Se un cronista politico ringiovanisce con l’elisir di Elly Schlein…

Dalla prima pagina del Foglio di ieri

E’ bello, anzi bellissimo ringiovanire senza una cura, e neppure un miracolo, ma semplicemente leggendo un articolo. Come quello sul Pd di Simone Canettieri  ieri sul Foglio. Che mi ha riportato indietro di 50 anni, quando scrivevo pezzi analoghi sulla Democrazia Cristiana alla cui guida era tornato da un anno Amintore Fanfani deponendo il suo ex delfino Arnaldo Forlani. Ne scrivevo sul Giornale elencando le correnti, sottocorrenti e simili. E facendo divertire un mondo Indro Montanelli, che- bontà sua- mi promosse, anche nella corrispondenza con i lettori, a specialista dello scudo crociato. “Eurologo”, mi chiamava. Dall’ Eur, dove c’era la sede nazionale della Dc, anche se i segretari e altri dirigenti preferivano continuare a lavorare in Piazza del Gesù, a mezza strada fra Piazza Venezia e Piazza Navona.

La mappa delle correnti democristiane variava continuamente. Bastavano soffi o postumi di crisi di governo, sempre dietro l’angolo delle cronache politiche, per determinare il passaggio di qualcuno da una corrente all’altra. O la creazione di nuove. E ogni segretario, anche il mitico Fanfani, di cui era leggendario il polso, doveva fare e aggiornare i conti.

La prima pagina del primo numero del Giornale

Proprio su uno di quei passaggi Montanelli in persona titolò la mia corrispondenza da Roma sul primo numero del Giornale: “Fanfani conta amici e nemici”. Egli aveva appena perso, poveretto, il referendum contro il divorzio, prudentemente evitato da Forlani nel 1972 con un rinvio propiziato da elezioni anticipate e affrontato invece da Fanfani nel 1974 con la solita baldanza. Il segretario democristiano non saltò subito come il tappo dalla famosa bottiglia di champagne  nella vignetta divorzista di Giorgio Forattini su Paese sera ma era destinato a durare ancora per poco. L’anno dopo sarebbe stato sostituito da Benigno Zaccagnini sotto la regia, la protezione e quant’altro di Aldo Moro: l’altro “cavallo di razza” del partito, oltre a Fanfani, nella storica definizione di Carlo Donat-Cattin.

Ma sono andato e rimasto troppo indietro negli anni. Torniamo ai giorni nostri. E al buon Canettieri, che ha contato nel Pd di Elly Schlein ben 11 correnti, o anime. O animelle. Fra le quali la segretaria deve muoversi guardandosene come i segretari di un tempo della Dc. Dei cui sopravvissuti il Pd ha raccolto una parte, credo minoritaria rispetto ai provenienti dal Pci.

Dal Foglio di ieri

Undici correnti sono tante. Chissà perché indicate nel titolo del Foglio in “quasi una squadra di calcio”. Non sono undici i componenti di una squadra, appunto, di calcio? Forse il titolista aspettava e aspetta l’arrivo delle riserve in panchina. Non sarà, credo, un’attesa lunga considerando le complicazioni che sta procurando alla segretaria del Pd l’inseguimento del cosiddetto “campo largo” dell’alternativa al governo di Giorgia Meloni. L’alternativa che “non c’è”, come ha recentemente ammesso, sconsolato, Romano Prodi pur sollecitando la Schlein a salire lo stesso sul “trattore” di un programma.  

Ciò che non sapete del generale dalla Chiesa, del figlio, di Andreotti e altro

Da Libero

  Nella polemica sulla vicenda, già sgradevole in sé per la sua arbitrarietà, del presunto favore che la mafia, anche secondo la figlia Rita, avrebbe voluto fare a Giulio Andreotti uccidendo il generale e prefetto di Palermo Carlo Alberto dalla Chiesa il 3 settembre 1982, mi ha sorpreso e infastidito l’eccesso di scrupolo nella pur doverosa difesa di Andreotti in cui sono incorsi familiari e amici.

Nando dalla Chiesa

         Per provare i buoni rapporti fra il generale e l’allora ex presidente del Consiglio, e smontare quindi il teorema di un loro conflitto nella lotta alla mafia per il coinvolgimento della corrente andreottiana in Sicilia -se non di Andreotti in persona-  in quella potente organizzazione criminale, si è detto e si è scritto, fra interviste televisive e rievocazioni giornalistiche, di uno sfogo di Carlo Alberto dalla Chiesa con l’autorevole esponente politico su simpatie, militanze politiche  e quant’altro del figlio Nando. Che allora aveva già più di 30 anni. Oggi ne ha 74, si gode la meritata pensione maturata come professore universitario e interviene con saggi e articoli sull’attualità politica e sociale da posizioni dichiaratamente e orgogliosamente di sinistra, conformemente anche alla sua esperienza parlamentare e di governo, essendo stato sottosegretario al Ministero dell’Università e della ricerca nel secondo governo di Romano Prodi, dal 2006 al 2008.

Il 3 settembre 1982 in via Carini, a Palermo

         A leggere e sentire certe rievocazioni delle preoccupazioni confidate dal generale dalla Chiesa ad Andreotti sul figlio si potrebbe essere indotti nell’errore di considerarle ancora presenti quando il padre fu vittima, con la seconda giovane moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo, dell’agguato mafioso a Palermo, in via Carini. Dove prima ancora della targa che ricorda ancora l’eccidio venne scritto su un cartello fortunatamente smentito dai fatti che “qui è morta la speranza dei palermitani onesti”.

Giulio Andreotti negli anni 80

         Il generale morì sicuramente fra molti crucci, anche per i suoi rapporti col governo allora presieduto non da Andreotti ma da Giovanni Spadolini. Dal quale il prefetto si aspettava i maggiori poteri che aveva chiesto. E che peraltro gli erano stati privatamente suggeriti proprio da Andreotti, pur dissentendo dal ruolo di prefetto che il generale aveva deciso di accettare su proposta dell’allora ministro dell’Interno Virginio Rognoni.

         Nell’estate del 1982, due mesi prima della sua tragica fine, intervistai il generale per la seconda rete televisiva della Rai sulla estensione alla lotta alla mafia degli incentivi sperimentati col pentimento nella lotta al terrorismo proprio dal generale, che l’aveva condotta con efficacia già allora leggendaria.

         Negli incontri confidenziali, tra la Prefettura e la sua abitazione palermitana, prima della registrazione dell’intervista il generale parlò anche a me del figlio Nando, ma per niente preoccupato. Sollevato, anzi, dalla scelta comunicatagli da Nando di rimanere sì a sinistra, dove da giovanissimo si era già orientato su posizioni più spinte, ma stabilizzandosi nel Pci. Di cui il giornale mi parlava come di “un partito d’ordine” per la prova ricevutane nella lotta al terrorismo. Che, pur rintracciabile nel famoso “album di famiglia” del comunismo evocato onestamente sul manifesto da Rosanna Rossanda leggendo i comunicati del sequestro di Aldo Moro, era diventato il nemico del Pci imborghesito, dicevano le brigate rosse, dal segretario Enrico Berlinguer, dal disegno del “compromesso storico” con la Dc e dalle sue varianti, qual era stata fra il 1976 e l’inizio del 1979, la “solidarietà nazionale”.

Sandro Pertini e Bettino Craxi

         In     quei colloqui confidenziali il generale mi parlò anche della volta in cui, chiusa la fase proprio della solidarietà nazionale, egli era arrivato ad un palmo dal governo. Mi confermò, in particolare, con qualche particolare in più, quel che già era trapelato dopo il conferimento dell’incarico di presidente del Consiglio a Bettino Craxi da parte del presidente della Repubblica Sandro Pertini, all’indomani delle elezioni anticipate seguite al ritiro del Pci dalla maggioranza.

Il leader socialista, bloccato sulla soglia di Palazzo Chigi con un voto contrario della direzione democristiana contestato con l’astensione solo da Arnaldo Forlani, aveva anticipato al generale la proposta di ministro dell’Interno se gli fosse riuscito il tentativo di formare il governo. E gli aveva anche confidato di averne già parlato a Pertini trovandolo d’accordo.

Pubblicato su Libero

Ripreso da http://www.startmag.it il 29 settembre

Le foto galeotte della trasferta americana della premier italiana

Giorgia Meloni all’Onu

         Quella foto fresca ancora di scatto e di stampa dell’incontro visibilmente cordiale negli Stati Uniti col presidente Zelensky, simile peraltro a quelle di tanti altri avuti dai due in occasioni precedenti, anche in Italia, è la smentita più plastica, direi, alla rappresentazione mediatica e politica della premier italiana Giorgia Meloni in ritirata dalla posizione di sostegno politico, militare ed economico all’Ucraina aggredita dalla Russia di Putin. Una rappresentazione derivata anche dal pasticcio -come l’ha definito Angelo Panebianco sul Corriere della Sera– delle votazioni sul sostegno, appunto, all’Ucraina svoltesi recentemente al Parlamento europeo. Dove i deputati riconducibili anche ai partiti di governo in Italia, e non solo quelli delle opposizioni, hanno votato contraddicendosi come ubriachi. Molti di essi hanno votato contro il paragrafo che autorizza l’uso ucraino delle armi occidentali anche in territorio russo e poi a favore del documento che lo conteneva.

Meloni all’Atlantic Council

         Se non vogliamo scambiare Zelensky e Meloni, o viceversa, per la coppia del famosissimo film del “portiere di notte”, in cui vittima e aguzzino si desiderano alla follia, quella foto conferma quanto la premier italiana ha detto ricevendo proprio nella sua trasferta americana il premio dell’Atlantic Council dalle mani, da lei stessa preferite, di Elon Musk. “In un tempo dominato dal caos -ha ribadito la premier- l’Italia con fermezza è schierata accanato a chi difende la propria libertà e la propria sovranità non solo perché è giusto farlo, ma anche perché è nell’interesse dell’Italia e dell’Occidente impedire un futuro nel quale prevalga la legge del più forte”.

Meloni e Musk

         Anche la foto, o soprattutto quella, con Musk è emblematica della trasferta americana della Meloni in occasione della 79.ma assemblea generale delle Nazioni Unite. Di Musk, definito dalla Meloni un “prezioso genio”, non piacciono alle sinistre i tanti soldi che guadagna, e gli rimangono dopo averne dati all’ex presidente americano Donald Trump in corsa per tornare alla Casa Bianca, le abitudini di vita e naturalmente le idee generalmente definite di destra, anche trasgressiva.

La vignetta del Foglio

         Ispiratone direttamente, o attraverso le rappresentazioni mediatiche, il vignettista del Foglio si è divertito a riproporre la coppia della cerimonia della consegna del premio dell’Atlantic Council che sogna in una vignetta di sbarcare un giorno su Marte, visto che Musk ha i soldi e persino i mezzi per arrivarvi, portandovi il “fascismo”. Il vignettista del giornale fondato da Giuliano Ferrara ha peraltro scelto da tempo una firma -Makkox- che assomiglia un po’ al cognome vero del “genio” promosso dalla Meloni.

Biden e Meloni

         Dell’album della trasferita americana della premier italiana fa parte infine una foto della premier, con lo stesso abito dell’abbraccio di Zelensky, col presidente americano Joe Biden. Dal quale cronache e retroscena hanno invece rappresentato la Meloni in fuga. Ah, quanto riescono ad essere galeotte le foto.

Ripreso da http://www.startmag.it

L’attrazione per niente fatale fra Giuseppe Conte ed Elly Schlein

Alessandra Ghisleri

Anche se in alcune fotografie sembrano entrambi attratti anche fisicamente, in deroga alle loro a abitudini, Giuseppe Conte ed Elly Schlein restano non dico agli antipodi, ma quasi, uno all’estremo dell’altra nel campo dell’alternativa, come preferisce chiamarlo Pier Luigi Bersani non riuscendo neppure lui a valutarne, pur con tutta l’esperienza che ha, la dimensione. E una sondaggista pur esperta come Alessandra Ghisleri, parlandone alla Verità di Maurizio Belpietro, ha mostrato di esserne sorpresa anche perché- ha detto- “i loro elettori risultano avere delle affinità elettive maggiori su molte questioni”. E poi -ha ricordato- “tanti sono gli elettori del M5S che hanno partecipato alle primarie favorendo la vittoria dell’attuale segretario” del Pd sul candidato preferito dagli iscritti, che fu un anno e mezzo fa Stefano Bonaccini, compensato poi nella sconfitta con la presidenza del partito.

Beppe Grillo

         Ne sono accadute però di cose da allora per potere considerare superato il quadro, rimasto negli occhi e nell’immaginazione della Ghisleri, dei grillini in fila davanti ai gazebo del Pd per far vincere la partita del Nazareno alla Schlein. Chissà quanti di quegli elettori prestatisi ad un partito col quale si era consumata l’anno prima una rottura profonda, particolarmente per i rapporti con l’allora presidente del Consiglio Mario Draghi, rifarebbero oggi quella scelta. E non solo perché il fondatore, garante e quant’altro del movimento delle cinque stelle, Beppe Grillo, si è messo sul piede di guerra per impedire anche l’alleanza col Pd, e non solo un eventuale cambiamento di nome e di simbolo, e la rinuncia al limite dei due mandati elettivi.

         Lo stesso Conte è diventato più diffidente per essere stato distanziato elettoralmente dalla Schlein, e conseguentemente dalla sua ambizione, pur negata a parole nelle interviste o altre sortite nelle feste politiche, di tornare a Palazzo Chigi dopo esserne stato allontanato nel 2021 in un giallo scritto e intitolato “Conticidio” dal biografo, ammiratore, credo anche amico Marco Travaglio. Che peraltro diffida della Schlein ancora più dell’ex presidente del Consiglio, secondo solo alla buonanima di Cavour nella storia d’Italia.

Il sondaggio Demos per Repubblica

         Il sospetto che quelle file, reali o immaginarie, di elettori grillini ai gazebo del Pd per aiutare la Schlein a conquistarne la segreteria siano irripetibili è confermato da un sondaggio appena effettuato da Demos per Repubblica da cui traspare il gradimento solo di una minoranza degli intenzionati a votare per le cinque stelle, o cos’altro diventeranno o si chiameranno in caso di scissione, verso lo scenario di un’alleanza col Nazareno oltre i limiti delle convergenze locali.

Elly Schlein a Repubblica

         Invitata dalla stessa Repubblica a commentare i risultati del sondaggio Demos, la Schlein ha fatto finta non avere sentito e capito ripetendo il ritornello della sua “testarda convinzione unitaria che le alleanze si costruiscano” con un lavoro “insieme sui temi, più tra le persone che nelle stanze della politica”.

Ripreso da http://www.startmag.it il 29 settembre

Cosa ha risparmiato all’Italia una destra estrema come quella tedesca

Dal Dubbio

Anche i più critici e preoccupati della destra italiana guidata da Giorgia Meloni -alla quale non perdonano la fiamma missina, peraltro lasciata nel simbolo anche dell’Alleanza Nazionale da Gianfranco Fini uscendo a Fiuggi dalla “casa del padre”, che politicamente era stato per lui Giorgio Almirante- debbono riconoscere la grande differenza che c’è rispetto alla destra tedesca. Dichiaratamente conservatrice, e quindi moderata, l’una e dichiaratamente, orgogliosamente estremistica l’altra, sino all’esaltazione del nazismo. Entrambe di una ormai simile consistenza elettorale, avendo la destra tedesca appena raggiunto nel Brandeburgo il quasi 30 per cento dei voti che i fratelli d’Italia raccolgono nei sondaggi a livello nazionale.

Giorgia Meloni all’Onu

         Ci sarebbe da chiedersi -ma pochi lo fanno in Italia, nessuno a sinistra forse per non apparire abbastanza antimeloniano, o antifascista nell’accezione più severa da quelle parti- perché la destra italiana sia riuscita a crescere moderandosi e quella tedesca stia crescendo, da un turno elettorale all’altro, di ogni livello, estremizzandosi sempre di più, persino sfacciatamente.

Olaf Scholz

         In genere, essendo al governo col cancelliere Olaf Sholz e rischiando quindi di più, i socialisti appaiono a molti i responsabili in Germania del bubbone nero. Ma non è giusto prendersela solo o soprattutto con loro, che non avrebbero saputo cogliere gli umori dell’elettorato e fronteggiarne costruttivamente la protesta -dalla richiesta di sicurezza alla paura di perdere il benessere – con una politica adeguata.

Prima ancora dei socialisti andrebbero indicati all’origine del fenomeno dell’Afd i democristiani tedeschi, per quanto la loro leader Angela Dorothea Merkel sia passata già in vita alla storia, a 70 anni appena compiuti, come la più grande statista della Germania democratica dopo Konrad Adenauer.

Angela Merkel

         E’ stata la Merkel, prima ancora -ripeto- del suo successore Scholz alla Cancelleria di Berlino, a non accorgersi di quanto le stesse accadendo intorno politicamente nel suo Paese. Lei ha compiuto verso la destra tedesca quell’errore di sottovalutazione, e di scarsa sagacia politica, evitato in Italia ai suoi tempi da una Dc pur spesso guardata con una certa supponenza dall’omologa Cdu germanica.

         I democristiani di Alcide De Gasperi, di Amintore Fanfani, di Aldo Moro, di Giulio Andreotti seppero contenere elettoralmente i missini anche nei momenti di maggiore spostamento a sinistra dello scudo crociato.

Giulio Andreotti e Aldo Moro

La buonanima di Andreotti scherzava sui voti “in libera uscita” ogni tanto dal suo partito alla destra almirantiana, scommettendo sul loro “ritorno a casa”, prima o dopo. E vinceva generalmente la scommessa, non perdendo credibilità a destra neppure quando si assunse volentieri il compito di guidare ben due governi, per giunta monocolori democristiani, fra il 1976 e il 1979, sostenuti in modo determinante dal Pci di Enrico Berlinguer: prima con l’astensione e poi con una fiducia concordata con tanto di programma. E spingendosi una volta con i comunisti, nella crisi di governo del 1978, oltre Moro. Che pochi giorni prima di essere rapito dai brigatisi rossi gli aveva impedito di imbarcare nel secondo dei due governi di cosiddetta “solidarietà nazionale” un paio di indipendenti di sinistra eletti nelle liste comuniste.

         Finita la Dc, anch’essa sotto la ghigliottina giudiziaria di Tangentopoli, l’opera di prevenzione, contenimento e quant’altro della destra proseguì col vero partito riuscito a ereditarne maggiormente i voti.  Che fu non tanto il Partito Popolare riaperto da Mino Martinazzoli alla vigilia delle elezioni anticipate del 1994, e neppure oggi il Partito Democratico, dove sono confluite soprattutto le nomenclature residue della Dc e del Pci, ma la Forza Italia improvvisata più di trent’anni fa da Silvio Berlusconi. Che non a caso prima di entrare, anzi “scendere” in politica, come lui stesso mi confidò una volta, nelle elezioni per la Camera votava per il nostro comune amico Bettino Craxi e per il Senato la Dc, appunto. 

Silvio Berlusconi

         Con la buonanima di Berlusconi la destra italiana entrò nel 1994 insieme nel governo e nel cosiddetto arco costituzionale dalla quale era rimasta anche volontariamente estranea sino ad allora, pur avendo concorso ogni tanto all’elezione del presidente della Repubblica: da Giovanni Gronchi a Giovanni Leone. E avrebbe forse concorso, su invito esplicito dell’allora presidente del Consiglio Craxi, all’elezione di Arnaldo Forlani nel 1985 al Quirinale se lo stesso Forlani, suo vice presidente del Consiglio e presidente della Dc, non avesse rinunciato a correre per lasciare eleggere Francesco Cossiga, preferitogli dalla segreteria democristiana retta da Ciriaco De Mita.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 28 settembre

Scholz si salva in Brandeburgo tenendosi lontano dalla campagna elettorale

I risultati delle elezioni in Brandeburgo

         “Riscatto” forse è una parola esagerata, pur usata dopo i primi exit poll nei riguardi del cancelliere tedesco Olaf Scholz. Il cui partito socialdemocratico dopo i cattivi risultati delle elezioni europee di giugno e delle successive regionali in Sassonia e Turingia è riuscito a conservare il primato nel Brandeburgo con più del 30 per cento dei voti. Resistenza, ha titolato il Corriere della Sera.

Dal Corriere della Sera

         L’estrema destra alternativa Afd è rimasta indietro di poco più di un punto, pur avendone guadagnati 6 rispetto alle elezioni precedenti. Ne ha guadagnati quasi 5 anche il partito socialdemocratico, mentre hanno perduto quasi 4 punti i democristiani della Cdu, scesi al 12 per cento, e si sono più che dimezzati verdi, scesi sotto il 5 per cento.

Da Repubblica

         A rovesciare gli ultimi sondaggi, che davano l’estrema destra in vantaggio, sia pure di poco, è stata la maggiore affluenza alle urne, salita di 12 punti rispetto al 61 per cento delle analoghe elezioni di cinque anni fa.  È stato evidentemente avvertito il carattere politicamente e mediaticamente decisivo di questo passaggio elettorale per il cancelliere, a rischio di sostituzione col più popolare, o meno impopolare, ministro della Difesa Boris Pistorius prima ancora delle elezioni generali e ordinarie dell’anno prossimo in Germania.

Il governatore Dietmar Woidke al voto

         Più che di un riscatto, si può forse parlare per Scholz, tenuto peraltro lontano dalla campagna elettorale dal governatore in carica da 11 anni, Dietmar Woidke, di un salvataggio per il rotto della cuffia. O per “un soffio”, come ha titolato Repubblica. La posizione sua personale e del partito socialdemocratico tedesco resta critica  -o “debole”, secondo La Stampa- per la forte avanzata di una destra che, diversamente da quella italiana conservatrice -guidata dalla premier Giorgia Meloni, per quanto accusata dalle opposizioni di non avere saputo o voluto rompere con le origini fasciste della fiamma ancora presente nel suo simbolo- è di un estremismo dichiarato e compiaciuto, nostalgica del nazismo.

Dalla Stampa

         Della crescita di questa estrema destra tedesca non si può tuttavia considerare responsabile solo il partito del cancelliere. Incapace di prevederne e prevenirne la crescita è stata anche la Dc tedesca, contrariamente a quanto seppe fare la Dc italiana ai suoi tempi, certamente diversi -assai diversi- da quelli di oggi in Germania e, più in generale in Europa. Una Germania la cui riunificazione non le ha risparmiato la rinascita e l’espansione di una destra, peraltro nella parte soprattutto orientale del Paese reduce dall’esperienza comunista.

Il piatto tiepido della vendetta servito da Sangiuliano alla Boccia

Dal Corriere della Sera

         Non so se più freddo, come da vecchia prescrizione proverbiale, o più tiepido, non essendo la sua vicenda chiusa, almeno sul piano giudiziario dopo le dimissioni presentate da ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano ha servito il suo piatto della vendetta a Maria Rosaria Boccia col materiale, diciamo così, allegato all’’esposto alla Procura della Repubblica di Roma. Un esposto che ha peraltro smentito i retroscena secondo i quali l’ex ministro avrebbe prima ritardato e poi rinunciato alla sua iniziativa per paura di esserne ulteriormente danneggiato per i possibili intrecci fra i suoi sviluppi e la legittima aspirazione che egli ha a riprendere davvero l’attività giornalistica alla Rai. E non solo lo stipendio, il telefonino e l’ufficio che gli sono stati assegnati dall’azienda pubblica radiotelevisiva al termine dell’aspettativa presasi due anni fa con la nomina a ministro.

         Fra il materiale, ripeto, di supporto all’esposto contro la mancata consigliera, nella cui abitazione la Procura ha già eseguito perquisizione e sequestri, ci sono i messaggini telefonici che smentiscono l’umiliazione inferta a Sangiuliano come amante dalla Boccia con la smentita -a suo tempo attribuitale e non smentita a sua volta, scusate la ripetizione delle parole- di avere avuto rapporti sessuali con l’allora ministro. Che pure aveva parlato pubblicamente, al Tg1 prima delle dimissioni irrevocabili, di una relazione “sentimentale” con lei scusandosene con la moglie.

Dalla Stampa

         No. I rapporti sessuali risultano dalle stesse reazioni telefoniche della Boccia, per niente sbigottite, alla domanda fattale da Sangiuliano se fosse incinta di lui. Riporto, tra virgolette, i messaggi fra i due pubblicati dalla Stampa. “Sono arrivato -scrive lui a lei- al punto di non farmi problemi se tu fossi incinta di me, anzi sarei stato felicissimo”. “Sarai libero -gli risponde pur non immediatamente lei- di viverti questa esperienza come vorrai nel rispetto di tuo figlio”.

Vittorio Feltri sul Giornale

         Insomma Sangiuliano non è stato uno spasimante respinto. Nel suo piccolo, diciamo così in senso lato, è stato un amante a tutti gli effetti, per niente platonico. “Un maschio -ha scritto di lui il collega ed amico Vittorio Feltri sul Giornale– vittima di violenza e di manipolazione da parte di una donna tutt’altro che sciocca e credulona, una donna adulta e vaccinata, di 41 anni, la quale risulta abbia già fatto uso della strategia della finta gravidanza in passato, una donna che aveva scopi e obiettivi precisi e chiari e che si è probabilmente finta innamorata e coinvolta per raggiungerli”.  Mancando tuttavia l’obbiettivo.

         Bentornato, Gennaro, fra le benemerite o sfortunate vittime delle infedeltà sessuali, secondo i gusti culturali e/o antropologici. Ma spero che tu non ceda a questo punto anche alla tentazione di rispondere ad una telefonata di solidarietà del generale ed europarlamentare Roberto Vannacci: quello che vuole folgorare il “mondo al contrario” che vede un po’ troppo dappertutto.   

Prodi ammette che l’alternativa alla Meloni non c’è e punzecchia la Schlein

Da Libero

Ospite di Lilli Gruber, il due volte ex presidente del Consiglio Romano Prodi, ed ex presidente della Commissione europea per una, non si è certamente sottratto alle critiche alla Meloni sollecitategli dai due giornalisti invitati all’incontro, spiazzandoli tuttavia col riconoscimento che la premier “ci sa fare”. E non vive quindi solo della rendita procuratale dalla mancanza, da lui sconsolatamente sottolineata più volte, di un’alternativa al suo governo e alla sua maggioranza, per quanti problemi possano avere l’uno e l’altra sia nelle dimensioni reali ma ancor più, direi, in quelle immaginate e raccontate dagli avversari letteralmente ossessionati dalla prospettiva di una legislatura dall’epilogo ordinario. Che è cominciata due anni fa e sembra destinata a durare sino al 2027: un’eternità per gli abituati alla instabilità e alle elezioni anticipate      fra prima, seconda, terza e quarta Repubblica, per fermarci ai conteggi delle trasmissioni televisive. Quarta, appunto, si chiama quella che ci racconta ogni settimana l’ottimo Nicola Porro da Retequattro.

         Nella consapevolezza, probabilmente, proprio di questa inedita stabilità Prodi è diventato impaziente parlando della segretaria Elly Schlein, che pure gli è simpatica non foss’altro per avere lei esordito politicamente con le occupazioni delle sedi del Pd predicate nel 2013 per protesta contro i parlamentari del partito allora guidato da Pier Luigi Bersani che fecero mancare l’elezione proprio di Prodi al Quirinale. Bastò una sola votazione per affondarlo, dopo il naufragio anche del primo candidato del Nazareno e allora presidente del Pd Franco Marini.

         Alla Schlein – già incoraggiata nei mesi scorsi dall’ex presidente del Consiglio a fare la “federatrice” di un’alleanza alternativa al centrodestra, o destra-centro, di Giorgia Meloni- il professore emiliano ha chiesto di invertire tempi e modalità del suo percorso. Piuttosto che allargare con i nomi e le sigle il campo dell’alternativa, la Schlein dovrebbe attrezzarsi di un “trattore”, ha detto Prodi parlando del “programma” di cui una coalizione ha bisogno per proporsi agli elettori in modo a dir poco normale, logico.

         Ciò ci porta al famoso discorso sull’uovo e la gallina. Chi viene prima? L’uovo, evidentemente, secondo Prodi. Che tuttavia ha un’esperienza personale che lo contraddice, e pure clamorosamente.

         Reduce da un’esperienza alla presidenza della Commissione europea procuratagli praticamente da Massimo D’Alema per rimediare al fatto di averlo sostituito nel 1998 alla guida del governo  con un’operazione tipica di palazzo, sostituendo la sinistra di Fausto Bertinotti con un centro improvvisato dal presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga arruolando parlamentari eletti nell’area del centrodestra; reduce, dicevo, da quell’esperienza a Bruxelles, Prodi si propose di tornare a Palazzo Chigi aprendo dappertutto in Italia “cantieri” -li chiamò proprio così- per costruire un programma col quale sconfiggere Silvio Berlusconi nelle elezioni ordinarie del 2006. Nacque non un documento ma un volume di più di trecento pagine assegnato come dote ad un’ambiziosissima Unione, estesa da Clemente Mastella al trotzkista Franco Turigliatto. Al quale non potevi parlare della Nato senza sentirti sputare in faccia, o quasi. 

Franco Turigliatto

         Il governo che ne derivò a guida prodiana, dopo un sostanziale pareggio elettorale tradottosi in vittoria dell’Unione fra proteste e denunce di brogli da parte del centrodestra e di Berlusconi in persona, durò esattamente dal 17 maggio 2006 al 24 gennaio 2008. Esso fu travolto un po’ da una grottesca vicenda giudiziaria del ministro della Giustizia Mastella e della famiglia, destinata a sgonfiarsi completamente nei soliti lunghi anni, e un po’ dall’anomalia chiamata Turigliatto. La complessa crisi che seguì alle dimissioni del secondo governo Prodi, con passaggi sia alla Camera sia al Senato, si risolse -dopo un inutile tentativo di soluzione affidato dall’allora capo dello Stato Giorgio Napolitano all’allora presidente del Senato Franco Marini- nelle elezioni anticipate del 13 e 14 aprile 2008.  Che furono non vinte ma stravinte dal centrodestra con più del 47 per cento dei voti contro il 38 per cento capitalizzato dal Pd di Walter Veltroni alleatosi solo con Antonio Di Pietro.

Preistoria, direte pensando anche al ritorno di Veltroni al giornalismo e dintorni e di Di Pietro alla campagna e dintorni, pure lui, su un trattore vero, con tanto di fotografie sui giornali, non con quello metaforico proposto da Prodi alla Schlein. Ma da allora sono passati solo 16 anni. Preistoria, un corno.

Pubblicato su Libero

Se Romano Prodi deve arginare gli attacchi alla premier Giorgia Meloni

Il generale Figliuolo sul Fatto Quotidiano

         Invitato da Lilli Gruber a Otto e mezzo per parlare dell’Italia “al tempo di Meloni” sulle sollecitazioni critiche sue e degli altri due ospiti, Massimo Giannini e Lina Palmerini, l’ex presidente del Consiglio Romano Prodi ha cercato di non deludere le attese. Egli ha contestato, per esempio, i troppo pochi venti milioni di euro appena stanziati per la nuova alluvione in Emilia Romagna e una “pregiudiziale” ostilità persino alla gente di quella regione- che è poi la sua, dello stesso Prodi- per essere stata a suo tempo affidata la gestione dell’emergenza ambientale non all’allora presidente Stefano Bonaccini, più adatto per la conoscenza del territorio, ma al generale Francesco Paolo Figliuolo. Che oggi Il Fatto Quotidiano nel fotomontaggio di copertina immerge nella melma.

Il salotto televisivo della Gruber ieri sera

         Prodi, premuto in particolare da Giannini, ha visto nel premierato perseguito dalla Meloni solo un disegno personale di potere,  volendo “durare di più”, anche se l’elezione diretta del presidente del Consiglio non potrebbe materialmente tradursi in un vantaggio scontato per la premier in carica, essendo destinata a scattare, se approvata anche nel prevedibile passaggio referendario, dalla prossima legislatura. Più utile alla stabilità di un governo, secondo Prodi, sarebbe una riforma elettorale interamente maggioritaria.

         Ad un certo punto, però, il gioco anti-meloniano nel salotto televisivo della Gruber è diventato così stretto e pesante che Prodi ha dovuto assumere la difesa della premier. Alla quale, per esempio, ha riconosciuto di “saperci fare” nella comunicazione.  Che non è cosa secondaria in politica, e per chi guida un governo.

Raffaele Fitto

         L’ex presidente del Consiglio ha riconosciuto alla Meloni anche di avere saputo indicare per la Commissione europea con Raffaele Fitto la persona “migliore”, cui lui darebbe il voto favorevole se fosse uno dei parlamentari europei chiamati a giudicarlo. E, pur lamentando i limiti delle competenze assegnate al rappresentante italiano, pari a quelle avute nella commissione precedente dal rappresentante portoghese, e persino irridendo alla carica di vice presidente, che farebbe “rima con niente”, agli ospiti che lo invitavano a dileggiare la soddisfazione espressa dalla Meloni ha risposto chiedendo loro realisticamente: “Ma che cosa pretendete?”. Dopo averle peraltro preconizzato -mi permetto di ricordare- l’”isolamento” e l’incapacità di avere una delle sei pur inutili- secondo Prodi, ripeto- vice presidenze esecutive della nuova Commissione.

Schlein e Prodi d’archivio

         Peggio della Meloni, tutto sommato, Prodi ha trattato la segretaria del Pd Elly Schlein parlandone in riferimento alla costruzione del cosiddetto campo largo di quell’alternativa al governo che semplicemente allo stato delle cose non esiste, ha ricordato l’ospite d’onore della Gruber. Prima e più del campo -ha sostenuto Prodi- occorre “il trattore”. Che sarebbe “il programma”, mancante evidentemente al di là dei titoli o delle genericità enunciate dalla prolissa e plurinazionale segretaria del Pd

Finisce sott’acqua in Emilia Romagna anche il campo largo di Elly Schlein

Da Repubblica

         Con l’”alluvione delle polemiche”, come l’ha definita Repubblica, sovrappostasi a quella naturale in Emilia Romagna, dove si voterà a novembre, rischia di finire sott’acqua, se non vi è già finto, anche il “campo largo” allestito soprattutto dal Pd di Elly Schlein, esteso da Renzi a Conte. Che già pregustava la vittoria per il dopo-Bonaccini, esportato nel Parlamento europeo.

Elly Schlein

         La Schlein, peraltro proveniente pure lei dall’esperienza amministrativa in quella regione, ha liquidato come “sciacallaggio” quello che avrebbe tentato o compiuto il ministro della protezione civile Nello Musumeci lamentando il cattivo o addirittura omesso uso locale dei cospicui finanziamenti per riparare ai danni delle precedenti alluvioni e prevenirne di nuove.

Da Libero

         Nella ”macchina del fango”, come l’ha chiamata Libero, vedendone  comunque più nelle reazioni della sinistra, al potere sul posto  e all’opposizione a Roma, è finito anche il generale Francesco Paolo Figliuolo, scelto a suo tempo come commissario straordinario per la gestione dell’emergenza.

         Chissà se anche queste polemiche, come altre della e nella politica, dalla vicenda Sangiuliano-Boccia alla scissione praticamente in corso nel MoVimento 5 Stelle, non finiranno con e nelle carte bollate, cioè nei tribunali.  Per non parlare del processo in corso a Palermo per sequestro di migranti contro Matteo Salvini: processo per fatti di cinque anni fa, senza vittime, avviato o permesso, come preferite, da un voto del Senato in qualche modo progenitore del “campo largo” di oggi.  

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