Il missile di Conte contro il campo largo coltivato dalla Schlein

Missili dell’Iran su Israele

Nel giorno dei duecento e più missili dell’Iran lanciati contro Israele in Italia  Giuseppe Conte, dalla postazione televisiva dei cinque minuti d Bruno Vespa, ne ha lanciato uno di parole distruttive contro quel poco che rimaneva del cosiddetto “campo largo”. Che dall’obbiettivo della segretaria del Pd Elly Schlein per coltivare l’alternativa al centrodestra, o destra-centro, è diventato nella rappresentazione del presidente delle 5 Stelle una semplice formula giornalistica. Un retroscena, un’invenzione di noi pennivendoli, come ogni tanto ci chiamava, adirato, il compianto Ugo La Malfa quando non scrivevano di lui e del suo partito repubblicano quello che si aspettava.

Dal Corriere della Sera

         Un campo largo con Matteo Renzi non è stato possibile in Liguria, dove si voterà verso la fine del mese, ma ora non lo sarà neppure in Emilia-Romagna e in Umbria, dove si voterà il mese prossimo. La Schlein magari farà finta di niente, per quanto si siano levate negli ultimi giorni molte voci critiche verso Conte anche da esponenti del Pd in altre occasioni pazienti verso l’ex presidente del Consiglio. Continua a pazientare Goffredo Bettini, ma prima o dopo anche lui si lascerà scappare qualche mugugno, come quando Conte decise due anni fa di ritirarsi dalla maggioranza del governo di Mario Draghi determinandone la crisi. E poi le elezioni politiche anticipate vinte da Giorgia Meloni.

Da Repubblica

         Prima di diventare il titolo dello spazio televisivo di Vespa dopo il Tg1 delle ore venti, i cinque minuti erano quelli che l’immaginazione assegnava all’uomo innervosito per sbottare, o disinibirsi. Questo di Conte, già accusato d’altronde da Renzi di essere “la stampella della Meloni”, è in fondo un contributo alle celebrazioni che la premier e i suoi fratelli d’Italia stanno facendo della vittoria elettorale già ricordata di due anni fa. Un contributo senza obbligo di ringraziamento, e tanto meno di riconoscenza.

Stefano Rolli sul Secolo XIX

         Ma anche di Renzi, a voler pensare male nella convinzione o solo speranza di indovinare, come diceva la buonanima di Giulio Andreotti, si può dire che con la sua disponibilità, a sorpresa, a fare parte del campo largo dell’alternativa è riuscito, diavolo di un uomo, in poche settimane a farlo restringere. E a diventare, o tornare, anche lui quella stampella della Meloni ch’era apparso agli avversari. Già qualche vignettista lo aveva rappresentato in estate come il cavallo di Troia.  Stefano Rolli invece oggi sul Secolo XIX lo “accusa” di vilipendio di cadavere, oltre che di assassinio della creatura cara alla segretaria del Pd. Che nel suo silenzio, almeno sino al momento in cui scrivo, si mostra incapace anche di piangere, o solo di dolersi. Al Nazareno si impedisce per ora il lutto, come in Marocco dopo l’eliminazione del capo di Herzobollah a Beirut.

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Quel che non sapevate ancora di Scalfaro, Amato, Ciampi, Barucci nel 1992…..

Da Libero

Del lungo e intrigante racconto di Andrea Monorchio al Corriere della Sera dei tredici anni vissuti da Ragioniere Generale dello Stato, tra prima e seconda Repubblica, fra il penultimo governo di Giulio Andreotti e il secondo di Silvio Berlusconi, la parte più divertente è sicuramente quella finale. Nella quale la buonanima del mio amico Francesco Cossiga supera per arguzia, ironia, sarcasmo tutto ciò che già sapevo di lui con quelle domeniche che sottraeva a Monorchio, e alla sua famiglia, per sapere di più dei nostri conti. E per concludere gli incontri stendendo all’ospite un biglietto di mille lire autografato come contributo personale al recupero del debito pubblico.

Giuliano Amato e Andrea Monorchio nel 1992

         La parte meno divertente, anzi più inquietante è tutto il resto, particolarmente quella che svela come il prelievo del 6 per mille sui depositi bancari fosse stato predisposto nel l’estate del 1992 dal primo governo di Giuliano Amato all’insaputa di tutti i ministri, del presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, che tuttavia firmò il decreto legge, e dell’allora governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi. Che protestò con una lunga telefonata al presidente del Consiglio, di cui nel 1993 avrebbe peraltro preso il posto su scelta personale di Scalfaro. E il suo fu l’ultimo governo, direi anfibio, della cosiddetta prima Repubblica, incaricato non tanto di rimettere a posto i conti quanto di preparare la nuova legge elettorale con la quale mandare gli italiani al più presto alle urne dopo il referendum contro il vecchio metodo proporzionale.

Scalfaro e Ciampi nel 1993 al Quirinale

         A Ciampi che alla chiamata obiettò di non sapere nulla di leggi elettorali Scalfaro rispose sbrigativamente -da quel che lo stesso Ciampi avrebbe poi raccontato in una intervista clamorosa quasi quanto quella di Monorchio dell’altro ieri al Corriere della Sera– di non farsene un problema perché avrebbe potuto contare sull’aiuto degli uffici del Quirinale. Questo per dirvi, cari amici, a che cosa noi più anziani, o meno giovani, siamo riusciti a sopravvivere in questo sorprendente Paese. O Nazione, come preferisce dire orgogliosamente la premier Giorgia Meloni.

Francesco Cossiga

         Cossiga dava mille lire la settimana a Monorchio per il debito pubblico e Amato avrebbe poi deciso, a quattr’occhi col ministro delle Finanze Giovanni Goria di prelevare in una notte, di soppiatto, e tutti in una volta, dai depositi bancari più di diecimila, se non undicimila miliardi di lire per tamponare un buco che impediva di pagare stipendi agli statali e pensioni. E Scalfaro zitto pure lui, pur avendo  qualche settimana prima avuto lo scrupolo di sbrogliare la matassa di una crisi di governo convocando al Quirinale, per la prima e speriamo anche unica volta nella storia della Repubblica, il capo di una Procura. Ne  ricavò la convinzione di non poter dare l’incarico di presidente del Consiglio a Bettino Craxi, che la Dc si apprestava a proporgli. Nacque così proprio il governo, il primo governo Amato, proposto dallo stesso Craxi con le spalle al muro, sei mesi prima che la Procura di Milano coinvolgesse formalmente il leader socialista nelle indagini note come “Mani pulite”.

         Monorchio non lo ha raccontato al Corriere, ma vi racconto io un altro inedito della buonanima di Scalfaro, rivelatosi al Quirinale tanto diverso da quello da me conosciuto e frequentato prima.

Piero Barucci

         Mandato Amato a Palazzo Chigi, e forse anche perché sorpreso pure lui da quel decreto che dovette firmare per poter pagare stipendi e pensioni in pericolo, Scalfaro se ne pentì a tal punto che cominciò ben prima delle dimissioni arrivate nell’aprile del 1993, dopo il referendum sul sistema elettorale, a pensare come sostituirlo.  E si rivolse per competenza e affinità politica all’allora ministro del Tesoro Piero Barucci. Che non ho visto citato da Monorchio nei preparativi del decreto sul prelievo dai depositi bancari. E che poi mi raccontò personalmente di avere declinato l’offerta di Scalfaro, per cui al Quirinale fu chiamato al momento opportuno, per la successione ad Amato, l’allora e già ricordato governatore della Banca d’Italia Ciampi. Con tutto il resto che seguì. Amato sarebbe tornato a Palazzo Chigi nel 2000, spintovi dal dimissionario presidente del Consiglio Massimo D’Alema. Ma Scalfaro non era più al Quirinale, sostituito l’anno prima, per scadenza di mandato, proprio da Ciampi, come ho già ricordato. Può sembrare un gioco dell’oca, ma non lo era. O almeno non doveva esserlo.

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Ripreso da http://www.startmag.it il 5 ottobre

Salvini allunga la lista degli incidenti con Tajani nel silenzio della Meloni

         Che ad Antonio Tajani, 71 anni compiuti il 4 agosto scorso, piaccia la tavola, forse ancor più del tavolo, e abbia problemi a salire sulla bilancia, se ancora vi sale, per vedere il peso al quale è arrivato, non     c’è dubbio. Che sotto questo profilo abbia bisogno di contenersi, per ripetere un’espressione cara allo scopritore del suo talento politico, oltre che giornalistico, che fu Silvio Berlusconi, prelevandolo dalla redazione romana del Giornale per portarselo a Palazzo Chigi come portavoce, e mandarlo poi al Parlamento europeo per farsi le ossa a livello persino internazionale, è altrettanto sicuro. Mi impressiona, da amico, ogni volta che lo vedo in televisione con quel fisico e quell’andatura da nomenclatura sovietica dei tempi in cui i gerarchi del Cremlino salivano sul palco della Piazza Rossa per le sfilate militari rischiando di farlo crollare.

Dal Giorno, Resto del Carlino e Nazione

         Ma tutto questo non autorizza Matteo Salvini, che pure gli è quanto meno alleato, se non più amico, condividendo con lui il ruolo di vice presidente del Consiglio e di importante ministro, a dargli praticamente dell’ubriaco. Come ha fatto ieri rimproverandogli a mezzo stampa di avere “mangiato pesante”, e quindi anche bevuto, per avere espresso preoccupazioni sulla crescita elettorale dell’estrema destra anche in Austria. Di cui invece il leader leghista è felicissimo, per quanto i suoi amici a Vienna, diversamente da lui in Italia, non riusciranno probabilmente ad andare al governo per il cosiddetto cordone fra il sanitario e il politico al quale sembra stia lavorando per primo il presidente di quella Repubblica. Che numeri in Parlamento su cui scommettere, sia pure con calma.

Dalla Stampa

         Anche la stampa d’opposizione è abituata ormai alle sortite di Salvini: almeno a quelle sul fronte dei rapporti internazionali, protestando rumorosamente solo sul versante giudiziario, dove il vice presidente del Consiglio si muove da imputato di sequestro di persona ed altro per avere ritardato cinque anni fa lo sbarco di quasi 150 migranti abusivi sulle coste italiane da una nave con bandiera spagnola che li aveva soccorsi,

Da Repubblica

         La sortita di Salvini contro Tajani in difesa dell’estrema destra austriaca, alla vigilia peraltro del raduno leghista a Pontida, è finita solo su qualche prima pagina con titoli a una colonna, come si dice in gergo tecnico. Il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio l’ha addirittura ignorata, anche nella “cattiveria” di giornata. La Repubblica di carta non è andata oltre un richiamo sulla penultima, credo, “rissa” per quanto verbale del leader del Carroccio con i suoi stessi alleati.

         La premier, almeno sino al momento in cui scrivo, forse per non guastarsi e non gustare le feste per i suoi due primi anni di guida del governo, ha fatto finta di non sentire e di non leggere. Ma difficilmente può fingere di non capire, credo.

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La guerra di Conte alla Schlein dietro gli attacchi e i veti a Renzi

Da Libero

Alla luce di quanto è accaduto in Liguria, dove Giuseppe Conte è riuscito ad estromettere dalla campagna elettorale del cosiddetto campo largo dell’alternativa Matteo Renzi, per quanto questi avesse accettato di parteciparvi senza insegne ma solo con qualche candidato al nuovo Consiglio regionale, si può ragionevolmente sostenere che il presidente delle 5 Stelle, o di ciò che ne rimarrà dopo la rottura in corso col fondatore, garante, consulente Beppe Grillo,  più che da Renzi sia ossessionato dalla segretaria del Pd Elly Schlein. Alla cui elezione, come ha giustamente ricordato di recente la sondaggista Alessandra Ghisleri in una intervista, i pentastellati pur contribuirono in modo forse decisivo più di due anni fa partecipando alle primarie. E neppure da imbucati, perché esse erano aperte anche ai non iscritti per una norma dello statuto che aveva motivato a suo tempo il rifiuto del vecchio, saggio Emanuele Macaluso di aderire all’ultima “cosa” prodotta dalla trasformazione del suo Pci.

         Grazie a quelli che allora si potevano ancora considerare grillini e contiani nello stesso tempo, senza imbarazzi e contorsioni, la Schlein prevalse nella corsa al Nazareno su Stefano Bonaccini, già scelto dagli iscritti e costretto a ripiegare prima sulla presidenza del partito e poi sull’ancora più lontano Parlamento europeo.

         Viene da chiedersi adesso se Conte avesse personalmente voluto e condiviso davvero quel soccorso del suo “popolo” alla Schlein, pur apprezzata pubblicamente per il solo fatto di essere subentrata ad Enrico Letta. Col quale si era consumata attorno alle spoglie politiche del governo di Mario Draghi la rottura dei rapporti fra il Pd e il MoVimento 5 Stelle innaffiati per un paio d’anni da Goffredo Bettini: l’uomo abituato a sussurrare ai dirigenti della sinistra come ai cavalli e quasi convertitosi all’idea di Marco Travaglio che Conte fosse diventato nella storia d’Italia il migliore presidente del Consiglio dopo Camillo Benso conte di Cavour. Migliore di De Gasperi e persino di Massimo D’Alema, che è stato l’unico comunista, o post-comunista, approdato alla guida di un governo italiano con l’aiuto improvvisato, nel 1998, dell’imprevedibile, imprevedibilissimo Francesco Cossiga.

Matteo Renzi ed Elly Schlein…in partita

         Per sua fortuna, pari però alla sfortuna o alla delusione, o alla preoccupazione di Conte, la Schlein da segretaria del Pd è riuscita generalmente, salvo qualche battuta d’arresto o d’inversione, ad aumentare le distanze elettorali dalle 5 Stelle, cioè il vantaggio. E a prenotare la leadership di una pur improbabile alternativa al centrodestra a trazione meloniana, prima ancora che Matteo Renzi a sorpresa cominciasse a passarle la palla in una partita di calcio, ad abbracciarla davanti ai fotografi e a sostenerne, auspicarne e quant’altro la corsa a Palazzo Chigi.

Renzi e Conte insieme…in fotomontaggio

         Questa somma di circostanze elettorali e di palazzo -diciamo così per uscire dal campo da gioco di quella partita di beneficienza all’Aquila fra parlamentari e cantanti- hanno fatto perdere letteralmente la bussola a Conte. Che nell’offensiva ligure contro Renzi ha abbassato la guardia, si è disinibito e, di fatto prendendosela direttamente con la Schlein a Roma, ha avvertito, ammesso e quant’altro la paura di finire -ha detto- fra i “cespugli” del campo dell’alternativa. Che dev’essere per lui notoriamente più “giusto” che largo. E giusto significa che Conte debba trovarsi meglio di tutti gli altri e dire l’ultima, non la penultima parola.

         Messa la situazione in questi termini, che non mi sembrano francamente cervellotici, si supera anche la disputa ormai oziosa sugli aggettivi – largo,, larghissimo, stretto, strettissimo, minato, santo-  del campo dell’alternativa, sul quale Romano Prodi vorrebbe già vedere muoversi “il trattore” di un programma. L’immagine più appropriata mi sembra piuttosto quella di un palazzo con le solite liti condominiali. Ma soprattutto con crepe sempre più numerose e vistose, che ne evidenziano la instabilità. Un palazzo costruito su un terreno sismico senza rispettare le regole e le precauzioni del caso.

Più che resistere, questo edificio mi sembra destinato a crollare addosso a chi imprudentemente vi è già andato ad abitare. E non vi nasconde sotto, per carità, nessun arsenale come nei palazzi di Beirut e di Gaza. E’ un palazzo semplicemente a rischio di crollo naturale, non di abbattimento.

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Il clamoroso soccorso di Conte al centrodestra di Bucci in Liguria

Dal Dubbio

Marco Bucci, il sindaco di Genova che guida il centrodestra nelle elezioni regionali anticipate seguite alla caduta di Giovanni Toti dopo una lunga detenzione domiciliare, deve avere tirato un sospiro di sollievo per il no di Giuseppe Conte, subìto dal Pd, alla partecipazione dei renziani al campo largo del cosiddetto centrosinistra. Ora oggettivamente meno largo, anche se Matteo Renzi si è limitato a dichiararsi “fuori dalla campagna elettorale”, sapendo che non per questo potrà materialmente, politicamente giuridicamente tenere fuori dai seggi elettorali di fine mese gli elettori, pochi o molti che siano, della sua Italia Viva. Che nelle elezioni politiche di due anni fa prese, insieme con Azione di Carlo Calenda nel cosiddetto terzo polo, quasi il 7 e mezzo per cento dei voti.

Andrea Orlando

         Per quanto pochi, i voti renziani per ritorsione contro il trattamento ricevuto insieme da Conte e dal Pd, e dal candidato alla presidenza della regione ligure Andrea Orlando, potrebbero risultare decisivi a favore di Bucci. Che lo sa benissimo e si è subito attivato per attirarli, neppure dietro le quinte, sapendo che aveva già potuto contarvi nella seconda elezione a sindaco, nel 2022, quando già Renzi si era messo in proprio uscendo nel 2019 dal Pd.  

Marco Bucci e Giovanni Toti

         Il corteggiamento ora ancora più possibile dei voti dei renziani frustrati dal trattamento ricevuto dalla sinistra, dove già molti di loro forse si erano trovati a disagio nei pochi mesi trascorsi dalla decisione del loro leader di affacciarsi, diciamo così, al campo largo dell’alternativa, serve a Bucci anche per fronteggiare i danni in qualche modo procuratigli sul versante del centrodestra da Giovanni Toti patteggiando con la Procura di Genova per “corruzione impropria” due anni e un mese di lavori socialmente utili, altrettanti di interdizione dai pubblici uffici e la confisca di 84 mila euro e rotti di finanziamento elettorale ricevuto da privati. Cui se ne potrebbero aggiungere altri per accertamenti eseguiti dagli inquirenti dopo gli accordi con l’accusa da sottoporre all’esame del giudice.

Il ministro della Giustizia Carlo Nordio

         Una mano a Bucci, dichiaratamente sorpreso -non credo con soddisfazione- dalla decisione di Toti di patteggiare, piuttosto che lasciarsi processare secondo le iniziali reazioni al suo arresto, ha appena cercato di dargliela il ministro della Giustizia Carlo Nordio. Che in un’intervista al Giornale, dedicata anche ad altri temi, si è chiesto proprio a proposito di Toti e della sua rinuncia al processo, “perché i magistrati abbiano accettato un patteggiamento su un reato minore, dopo anni di intercettazioni- complesse e temo assai costose- che ritengo siano state chieste e autorizzate per reati ben più gravi”. Una domanda, quella di Nordio, doppia di valore per il suo ruolo attuale di ministro della Giustizia e passato di magistrato d’accusa.

         Per quanto ora edulcorato, ripeto, da un intervento così autorevole come quello di Nordio, il patteggiamento di Toti è pesato e pesa sulla campagna elettorale di Bucci, non foss’altro per gli spunti polemici offerti all’antagonista del sindaco di Genova, Orlando, già ministro della Giustizia pure lui. Spunti polemici dai quali Bucci era stato in qualche modo protetto, al momento della candidatura, dal segretario di Forza Italia Antonio Tajani. Che aveva parlato in una intervista in redazione al Secolo XIX ligure di un’”era Toti” ormai alle spalle. Tanto alle spalle da fare ritenere forse improbabile, anche dopo l’esaurimento dell’interdizione dai pubblici uffici patteggiata con l’accusa, un ritorno alla politica dell’ex governatore. Che non a caso è già tornato alla sua professione giornalistica come assiduo editorialista, almeno per ora, del Giornale delle famiglie Angelucci e Berlusconi, in ordine sia alfabetico sia di partecipazione alla proprietà del quotidiano fondato 50 anni fa da Indro Montanelli.

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Fra il rosso e nero, vero o presunto, dell’Italia in cui ci tocca vivere

Da Repubblica

         Se anche l’Austria, come già altri paesi e regioni d’Europa, “si tinge di nero”, come ha titolato Repubblica commentando i risultati elettorali che ne hanno appena premiato l’estrema destra, per quanto questa non riuscirà probabilmente a governare neppure a Vienna per il cordone sanitario, diciamo così, perseguito o annunciato dagli altri partiti, tutti sorpassati, l’Italia delle piazze e delle bacheche social si tinge di rosso pur avendo al governo la destra di cui dispone, fortunatamente conservatrice piuttosto che estremista. Un rosso di tonalità vergogna, diciamo così.

Nelle strade di Milano

         Allo spettacolo di Milano, rimasto impunito, dei soliti manifestanti filo-palestinesi con cartelli contro la senatrice a  vita Liliana Segre, sopravvissuta alla Shoah e liquidata politicamente come “spia sionista”, è seguito quello più generale, fra giornali stampati e siti elettronici, contro le Poste -che spero non vengano assaltate da qualche parte- per avere emesso un francobollo celebrativo di Silvio Berlusconi nell’ottantottesimo compleanno,  mancato, a poco più di un anno dalla morte e dai funerali di Stato che gli spettavano. Ai quali partecipò per primo il presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

         Si tratta dello stesso Berlusconi -il padre, non i figli- che da una certa parte politica viene da qualche tempo quasi rimpianto, contrapposto in commenti, analisi e saggi alla donna -Giorgia Meloni- che ne ha preso il posto alla guida del centrodestra, strappandoglielo non con qualche congiura di palazzo ma in libere elezioni svoltesi quando egli era ancora vivo. E probabilmente non ne rimase neppure lui tanto contento, sorpreso anche a scriverne criticamente sul suo banco al Senato, ma accettò democraticamente e lealmente l’esito del voto.

Da Libero

         Ora di fronte al francobollo fresco di stampa in 350 mila copie si è levato l’invito, fra l’altro, a “sputarlo di dietro e davanti”: di dietro per attaccarlo su una busta e davanti per sfregiare la memoria di Berlusconi pregiudicato, erotomane, corruttore, piduista e via sgranando la corona delle invettive dei suoi avversari in vita e, vedo, anche in morte. Fra i quali ha voluto arruolarsi anche il sindaco di Milano Beppe Sala contestando in tribunale -e dove sennò? viene spontaneo chiedersi- la decisione presa in sede politica e amministrativa di intestargli l’aeroporto internazionale di Malpensa.

         Ma in che razza di Paese -viene di nuovo spontaneo chiedersi- ci tocca di vivere?  Muniti di una cittadinanza che forse meritiamo meno di quelli che, venuti da fuori e a volte persino nati qui, cresciuti nelle nostre scuole, pratici dei nostri dialetti, non possono neppure chiederla. O se la vedono comunque negata anche perché non contemplata nel programma del governo in carica. Che pure non è la Bibbia.  

Il “fuori” amletico di Matteo Renzi dalla campagna elettorale in Liguria

Dal Secolo XIX

         Rifiutato da Giuseppe Conte nella coalizione ligure contro il centrodestra guidato dal sindaco di Genova Marco Bucci, dopo la fine dell’”era Toti” secondo una definizione di Antonio Tajani non proprio esaltante per l’ex governatore della regione, Matteo Renzi si è limitato a dichiararsi “fuori dalla campagna elettorale”. E ad augurare amleticamente ai liguri la vittoria, indifferentemente, del “migliore o peggiore” dei due candidati alla presidenza.

Elly Schlein

Fuori dalla campagna elettorale – ha precisato Renzi- anche per ragioni di tempo, essendo scaduti i termini per la presentazione di una lista terzopolista, ammesso e non concesso ch’egli avesse voluto davvero allestirla finendo col rompere così, o quanto meno distanziarsi anche dal Pd di Elly Schlein. Che sembra essere invece rimasto nei suoi progetti di alleanza per l’alternativa al centrodestra a livello nazionale. Sembra- ripeto- perché con l’ex presidente del Consiglio non è mai detta l’ultima parola, ma solo la penultima.

Giuseppe Conte

Rimanere tuttavia fuori dalla campagna elettorale non può significare dire che gli elettori liguri di Renzi dovranno tenersi fuori dai seggi per non partecipare al voto. Andandovi essi potrebbero risultare decisivi per il risultato, anche con l’uno o il due per cento attribuito ai renziani da un avarissimo Conte.

Andrea Orlando

Nelle elezioni politiche di due anni fa Renzi si contò in Liguria con Carlo Calenda conseguendo il 7,4 per cento dei voti. Basterebbe un terzo di quei voti per concretizzare il condizionamento del risultato in una partita alquanto incerta. Nella quale non a caso Orlando ha esitato prima di impegnarsi nella sfida. E neppure lui ha avuto probabilmente il tempo di disimpegnarsi quando ha visto il suo cosiddetto campo largo restringersi per il veto posto da Conte ai candidati di Renzi troppo qualificati, per lui, al Consiglio regionale.

Vedremo fra meno di un mese chi sarà il migliore o peggiore premiato nella corsa al governatorato della Liguria. Certo è che Conte si è liberato di Renzi ma metaforicamente non del suo fantasma vivente come un ossimoro. Che lo perseguita almeno dal 2021, quando riuscì a fargli perdere, a vantaggio di Mario Draghi, Palazzo Chigi. Dove nel 2019 gli aveva invece permesso di restare cambiando maggioranza dopo la crisi del suo primo governo, realizzato con la Lega rappresentata da Matteo Salvini come vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno.   

Il capo di Herzobollah eliminato a Beirut

“Nulla di personale”, ha detto Conte contestando la partecipazione dei renziani e restringendo il campo dell’alternativa in Liguria. Ed è tornato a sostenere che il senatore di Scandicci fa più perdere che guadagnare voti agli alleati. Nulla di personale davvero? O quasi? Come nei riguardi di Beppe Grillo, col quale Conte sta giocando  sotto le cinque stelle la partita dell’ultima scissione. Nell’immaginario di Conte temo che a Renzi manchi solo la barba, e la fine, di Nasrallah a Beirut.    La barba invece ce l’ha Grillo, pur non ordinata come quella dell’estinto capo di Herzbollah.

Il campo largo, ormai, delle macerie in Liguria e oltre….

Da Repubblica

         All’”autunno del disincanto” di cui si è occupato su Repubblica Massimo Giannini scrivendo delle guerre e di come se ne stia occupando il governo italiano -naturalmente male, anzi malissimo secondo lui- appartiene anche, nel suo piccolo, la crisi del cosiddetto campo largo dell’alternativa su cui tanto avevano scommesso e sperato nel giornale che fu di Eugenio Scalfari.

Dal Fatto Quotidiano

         Dopo avere rifiutato di seguire Elly Schlein nell’”asilo Aventino”, come Marco Travaglio sul Fatto ha definito con sarcasmo il ritiro del Pd dalle Camere        che hanno concorso al rinnovo del Consiglio d’amministrazione della Rai, Giuseppe Conte ha praticato sfasciato il laboratorio ligure del campo largo rifiutando la partecipazione, per quanto defilata, di Matteo Renzi. E ne ha spiegato le ragioni in una intervista al Corriere della Sera in cui reclama “credibilità” per le alleanze che vengono proposte al suo pur malridotto movimento 5 Stelle, spinto verso la scissione dallo stesso fondatore e tuttora “garante” Beppe Grillo, per quanto a contratto come consulente addirittura  della comunicazione.

La vignetta del Secolo XIX

         Sullo storico giornale di Genova Il Secolo XIX il vignettista Stefano Rolli ha impietosamente tradotto la situazione del campo largo dell’alternativa in Liguria, dopo lo scontro sulla partecipazione dei renziani, a quella del laboratorio cinese famoso per avere forse generato il covid.

         Chi sia destinato ad uscire peggio dall’avventura ligure prodotta -non dimentichiamolo- dalla crisi praticamente imposta dalla magistratura arrestando per corruzione l’allora governatore della regione Giovanni Toti dopo circa quattro anni di intercettazioni- lo vedremo fra un mese. Con i risultati delle elezioni  nelle quali si sono proposti alla presidenza della regione l’ex ministro piddino Andrea Orlando e il sindaco di Genova Marco Bucci, chiamato dal centrodestra ad aprire una nuova “era”, come l’ha chiamata il segretario forzista Antonio Tajani chiudendo a doppia mandata quella dell’ex governatore, oltre che ex compagno di partito. Che al processo ha notoriamente preferito, a sorpresa, un patteggiamento per corruzione declassata a “impropria”, con due anni e un mese di lavori socialmente utili e di interdizione dai pubblici uffici, e la confisca di un’ottantina di milioni di euro di finanziamenti elettorali ottenuti da privati.

Dal Riformista

         I renziani potrebbero rivelarsi decisivi nelle urne come elettori nella veste dei rifiutati.  Ma intanto Renzi per avere tentato la partecipazione al campo largo ligure , e per continuare ad aspirare a quello nazionale pur ormai improbabile, si è guadagnato dall’amico Claudio Velardi, succedutogli alla direzione del Riformista, la qualifica del “pifferaio magico” del famoso cartone animato del 1933.

Conte e la Schlein separati duramente dalla Rai e dintorni

Dal Dubbio

Si sa, e da molto tempo si canta pure giocosamente, che “la Rai è sempre la Rai”. Specchio dell’Italia e della sua politica, direi senza volere necessariamente criticare l’una e l’altra. Lo specchio è uno specchio. Non serve sputargli addosso o romperlo se ciò che riflette non è condiviso. O semplicemente non piace, o non piace più.  E neppure sottrarsi politicamente all’obbligo di gestire un’azienda pubblica, qual è appunto la Rai, quando la legge che la disciplina ha smesso di piacere, se ne reclama un’altra, anche in sede europea, e nel frattempo si pratica la diserzione dal lavoro imposto dalle norme in vigore, per quanto sporco esso possa essere avvertito, peraltro dopo averlo svolto a lungo senza sofferenza, almeno visibile e soprattutto sincera.

Anche a costo di scandalizzarvi, debbo quindi non dico solidarizzare, ma quasi, con la sinistra radicale Avs e con Giuseppe Conte che hanno partecipato alle votazioni parlamentari per il rinnovo del Consiglio di amministrazione di viale Mazzini, piuttosto che col Pd di Elly Schlein e con la ex coppia politica Matteo Renzi-Carlo Calenda nella pratica, peraltro storicamente sfortunata, dell’Aventino. Cioè del ritiro. Che -detto e scritto neppure tanto tra parentesi- non significa ritiro totale dalla gestione politica della Rai perché nelle dimensioni e caratteristiche ch’essa ha assunte si può contribuire in modo non trasparente stando anche fuori dal Consiglio d’amministrazione.

Dal Riformista

Con la sagacia del collega, ma anche con l’esperienza accumulata quando era fra i collaboratori, e i più stretti, del politicissimo Massimo D’Alema a Palazzo Chigi e dintorni, Claudio Velardi ha tanto sarcasticamente quanto giustamente dato sul suo Riformista della “furbetta del quartierino (Mazzini)” alla segretaria aventiniana, in questa occasione, del Pd. Il riferimento alla vicenda giudiziaria di Stefano Ricucci e della rocambolesca scalata persino al Corriere della Sera non è gradevole, certo. Ma il sarcasmo, ripeto, ha una sua pertinenza.

La lottizzazione della Rai, entrata nella letteratura politica come il fattore K di Alberto Ronchey ai tempi del Pci e, più in generale, del comunismo ancora protetto dal muro di Berlino, è un fenomeno in qualche modo autoproduttivo, o autoprodotto, a prescindere non solo dal Consiglio d’amministrazione di turno, e dalla dirigenza collaterale, ma persino delle segreterie politiche dei partiti.

Non vorrei mancare di rispetto ai colleghi che li lavorano o vi hanno lavorato, com’è capitato anche a me negli anni Ottanta conservandone peraltro un ottimo ricordo, ma alla Rai i giornalisti  spesso si lottizzano da soli, senza il concorso dei partiti. Anzi, a volte a sorpresa e a dispetto dei partiti cui essi si trovano assegnati o iscritti d’ufficio.

Ma più che per i riflessi giornalistici, la vicenda di questo rinnovo del Consiglio d’amministrazione della Rai vale politicamente per l’esplosione che ha provocato del cosiddetto campo largo, e minato, dell’alternativa al governo Meloni. Che si è paradossalmente diviso fra l’utopia, se non la vogliamo chiamare ipocrisia, di una sinistra moderata come quella che verrebbe voglia di chiamare così perché composta dal Pd e dai sorprendentemente uniti Renzi e Calenda, e il realismo di una sinistra radicale. Come dovrebbe o potrebbe apparire quella che comprende le 5 stelle di Giuseppe Conte, o quel che rimarrà dopo la crisi che attraversa quel movimento, i nominalmente socialisti di Nicola Fratoianni e i verdi di Angelo Bonelli.

Conte e Schlein l’ultima volta insieme

E’ una sinistra radicale, quest’ultima, che si è ritrovata sulla Rai all’insegna, ripeto, del realismo, più che dell’opportunismo ad essa rimproverata per essersi guadagnata due seggi nel nuovo Consiglio d’amministrazione. Ma essa si ritrova sistematicamente nel Parlamento europeo all’insegna di un pacifismo per me utopistico, cioè irrealistico, di fronte ad una guerra come quella in Ucraina. Della quale si riconosce a parole la responsabilità originaria della Russia, con l’invasione delle terre limitrofe due anni e mezzo fa, ma non se ne accettano tutte le conseguenze. Fra le quali, a mio modestissimo avviso, che so bene non essere condiviso da tanti, c’è anche il diritto rivendicato dagli ucraini di colpire pure la basi russe dalle quali partono gli attacchi ai loro territori e alle loro popolazioni, e non solo di abbattere i missili di Putin prima che arrivino a destinazione.

Pubblicato sul Dubbio

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Finiscono spaccate sotto il cavallo della Rai le opposizioni al governo Meloni

Dal manifesto

Il pur imponente ma morente cavallo bronzeo di Francesco Messina davanti alla sede nazionale della Rai ha travolto quella che doveva essere l’alleanza per l’alternativa al governo Meloni: il famoso campo largo esteso nella immaginazione dalla Schlein a Conte, da Renzi a Fratoianni, da Calenda a Bonelli. Dal rinnovo del Consiglio d’amministrazione dell’azienda radiotelevisiva di Stato è uscito piuttosto il “controcampo” del felice titolo del manifesto.

Dal Foglio

         Di largo è rimasto solo “il solco”, come ha titolato Il Foglio, creatosi in quel campo con la rottura fra la Schlein, Renzi e Calenda da una parte e Conte, Fratoianni e Bonelli dall’altra. I primi ritiratisi metaforicamente sull’Aventino, già sfortunato di suo nella storia, per non partecipare alla spartizione dei posti -oggi nel Consiglio d’amministrazione e domani nei piani sottostanti della Rai- e gli altri corsi alle votazioni parlamentari per prendersi la loro rappresentanza, in una lottizzazione che poi si diramerà nelle testate giornalistiche e nelle postazioni amministrative.

Il tabellone della Camera

         Schlein è comparsa nel tabellone della Camera solo per la sua assenza digitata rigorosamemte in rosso. Conte ha votato regolarmente per confermare nel nuovo Consiglio d’amministrazione il “suo” fidato avvocato Di Maio, da non confondere naturalmente con l’omonimo ex presidente delle 5 Stelle, ex vice presidente del Consiglio, ex ministro andatosene dal movimento e oggi di casa tra il Golfo Persico, Bruxelles e New York per conto dell’Unione Europea.

Dal Corriere della Sera

         “Un idillio già finito”, ha scritto della Schlein e di Conte sul Corriere della Sera Roberto Gressi. Ma è davvero mai esistito?, ci sarebbe da chiedersi, nonostante le tante fotografie che li hanno ripresi festosamemte insieme, l’ultima bevendo birra. E nonostante gli accordi locali dai quali Conte è riuscito a strappare alla segretaria del Pd anche la prima e unica regione guidata da un grillino, o come altro si debba o possa chiamare nel casino, a dir poco, che è scoppiato nel movimento con lo scontro diretto, a base  anche di posta elettronica certificata e carte quasi bollate, fra gli stessi Conte e Grillo. Alludevo naturalmente alla Sardegna, la cui presidente è la pentastellata Alessandra Todde.

Conte vota a Montecitorio

         La Rai, e i suoi risvolti di potere, vecchi quanto la storia dell’azienda, non certo creati dalla destra rapace di Giorgia Meloni attaccata dalle opposizioni, non sono l’unico motivo di contrasto nel cosiddetto o fantomatico ormai ex campo largo, fra una sinistra più o meno moderata-  ravvisabile almeno in una parte del Pd, in Renzi e in Calenda rigorosamente separati e litigiosi per incompatibilità di carattere, diciamo così- e una sinistra radicale ravvisabile in Conte, nei socialisti -nominalmente- di Fratoianni e nei verdi di Bonelli. Una sinistra radicale con la quale Conte si è apparentato non a caso nel Parlamento europeo, votando insieme sulla politica estera e le guerre alle porte, a dir poco, dell’Europa. Se non ormai nei suoi stessi confini.

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