I debiti di Conte sulla strada finalmente spianata di capo delle 5 Stelle

Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano
Davide Casaleggio

            Ora che il divorzio fra il Movimento 5 Stelle e Davide Casaleggio sembra finalmente e veramente consumato col passaggio dell’elenco degli iscritti e col debito “onorato”, secondo l’annuncio di Giuseppe Conte, nella misura per lui obiettivamente conveniente della metà, da circa 500 mila e 250 mila euro riconosciuti all’Associazione Rousseau, c’è da vedere se e in quale misura l’ex presidente del Consiglio in attesa della corona destinatagli da Beppe Grillo vorrà o riuscirà pagare il debito politico. Che è quello non tanto di sostenere il suo successore a Palazzo Chigi, come sembrava essere nelle aspettative di Grillo, quanto di “correggere la rotta del governo”, almeno secondo le aspettative, le indicazioni, le interpretazioni e quant’altro di quell’impegnato sostenitore come Marco Travaglio.

            Non sembra tuttavia che il direttore del Fatto Quotidiano sia molto sereno: non più di quanto intendesse dire Matteo Renzi nel 2014 all’allora presidente del Consiglio Enrico Letta mentre si accingeva ad allontanarlo da Palazzo Chigi. “Non sappiamo- ha prudentemente scritto Travaglio, particolarmente letto sotto le 5 Stelle ma non sempre o quasi mai ascoltato, si è doluto qualche sera fa in un collegamento televisivo con Lilli Gruber- se Conte, che da neofita ha offerto buone prove come premier, sarà all’altezza anche alla guida del M5S”, perché “come leader politico è ancora tutto da scoprire”. E se non si dimostrasse all’altezza sarebbero guai per ciò che resta o resterà del movimento, dato che “all’orizzonte non si vede nessuno che possa riuscirci meglio di lui”. ha scritto ancora il direttore del Fatto Quotidiano.

            Nella missione affidatagli di “correggere -ripeto- la rotta” di un governo  condizionato dagli odiati Matteo Salvini e Silvio Berlusconi, ora per giunta impegnati a federarsi per contare ancora di più nella maggioranza, e non solo per difendersi all’interno del centrodestra dalla scalata alla leadership della giovane Giorgia Meloni, il povero Conte rischia di perdere la sponda del segretario del Pd Enrico Letta. Il cui antisalvinismo sembra essersi un po’ ridotto nella sostanza, al di là dell’intransigenza verbale. Nel Pd vanno infatti crescendo dubbi e preoccupazioni sul nuovo segretario, specie da quando le iniziative referendarie di Salvini con i radicali sui temi della giustizia hanno indotto anche uno come Goffredo Bettini a raccomandare di non mettersi troppo di traverso sulla strada del contenimento della confusione ed esondazione della magistratura.

            La guardasigilli Marta Cartabia, peraltro, difficilmente ridurrà l’impegno riformatore scambiando i referendum per atti ostili, come vorrebbero molti sotto le cinque stelle, dove hanno cominciato un pò a lusingarla mostrando attenzione ad una sua possibile candidatura al Quirinale per la successione a Sergio Mattarella, in febbraio. All’ex presidente della Corte Costituzionale non manca certo l’ambizione, anche di essere la prima donna a salire così in alto, ma neppure la coerenza, né il senso del realismo in una situazione fluida come questa, in cui al presidente uscente della Repubblica tutti alla fine potrebbero chiedere il sacrificio di ritardare il riposo di un anno per consentire alle nuove Camere di eleggere nel 2023 un successore più legittimato.

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I calcoli della federazione proposta da Salvini e accettata da Berlusconi

            Per stare al gioco implicito del titolo del manifesto sulla prospettiva proposta da Matteo Salvini ed accettata da Silvio Berlusconi di una federazione fra i loro partiti, con quell’accento sull’e dei legami conseguenti, proviamo a ragionare su chi, dei due, potrà risultare il più vincolato, o meno favorito. Che è un po’ come ragionare su una complessa operazione variamente definita dai giornali vicini ad entrambi i partiti: dalla “Rivoluzione Centrodestra” del Giornale della famiglia Berlusconi al “Matteo e Silvio sposi (per Colle e governo” di Libero”.

            Anticipata la settimana scorsa sulla sua Verità da Maurizio Belpietro come una riedizione del “Predellino” da cui era tentato Silvio Berlusconi, che nel 2007 dal predellino, appunto, di un’auto a Milano, in Piazza San Babila, aveva lanciato l’unificazione della sua Forza Italia e dell’Alleanza Nazionale di Gianfranco Fini in un solo partito destinato a chiamarsi Pdl, acronimo di Popolo delle libertà, l’operazione è diventata decisamente opposta. “Il predellino di Salvini” ha titolato laRepubblica. Che suppone quindi il leader leghista promotore e Berlusconi in qualche modo costretto a seguirlo, a costo -nella nuova versione dei fatti anche di Belpietro- di “spiazzare anche i suoi”. Fra i quali non sono infatti mancate riserve esplicite, preoccupazioni di “annessione”, allarmi, nuovi esodi e quant’altro.  Salvini invece potrebbe adesso difendersi meglio da Giorgia Meloni, minacciato com’è ormai da mesi di sorpasso elettorale, propedeutico ad una corsa ormai esplicita della giovane leader dei Fratelli d’Italia a Palazzo Chigi in caso di vittoria del centrodestra nelle prossime elezioni politiche.

La lettura dell’operazione da parte di Repubblica, tutta favorevole più a Salvini che a Berlusconi, è in fondo condivisa dal sommario del titolo già ricordato del manifesto, centrato sulle reazioni negative in Forza Italia, enfatizzate anche nel titolo del Riformista sul “predellino di Berlusconi” sì, tuttavia col suo partito in “rivolta”. A sedare la quale temo che non basterà il vantaggio tutto personale, e peraltro assai improbabile, di Berlusconi prospettato dal  titolo già citato di Libero sulla destinazione di Salvini a Palazzo Chigi e di Berlusconi al Quirinale, del cui titolare il mandato scadrù fra meno di otto mesi.  Immaginare che possa essere eletto Berlusconi al posto di Mattarella in questo Parlamento, con i grillini in crisi, per carità, ma ancora provvisti della maggioranza relativa, mi sembra francamente azzardato, a dir poco.

E allora, dei due chi potrà risultare dall’operazione più legato all’altro? Mi sembra Berlusconi sul piano personale, anche se sul piano politico può avere ragione lo storico e politologo Giovanni Orsina sulla Stampa a sottolineare “la svolta al centro del capitano” leghista. Del cui merito potrebbe vantarsi Berlusconi, anche a costo di deludere e allarmare i fedelissimi, ai quali è stata attribuita di recente questa specie di massima opposta alla defezione di tanti forzisti verso la neonata “Coraggio Italia”, leghisti e meloniani: “Meno siamo e meglio stiamo”.

Certo, se l’epilogo fosse davvero questo, di Berlusconi si potrebbe dire che a furia di montare e smontare eredi o delfini in casa, cioè dentro la sua Forza Italia, egli ha finito per doverne cercare o subire uno da fuori. Del resto, a 85 anni da compiere a fine settembre egli non  ha più l’età per i giochi di prima.  

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Mario Draghi si sfila dalla corsa al Quirinale, se mai vi è davvero entrato

Titolo del Foglio

            Per niente intimidito dal “lavoraccio” che gli ha attribuito in prima pagina il manifesto alla guida del governo, fra le preoccupazioni europee per le dimensioni del debito pubblico italiano, pur con prospettive concrete adesso di ripresa economica, e una maggioranza troppo larga per essere davvero compatta, come del resto non lo era, o lo era ancor meno quella più ristretta delle due edizioni del predecessore a Palazzo Chigi, Mario Draghi ha detto a Gorgia Meloni nel proprio ufficio di presidente del Consiglio che “qui c’è tanto da fare fino al 2023”. Cioè, fino alla conclusione ordinaria della legislatura cominciata nel 2018, senza scioglimenti anticipati  sognati o temuti, secondo i gusti, da chi pensa sotto sotto che proprio Draghi, succedendo a Sergio Mattarella a febbraio, possa o addirittura voglia poi rinnovare subito le Camere per creare nel nuovo Parlamento, dimagrito e riequilibrato rispetto a quello eletto più di tre anni fa, una maggioranza forse meno larga di oggi ma più coesa.

            Le parole rivolte in più di un’ora di incontro con la rappresentante dell’unica opposizione dichiarata e praticata al suo governo, compiaciuta peraltro di avere trovato nel presidente del Consiglio “un interesse reale e attento”, ben diverso da quello riservato al centrodestra da Giuseppe Conte nei mesi precedenti alla sua caduta, equivalgono ad un chiaro sfilamento di Draghi dalla corsa al Quirinale. E ciò ammesso e non concesso ch’egli vi abbia davvero pensato di parteciparvi, come forse gli hanno attribuito solo i giornali e gli interessati, politicamente, più a imbalsamarlo sul colle più alto di Roma che a promuoverlo.

            La rimozione di una reale candidatura di Draghi alla successione a Mattarella potrebbe tanto facilitarne una non so se più di fantasia o di coraggio come quella di Marta Cartabia, l’attuale guardasigilli che sarebbe poi la prima donna a presiedere la Repubblica, quanto rendere ancora più stringente il pressing in corso su Mattarella, nemmeno tanto dietro le quinte, perché accetti con una rielezione sostanzialmente a termine un supplemento di fatica. Che permetterebbe al sistema una più solida e realistica successione non in un Parlamento ormai in scadenza ma nel nuovo, che risulterà per forza di cose tanto più diverso da quello attuale, fra una sostanziosa riduzione dei seggi, tanto alla Camera quanto al Senato, e la ormai scontata fine della cosiddetta “centralità” del Movimento 5 Stelle. O comunque esso si chiamerà dopo la rifondazione affidata da Beppe Grillo in persona a Conte. Non si ripeterà di certo il successo del 2018, quando i grillini conquistando la maggioranza relativa, come la Dc ai suoi tempi, diventarono il perno di tutte le combinazioni possibili di governo.

            La prospettiva di elezioni anticipate è smentita anche dall’interesse ora concreto e personale sia di Conte sia del segretario del Pd Enrico Letta  alle elezioni politiche suppletive in arrivo in autunno con le amministrative  per sostituire, rispettivamente, a Roma la deputata grillina Emanuela Del Re, in uscita verso incarichi all’estero, e a Siena il senatore piddino ed ex ministro Pier Paolo Padoan, designato alla presidenza di Unicredit. Non avrebbe francamente senso ambire ad un seggio parlamentare della durata di qualche mese, anziché del quasi anno e mezzo residuo della legislatura.

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De Gregori nel Pantheon e Mattarella ancora al Quirinale

Per quanto prematura, con i suoi 70 anni felicemente compiuti in aprile, cinque in meno della Repubblica appena festeggiata nelle piazze d’Italia e al Quirinale, è meritatissima la destinazione di Francesco De Gregori al Pantheon nazionale simpaticamente assegnatagli dal Foglio. Che ha commentato con questa destinazione, appunto, il passaggio più suggestivo del discorso celebrativo di Sergio Mattarella: quello in cui il capo dello Stato ci ha esortati tutti, anziani e giovani, a riconoscerci nei versi scritti, tradotti in musica e cantati appunto da De Gregori ricordando che “la Storia siamo noi”.

            E’ la Storia, con la maiuscola, in cui nessuno deve sentirsi offeso o escluso “in questo prato di aghi sotto il cielo“, tra rumori e silenzi “duri da masticare”. O tra le false grida contro i “tutti che rubano nella stessa maniera”, lanciate giusto per “convincerti a restare chiuso quando viene la sera”, ben prima che altre grida, stavolta giustificate dalla pandemia e tradotte in tanto di decreti, ci obbligassero per un po’ di tempo al coprifuoco per proteggerci dai bombardamenti del Covid.

E’ la Storia che “dà torto o dà ragione”, magari non agli stessi che se li erano attribuiti intempestivamente. E’ la Storia di noi che “abbiamo tutto da vincere e tutto da perdere”, anche quando cerchiamo di chiudere gli occhi, senza renderci conto che “quando si tratta di scegliere e di andare” ti ritrovi “la gente tutta con gli occhi aperti”, sapendo “benissimo cosa fare”. E via parlando e cantando.

            Il De Gregori scelto con arguzia dal capo dello Stato in quello che personalmente mi auguro – come spiegherò più avanti- non possa diventare davvero l’ultimo dei suoi pronunciati in carica per il compleanno della Repubblica, è il cantautore dei momenti o delle fasi ispirate all’ottimismo. E’ il De Gregori anche di “Viva l’Italia”, che commosse e piacque tanto a Bettino Craxi da farne, fra i mugugni e poi anche le proteste dell’interessato, la colonna sonora delle manifestazioni del Psi orgogliosamente autonomista, finalmente affrancato dalla paura, dalla soggezione e altro ancora nei rapporti col partito egemone della sinistra. Che era il Pci, preferito, o in cui comunque si riconosceva di più il cantautore prima che la Storia gli desse torto con la caduta del muro di Berlino. Per sottrarsi alle cui rovine alle Botteghe Oscure cambiarono nome e simbolo, e poi anche la sede.

            Il De Gregori scelto da Mattarella per commuovere e incoraggiare gli italiani non è il cantautore scoraggiato che nel 1976- dopo un anacronistico processo fattogli al Palalido di Milano dai collettivi studenteschi e dagli extraparlamentari rossi per rinfacciargli i soldi che guadagnava strumentalizzando, secondo loro, i concetti di sinistra che già allora esprimeva nelle sue canzoni- si propose di ritirarsi per protesta contro quelli che gli avevano appena risparmiato solo “l’olio di ricino”. Ma fu una protesta che per nostra fortuna durò pochissimo, perché egli tornò presto a scaldare il pubblico.

            Il De Gregori pessimista, che Mattarella sicuramente non ignora ma non ha giustamente citato in una ricorrenza festosa come il 2 giugno, è quello che nel 1989 previde come “regola del 2000” addirittura “la legalizzazione della mafia” e nel 1993 indicò nella tragedia del Titanic l’evento simbolico “del secolo”, che pure aveva già prodotto due guerre mondiali e in Italia anche gli anni di piombo in piena democrazia. Il De Gregori pessimista era anche quello che ci esortava a non comperare un’auto usata da un “ottimista” o da uno dichiaratamente, spavaldamente “moderno”. Ma chi di noi, del resto, non ha mai alternato momenti e occasioni di ottimismo e di pessimismo?

            Personalmente, per esempio, ritengo troppo ottimistico il proposito, il desiderio e quant’altro espresso recentemente da Mattarella ad una scolaresca romana di prendersi il meritato riposo “fra otto mesi”, quando scadrà il suo mandato presidenziale. Temo e al tempo stesso auspico un suo supplemento di fatica, un sacrificio come quello computo dal suo predecessore Giorgio Napolitano. Che nel 2013, in un Parlamento appena eletto ma bloccatosi nella scelta del suo successore al Quirinale, accettò con la rielezione offertagli in processione dai rappresentanti di un po’ tutte le forze politiche di rimanere al suo posto ancora due anni, sostituito nel 2015 proprio da Mattarella.

            Quest’ultimo sa bene, senza che glielo debba ricordare anche un giornalista modesto come me, la debolezza intrinseca di un altro presidente della Repubblica eletto l’anno prossimo da un Parlamento destinato l’anno dopo ad essere modificato numericamente, ridotto di più di un terzo dei seggi, e politicamente. E ciò per i tempi a dir poco infelici di una riforma imposta, pur a bicameralismo invariato, dai grillini prima ai leghisti e poi al Pd, alternatisi nell’alleanza di governo con le 5 Stelle. Formalmente sarebbe, per carità, un presidente legittimo, nel pieno dei suoi poteri dal primo all’ultimo giorno del mandato settennale, salvo il divieto di sciogliere le Camere negli ultimi sei mesi del proprio incarico.  Di fatto però sarebbe un presidente azzoppato, evitabile solo se generosamente Mattarella accettasse di aspettare anche lui l’elezione delle nuove Camere per prendersi il riposo e il laticlavio che gli spettano. La Storia, presidente, per dirla con De Gregori, è anche Lei.

Pubblicato sul Dubbio del 4 giugno

Cresce la voglia di una conferma pur provvisoria di Mattarella al Quirinale

Il testo completo della poesia e canzone di Francesco De Gregori citata da Mattarella al Quirinale

            Volente o nolente, a dispetto del bisogno di riposo che ha avvertito e comunicato recentemente davanti ad una scolaresca romana in vista della fine del suo mandato al Quirinale, fra circa 8 mesi, il quasi ottantenne Sergio Mattarella nel discorso celebrativo dei 75 anni della Repubblica non è proprio sembrato ieri un presidente in scadenza. E ha fatto forse crescere in molti la voglia di vederlo rieletto a febbraio, come d’altronde accadde già nel 2013 all’anziano suo predecessore Giorgio Napolitano. Che non vedeva pure lui il momento di riposarsi, tanto da avere già imballato l’occorrente per il ritorno a casa, peraltro a poche centinaia di metri dal Quirinale, ma dovette realisticamente e responsabilmente piegarsi al sacrificio chiestogli dai rappresentanti di un po’ tutte le  forze politiche, in fila davanti al suo ufficio. Egli accettò una conferma pur non dichiaratamente provvisoria dopo la bocciatura di entrambi i candidati proposti dal Pd: prima Franco Marini e poi Romano Prodi. Si sarebbe dimesso definitivamente due anni dopo.

            Allora ci fu un vuoto da coprire o da evitare. La prossima volta ci potrà essere da scongiurare un settennato, quanto dura il mandato del presidente della Repubblica, delegittimato in partenza dalla riforma costituzionale quanto meno intempestiva imposta praticamente dai grillini ai loro alleati di governo in questa stranissima legislatura. Essa riducendo le prossime Camere, da eleggere nel 2023, di più di un terzo dei suoi seggi renderà sostanzialmente superato o poco rappresentativo, a dir poco, un nuovo capo dello Stato eletto l’anno prima da quelle uscenti. E con equilibri politici sicuramente diversi da quelli maturati nei tre passaggi di governo succedutisi dopo le elezioni generali del 2018.

Sarebbe pertanto logica e utile sul piano politico o istituzionale, e generosa sul piano personale, la disponibilità di Mattarella, oggi mancante ma maturabile, ad una conferma per il tempo necessario all’elezione piena di un successore da parte del Parlamento rivoluzionato dai tagli, peraltro confermati con un referendum. Potrebbe  rivelarsi anche più realistica la staffetta ideale evocata da Mattarella nel discorso di ieri fra le vecchie e le nuove generazioni, all’insegna di un ottimismo che potrà forse essere stato avvertito come eccessivo da qualcuno, ma  onestamente dovuto da un presidente della Repubblica. Il quale lo ha felicemente rafforzato con un felice richiamo alla suggestiva poesia “La storia siamo noi” scritta e cantata da Francesco De Gregori. Letta nel suo testo integrale, essa sembra anche spiegare come meglio non si potrebbe la logica della larga ed emergenziale maggioranza di governo voluta da Mattarella mandando Mario Draghi al Quirinale dopo l’esaurimento del secondo governo di Giuseppe Conte, di orientamento opposto al primo.

La targa su Ciampi sbagliata a Roma

            I nostalgici di Conte al Fatto Quotidiano hanno deciso forse non a caso di ignorare completamente Mattarella e il suo discorso sulla prima pagina di oggi. Dove invece si può trovare un mezzo rimprovero al capo dello Stato di non avere corretto neppure lui, come i suoi predecessori, un comunicato quirinalizio del 1989 su un’udienza al “governatore della Banca d’Italia Carlo Azelio Ciampi”, con la g saltata come nella targa del Largo di Roma predisposta in suo onore sotto la sindacatura  dell’uscente e sfortunata Virginia Raggi.

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I così mal portati 75 anni della nostra pur cara Repubblica

La vignetta di Repubblica

            Di forte e intenso, diciamo la verità, restano solo o soprattutto il rumore delle frecce che svettano per la festa della Repubblica e il colore dei fumi con cui viene riprodotta in cielo la bandiera nazionale. Per il resto bisogna ammettere che la Repubblica italiana si porta maluccio, se non proprio male, i 75 anni che simbolicamente compie oggi nel ricordo del referendum del 2 giugno del 1946. Col quale gli italiani archiviarono una monarchia che aveva dissipato nel ventennio fascista i meriti acquisiti nella costruzione dell’unità d’Italia.

La vignetta del Corriere della Sera

Ci sono generalmente settantacinquenni, o quasi coetanei della Repubblica che portano assai meglio la loro età. Per rendersene conto basta guardare, sentire e leggere il presidente del Consiglio Mario Draghi, che compirà a settembre 74 anni. E che -mi azzardo a pensare- avrà incluso anche i 75 anni mal portati dalla Repubblica quando ha indicato come primo “pilastro” della ripresa “l’innovazione”, seguita dalla “coesione sociale” e dalla “competizione”.

            Chissà quante volte nei suoi primi cento giorni trascorsi a Palazzo Chigi l’ex presidente della Banca Centrale Europea, e di tutto il resto delle sue esperienze pregresse, si sarà reso maledettamente e silenziosamente conto di come sarebbe più facile, più veloce l’azione di governo senza i limiti e le contraddizioni di una Costituzione ancora troppo ottimisticamente chiamata da qualcuno “la più bella del mondo”. Essa più che inapplicata, come qualcun altro sostiene, va davvero riformata. E se precedenti tentativi sono falliti -l’ultimo fra le mani e i piedi di un Matteo Renzi che aveva incautamente personalizzato il progetto distorcendolo agli occhi di tanti elettori, accorsi alle urne referendarie del 2016 per dire no più a lui che alla riforma sottoposta al loro voto-  un altro deve essere ancora compiuto per non lasciare appesa per aria la ripresa che pure avvertiamo in una pandemia non ancora sconfitta.

Tanto più è imposta questa riforma organica della  Costituzione  da quella parziale che è stata permessa ai grillini prima dalla Lega e poi dal Pd, nella staffetta che si sono passata alleandosi con i pentastellati, fra il 2018 e il 2019, per ridurre consistentemente il numero dei parlamentari lasciando invariate le competenze delle due Camere. Che a ranghi ridotti potranno solo aggravare, non ridurre i danni del bicameralismo “perfetto” sperimentato dal 1948. I grillini prima o poi capiranno anche questo. E qualcuno magari si scuserà, come ha appena fatto Luigi Di Maio per la pratica della gogna degli avversari certamente non inventata dalle sue parti, dove però l’hanno praticata più e peggio di tutti i predecessori.

Il fotomontaggio del Fatto Quotidiano

            Nella confusione o “liquidità” politica favorite anche dal mancato adeguamento della Costituzione a tutto ciò che è cambiato nella società in questi 75 anni dovremmo addirittura scaldarci, come forse si aspettano sotto le 5 stelle e dintorni, per il ring offertoci oggi dal Fatto Quotidiano. Sul quale Giuseppe Conte avrebbe sferrato il pugno decisivo a Davide Casaleggio per prendere finalmente e veramente il comando politico del MoVimento di ancora maggioranza relativa in Parlamento. Beppe Grillo glielo ha affidato come in un lascito ereditario in vita, alla faccia o a causa di quell’articolo della Costituzione, il quarantanovesimo, che troppo genericamente prescrive “il metodo democratico” ai partiti. Nei quali i cittadini possono “associarsi liberamente” per “concorrere a determinare la politica nazionale”. E’ incredibilmente scritto proprio così: incredibilmente per la realtà invece in cui siamo.   

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Vecchie e nuove affinità elettive di Luigi Di Maio, da Andreotti a Fini

Non vorrei che Luigi Di Maio, generosamente paragonato addirittura a Giulio Andreotti dal direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana all’indomani delle elezioni politiche del 2018, quando sommò le cariche di capo politico del Movimento 5 Stelle, vice presidente del Consiglio, ministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro, non in un unico dicastero ma in due, pur non avendo mai la buonanima di Andreotti cumulato tante cariche insieme, ma solo per qualche affinità, diciamo così, elettiva con lo scomparso leader democristiano; non vorrei, dicevo, che Luigi Di Maio  si fosse sentito sminuito dal paragone che Davide Varì, il direttore del Dubbio, ha fatto fra lui e Gianfranco Fini dopo le scuse del ministro degli Esteri  all’ex sindaco  piddino di Lodi Simone Uggetti. appena assolto in appello dall’accusa di turbativa d’asta. Ma più delle scuse conta naturalmente la svolta di tipo garantista che  esse hanno comportato, o comunque contribuito ad attribuire al ministro degli Esteri.

Fini a Gerusalemme

            Trovo il paragone appropriato perché le distanze politiche del Di Maio giustizialista e un po’ manettaro del 2016, quando da capo dell’ufficio enti locali del movimento grillino andò personalmente a Lodi per reclamare le dimissioni del sindaco  appena arrestato e partecipare a quella “gogna disdicevole” ammessa la settimana scorsa nella lettera inviata al Foglio di Giuliano Ferrara fondatore e Claudio Cerasa direttore, e il Di Maio delle scuse e dell’impegno conseguente di far maturare il movimento 5 Stelle anche sul terreno della giustizia, sono un po’ come quelle tra il Fini scelto personalmente da Giorgio Almirante alla guida del Movimento Sociale, illuminato o riscaldato dalla fiamma che simulava un po’ a quella pur elettrica davanti alla tomba di Benito Mussolini, e il Fini recatosi a Gerusalemme per unirsi alla deplorazione dell’antisemitismo. E’ stato un paragone, ripeto, appropriato sul piano politico anche alla luce delle reazioni: da una parte quelle di Alessandra Mussolini e di Francesco Storace contro il Fini di Gerusalemme e dall’altra quelle dei vari Nicola Morra, Alessandro Di Battista, Barbara Lezzi ed altri ancora al Di Maio delle scuse a Uggetti,  considerato ancora dal Fatto Quotidiano “reo confesso”. Pertanto il ministro degli Esteri si è guadagnato la diagnosi di un malato della “sindrome di Stoccolma” improvvisata da Marco Travaglio.

            Ma questo è, o è stato, solo l’inizio. Cui chissà cos’altro seguirà contro il Di Maio che, volente o volente, con la sua svolta personale ha indotto molti- si vedrà se a torto o a ragione- a consideralo tornato anche nel gioco della successione all’ormai scadutissimo reggente Vito Crimi. E ciò in concorrenza pur con quella specie di “unto dal Signore” che può considerarsi l’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte per l’incarico affidatogli personalmente  nei mesi scorsi da Beppe Grillo, in un incontro a Roma davanti ai resti del Fori Imperiali, di rifondare e guidare il MoVimento 5 Stelle, senza escludere neppure un cambiamento di nome, di simbolo e di colore.

            E’ apparso sin troppo evidente a tutti, e non solo per gli articoli di “retroscena” comparsi su vari giornali, peraltro senza smentite degli interessati, almeno sino al momento in cui scrivo, l’imbarazzo nel quale si è trovato Conte -fra uno studio e l’altro dei vari problemi statutari e legali che gli impediscono il reale e non solo verbale o sostanziale esercizio della guida del MoVimento 5 Stelle- di fronte alla improvvisa e non preannunciatagli sortita, svolta e quant’altro di Di Maio. Cui l’ex presidente del Consiglio ha reagito prima con una generica  ma poi con una più articolata condivisione, come si dice in questi casi: tanto articolata però da non apparire più una vera e propria condivisione.

            In particolare, Conte ha confermato la volontà di partecipare a “un importante processo di maturazione collettiva” del movimento ma senza smentire “la forza e il coraggio delle sue storiche battaglie per cambiare il Paese”. “Saremo una forza aperta, accogliente ma anche intransigente”, ha detto Conte mettendosi su una pista già vista da chi si occupa di politica: quella di Walter Veltroni alla guida del Pd appena fondato nel 2007   unendo i resti del Pci, della sinistra democristiana, dell’ambientalismo e quant’altro con una formula che i critici definirono ironicamente del “manchismo”, inteso appunto come “ma anche”. Se ne sono visti i risultati deludenti,  se dopo avere cambiato in così pochi anni tanti segretari il Pd è ancora quel partito in perenne ricerca o crisi d’identità, meno vistoso ma non meno profondo del movimento pentastellato: una ricerca o crisi che potrebbe creare problemi anche ad un governo di così larga maggioranza, ed emergenza, come quello realizzato da Mario Draghi dopo una crisi dipinta di giallo, visto che è stato appena stampato un libro sui “misteri del Conticidio”. Che è risultato di così ambivalente lettura da avere fatto arruolare d’ufficio uno come Massimo D’Alema sia fra i difensori dell’ex presidente del Consiglio sia fra i congiurati.

            Le sorti politiche della svolta di Di Maio e forse dello stesso Di Maio, ora che si è esposto così tanto, sono legate a quella del movimento cui si è proposto di far battere strade davvero nuove. La pur apprezzabile svolta di Fini non si concluse purtroppo con una vittoria, vista la scomparsa dell’interessato dallo scenario politico. Solo per questo forse Di Maio potrebbe ragionevolmente temere, o non gradire, il paragone con l’ex presidente della Camera ed ex ministro degli Esteri, cioè uno dei suoi predecessori alla Farnesina. Ma sotto altri aspetti meno politici la zavorra di Di Maio potrebbe risultare meno pesante di quella di Fini.

Pubblicato sul Dubbio

Ora si litiga anche su chi dovrebbe intestarsi la ripresa certificata da Bankitalia

            Scambiare per una brutta notizia la conferma della ripartenza e della ripresa arrivata dalle “considerazioni finali” del governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, convinto anche che potrà essere di oltre il 4 per cento l’aumento del prodotto interno lordo nel biennio 2021-2022, sarebbe una follia in un paese normale. Ma l’Italia notoriamente non lo è, o non è ancora tornata ad esserlo, per cui all’ombra della relazione di Visco si sta sviluppando un dibattito tutto politico e strumentale su chi avrebbe il diritto di intestarsi questa svolta in tempi ancora di pandemia, in cui ogni giorno dobbiamo ancora contare morti e contagiati, sia pure in curva discendente.

            I “soli” cento giorni trascorsi dalla nascita del governo di Mario Draghi, secondo i nostalgici di Giuseppe Conte, sotto le 5 Stelle e dintorni, compresa una parte del Pd, non darebbero al presidente del Consiglio in carica il diritto di vantarsi della piega che stanno prendendo le cose, e tanto meno di cantare vittoria. Essa spetterebbe invece al suo predecessore, allontanato a febbraio da Palazzo Chigi, secondo i racconti dei suoi amici e sostenitori, proprio per sottrargli la raccolta dei frutti seminati col suo secondo governo. E’ uscito in questi giorni addirittura un libro giallo, anche nel colore della copertina, sui “segreti del Conticidio” raccontati, cioè rivelati, dal solito Marco Travaglio. E da chi sennò?

            All’omicidio, per sua fortuna solo politico e non anche fisico, avrebbero partecipato i soliti “poteri forti” italiani ed europei, ma forse anche più estesi ancora, al servizio dei quali si sarebbe messo con le sue azioni di disturbo risalenti già ai primi mesi del secondo governo Conte il pur promotore di quella creatura: Matteo Renzi. La cui azione di pronta destabilizzazione e rapido rovesciamento del professore sarebbe stata rallentata solo dalla pandemia virale scoppiata -presumo- anche per fare dispetto al guastatore. Che alla fine però sarebbe riuscito lo stesso a realizzare la congiura, o quasi, in tempo per impedire l’incoronazione di Conte come uomo della Provvidenza, e magari anche la sua promozione a presidente della Repubblica alla scadenza del mandato di Sergio Mattarella.

Lo stesso capo dello Stato  ci avrebbe messo del suo a impedire una simile successione smontando gli equilibri politici realizzatisi nella tarda estate del 2019 e creandone di nuovi: quelli di oggi, con Renzi sempre in maggioranza ma stavolta in compagnia anche dell’”altro Matteo”, Salvini, e di Silvio Berlusconi. Dai quali naturalmente Draghi si lascerebbe dettare la linea più ancora che dal Pd ora guidato da Enrico Letta e da quel che rimane in Parlamento -ancora tanto, comunque- del MoVimento 5 Stelle guidato sulla parola di Grillo, non di più né di meno, da un Conte miracolosamente sopravvissuto all’omicidio, ma attardato stavolta nei suoi movimenti non da Renzi, bensì dalle stesse truppe affidategli dal comico genovese.

Quelli che ci siamo abituati a chiamare grillini sono divisi, confusi  e quant’altro anche sulla prospettiva di un nuovo capo come Conte, insidiato ancor prima di potersi insediare da un Luigi Di Maio, per esempio, che lo ha aggirato e scavalcato nella promessa “maturazione” del MoVimento sul percorso, diciamo così, più sensibile, insidioso e vistoso come quello della giustizia. Dove peraltro fatti, incarcerazioni, scarcerazioni, assoluzioni, condanne, scuse, espropri ben remunerati e altro ancora si inseguono ogni giorno, anzi ogni ora,  attizzando un fuoco destinato probabilmente a non spegnersi mai.

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Il ritorno alla normalità in bicicletta, e forse anche sul predellino di un’auto

            Non so a voi, ma a me, abituato da ragazzo a seguirne le tappe -allora alla radio, prima dell’arrivo della televisione- e a farmi qualche chilometro di strada a piedi per vederne i partecipanti, e campioni, quando il percorso passava nelle vicinanze di casa, diciamo così, la notizia della conclusione di questa 104.ma edizione del giro ciclistico d’Italia, improvvisamente comparsa su qualche prima pagina di giornale, è stato un po’ il segno di un ritorno alla normalità. O quasi, in questi tempi di pandemia: più ancora di quei “soli” 44 morti e 2949 contagiati di giornata, che sono pure tanti, a pensarci bene.

Il vincitore colombiano del Giro d’Italia

            Di questa edizione del giro d’Italia in bicicletta, vinta dallo sconosciuto -almeno a me- colombiano ventiquattrenne Egan Arley Bernal Gomez, nella speranza di non averne trascritto male il nome, seguito in classifica generale dal “sorprendente” italiano di Ragusa di 33 anni Damiano Caruso, una qualche traccia visiva e acustica, fra notiziari televisivi e radiofonici, mi aveva raggiunto solo in occasione di un omaggio dei corridori in memoria delle 14 vittime della sciagura della funivia del Mottarone, visto il percorso del giro progettato nelle vicinanze. Una sciagura, quella del Mottarone, che giustamente continua ad occupare le prime pagine dei giornali, nelle ultime ore -in verità- più che per lo strazio nel ricordo delle vittime, per la “sorpresa” procurata a tanti improvvisati garantisti, evidentemente, dalle divergenze di vedute e di scelte fra gli uffici dei pubblici ministeri e dei giudici.

Il titolo del Fatto contro Di Maio

            E’ inutile, sotto sotto la maggioranza di questa nostra Italia rimane un po’ manettara, a dispetto del recente ravvedimento di Luigi Di Maio -che ha moltiplicato la confusione già esistente nel suo movimento stellare 5procurandogli la derisione del Fatto Quotidiano, tornato anche oggi a rimproveragli le scuse all’ex sindaco di Lodi assolto- e della scoperta dell’utilità e bellezza dei referendum di Marco Pannella sui temi della giustizia da parte di Matteo Salvini. Il cui partito, la Lega, è pur quello che partecipò nell’aula di Montecitorio -con quel cappio sventolato contro gli inquisiti- alle feste del giustizialismo alimentate ogni giorno dagli arresti o dai soli avvisi di cosiddetta, cioè falsa garanzia sulla cui strada si inseguivano ormai le Procure della Repubblica. Che si guadagnò per questo il giusto soprannome della Repubblica delle Procure, a senso invertito rispetto alla Costituzione in vigore pur dal lontano 1948.

            Ora il neo-garantismo, oltre al neo-europeismo, del partito non più di Umberto Bossi -che pure era diventato di casa ad Arcore dopo un inizio tempestoso dei rapporti di cosiddetta alleanza col padrone della Villa San Martino- ma del suo successore ed ex vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno, sembra avere a tal punto convinto Silvio Berlusconi da fargli venire la voglia di unire la sua ormai declinante Forza Italia alla Lega. Ciò consentirebbe peraltro a Salvini di liberarsi dall’incubo del sorpasso, all’interno del centrodestra, da parte dell’arrembante Giorgia Meloni col seguito del Fratelli d’Italia. L’anticipazione, chiamiamola così, è stata fatta sulla sua Verità da Maurizio Belpietro evocando l’avventura, non del tutto felice per il fallimento che ne seguì, del Pdl inteso come partito unico di berlusconiani e finiani. L’operazione fu lanciata dallo stesso Berlusconi sul predellino di un’auto a Milano. Dove tutto in questo Paese sembra politicamente dover nascere, ma anche morire.  

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Il Foglio s’offre al pentito Luigi Di Maio ma un pò ne soffre….

            Non a torto è stata generalmente considerata significativa la scelta del giornale fatta da Luigi Di Maio ancora una volta per lanciare le sue svolte all’interno e all’esterno del MoVimento 5 Stelle: non Il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, che ormai lo considera affetto dalla “sindrome di Stoccolma”, ma Il Foglio di Giuliano Ferrara fondatore e Claudio Cerasa direttore, il più lontano dall’altro sui temi della giustizia. Tanto è giustizialista e manettaro il primo quanto è garantista il secondo, cui Di Maio deve avere pensato come al mezzo migliore per annunciare con la maggiore credibilità, e il maggiore aiuto possibile, il ripudio della lunga pratica della gogna dell’avversario politico, cavalcandone anche il più modesto dei problemi giudiziari. Come fu quello, ingigantito in piazza nel 2016, del sindaco di Lodi, il piddino Simone Uggetti, arrestato, costretto alle dimissioni e assolto in appello dopo cinque anni dall’accusa di turbativa d’asta perché “il fatto non sussiste”.

            Il Foglio, che per sua fortuna vive più di citazioni che di copie, più letto nei palazzi che venduto  nelle edicole, ce l’ha messa tutta per soddisfare le attese di Di Maio e ripagarlo della scelta. Quelle due colonne in prima, delle sei su cui si sviluppa il giornale, dedicate alla lettera di scuse di Di Mai a Uggetti e famiglia, con un titolo dipinto di rosso per attirare di più l’attenzione, parlavano da sole venerdì scorso. Come parlava da sola anche l’unica, modesta colonna dedicata il giorno dopo, sempre in prima pagina, ad un’altra lettera sullo stesso tema, scritta questa volta dal leader Matteo Salvini, chiamato in causa da Di Maio come partecipe della “disdicevole gogna” riservata a Uggetti nel contesto di una campagna elettorale amministrativa cui erano interessate vaste zone del Paese, e si giocava quindi una grossa partita.

            Eppure il leader leghista, definito abitualmente “truce” da Giuliano Ferrara e collaboratori, oltre a condividere le scuse chieste da Di Maio, precisando anzi di averlo preceduto con l’interessato senza vantarsene, ha posto sul piatto del dibattito politico una posta ancora più grossa della svolta verbale del ministro degli Esteri: la messa in prova dell’autenticità di questa svolta partecipando alle campagne referendarie in allestimento con i radicali sui temi della giustizia,  utili anche a stimolare i partiti dormienti.

            Eppure la proposta di verifica della svolta di Di Maio avanzata da Salvini, per quanto considerata nella titolazione la metà del valore dell’altra, non mi sembra per niente in contrasto con la prudente e breve risposta di Cerasa ad una lettera di quasi entusiasmo del solito, immancabile Goffredo Bettini sulla sortita del ministro degli Esteri. “E’ una svolta -ha scritto il direttore del Foglio- che dovrà essere misurata sui fatti. E il primo sarà l’approvazione in Parlamento di una riforma che permetta all’Italia di superare la stagione della gogna a vita imboccata due anni fa con la prescrizione modello Bonafede”.

            Non meno prudenti, se non diffidenti, del direttore Cerasa sono stati sul Foglio Carmelo Caruso irridendo, praticamente, sui grillini così disinvoltamente passati “da Robespierre a Cesare Beccaria” e Salvatore Merlo dilungandosi sul tema dell’”arte di scusarsi”, più per “furbizia” che altro. Non so a questo punto se Di Maio stia più stretto o più largo al giornale considerato a lungo come una bandiera del garantismo.

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