L’inseguimento fra Conte e Di Majo nella corsa grillina al centro

            Anche se il finale di partita è già scritto a favore di Giuseppe Conte, che si aspetta – come ha detto a Lucia Annunziata in televisione- “una grande investitura da parte degli iscritti” come capo del MoVimento 5 Stelle, grazie evidentemente alla designazione fattane dal “garante”, “elevato”, “insostituibile” Beppe Grillo, è ormai una gara fra lui e Luigi Di Maio su chi si spinge più avanti nella rifondazione, trasformazione, evoluzione e quant’altro della forza più votata nelle elezioni politiche del 2018.

Titolo dell’intervista alla Stampa

            A parte il tema della giustizia, su cui Conte ha voluto rimanere un passo indietro dopo le scuse del ministro degli Esteri all’ex sindaco piddino di Lodi per la gogna praticata contro di lui quando fu arrestato, per poi essere assolto in appello dall’accusa di turbativa d’asta, i due ormai si rincorrono nel corteggiamento elettorale, per esempio, dei moderati. O del “ceto medio”, come ha detto in una intervista alla Stampa Luigi di Maio dicendone tutto il bene possibile, in particolare riconoscendo che “non se ne occupa più nessuno, pur pagando le tasse per tutti”. Anch’esso in fondo merita il titolo di “onorevole” appena restituito da Conte ai deputati e ai senatori dicendo all’Annunziata che non ha più un valore “diffamatorio”. La cui abolizione era stata proposta addirittura con legge dai grillini al loro arrivo in Parlamento.

            Non so, francamente, se più per convinzione o per ironia, che è la sola per parte mia condivisibile, l’intervistatore di Di Maio, Andrea Malaguti, ha paragonato il ministro degli Esteri nemmeno più a Giulio Andreotti, come aveva già fatto a suo tempo il direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana, ma ad Arnaldo Forlani. Che alla bella età di 95 anni e mezzo cui è arrivato sarà saltato sulla sedia a vedersi accoppiato politicamente a chi è arrivato alla Farnesina tanti anni dopo di lui, nominato ministro degli Esteri del governo monocolore democristiano di Giulio Andreotti, sostenuto all’esterno dai comunisti ai tempi della cosiddetta “solidarietà nazionale”, cioè nel 1976.

Vignetta del Foglio

            Secondo il giornalista della Stampa Forlani e Di Maio sarebbero “maestri naturali del centrismo ultraflessibile, integrato dai prodigi opachi della democrazia da tastiera”.  Rispetto alla finezza, diciamo così, di questa coppia immaginaria della democristianeria vecchia e nuova verrebbe voglia di declassare a una patacca la rappresentazione furbesca della “rivoluzione dolce” vantata da Conte e tradotta da Makkox sul Foglio in una vignetta esilarante. In essa l’ex presidente del Consiglio è immaginato a colloquio telefonico con Grillo a proposito dell’invito ad accompagnarlo al lungo incontro con l’ambasciatore della Cina a Roma, alla vigilia di un G7 contrassegnato dalla convinzione del nuovo presidente americano Joe Biden che occorra contrastare l’espansionismo cinese.

            Nella vignetta Conte -sotto i cui governi i rapporti dell’Italia con Pechino sono andati ben oltre gli  interessi e le aspettative del nostro principale alleato, cioè gli Stati Uniti- chiede a Grillo. “Senti, ma mi si  vota di più se vengo e me ne sto in disparte, o se non vengo per niente? Che dici? Boh?…”. La sua scelta, come si sa, è stata poi di non andare, e di Grillo di andarci da solo, bastando e avanzando a rappresentare il Movimento affidato alla rifondazione cosmetica dell’ex presidente del Consiglio.   

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Draghi fra Biden, al G7 in Cornovaglia, e Letta, Grillo e Conte in Italia

Il segretario del Pd Enrico Letta, per quanto impegnato in un viaggio di ricognizione in Puglia, ha tenuto ad esprimere al Corriere della Sera quasi in diretta con quanto stava accadendo in Cornovaglia – al G7 della “sfida alla Cina”, come lo ha definito la Repubblica- la sua soddisfazione per il positivo incontro fra il presidente americano Joe Biden e il presidente del Consiglio Mario Draghi. Egli ha parlato di “asse” sia fra Draghi e Biden sia fra Draghi e lui, che grazie anche all’ultimo sondaggio Ipsos si trova a guidare un partito appena tornato in testa alla graduatoria nazionale.

“Stare in questo governo ci fa bene”, ha detto Letta diversamente da Giuseppe Conte, che alla guida pur non ancora formalizzata del Movimento 5 Stelle ha espresso recentemente “disorientamento”, preoccupazione  e quant’altro per le scelte di Draghi,  condizionando il “leale sostegno” ad una svolta nell’azione e nelle scelte del governo. Non è francamente una differenza da poco questa fra Letta e Conte, pur se il segretario del Pd ha fatto finta di nulla e confermato la volontà di lavorare in un “cantiere” comune col MoVimento 5 Stelle per un centrosinistra che possa riproporsi nelle prossime elezioni politiche, pur “ognuno a partire dalla sua identità”. Ma è appunto sull’identità, e ciò che ne consegue, a cominciare dalla politica estera, che c’è tutto o comunque molto da chiarire.

            Proprio mentre matura nei rapporti tra l’Europa e gli Stati Uniti la consapevolezza di quella che il direttore di Repubblica Maurizio Molinari ha definito “la seconda guerra fredda”, nella quale la Cina ha preso il posto che una volta fu dell’Unione Sovietica, Letta ha mostrato di non voler dare importanza  alle simpatie grilline, diciamo così, per il governo di Pechino. Col cui ambasciatore a Roma, proprio alla vigilia del G7, Beppe Grillo in persona ha voluto avere un colloquio di ben tre ore, certamente non dedicato tutto ai suoi problemi familiari, per fortuna in assenza di un Conte sottrattosi solo all’ultimo momento, pur essendo stato invitato. “Non so”, si è limitato ad osservare il segretario del Pd, parlando dei grillini e del rischio di una loro uscita dalla maggioranza: “Ogni giorno c’è un gossip, ma io non li inseguo. I fatti sono che i 5 Stelle stanno nel governo”.

            Può darsi che Daniele Capezzone sulla Verità abbia esagerato a reclamare attenzione sulla Cina che “usa Grillo come ariete contro Draghi”, ma sentite come sul Fatto Quotidiano un estimatore di Grillo e di Conte come Marco Travaglio ha commentato il problema dei rapporti con Pechino, dopo avere sfottuto a suo modo Draghi per la sintonia con gli Stati Uniti: “Basta leggere i dati dell’economia per capire che l’Italia può fare a meno più degli Usa che della Cina. Le esportazioni da Roma a Pechino sono balzate in sei mesi del 75 per cento e gli scambi commerciali del 50. Gli Usa hanno tutto da perdere dalla Cina. Noi tutto da guadagnare. La guerra fredda è finita da un pezzo”.

            Nei sei mesi che hanno  colpito Travaglio tanto da fargli sognare un rovesciamento della politica estera italiana è ben altro, di sapore tutto domestico, ciò che ha colpito Letta inducendolo a dare poca importanza alle ambiguità e contraddizioni di un centrosinistra a partecipazione grillina. “Il Pd è in salute, nel governo Draghi noi siamo a casa nostra e Salvini no. In sei mesi la Lega ha perso il 6% e noi abbiamo guadagnato il 3%”, ha detto letta continuando quindi a vedere i problemi solo a destra, diciamo così, e non a sinistra.

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Processo sommario al generale Figliuolo per la morte della diciottenne vaccinata

            Diversamente dagli azzurri, che hanno stravinto puliti la partita di calcio con i turchi all’Olimpico senza bisogno di drogarsi, regalando agli italiani la “notte magica” annunciata felicemente dalla Stampa, i nostalgici di Giuseppe Conte, da tempo inconsolabili per il suo allontanamento da Palazzo Chigi, hanno dovuto drogare la cronaca per festeggiare la sconfitta del suo successore e del generale degli alpini ch’egli ha promosso commissario straordinario per la lotta alla pandemia rimuovendo Domenico Arcuri.

            L’annuncio addirittura della “resa” del generale Francesco Figliuolo e l’intimazione…generosa alle scuse- generosa rispetto alla degradazione, la cui richiesta poteva pure sfuggire a tanto livore- nascono dal presunto fallimento della sua campagna per le vaccinazioni. Della cui dimensione, rapidità, approssimazione e quant’altro sarebbe rimasta vittima anche la povera diciottenne Camilla Canepa, morta dopo una dose di Astrazeneca. Che tardivamente è stata ora preclusa sotto i 60 anni.  Ma la sfortunata Camilla vi si era sottoposta -bisogna pur dirlo per onestà di cronaca- senza rivelare una patologia di cui era consapevole, essendo in cura per piastrine basse.

            La disinvoltura nell’uso della cronaca pur di imbastire processi sommari, con o senza il concorso di qualche magistrato  che -si sa- rischia poco, praticamente nulla, a prestarvisi con un semplice avviso di garanzia o con qualche soffiata, è purtroppo uno dei mali di cui soffre la comunicazione in Italia. Che è in crisi grave quanto e forse anche più della giustizia, E temo non vi si possa porre rimedio neppure col ricorso ai referendum abrogativi di cui Matteo Salvini ha appena scoperto l’utilità promuovendone sei, con l’aiuto dei navigatissimi radicali, per cautelarsi dal temuto fallimento dei tentativi in corso di riformare parti importanti del sistema giudiziario nella più appropriata -lo riconosco- sede parlamentare. Che facciamo? Abroghiamo i giornali più ancora di quanto non vi provvedano già da soli, e da tempo, scomparendo dalle edicole? Abroghiamo l’informazione che ci raggiunge ogni giorno, ogni ora, ogni minuto senza passare per le edicole? Evidentemente no, non si può fare.

            Pertanto il povero generale Figliuolo non è il primo e neppure l’ultima vittima, fortunatamente in salute, di questa brutta abitudine, alquanto diffusa nel mondo ma che in Italia conosciamo meglio per viverci, di fare male il proprio mestiere, indifferentemente, di giornalista, di magistrato o di politico.

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Mario Draghi for ever, tra Palazzo Chigi e Quirinale…

Marco D’Aliberti

            Claudio Cerasa, il direttore del Foglio, lo ha presentato ai lettori come “l’uomo che sussurra a Draghi”, essendone il consigliere più stretto e fidato del presidente del Consiglio, o fra i più stretti e fidati. E lo ha descritto fisicamente a mezza strada fra Corrado Passera e Sabino Cassese. E’ il professore di diritto amministrativo -non a Cassino e a contratto come il candidato del centrodestra al Campidoglio Enrico Michetti, ma all’Università La Sapienza di Roma- Marco D’Aliberti. Al quale Cerasa ha strappato non un’intervista, pur avendogli fatto pervenire un elenco di temi da trattare e ricevuto per risposta un lungo documento scritto, ma una “chiacchierata” in cui scavare di più e capire meglio gli oracoli che potevano rischiare di essere o apparire parti estrapolate di quel testo ricevuto da Palazzo Chigi.

            Da questa “chiacchierata”, farcita di riferimenti a Seneca, Leopardi, Gaetano Filangieri, Manzoni e l’ancor vivo Giuliano Amato, si è capito che Draghi si era tenuto un po’ stretto dicendo qualche giorno fa a Giorgia Meloni, ricevuta a Palazzo Chigi con una cordialità sconosciuta a Giuseppe Conte nei rapporti con le opposizioni al suo secondo governo, che “qui abbiamo tanto da fare sino al 2023”, cioè sino alla scadenza ordinaria della legislatura. Il che bastò e avanzò per supporre una preferenza del presidente del Consiglio a rimanere al suo posto, piuttosto che lasciarsi prendere dalla tentazione di succedere a febbraio a Sergio Mattarella al Quirinale, dove qualcuno vorrebbe cercare di mandarlo non so, francamente, se più per imbalsamarlo, ammesso che uno come Draghi possa essere impagliato, o per affidargli in custodia uno e anche più successori a Palazzo Chigi, con o senza un passaggio di elezioni anticipate.

            Di lavoro da fare alla guida del governo sulla base delle cose già impostate da Draghi riformando, semplificando, accelerando e via con altri gerundi, il buon D’Aliberti ne ha viste sino alla fine del 2026, al termine cioè dello scadenziario trimestrale fissato dalla Commissione Europea per finanziare via via il famoso piano della ripresa mandato da Roma a Bruxelles.

            Non so se facendo il finto tonto o il furbo, lasciando cioè aperte a Draghi sia la strada del Quirinale sia la conferma alla guida del governo in buona parte anche della prossima legislatura, Cerasa ha scritto, e concluso il resoconto della sua chiacchierata con D’Aliberti, che “presto a Palazzo Chigi dovranno provare a chiedersi quale sia il modo migliore e il palazzo migliore su cui scommettere per far sì che la parentesi di oggi possa chiudersi il più tardi possibile”. E’ una parentesi, poi, per modo di dire, perché D’Aliberti l’ha più correttamente definita “una stagione di riforme”. Che non significa poi una stagione di chissà quante leggi, o quanto lunghe, perché un sistema per funzionare, e per difendersi dall’insidia della disonestà  avvertita anche da Seneca, ha bisogno di poche e semplici regole. Non di proclami, aggiungerei, come quella legge addirittura “spazzacorrotti” di cui fanno a gara a vantarsi l’ex presidente del Consiglio Conte e l’ex ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. Che ne profittarono per mettervi dentro come una supposta una prescrizione così breve da poter produrre l’imputato a vita.   

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La candidatura sprecata in Campidoglio si chiama Vittorio Sgarbi

Per quanto l’insospettabile e saggio Biagio De Giovanni abbia appena rimproverato al “centro-sinistra”, sul Riformista di Piero Sansonetti, di essersi fatto praticamente fregare dal “centro-destra”, entrambi col trattino, nella preparazione alle elezioni politiche aspettando “come Godot” l’ultima edizione di Giuseppe Conte, impegnato a “raccattare pezzi dei 5 stelle dispersi a destra e a manca”,  dubito che l’alleanza tra Silvio Berlusconi, Giorgia Meloni e Matteo Salvini, in ordine rigorosamente alfabetico, stia facendo davvero del suo meglio per vincere la partita finale. O almeno per vincerla con le sue sole forze, senza contare sull’autorete degli avversari.

            I dubbi mi sono venuti assistendo prima alla troppo affannosa ricerca delle intese sulle candidature a sindaco nelle grandi città in cui si voterà in autunno, facendo addirittura scommettere Nicola Zingaretti su una specie di miracoloso e vincente cappotto del Pd, e poi alla pasticciata partenza e gestione del progetto di federazione del centro-destra. Che anche io scrivo ora col trattino, pur essendo nato senza di esso nella cosiddetta seconda Repubblica, perché il suo stesso promotore Berlusconi ha voluto praticamente metterlo rivendicando la cosiddetta centralità della sua Forza Italia, anche dopo averla riconosciuta alla Lega per il sorpasso subìto ad opera di Salvini nelle elezioni del 2018. E ben prima che un altro sorpasso, stavolta di Giorgia Meloni su Salvini, possa produrre un’alleanza a trazione meloniana, appunto.

            Mi direte che, a parte il perdurante pasticcio della federazione, a seguirne i cui sviluppi si perde il conto delle frenate o delle accelerazioni ora di Salvini e ora di Berlusconi, il centro-destra ha appena risolto i problemi delle candidature a sindaco di Torino e di Roma, lanciando rispettivamente l’imprenditore Paolo Damilano e la coppia Enrico Michetti-Simonetta Matone, in ordine questa volta non alfabetco ma gerarchico, essendo la seconda destinata ad essere davvero la vice del primo.

            Non so francamente a Torino, ma a Roma, dove personalmente abito e voto, francamente non scommetterei sulla coppia del centro-destra, pur con tutto il rispetto, per carità, che meritano entrambi i candidati: l’uno avvocato amministrativista, professore, espertissimo di problemi legali dei Comuni, tribuno radiofonico che non ho mai avuto la fortuna di ascoltare, l’altra magistrata più nota- mi sembra- di Michetti per le sue apparizioni televisive.

            A leggere le prime interviste di Michetti, cui peraltro Il Fatto Quotidiano ha subito riservato il solito trattamento giustizialista presentandolo come inseguito dalla Guardia di Finanza per presunti danni di oltre 800 mila euro procurati alla regione Lazio, a parte la solidarietà che merita per questo tipo di accoglienza ricevuto dal giornale che sostiene la conferma della sindaca grillina uscente Virginia Raggi, non mi sono francamente entusiasmato. Non credo che gli basti “il buon paio di scarpe” che ha annunciato di avere comperato per girare per Roma, dove servono piuttosto gli scarponi, e anche i canotti, per le condizioni alle quali la città è ridotta. E piuttosto che offrirsi di accompagnarlo di persona, presumendo evidentemente di conoscere meglio strade, piazze e quartieri, La Meloni secondo me avrebbe fatto meglio a candidarsi lei direttamente a sindaco. Se non lo ha fatto ritenendo il Campidoglio di secondo ordine rispetto al pur vicino Palazzo Chigi, ha commesso un errore inutilmente segnalatole di recente da un “animale politico” quale io considero Giuliano Ferrara. Che contemporaneamente auspicava la candidatura di Salvini a sindaco di Milano, senza che ciò potesse precludere all’una e all’altro, al momento opportuno, la guida di un governo. Il compianto Jacques Chirac fu sindaco di Parigi prima di approdare all’Eliseo come presidente della Repubblica francese.

            Un’ammissione della debolezza politica della coppia lanciata dopo tanti rinvii dal centro-destra per il Campidoglio l’ho trovata nel “tridente” vantato da Salvini proponendo come salvifica la nomina di Vittorio Sgarbi ad assessore alla cultura. Ma allora, scusatemi, pur nativo di Ferrara, e già sindaco di San Severino Marche, di Salemi e ora di Sutri, perché non spendere un nome e un uomo così prestigioso, pur al netto della sua imprevedibilità,  direttamente per il vertice dell’amministrazione capitolina?

Non si può onestamente pensare che uno come Sgarbi sia meno noto e capace di guadagnarsi voti oltre le logiche e i confini degli schieramenti tradizionali dell’avvocato, professore e tribuno Michetti o della giudice Matone. Né pensare che Sgarbi, compiaciuto del “tridente” inventato da Salvini, o addirittura da lui stesso suggerito al leader leghista, si sarebbe sottratto alla candidatura a sindaco di Roma se gliel’avesse offerta Giorgia Meloni.  Che a questo punto avrebbe avuto almeno il beneficio di accompagnare in giro il candidato per la “sua” Roma facendosene spiegare o addirittura scoprendo bellezze e tesori artistici. Poi il “suo” avvocato Michetti avrebbe ben potuto aiutare Sgarbi a sbrigare gli affari amministrativi della città con la sua esperienza di fondatore, peraltro, della “Gazzetta Amministrativa” così ingiustamente sottovalutata dal Foglio col titolo che gli ha dedicato di candidato “Ajo, ojo e Campidojo”.

Pubblicato sul Dubbio

Conte, il designato capo 5 Stelle, già richiamato dalla voce del padrone

            Diavolo di un uomo, Giuseppe Conte ci aveva appena promesso di stupirci come capo pur in attesa di insediamento nel MoVimento 5 Stelle e ci ha già fatto trovare davanti a una notizia per niente sorprendente. Egli è stato richiamato da quella che il compianto Franco Battiato avrebbe chiamato, come uno dei suoi album o una vecchia casa discografica, “la voce del padrone”. Che sotto le 5 Stelle, ed eventuali aggiunte, è naturalmente quella di Beppe Grillo.

Il comico avrà i suoi problemi familiari ma non ha evidentemente smesso di occuparsi della sua creatura politica, di cui d’altronde è considerato dallo stesso Conte un garante “insostituibile”. La sua è stata e resterà quindi l’ultima parola nella compagnia. E l’ultima, nella scabrosissima materia di due mandati e non di più da permettere a chi viene proposto agli elettori ed eletto, è la conferma di questa regola, per quanto essa sia ormai troppo stretta a chi i due mandati li ha già avuti -a cominciare, per esempio, da Luigi Di Maio- e non intende cambiare quello che è ormai è diventato il suo mestiere: la politica ad alto livello, in Parlamento e possibilmente al governo, senza scendere di livello.

            Conte invece, proprio pensando a Luigi Di Maio e altri nelle sue condizioni, aveva intenzione di lasciare la questione appesa per aria, magari confermando a parole la regola ma riservandosi da capo, con qualche appendice alla stessa regola, di permettere deroghe di qualità, diciamo così, cioè per merito.

Titolo del Messaggero

            Il richiamo di Grillo a Conte sarebbe avvenuto in un incontro nella villa al mare del comico: la stessa, a Marina di Bibbona, nella quale era stata programmata la designazione dell’ancora presidente del Consiglio a rifondatore e capo del MoVimento. Cui però all’ultimo momento fu preferito un altro scenario o un’altra cornice: il solito albergo romano frequentato in trasferta da Grillo, con vista mozzafiato sui resti dei Fori Imperiali. Fu peraltro una designazione propedeutica alla conferma, anzi al rafforzamento della scelta di governo a favore di Mario Draghi. Dalle cui decisioni invece Conte si dice ora “disorientato” reclamando “svolte” che in politica si sa come cominciano, se cominciano, ma anche come finiscono: generalmente con una crisi, sempre a causa di qualche “lealtà” tradita lungo la strada. E “leale” appunto è il “sostegno” che Conte ha promesso a Draghi pur contestandone la linea, secondo lui troppo condizionata da Matteo Salvini e da Silvio Berlusconi.

Dal Riformista
Titolo del Fatto

            Il segretario del Pd Enrico Letta, che recentemente ha assicurato di tenere più all’”agenda” di Draghi che a quella sua personale portata da Parigi, mostra di non avvertire rischi. Egli ha appena programmato un viaggio elettorale insieme a Conte in Calabria. Ma un richiamo gli è appena venuto da sinistra con un articolo dell’anziano filosofo Biagio De Giovanni. Il quale sul Riformista ha scritto che, per quanto non felicissimo- a mio avviso- nelle scelte dei candidati alle elezioni amministrative d’autunno, “il centro-destra è in reale, effettivo movimento, in un dibattito ancora confuso e dagli esiti incerti, tuttavia sta lavorando sulla propria fisionomia, come una coalizione che si appresta a governare”. E “invece il centro-sinistra appare una “forza” acefala, sempre in attesa di qualcosa”. In particolare “oggi è il Pd in attesa di Conte che sta provando a raccattare pezzi dei 5 stelle dispersi a destra e a manca”.

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Conte promette di “sorprendere” chi considera finiti i grillini

            In attesa dell’investitura formale a capo già designato da Beppe Grillo in persona, mancando ancora una quindicina di giorni alla votazione elettronica degli iscritti, Giuseppe Conte si è offerto alle telecamere de la 7, ospite di Giovanni Floris, per promettere di “sorprendere” quelli che danno in perdurante crisi e rissa interna, anche sotto la sua guida, il Movimento 5 Stelle. O come diavolo vorrà o gli permetteranno di chiamarlo, sicuramente con un richiamo all’”Italia 2050”, come si dice da tempo, ma forse anche col suo cognome inserito nel titolo, magari staccato: Con te. Anche di questo si sente parlare fra i grillini. Ma lui si è guardato bene dal dirlo, anche perché nessuno glielo ha chiesto nel salotto televisivo. Dove invece di suo egli ha preferito annunciare una certa voglia di spersonalizzare la politica promuovendo una riforma costituzionale finalizzata a rafforzare “il sistema”. Per farlo diventare presidenziale? Gli è stato chiesto. “Non mi faccia anticiparlo”, ha risposto con una certa ambiguità.

            Certo, se fosse presidenziale anche nel sistema cui pensa Conte conterebbe eccome la persona, ma non quella che capeggia partiti o formazioni del “2 per cento”, ha spiegato alludendo chiaramente a Matteo Renzi. Cui il professore, “mai stato sereno” con lui, è tornato ad attribuire la responsabilità di aver fatto cadere il suo secondo governo.

Più che il complotto o addirittura il “Conticidio” lamentato dai sostenitori maggiormente contrariati dal suo allontanamento da Palazzo Chigi, l’ex presidente del Consiglio si è mostrato rassegnato al fatto che “la democrazia parlamentare funziona così”. Quando ti manca l’appoggio di una forza pur piccola ma decisiva, e non riesci a sostituirla lungo la strada con un’altra, devi buttare la spugna. A meno che non si cambino le regole.

            Di Salvini e del suo ritorno sulla scena con Draghi, che il capitano leghista sembra appoggiare con maggiore convinzione e peso dei grillini, Conte non ha preferito parlare. Ne ha solo criticato il proposito di riformare la giustizia con l’arma pannelliana del referendum abrogativo continuando a trattare sugli stessi temi con le altre componenti della maggioranza per arrivare a soluzioni parlamentari. “I referendum sono una cosa seria”, ha detto con l’aria di considerarli non seri se maneggiati da altri come forma di pressione sui gruppi parlamentari, o di sostituzione se non dovessero riuscire ad accordarsi.

            Pur deciso a voler  piacere anche ai “moderati”, Conte ha mostrato di continuare a sperare nella possibilità, oltre che volontà, di recuperare oltranzisti usciti, o disiscritti, dal movimento come quel bravo e generoso “ragazzo” che sarebbe Alessandro Di Battista, col quale conta di confrontarsi al ritorno dalla Colombia, dove l’ex deputato andrà a ricaricare le sue batterie crollate con la decisione dei grillini di partecipare al governo Draghi. Cui Conte ha però garantito “grande lealtà”, pur se “disorientato” dalle sue scelte, come aveva spiegato in una intervista al Corriere della Sera, non o non ancora quindi al punto di provocare una crisi.

            D’altronde, “se non fossimo al governo -ha spiegato al Fatto Quotidiano l’esaurito reggente Vito Crimi- non potremmo difendere i nostri temi e le nostre battaglie, e combattere certe derive. Se uscissimo cosa faremmo: dei sit-in?”. E anche sull’essere “ormai un’altra cosa”, come lamentato dall’intervistatore, il vice ministro Crimi ha frenato dicendo: “Non abbiamo cambiato le nostre idee, ma i modi di esprimerle”.   

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Draghi dopo l’attacco di Conte ostenta i suoi buoni rapporti con Salvini

Salvini all’arrivo a Palazzo Chigi

La risposta di Mario Draghi all’intervista problematica, diciamo così, di Giuseppe Conte in veste di quasi capo del MoVimento 5 Stelle, a poche centinaia di metri ormai dal traguardo dopo la rimozione degli ostacoli di Davide Casaleggio e affini, è stata immediata e significativa, da uomo di poche parole e del fare com’è il presidente del Consiglio. Il suo incontro a Palazzo Chigi  con Matteo Salvini, già programmato prima di quell’intervista, è durato mezz’ora in più del previsto. “Abbiamo perso di vista l’orologio”, ha detto il leader leghista all’uscita, spiegando ai cronisti di avere parlato con Draghi “d’Italia e non dei partiti”: neppure del suo e di quello di Silvio Berlusconi, entrambi al governo, impegnati nell’accidentato percorso di un patto federativo su cui evidentemente il presidente del Consiglio non ha avvertito la curiosità o l’interesse di saperne più di quanto non si scriva sui giornali.

            L’incontro con Draghi è stato “bello e utile”, ha commentato ancora Salvini preannunciandone altri in una prospettiva certamente di non breve durata del governo, visti gli “ottimi risultati” raggiunti sinora sia per superare le emergenze dalle quali esso è nato sia per garantire la ripresa e la crescita.

Titolo del Fatto Quotidiano

Se qualcuno, sotto le 5 Stelle e dintorni, pensa non solo di “farsi sentire di più”, come grida un titolo del Fatto Quotidiano all’intervista della ministra grillina Fabiana Dadone, compiaciuta dell’intervista di Conte al Corriere, ma di uscire anche dalla maggioranza per recuperare i voti, i parlamentari e altri ancora allontanatisi dal movimento, a cominciare da quel bravo “ragazzo” Alessandro Di Battista, come l’ha chiamato l’ex presidente del Consiglio, né Draghi né Salvini probabilmente si strapperanno i vestiti e andranno nudi per strada.

Credo che non si dispererà neppure il presidente della Repubblica. Il quale, pur privo nel suo ultimo semestre di mandato del diritto di sciogliere anticipatamente le Camere e mandare immediatamente gli italiani alle urne, saprà trovare il modo per far proseguire il lavoro di Draghi. Nelle Camere elette nel 2018, pur essendovi entrati come la forza di maggioranza relativa, i grillini sono diventati molto meno “centrali”, come si vantavano assumendo le formule e le parole della scomparsa Democrazia Cristiana. Il governo Draghi potrà proseguire con altri numeri per il tempo che si rivelerà opportuno o possibile, con Sergio Mattarella o un suo successore al Quirinale. A scegliere il quale peraltro i grillincontiani -altro effetto della loro crisi- potranno risultare meno decisivi delle loro attese o pretese.

            Oltre a non intimidire Draghi col disagio e quant’altro denunciato di fronte alle scelte sinora compiute dal governo, Conte non sembra riuscito neppure a raccogliere l’interesse che forse si aspettava fra i dissidenti, i “disiscritti”, come si definisce Casaleggio, e gli espulsi dal MoVimento dello scaduto reggente Vito Crimi. Da quelle parti non sono arrivati segnali di ripensamento. Non saranno insomma le parole di Conte, pur minacciose o ambigue, come le ha trovate Massimo Panarari sulla Stampa, per nulla convinto del “sostegno” garantito a Draghi pur contestandone le scelte, a cambiare le cose sotto le 5 stelle. Ci vorrà quanto meno il ritiro della “delegazione” dal governo. Vasto programma, direbbe un redivivo De Gaulle in vacanza in Italia.

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Più tattica che strategia nel progetto federativo di Berlusconi e Salvini

Su Libero, uno dei giornali di riferimento del centrodestra, è stato addirittura definito “patto d’acciaio” quello immaginato, pur come federativo, tra Silvio Berlusconi e Matteo Salvini, o viceversa.

Titolo del Dubbio
Ricolfi sul Messaggero

A chi sia venuta per primo l’idea  è stato controverso sino a quando il bravo Luca Ricolfi non ha recuperato e riproposto sul Messaggero un commento di Silvio Berlusconi ai risultati delle elezioni europee del 2019, quando la Lega di Salvini allora al governo da solo con i grillini, conquistò il 34 per cento dei voti e la sua Forza Italia meno del 9. “Forza Italia -disse allora Berlusconi ai suoi che ancora si riunivano a Palazzo Grazioli, a Roma- è destinata a stare con la Lega o attraverso un’alleanza o con una fusione. Con Salvini sono in costante contatto”.

Quasi due anni dopo Maurizio Belpietro, frequentatore certificato della quasi Real Casa di Arcore e direttore della Verita, ha attribuito sempre a Berlusconi il progetto di un “Predellino 2”: una specie di riedizione del predellino dell’auto su cui l’ex presidente del Consiglio montò nel 2007 in Piazza San Babila, a Milano, per prospettare non la federazione ma l’unificazione di Forza Italia e di Alleanza Nazionale di Gianfranco Fini. Che prima reagì parlando di “comiche” ma poi ne scoprì una doppia utilità. Una era quella di non doversi più contare elettoralmente da solo, dopo una serie di arretramenti elettorali della destra ex o post-missina, l’altra era di poter scalare dall’interno di uno stesso partito, che fu chiamato Popolo della libertà, il vertice scommettendo sul logoramento del Cavaliere, fisico e  giudiziario.

Ora che Fini politicamente non c’è più, logorato più e prima del suo ex alleato, ad avvicendarsi nell’operazione Predellino è la Lega, completamente estranea all’avventura del 2007. L’estraneità stavolta è della destra post-finiana, contro la quale anzi, al di là delle smentite formali, sarebbe nato il nuovo progetto, almeno guardando alle convenienze di Salvini. Che, appoggiandosi alle pur ridotte truppe elettorali di Berlusconi, pensa di evitare il sorpasso perseguito ormai con spietata franchezza da Giorgia Meloni, propedeutico ad un centrodestra a trazione non più leghista, oltre che non più forzista.

Hiter e Ciano dopo la firma del Patto d’acciaio

Di acciaio tuttavia in questa operazione- mi spiace per quelli di Libero, che è appena tornato a scrivere di “asse” nel titolone di prima pagina-  si vede ben poco per le difficoltà subito incontrate da entrambi i protagonisti. Essi continuano, per carità, a telefonarsi per incoraggiarsi a vicenda, ma  nei loro rispettivi partiti crescono resistenze, malumori e quant’altro. D’acciaio, del resto, c’era francamente poco anche nell’omonimo patto del 1939, che il ministro degli Esteri di Mussolini, il genero Costanzo Ciano, andò a firmare a Berlino scrivendo tuttavia sui suoi diari di crederci poco, anzi per niente. E tutto finì con un disastro per entrambe le parti, più quella giapponese intervenuta in un secondo momento.

La citazione del patto d’acciaio su Libero

Non foss’altro per scaramanzia, visto l’epilogo del patto d’acciaio storicamente e sinistramente più noto, al progetto federativo della parte del centrodestra attualmente al governo dovrebbero essere risparmiati certi incauti richiami.  Se ne dovrebbe parlare nei termini più modesti e propri di un’operazione tattica nella quale conta forse capire non chi ci potrebbe guadagnare di più ma  chi potrebbe rimetterci di meno, avendo ragione Giorgia Meloni quando ricorda che la somma di due partiti non equivale per forza a quella dei loro elettorati.

Il banchetto improvvisato da Conte a favore di Draghi

Sembra un paradosso che il centrodestra soffra pur essendo sistematicamente in vantaggio nei sondaggi sul centrosinistra abbozzatosi  per strada fra Pd e ciò che resta o resterà del MoVimento 5 Stelle, e comunque già al governo della maggior parte delle regioni. Ma il paradosso è ormai diventato sistemico nella politica italiana, comune tanto al centrodestra quanto al centrosinistra. Dove, per esempio, si esulta per l’incoronazione finalmente più vicina di Conte nel movimento grillino liberatosi di quella che era diventata una zavorra,  non più la mitica Associazione Rousseau. Ma non si capisce, o si finge di non capire che il Conte voluto, designato personalmente da Grillo una domenica mattina a Roma davanti ai resti dei Fori Imperiali è già diventato un altro. Non è più il Conte del banchetto improvvisato davanti a Palazzo Chigi per annunciare la resa all’arrivo di Draghi e la  generosa disponibilità a dargli la mano, secondo le indicazioni di Grillo, ma il Conte investito già di un’altra, diversa missione: quella  appena confermata in una intervista al Corriere della Sera di protestare contro le ultime decisioni del governo  e correggerne la rotta, secondo l’auspicio, dichiamo così, formulato il giorno prima dal Fatto Quotidiano.  

Correggere la rotta del governo Draghi, ritenuta troppo di destra, significa semplicemente lavorare per la sua caduta, non a caso già attribuita ai calcoli di Conte da qualche retroscena.  Ma per  fare questo bastava -altro paradosso- lasciare il Movimento 5 Stelle, o 5 Schegge, come l’ha chiamato sulla Stampa Massimo Panarari, nell’anarchia prodotta dalla lunga reggenza di Vito Crimi, restituendo Conte alla docenza e alla professione forense, e lasciando di lui ai nostalgici il ricordo di un buon presidente del Consiglio, ingenerosamente rovesciato col solito, presunto complotto. “Conticidio”, lo ha chiamato il giallista che più ne ha sofferto.

Pubblicato sul Dubbio

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Conte va alla guerra per una svolta di governo, e forse anche per una crisi

            Giuseppe Conte stavolta non ha perso tempo; non ha rinviato decisioni, come soleva fare spesso a Palazzo Chigi; non ha atteso l’incoronazione al vertice del MoVimento 5 Stelle già affidatogli da Beppe Grillo, destinato comunque a rimanere garante semplicemente perché “insostituibile”, ha spiegato l’ex presidente del Consiglio in una intervista al Corriere della Sera. Ora che il divorzio da Davide Casaleggio è consumato, l’elenco degli iscritti non è più chiuso a chiave come un tesoro nella cassaforte dell’associazione Rousseau e si potrà finalmente eleggere formalmente il nuovo capo, Conte ha chiesto un appuntamento a Mario Draghi anticipandogli però, nella già ricordata intervista, le sue doglianze. Che esporrà con “la voce alta e forte” di un movimento non più paralizzato.

Titolo del Fatto Quotidiano

            Il contenzioso di Conte è significativamente lo stesso strillato oggi in un titolo di prima pagina dal solito Fatto Quotidiano con questo titolo: “Prime sfide a Draghi: licenziamenti, green e Anac”, l’acronino dell’Autorità anticorruzione che sarebbe stata svuotata dalle nuove competenze assunte dal ministro berlusconiano della pubblica amministrazione Renato Brunetta. “Alcune decisioni -ha spiegato Conte al Corriere– hanno scontentato i cittadini e suscitato perplessità. Penso al sostegno alle imprese, ad alcuni indirizzi in materia di tutela dell’occupazione e di transizione ecologica. Disorientamento hanno provocato anche il condono fiscale e adesso l’emarginazione dell’Autorità anticorruzione. E’ normale che il disagio dei cittadini si ripercuota anche sulla forza che conserva la maggioranza relativa in Parlamento”, pur avendo perso pezzi per strada.

            Una “correzione di rotta del governo” aveva reclamato ieri Marco Travaglio sul Fatto commentando l’avvicinamento di Conte alla guida effettiva del MoVimento 5 Stelle -o come diavolo finirà per chiamarsi, non avendo lo stesso Conte escluso nella sua intervista un cambiamento di none- e correzione di rotta sarà la richiesta dell’ex presidente del Consiglio al suo successore. Che spera così anche di recuperare qualcuno dei duri che se ne sono andati di recente, a cominciare da quel bravo “ragazzo” che sarebbe Alessandro Di Battista, ora in partenza daccapo per il Sud America—ha spiegato lo stesso Conte- e destinato a trovare al suo ritorno chissà quale nuovo scenario politico: magari, un passaggio del MoVimento all’opposizione durante il cosiddetto semestre bianco, quando Mattarella non potrà sciogliere le Camere.

Testo del Messaggero
Titolo del Messaggero

            Sulla prospettiva dell’uscita dei grillini dalla maggioranza ha titolato Il Messaggero mostrando di avere informazioni stavolta anche migliori, o maggiori, del Fatto. Il cui direttore, d’altronde, aveva già detto qualche sera fa in televisione di non credere che l’attuale governo Draghi, con la sua maggioranza estesa dai grillini a Salvini, che fanno pure rima, fosse davvero l’ultima spiaggia della legislatura prodotta dalle urne del 2018.

            A sostegno delle previsioni di una crisi provocata da Conte Il Messaggero ha riportato una recente dichiarazione del deputato grillino Angelo Tofano, molto vicino al professore. Secondo il quale “c’è sicuramente ancora molto da fare” per “mettere in sicurezza il Paese”, come Mattarella ha chiesto a Draghi, “ma la luce in fondo al tunnel si inizia a vedere e credo sia doveroso chiedersi -ha detto Tofano- se sia ancora realmente necessario sostenere il governo. Porrò questo tema a Conte e ai ministri del M5S”. Fra i quali magari ce ne saranno di contrari, come Luigi Di Maio, ma ormai l’ultima o penultima parola -dopo Grillo- spetterà a Conte.

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