex anche “avvocato del popolo”, vista la percentuale ad una sola cifra cui, volente o nolente, ha ridotto il suo movimento fra i lamenti e le proteste del fondatore e “garante” Beppe Grillo, non gli ha ancora perdonato. E credo non gli potrà mai perdonare nell’estremizzazione o nell’arroccamento cui lo costringono i suoi rapporti proprio con Grillo: il “sopraelevato” pronto alla scissione anche per via giudiziaria se il sottoelevato -ha scritto di recente il comico sul suo blog personale sotto il titolo latino Repetita iuvant- dovesse abbandonarsi ad “abbracci mortali”, presumo, con la Schlein, ancor peggio anche con Renzi, appunto. Il quale, furbo come al solito, non ha degnato Grillo di una reazione. Ma in fondo neppure Conte per il suo veto ribadito contro di lui, aspettando che a difenderlo sia la Schlein, pena l’implicita ammissione della sua subalternità al presidente delle 5 Stelle.

Pier Luigi Bersani

         Più mi avventuro, con l’acqua metaforicamente alle ginocchia nel campo dell’alternativa allagato dalle intemperie politiche e più fatico a proseguire. E’ appena arrivato, d’altronde, da un Pier Luigi Bersani pur sorridente nelle battute e nelle metafore che produce in abbondanza un monito o lamento da non sottovalutare nel Pd da parte di chi ne conosce la cronaca e la pur breve storia, in fondo di soli 18 anni, lasciando in archivio le edizioni precedenti del Pci e sigle successive. In particolare, Bersani ha chiesto alla Schlein che il partito venga aperto di più, o semplicemente aperto, ad una vera discussione interna. Se non ricordo male, fu così che cominciò a suo tempo l’offensiva contro Renzi da parte di Bersani. Che non a caso ha anche chiesto alla segretaria del Nazareno se è proprio sicura che il Pd sia “derenzizzato” davvero, visto forse il favore col quale il senatore toscano ha potuto partecipare di recente alla festa pesarese del suo ex partito, moltiplicandone gli incassi e chiedendone ironicamente una parte.

Pubblicato su Libero

Il ritorno della politica con i piedi per terra, e l’acqua alle ginocchia….

         Finita l’emergenza del caso Sangiuliano, che non sarà chiuso, come ha avvertito la Repubblica di carta, ma di sicuro non ha più il potenziale critico della decina di giorni trascorsi fra la sua esplosione e la sostituzione del ministro della Cultura, la politica torna – anch’essa con l’acqua alle ginocchia- ai suoi problemi di contenuto e di schieramento, come li chiamava ai suoi tempi la buonanima di Ugo La Malfa. Che privilegiava peraltro i primi ai secondi, sino a ottenere, pur con i modesti numeri del suo partito dell’edera, che gli uni prevalessero sui secondi producendo formule non ordinarie di governi e alleanze.

         Fu in pratica anche l’effetto della prevalenza dei contenuti, peraltro emergenziali, sugli schieramenti anche il passaggio, a metà degli anni Settanta, della cosiddetta solidarietà nazionale, realizzata con due governi monocolori democristiani di Giulio Andreotti sostenuti dall’esterno dal Pci, il partito maggiormente antagonista della Dc sul piano elettorale. Solidarietà nazionale che ancora oggi persino storici di un certo nome confondono col compromesso storico teorizzato e proposto da Enrico Berlinguer per evitare che l’Italia finisse come il Cile, conquistato nel 1973 dai generali. Ma essa fu solo una variante, una deviazione di quella proposta del segretario comunista. Che infatti non riuscì ad entrare nel governo né direttamente né tramite qualche indipendente di sinistra eletto nelle liste del suo partito. E, lasciato uccidere dalle brigate rosse anche il suo maggiore interlocutore che era stato Aldo Moro, finì per ritirarsi dalla maggioranza spontaneamente e tornare all’opposizione.

Giorgia Meloni a Cernobbio

         Ma torniamo ai nostri giorni. Il centrodestra è tornato a doversi occupare principalmente della preparazione del bilancio, con annessi e connessi, in una situazione in cui la premier a Cernobbio ha giustamente avvertito che non possono essere consentiti sprechi, neppure quelli che vorrebbero alcune parti della sua maggioranza.

Dal Fatto Quotidiano

         Quello che una volta, ai tempi dell’Ulivo o dell’Unione di Romano Prodi si chiamava centrosinistra, senza trattino, alla maniera della pur tanto diversa prima Repubblica, ed ora si chiama “campo largo” in modo ottimistico, o “campo giusto” nella dimensione più contenuta e controllabile da chi preferisce questa dizione, che è Giuseppe Conte, mi sembra francamente messo peggio di quanto non fosse già all’esplosione del caso Sangiuliano, Che aveva fatto sperare ai campolarghisti, chiamiamoli così, di assistere all’harakiri della maggioranza. Adesso invece è proprio Conte, celebrato dal Fatto Quotidiano nella sua versione di guerriero dentro e fuori il movimento delle 5 stelle, a parlare di harakiri se dello schieramento “progressista” dovesse fare parte davvero anche Matteo Renzi. Che si può difendere dal veto solo chiedendo la protezione della segretaria del Pd Elly Schlein e sfidandola in pratica a scontarsi lei con Conte per conto suo.

Blog su WordPress.com.

Su ↑