Grillo e Conte separati dagli “ultimi dettagli”, fra i quali di solito si nasconde il diavolo

Chissà quali sono gli “ultimi dettagli”, come li ha definiti Vito Crimi nell’annuncio ai parlamentari pentastellati, che Beppe Grillo e Giuseppe Conte si sono riservati di definire in un incontro o al telefono per completare l’accordo evidentemente incompleto nel MoVimento 5 Stelle, che sulle prime pagine dei giornali ha fatto compagnia addirittura alla vittoria degli azzurri nei campionati europei di calcio e, sempre a Londra, alla storica finale di tennis perduta con onore dall’italiano Matteo Berrettini. I due – il fondatore e garante del movimento e il rifondatore incaricato, licenziato e riassunto nello spazio di cinque mesi- hanno voluto partecipare a loro modo alla notte magica dei connazionali finalmente e patriotticamente euforici almeno sul piano sportivo.

            Si può fantasticare parecchio, fra retroscena autentici o verosimili, intuizioni e informazioni di prima, seconda e terza mano, secondo i casi, sui dettagli -ripeto- che possono completare ma anche diabolicamente contraddire l’intesa sui compiti che i sette saggi nominati da Grillo dopo la rottura con Conte hanno assegnato ai due. L’uno, il fondatore, sarebbe “garante e custode dei principi e dei valori dell’azione politica” del MoVimento proiettato verso l’Italia del 2050. L’altro, il rifondatore e presidente destinato sarebbe “l’unico titolare e responsabile della determinazione e dell’attuazione dell’indirizzo politico”.

La vignetta di Emilio Giannelli sul Corriere della Sera

            Non vado oltre le virgolette dell’annuncio  della notte magica sotto le cinque stelle per non rischiare anatemi di fronte alla ipersensibilità d entrambi gli attori scontratisi e forse esausti. Di Grillo noi giornalisti dobbiamo ricordare la voglia una volta espressa, e mai riposta, con o senza le scuse del caso, di mangiarci per il gusto di poterci poi “vomitare” infilando le solite due dita in bocca, senza neppure tentare di digerirci. Di Conte abbiamo scoperto, dopo la sua uscita da Palazzo Chigi, la meticolosità con la quale segue cronache e  giudizi sul successore Mario Draghi per esortare i più favorevoli al nuovo presidente del Consiglio a seguire i consigli dati in tempi lontani dal cardinale Alexandre de Talleyrand di non essere troppo zelanti col potente di turno. Che nel caso di Draghi è poi il presidente del Consiglio che lo stesso Conte si è pubblicamente proposto, nel riavvicinamento a Grillo, di contrastare per l’annunciata riforma -o “schiforma”, come la chiama il direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio- della prescrizione introdotta nel 2019  dalla maggioranza gialloverde. In vigore dal 2020, e intitolata all’allora ministro pentastellato della Giustizia Alfonso Bonafede, essa lascia a tempo indeterminato i processi oltre il primo grado di giudizio.

            I due o tre anni, secondo la gravità dei reati, previsti da un testo di modifica predisposto dal governo in carica per l’appello e i dodici o diciotto mesi per il pronunciamento della Cassazione prima di incorrere in quella che la nuova guardasigilli Marta Cartabia preferisce definire “improcedibilità” piuttosto che prescrizione, sarebbero per Conte un’”anomalia”, per i suoi sostenitori più fanatici una “vergogna”. O un’amnistia camuffata, secondo una intervista ancora fresca di stampa rilasciata al Fatto Quotidiano dal procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri. Che per caso ha citato fra i reati destinati a fare le spese della riforma Draghi-Cartabia quelli di omicidio colposo e di stupro: omicidio colposo come quello che ha procurato a Grillo padre tanti anni fa la qualifica di “pregiudicato” che Travaglio è sempre pronto a rinfacciare ad ogni condannato in via definitiva, e a Grillo figlio una richiesta di rinvio a giudizio, insieme con amici, nel tribunale di Tempio Pausania per una notte da “coglioni” -parola sempre di Grillo padre- trascorsa ad Arzachena nell’estate del 2019.

            Alla notte di due anni fa in Sardegna “la cattiveria” di giornata del giornale di Travaglio ha ieri paragonato in qualche modo quella della settimana scorsa a Palazzo Chigi. Dove Draghi avrebbe giocato con i ministri grillini come gli amici di Ciro con una delle due coetanee ospiti. “Mancava poco -dice il corsivetto fulminante del Fatto– che Draghi si facesse una foto col pisello di fuori sui ministri 5S che dormivano”.

La vignetta di Vauro sul Fatto Quotidiano

            Non credo, per carità, che saranno questi i “dettagli” di ben poco gusto che Grillo e Conte si sono riservati di definire sulla strada del chiarimento dei loro rapporti, anche se, a dire il vero, nel contenzioso i sostenitori dell’ex presidente del Consiglio hanno inserito il ruolo di “palo a Draghi” che il fondatore e garante del MoVimento 5 Stelle, secondo titoli e cronache sempre del Fatto Quotidiano, avrebbe svolto la settimana scorsa chiamando o solo ricevendo una telefonata di Draghi in difficoltà con i suoi ministri, poi convinti dal comico allo “sbraco”, sempre secondo cronache e titoli del giornale di Travaglio. Piuttosto, Grillo e Conte dovranno quanto meno consultarsi sulle complicazioni che il loro scontro ha prodotto nei rapporti fra il MoVimento e gli altri partiti della maggioranza, a cominciare dal Pd. Che ha difeso come più non si poteva, quasi come i due odiati Mattei, Renzi e Salvini, la riforma o il lodo Cartabia-Draghi sulla prescrizione, o improcedibilità, e ha chiesto garanzie sulla durata del governo attuale sino alle elezioni ordinarie del 2023.

Pubblicato sul Dubbio

La notte magica degli italiani, ma ancor più magica di Giuseppe Conte e amici

            Magica per tutti gli italiani, la notte della vittoria degli azzurri nella bellissima finale londinese dei campionati europei di calcio, peraltro preceduta nel pomeriggio dalla splendida figura fatta a Wimbledon dal pur sconfitto Marco Berrettini alla finale di tennis, ancora più magica lo è stata al Fatto Quotidiano. Dove sotto una sovranista “Brexit azzurra” -preferita chissà perché ai titoli forse più consoni usati da altri giornali come “l’Europa siamo noi”, “Siamo i campioni”, “Grazie azzurri”- hanno preferito gridare ancora più festosamente o rumorosamente la vittoria di Conte su Grillo nel MoVimento 5 Stelle come “unico titolare dell’iniziativa politica”, hanno spiegato i solerti sostenitori dell’ex presidente del Consiglio. Del quale hanno esaltato il compito propostosi di contrastare la riforma della prescrizione targata Cartabia-Draghi e fatta presuntivamente ingoiare dai ministri pentastellati da Grillo prima che da garante, fondatore e quant’altro accettasse di occuparsi in futuro solo “dei principi e dei valori dell’azione politica”.

Così dice il testo del nuovo statuto messo a punto dai sette saggi nominati dallo stesso Grillo, che tuttavia si è riservato, come ha annunciato Vito Crimi ai parlamentari pentastellati, di avere con Conte un incontro per definire “gli ultimi dettagli”. Fra i quali, come dice un vecchio proverbio, si nasconde sempre il diavolo. E si sa quanto quest’ultimo sia metaforicamente di casa nelle ville di Grillo scomponendogli all’occorrenza i capelli già indiavolati di loro in occasione delle incursioni video nelle vicende politiche e da qualche tempo anche giudiziarie di turno sulle prime pagine dei giornali.

Proprio a proposito di queste vicende, non so se definire più infelici o perfidi lo spazio e il titolo, sempre in prima pagina, di una intervista del notissimo capo della Procura di Catanzaro, Nicola Gratteri, al Fatto Quotidiano sugli effetti della riforma -o “schiforma”, come la chiamano da quelle parti- della prescrizione impostata dal governo. “Processi al macero, anche su stupri e omicidi colposi”, ha denunciato Gratteri pur sapendo -credo- che questi sono reati sensibili, diciamo così, per la famiglia Grillo, tra il padre “pregiudicato” -direbbe Travaglio- per un brutto e mortale incidente stradale di tanti anni fa e il figlio Ciro per una notte da “coglione” -parola dello stesso comico- trascorsa con amici nell’estate di due anni fa nella sua casa di Arzachena. Il 5 novembre forse sapremo, con calma, se il giovanotto e gli amici di sospetto stupro saranno rinviati a giudizio.

In attesa degli sviluppi della vicenda giudiziaria di Grillo junior, Il Fatto Quotidiano -sempre lui- ha rifilato oggi ai lettori come “cattiveria” di giornata quattro righe, diciamo così, micidiali a proposito dell’ultima seduta del Consiglio dei Ministri: quella nella quale Draghi, forte anche di una telefonata ricevuta o fatta a Beppe Grillo, è riuscito a fare approvare all’unanimità le proposte di modifica alla prescrizione di Bonafede, il ministro pentastellato della Giustizia nei due governi di Conte, che consente ai processi dopo la sentenza di primo grado di durare all’infinito, anziché dai due ai tre anni o dai 12 ai 18 mesi proposti adesso dal governo in carica per i passaggi, rispettivamente, in appello e in Cassazione. “Ormai -dice la “cattiveria” del giornale di Travaglio ispirandosi alla notte brava di Arzachena- mancava poco che Draghi si facesse una foto col pisello di fuori sui ministri M5S che dormivano”. E che Conte si è proposto di svegliare, e magari anche di far dimettere per un Draghificio tutto da scrivere, dopo il Conticidio già uscito.

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Il mistero della telefonata galeotta fra Grillo e Draghi, o viceversa

            Attesa con curiosità pur scettica una smentita o una precisazione, entrambe mancate, della telefonata fra Mario Draghi e Beppe Grillo rivelata dal Fatto Quotidiano, e svoltasi a ridosso del Consiglio dei Ministri sugli emendamenti del governo alla riforma del processo penale all’esame della Camera, è rimasto il mistero di chi dei due abbia chiamato l’altro.

Titolo del Fatto Quotidiano

Se è stato Grillo a offrirsi da “palo”, come ha titolato il giornale di Marco Travaglio, nell’assalto furtivo al sostanziale divieto di prescrizione dopo la sentenza di primo grado introdotto nel 2019 dall’allora ministro pentastellato della Giustizia Alfonso Bonafede, può avere ragione, dal suo punto di vista, l’arrabbiatissimo Travaglio. Che ora, scrivendo di sé e dei suoi in terza persona, riferisce di un “pressing su Conte” perché “esca” dal MoVimento 5 Stelle, cui però non risulta iscritto, per vendicare con una scissione e con la rottura con Draghi il presunto tradimento.

Editoriale, ieri, di Travaglio

Con il suo intervento per telefono, anche sui ministri pentastellati perché votassero le scelte di Draghi e della “vispa Cartabia”, come Travaglio ha definito sarcasticamente la guardasigilli, Grillo avrebbe violato sotto le cinque stelle la tregua  nello scontro con Conte segnata dal ricorso ad un comitato di saggi per la formulazione di un nuovo statuto. E si meriterebbe pertanto la rivolta dei parlamentari tentati da Conte, affezionatissimo alla prescrizione targata Bonafede, pronti alla scissione o comunque al boicottaggio, tra Camera e Senato, della prescrizione targata Cartabia. Che fissa tempi precisi per la “improcedibilità” penale fra appello e Cassazione. “Per fortuna- ha scritto ieri Travaglio- la porcata è ancora sulla carta….Chi ama la legalità e non vuole l’impunità tenga d’occhio i deputati e i senatori: il Fatto pubblicherà i nomi di quelli che voteranno a favore. Poi gli elettori faranno il resto”.

            Se è stato invece Draghi a chiamare Grillo assumendone la capigliatura, come lo rappresenta Mannelli sempre sul Fatto Quotidiano chiamandolo “Psicodrago”, variante dello “Psiconano” spettante a Silvio Berlusconi, dissentirei dalle proteste di Travaglio e seguaci, o tifosi.

             Non va dimenticato che Grillo è stato l’interlocutore principale di Draghi, in rappresentanza del MoVimento 5 Stelle, nelle trattative per la formazione del governo in carica e della relativa maggioranza parlamentare. Tutto quello che è successo nel MoVimento dopo quelle trattative, dall’incarico di rifondatore conferito da Grillo a Conte una domenica mattina di febbraio al licenziamento, e poi a qualcosa che non si sa proprio come chiamare fra riassunzione, recupero, congelamento, sospensione, è storia privata degli interessati. Che il presidente del Consiglio ha appreso, come tutti noi, dai giornali e costituisce, essa sì, un’”anomalia”, come Conte ha preferito chiamare invece la prescrizione targata Cartabia e Draghi. E’, in particolare, l’anomalia del Movimento 5 Stelle, tornato in Parlamento nel 2018 come forza di maggioranza relativa e diventato strada facendo qualcosa obiettivamente di impalpabile, di indefinito, d’incerto, cui la legislatura è rimasta incondizionatamente appesa sino all’esplosione di una triplice emergenza -sanitaria, economica e sociale- che ha costretto il presidente della Repubblica a mandare per fortuna a Palazzo Chigi Mario Draghi, detto anche non a torto “Supermario”.  Che piace sempre meno a Conte e sempre di più a Grillo, temo pensando a ciò che ne scrive ogni giorno Travaglio.

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Enrico Letta sbotta contro Conte e reclama un chiarimento nei rapporti con Draghi

            Tra gli effetti collaterali della svolta imposta dal presidente del Consiglio alla riforma del processo penale con le modifiche varate dal governo alla legge all’esame della Camera il più importante non è l’accresciuto e scontato marasma fra i grillini ma la dura reazione del segretario del Pd Enrico Letta alla posizione critica assunta dall’uomo su cui egli aveva maggiormente puntato nei rapporti col MoVimento 5 Stelle. Alludo naturalmente a Giuseppe Conte, il “maggiore punto di riferimento” dell’area progressista indicato a suo tempo dal predecessore di Letta al Nazareno.

            In una sequenza di tempi che parla da sola, e di cui sarebbe offensivo per l’intelligenza sostenere la casualità, alla insoddisfazione espressa pubblicamente da Conte, per quanto non partecipe delle trattative o simili svoltesi a Palazzo Chigi, Letta ha opposto una sostanziale e forte richiesta di chiarimento politico. Il segretario del Pd non poteva certo riferirsi, come al solito, solo o prevalentemente ai due Mattei da cui spesso sembra ossessionato, cioè Salvini e Renzi, entrambi partecipi della maggioranza di emergenza formatasi attorno all’esecutivo in carica, quando ha detto a un convegno di giovani imprenditori, a Genova, che bisogna precisare “cosa vogliamo fare in Italia del governo Draghi”.

            La posizione del Pd -ha affermato Letta -è che Draghi debba restare a Palazzo Chigi, ed essere sostenuto con convinzione, “per tutta la legislatura, fino alle elezioni del marzo 2023, perché l’Italia un’occasione così non l’ha mai avuta”. Cioè, non ha mai avuto un governo con tanto credito all’estero e tanto da fare cft5per non perdere i finanziamenti europei al piano della ripresa, condizionati proprio alla realizzazione delle riforme, compresa quella della giustizia. Naturalmente mantenere Draghi a Palazzo Chigi sino alla fine della legislatura significa non iscriverlo né d’ufficio né d’altro alla corsa al Quirinale in vista della scadenza, fra poco più di sei mesi, del mandato di Sergio Mattarella. E neppure questa è precisazione occasionale da parte del segretario del Pd, comprensibilmente refrattario a un ruolo di semplice spettatore di quella corsa.

            Dire “io sostengo Draghi fino alla fine della legislatura” -ha affermato Enrico Letta- non è come dire “io lo sostengo ma prima finisce e meglio è”. Che invece è la logica desumibile dalle distanze che Conte prende continuamente dalle decisioni e scelte di Draghi, comprese quelle per la modifica della prescrizione voluta dal precedente ministro pentastellato della Giustizia, Alfonso Bonafede. Al quale peraltro Conte deve l’ingresso nel mondo grillino prima come possibile ministro della pubblica amministrazione, in un governo monocolore pemtastellato, e poi la promozione a presidente del Consiglio di governi di obbligata e cangevole coalizione. Di quella prescrizione non si dirà mai male abbastanza per la figura dell’imputato a vita prodotta dall’eliminazione di ogni scadenza temporale per i processi che dovessero durare oltre la sentenza di primo grado.

Titolo del Fatto Quotidiano

E’ un tipo di prescrizione, quella di Bonafede, che Grillo ha peraltro rischiato di sperimentare nella vicenda giudiziaria del figlio Ciro per stupro rinfacciatagli adesso nello stesso Movimento 5 Stelle da militanti che lo hanno accusato di essere addirittura “ricattato”. Si spiegherebbe così l’aiuto che il “garante” avrebbe fornito a Draghi nel varo delle modifiche al processo penale. Con una certa perfidia Il Fatto Quotidiano vi ha dedicato uno dei titoli di giornata. Un altro è su Grillo “palo di Draghi”.

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Si invertono i ruoli di Grillo e Conte: l’uno a favore, l’altro contro il governo

Il titolo del Fatto Quotidiano contro il garante del MoVimento sulla riforma del processo penale

A dispetto di tutto quello che si è detto e si è scritto sui grillini alle prese tormentate con l’esaurimento della pazienza umana e politica del presidente del Consiglio Mario Draghi e della guardasigilli Marta Cartabia sulla riforma del processo penale all’esame della Camera, per cui il Consiglio dei Ministri ha varato le modifiche del governo col consenso di quelli che Marco Travaglio ha irosamente definito sul suo Fatto Quotidiano “i calabrache” 5 Stelle, sul blog personale del fondatore, garante, elevato e quant’altro del MoVimento omonimo non si è trovata una sola parola sull’argomento.

La vignetta del blog di Grillo

            Almeno sino a quando l’ho consultato, prima di mettermi a scrivere queste riflessioni, il blog del comico genovese era fermo al ripudio dello statuto predisposto da Giuseppe Conte quando ancora lavorava nel cantiere della rifondazione del movimento affidatogli dallo stesso Grillo.  Di nuovo, rispetto ad una precedente consultazione, ho trovato solo una vignetta di Davide Charlie Ceccon dedicata ad un imprenditore desolatamente confesso di “cagarsi addosso”, testualmente, “sette giorni su sette”, nonostante -presumo- gli sforzi che a Palazzo Chigi Mario Draghi cerchi di fare, anche lui sette giorni su sette, di ispirargli fiducia. Ma questa è l’unica allusione polemica che, a torto o a ragione, ho colto nel blog grillino alle condizioni politiche del Paese e, volendo, anche all’azione del governo così fortemente voluto anche da Grillo e partecipato da ministri e sottosegretari pentastellati.

Alfonso Bonafede. ex ministro della Giustizia

            Penso tuttavia, come anticipato con quel torto abbinato alla ragione, di essere andato oltre il dovuto nella interpretazione della vignetta in questione. E ciò perché, a parte questa mia forse cervellotica interpretazione, non ricordo da qualche mese a questa parte alcuna sortita esplicita di Grillo contro il governo. E neppure nelle ultime ore contro la “schiforma”- come la chiama sempre Travaglio- della tanto decantata riforma della prescrizione voluta al Ministero della Giustizia quando a dirigerlo era lo stellatissimo Alfonso Bonafede.  Non mi risulta che Grillo si sia lasciato coinvolgere nelle convulsioni dei suoi “portavoce” e simili. Il garante se n’è tenuto lontano, non so francamente se più per indifferenza o per calcolo, interessandogli forse in questo momento solo o soprattutto la partita apparsa a molti di carattere soprattutto personale con l’ex -temo- amatissimo Conte. Dal quale Grillo, parlandone di recente ai parlamentari del suo MoVimento, si è notoriamente e clamorosamente sentito scambiare per “un coglione” al quale poter togliere i poteri assegnatisi con tanto di norme e soprattutto di pratica.

            Siamo però sicuri, a questo punto, che sia stato e sia solo o prevalentemente di natura personale la rottura consumatasi tra Grillo e Conte? Alla quale stanno cercando di riparare sette saggi rispettivamente incaricati e accettati dagli stessi Grillo e Conte di salvare dal cestino le bozze del nuovo statuto predisposto dall’ex presidente del Consiglio recependone una parte nel progetto a loro affidato. I dubbi mi vengono perché più passano i giorni, più si accavallano i problemi di governo e di maggioranza, per non parlate di quelli del Paese, più Conte prende le distanze da Draghi, come sembra avvenuto dietro le quinte anche nella preparazione e nel varo delle modifiche del governo alla riforma del processo penale, più mi sorge o si rafforza il sospetto che si è consumata proprio su queste distanze la rottura fra fondatore e rifondatore incaricato del MoVimento.

            Gli specchi sotto le stelle si sono rotti. E dalle loro schegge, a volere cercare di comporle, escono immagini rovesciate rispetto a quelle che per pigrizia o istinto avevamo un po’ tutti elaborato nei mesi e negli anni scorsi. In particolare, ci eravamo abituati a pensare che Grillo fosse, magari per il suo stesso mestiere di comico, l’irrazionale, il guastafeste, l’impulsivo, il collerico, il battutista incontenibile, capace proprio con le sue battute di procurarsi danni incalcolabili, come lui stesso ha mostrato recentemente di riconoscere, e Conte invece il moderato, il riflessivo, il costruttore, addirittura l’umanista in uno scenario involgarito  anche dai “vaffanculo” del comico genovese.

            In realtà, prendendo quali punti di riferimento, come dovrebbe avvenire in condizioni normali, il modo di porsi e di confrontarsi col governo, sia quando si è all’opposizione sia o soprattutto quando se ne fa parte, Grillo finisce per sembrare più calmo, più disponibile, più ragionevole di Conte nei confronti di Draghi. E chissà che non sia stato proprio questo -col conseguente rischio di scivolare sulla strada di Conte verso una crisi di governo nel momento considerato il meno rischioso possibile per l’impossibilità del capo dello Stato di sciogliere le Camere negli ultimi sei mesi del proprio mandato, che stanno appunto per cominciare- a togliere ogni remora a Grillo: lui, poi, che già di suo ne ha poche. E a spingerlo a denudare politicamente Conte.

Come ogni re nudo, pur con tutti gli stracci che gli possono mettere addosso i saggi di turno, l’ex presidente del Consiglio ha comprensibili difficoltà a improvvisare un regno alternativo. Che sarebbe in questo caso un movimento tutto suo, per forza di cose opposto a quello di Grillo e concorrente, peraltro, con quel Pd che lo aveva forse troppo precipitosamente promosso a suo interlocutore privilegiato. Anche sotto questo aspetto, a furia di giocarvici, gli specchi forse si sono rotti, visto che il segretario piddino Enrico Letta ha appena sfidato anche Conte a pronunciarsi chiaramente sulla permanenza di Draghi a Palazzo Chigi sino alla conclusione ordinaria della legislatura, nel 2023, peraltro senza dirottamenti al Quirinale al termine del mandato di Sergio Mattarella.

Pubblicato sul Dubbio

Miracolo a Palazzo Chigi: Draghi piega i grillini sulla giustizia, protesta Travaglio

Titolo del Fatto Quotidiano
Titolo di Libero

            Quello di Libero sulla riforma del processo penale uscita dal Consiglio dei Ministri con le modifiche da apportare al disegno di legge all’esame della Camera è naturalmente esagerato, più un desiderio perverso che altro: “Draghi arresta Bonafede e Travaglio”. Ma quest’ultimo, direttore del Fatto Quotidiano, ha mostrato di sentirsi davvero un detenuto fuori si sé per la rabbia immaginando sulla prima pagina del suo giornale Beppe Grillo in persona, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio e quello dell’Agricoltura Stefano Patuanelli, capo della delegazione pentastellata al governo, adoranti e grati davanti ad un presidente del Consiglio che li ha messi in ginocchio. E mandato “in prescrizione i 5 Stelle” con quello che potrebbe essere chiamato il lodo Cartabia, dal nome della ministra della Giustizia e già presidente della Corte Costituzionale. “Calabrache, cedono a Draghi addirittura sulla giustizia”, ha gridato Marco Travaglio sul suo giornale contro i grillini, in concorrenza con le proteste tweet del solito Alessandro Di Battista in viaggio consolatorio o rigeneratore in Bolivia.

Giovanni Buanconi sul Corriere della Sera

            Il “gioco di prestigio” in qualche modo attribuito a Marta Cartabia anche da Giovanni Bianconi sul Corriere della Sera per “stendere la mano” ai grillini in sofferenza, che hanno resistito in Consiglio dei Ministri sino al classico ultimo momento prima di cedere, è consistito nel chiamare “improcedibilità” la prescrizione, sostanzialmente abolita dall’ex guardasigilli Alfonso Bonafede all’atto della sentenza di primo grado. E nell’equiparare la corruzione e la concussione ai reati più gravi, per i quali la improcedibilità, appunto, scatterebbe con tre anni infruttuosi di appello, anziché due, e diciotto mesi di passaggio infruttuoso in Cassazione, anziché un anno.

Titolo del Foglio

            Non contento di avere spalleggiato la guardasigilli in questo “gioco di prestigio”, o come altro si potrebbe chiamarlo, il presidente Mario Draghi -che Il Foglio ha rappresentato nel suo titolo in rosso come uno “schiacciasassi”, e Antonio Padellaro sul Fatto Quotidiano  come un emulo del Duce che “eja eja, tira dritto”- prima ha sfidato i grillini partecipanti alla tormentata riunione del Consiglio dei Ministri a votare contro, e a ritrovarsi quindi in minoranza, e poi, una volta acquisitone l’allineamento, ad ammonire i loro gruppi parlamentari. “Nessuno -ha detto, in particolare, Draghi- può tenersi le mani libere in Parlamento”.

Titolo del Riformista
Titolo della Verità

            E’ un monito, quest’ultimo del presidente del Consiglio, che dovrebbe valere naturalmente anche per le altre componenti della maggioranza che hanno partecipato con i “nervi tesi”, per dirla col manifesto, o turandosi il naso, per dirla alla maniera del compianto Indro Montanelli, alla elaborazione delle pur sempre compromissorie modifiche necessarie a sbloccare finalmente il cammino parlamentare della riforma del processo penale. “Altra occasione persa”, ha titolato La Verità di Maurizio Belpietro, generalmente in sintonia con i leghisti. “Riforma a metà”, ha titolato Il Giornale della famiglia Berlusconi. “Riforma sofferta”, si è invece limitato a registrare Il Messaggero. Riforma “salvata da Draghi”, ha preferito puntualizzare la Repubblica analogamente alla Nazione e agli altri giornali del gruppo Monti-Riffeser, che hanno parlato di un “metodo Draghi” che “fa giustizia”. Ancora più compiaciuto e netto è il giudizio del Riformista con quel titolo su Draghi “che mette fine all’era Bonafede”, coincisa con i due governi presieduti da Giuseppe Conte. Di cui molti hanno riferito l’insoddisfazione, naturalmente, per l’accaduto.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

In finale anche Draghi con la riforma della prescrizione contestata dai grillini

Titolo della Stampa
Titolo del Giornale

            Anche Mario Draghi è entrato in finale, a sentire e a leggere i suoi avversari, furenti per la sua ormai scontata vittoria nella partita della riforma del processo penale. Di cui i pentastellati avrebbero voluto l’ennesimo rinvio, negato dal presidente del Consiglio “stanco del pantano grillino”, ha titolato con compiacimento Il Giornale della famiglia Berlusconi. E ciò  senza esagerare più di tanto, visto che anche la compassata Stampa in un titolo pur graficamente più contenuto ha parlato di “rabbia del M5S” per la riforma messa a punto dalla guardasigilli Marta Cartabia e della decisione di Draghi di “tirare dritto” portandola oggi al Consiglio dei Ministri. Si tratta, in particolare, della riforma di un’altra riforma voluta dall’allora ministro grillino della Giustizia Alfonso Bonafede, che dall’anno scorso blocca la prescrizione, cioè la elimina, con la sentenza di primo grado, anche di assoluzione. Che i pubblici ministeri possono pertanto impugnare contando su un processo infinito, essendo purtroppo generica la “durata ragionevole” imposta sulla carta dalla Costituzione.

            Subìta dai leghisti, come altre cose nella loro prima esperienza di governo con i grillini, che la imposero introducendola come una supposta in una legge enfaticamente chiamata “spazzacorrotti”, la riforma Bonafede avrebbe dovuto essere modificata già col secondo governo di Giuseppe Conte, dove però il Pd permise più di un rinvio chiesto dai grillini. Ai quali prima la ministra Cartabia e poi Draghi in persona adesso hanno invece detto praticamente basta, forti anche del fatto che la velocizzazione dei processi rientra fra le innovazioni alle quali sono condizionati i finanziamenti europei del piano della ripresa.

Fotomontaggio del Fatto Quotidiano
Titolo del Fatto Quotidiano

            Ai grillini sorpresi, spiazzati e quant’altro dalla fermezza di Draghi e Cartabia è rimasta la soddisfazione di leggere quel che ha scritto oggi il solito Fatto Quotidiano  delle modifiche predisposte dalla guardasigilli alla legge delega di riforma del processo penale. Non sarebbe naturalmente una riforma ma una “schiforma”, da schifezza certificata probabilmente anche dalla coppia Ferragni dilagata su internet in questi giorni anche per la vicenda della legge in pericolo al Senato contro l’omotransfobia.

I tre intestatari della “schifezza” -ripeto-  sulla giustizia sarebbero la stessa Cartabia, Draghi e Silvio Berlusconi, uniti in un fotomontaggio da varietà. Ed eccone il riassunto in un sommario: “Il premier approfitta del marasma nel M5S e oggi porta in Consiglio dei Ministri una controriforma anti-Bonafede: reati estinti se l’appello dura più di due anni e la Cassazione più di uno”.

Dall’editoriale di Marco Travaglio

            Nell’editoriale di Marco Travaglio tuttavia si precisa che Draghi, oltre che del “marasma” pentastellare avrebbe profittato anche della “distrazione” festosa del pubblico alle prese con il campionato europeo di calcio, così come nel lontano 1994 Berlusconi -e chi sennò?- avrebbe profittato della distrazione dei campionati mondiali di calcio per fare varare dal suo primo governo un decreto legge che limitava il ricorso alla carcerazione preventiva. Di quel decreto, alla cui conversione in legge Berlusconi rinunciò dopo le proteste della Procura di Milano condivise dai leghisti di Umberto Bossi, Travaglio  ha disinvoltamente evitato di ricordare la firma immediatamente apposta da un presidente della Repubblica ben poco berlusconiano come la buonanima di Oscar Luigi Scalfaro. Non doveva essere evidentemente un provvedimento da galleria degli orrori.

Rischia di inciampare nel gender il cattolico adulto Enrico Letta

Non vorrei esagerare nell’ironia, come hanno fatto -temo- quelli del manifesto dando nel titolo di copertina dei “degenerati” ai due Mattei della politica italiana -Renzi e Salvini- per l’improvvisa convergenza su modifiche al disegno di legge di Alessandro Zan contro l’omotransfobia.  Che nel testo trasmesso dalla Camera -dicono i leader della Lega e di Italia Viva- rischia di essere bocciata a scrutinio segreto quando arriverà, la settimana prossima, nell’aula del Senato. Dove i renziani hanno già dimostrato con il secondo governo di Giuseppe Conte di essere determinanti. Non vorrei esagerare, dicevo, nell’ironia ma chissà se alla diverticolite di Papa Francesco, che ha dovuto ricorrere alla chirurgia per difendersene, non ha contribuito con le sue aspirazioni a “cattolico adulto”, confessate una volta anche dall’amico e collega di partito Romano Prodi, il segretario del Pd Enrico Letta di fronte all’opportunità segnalata dal Vaticano di modificare quel disegno di legge.

            Il Papa, prima immaginato come spiazzato, contrariato e quant’altro dalla famosa nota diplomatica del Vaticano preoccupata della formulazione del provvedimento, e poi coinvolto nell’iniziativa della Santa Sede dal cardinale Segretario di Stato Parolin, dev’essere rimasto quanto meno sorpreso dall’irrigidimento del segretario del Pd, pur di fede cristiana. Che peraltro non è necessariamente contrapposta alla fede comunista, diciamo così, da cui proviene l’altra parte del Pd perché solo gli ignoranti e gli smemorati possono non conoscere le diverse sensibilità esistite nell’elettorato e nella militanza del Pci su temi coincidenti o confinanti con la religione: dal divorzio all’aborto, dalla procreazione assistita alla devozione anche civile, oltre che religiosa, di Santa Maria Goretti da parte di Berlinguer: “l’altro Enrico” cui volle affiancarsi Letta assumendo nei mesi scorsi la segreteria del Pd abbandonata all’improvviso da Nicola Zingaretti.  

            In verità, è stata spesso contestata ma a torto l’elevazione di Maria Goretti a esempio anche civile da parte di Berlinguer. Nel 1951 l’allora capo della federazione giovanile comunista paragonò davvero l’eroismo della santa a quello della partigiana Irma Bandiera. Che aveva preferito farsi ammazzare dai tedeschi piuttosto che tradire la lotta di liberazione rivelando i nomi dei suoi compagni.

            Il fatto è che può paradossalmente accadere che l’aspirazione alla figura di cattolico adulto, con tutta la caducità di un’espressione del genere da  parte di chi ha fatto anche del voto ai sedicenni una sua bandiera,  sia politicamente contraddetta da quella specie di infantilismo che, secondo il mio modestissimo e contestabilissimo parere, per carità, finisce per essere l’avversione quasi fisica, cioè l’intolleranza, per ogni convergenza avvertita fra due uomini come Renzi o Salvini, o due partiti come la Lega e Italia Viva. Che peraltro -anche questa è una circostanza politica non certamente irrilevante- partecipano col Pd alla stessa maggioranza e allo stesso governo.

            Con tutto il rispetto che si deve a Enrico Letta come uomo e come segretario di partito, penso ch’egli debba avvertire a questo punto l’opportunità di allontanare da sé il sospetto di essere condizionato da pregiudizi di carattere personale, una volta che ha deciso di rituffarsi nella politica e di non vergognarsi ma di vantarsi della partecipazione del Pd al governo di Mario Draghi: prova provata, fra l’altro, della fallacia della formula “Conte o morte” adottata anche da una parte di quel partito durante l’ultima crisi ministeriale e politica.

            Il passato è appunto passato. Lo scontro consumatosi a cavallo fra il 2013 e il 2014 fra Renzi appena approdato alla segreteria del Pd ed Enrico Letta da lui detronizzato come presidente del Consiglio dopo un’assai infelice esortazione a “stare sereno”, non può perpetuarsi all’infinito: né da una parte né dall’altra, oggi su un tema e domani su un altro, ma sempre nel contesto di una comune partecipazione ad una non comune maggioranza non a torto e non a caso definita “di emergenza”.

            Con questa pratica, che sa poco -ripeto- di “adulto”, si compromette ulteriormente la politica, che già di suo ha perso parecchia credibilità con tutti i partiti più o meno personali che hanno sostituito quelli cosiddetti ideologici di una volta. Che tuttavia, pur con tutti i limiti, e non solo i pregi, delle ideologie confrontatesi e scontratesi così a lungo, seppero garantire la ricostruzione del Paese e della democrazia dopo le rovine lasciate dalla seconda guerra mondiale. E consentirono la formazione di una classe dirigente alla quale -al netto di tutte le decapitazioni avvenute, spesso con l’oggettivo sconfinamento del potere o ordine giudiziario rispetto a tutti gli altri- ancora oggi possiamo attingere per fronteggiare le crisi ricorrenti. Mario Draghi ne è un esempio, come anche Sergio Mattarella. Del quale, come già accadde con Giorgio Napolitano nel 2013, non a caso cresce l’avvertito desiderio di una conferma o di una sostanziale prolunga al Quirinale, alla scadenza del suo mandato, vista la circostanza quanto meno sfortunata di un Parlamento due volte delegittimato eppure chiamato a garantire la successione al vertice della Repubblica: due volte perché, già in scadenza di suo, mancando un solo anno alla fine ordinaria della legislatura, esso risulterà rivoluzionato nel rinnovo per i consistenti tagli apportati ai suoi seggi. E ciò per una riforma pretesa dai grillini e accettata dai loro alleati di turno a condizione che fosse completata da altre innovazioni mancate.

Pubblicato sul Dubbio

La festa dell’Italia col pallone, e l’economia in crescita, guastata dalla politica

            A parte la politica, almeno quella intesa come rapporti fra i partiti e al loro interno, dove generalmente regnano più la confusione e la rissa che la chiarezza e la tranquillità, e nonostante i perduranti rischi da pandemia diffusi un po’ in tutto il mondo, questo non è francamente un brutto momento per l’Italia. La cui squadra nazionale di calcio è arrivata alla finale dei campionati europei più per bravura che fortuna, fra il giustificato entusiasmo dei tifosi che hanno buoni motivi per sperare anche nella conquista del titolo. E in economia due competenti come il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco e il ministro Daniele Franco, che accorpa nel suo dicastero quelli che una volta erano il Tesoro, le Finanze e il Bilancio, hanno annunciato che “la crescita accelera”, testualmente.

Titolo del Fatto Quotidiano

            Eppure, dicevo accennando alla politica, c’è chi vuole soffrire e incitare il prossimo alla sofferenza, al pessimismo, allo sconforto e quant’altro. Quelli del Fatto Quotidiano, per esempio, hanno metaforicamente infilato al presidente del Consiglio Mario Draghi, di cui non hanno ancora digerito l’arrivo a Palazzo Chigi al posto del rimpianto Giuseppe Conte, “la maglia nera” della tanto decantata e attesa “transizione ecologica”, perché vi è destinato “solo il 37,5 per cento” dei fondi del piano della ripresa. Che si fa adesso? Si sfiducia subito il governo e si richiama in tutta fretta l’ex presidente del Consiglio?  Cui nel frattempo, senza neppure aspettare lo sblocco dei licenziamenti, Beppe Grillo ha cercato di sottrarre anche la prenotazione della leadership del MoVimento 5 Stelle offertagli nello scorso mese di febbraio, prima di scoprirne inadeguatezze, incompetenze e quant’altro.  O si aspetta prudentemente il mese prossimo, quando il presidente della Repubblica sarà disarmato nella gestione di una crisi non essendogli permesso dalla Costituzione di sciogliere le Camere nell’ultimo semestre del suo mandato, che si chiama perciò “bianco”? Mah. Intanto sotto le cinque stelle sette saggi –sembra ma non è il titolo di una commedia- cercano più o meno affannosamente e sinceramente di recuperare i rapporti tra il fondatore e l’aspirante rifondatore, fra il garante e il non più garantito, fra l’elevato e l’inabissato.

Titolo del manifesto

            Nel secondo partito della maggioranza di governo, che secondo sondaggi altalenanti sarebbe ogni tanto il Pd guidato dall’ex esule Enrico Letta, si vivono momenti da brivido, in attesa non della finale europea di calcio di domenica ma dell’approdo nell’aula del Senato, martedì prossimo, di un disegno di legge su cui lo stesso Letta ha voluto scommettere tutto quello che possiede, o quasi. E’ quello, proposto dal collega di partito Alessandro Zan e già approvato dalla Camera, che in nome dell’apprezzabile contrasto all’omotransfobia si propone la santificazione della cosiddetta cultura del gender, secondo cui più del genere biologico conta quello che ognuno si sente addosso e avrebbe il diritto non di coltivare ma anche di propagandare. E se due politici come Matteo Renzi e Matteo Salvini, peraltro oggi partecipi della stessa maggioranza di governo, non sono convinti e propongono insieme al Senato una modifica alla legge che la salvi dal rischio di essere bocciata a scrutinio segreto, vanno liquidati come “degenerati”. Lo ha fatto scherzando, ma non troppo, il manifesto col suo titolo di prima pagina. Degenerato significa per il dizionario della lingua italiana, neppure esso in linea forse con la cultura del gender, “pervertito, depravato, immorale”. Da sputargli in faccia, insomma.

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L’assenza di Luigi Di Maio nella riuscita missione di Mattarella in Francia

            Luigi Di Maio, 35 anni compiuti proprio oggi, ministro degli Esteri in carica dal 4 settembre 2019 ma già vice presidente della Camera, vice presidente del Consiglio, ministro dello Sviluppo Economico, ministro del Lavoro, per non parlare dell’incarico politico di capo del MoVimento 5 Stelle lasciato nel gennaio del 2020 togliendosi la cravatta in modo quasi liberatorio, sarà pure il “migliore” titolare della Farnesina vantato di recente da Beppe Grillo, ma il presidente della Repubblica ha preferito non farsi accompagnare da lui nella pur importante missione svolta in questi giorni in Francia. E Sergio Mattarella non è tipo che faccia o non faccia certe cose solo per caso.

L’infausto incontro nel 2019 di Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista con i rivoltosi di Francia

            Il quirinalista del Corriere della Sera al seguito di questa missione, Marzio Breda, ha scritto di “incidente dimenticato” a proposito dell’incauta decisione assunta nel febbraio del 2019 dall’allora vice presidente del Consiglio e pluriministro Di Maio di seguire l’amico personale di partito Alessandro Di Battista in una visita a Parigi fra le più inopportune che si potessero solo immaginare, sfociata nell’incontro con una rappresentanza dei “gilet gialli”. Che in quel periodo mettevano la Francia a ferro e fuoco per destabilizzare quanto meno il presidente della Repubblica Emmanuel Macron. Non siamo sposati ma “concubini”, dissero dei due ospiti e, più in generale, dei pentastellati italiani i rivoltosi di Francia, per cui Macron francamente non esagerò a richiamare l’ambasciatore da Roma: il minimo, direi, che potesse fare per protesta. E solo un intervento personale e riservato di Mattarella, direi anche al limite delle sue prerogative costituzionali, riuscì a contenere l’irritazione del presidente francese.

            Solo una certa disinvoltura, a dir poco, del presidente del Consiglio Giuseppe Conte nella concezione dei rapporti internazionali poteva consentire che poi Di Maio, per compensarlo della perdita della carica di vice presidente del Consiglio e di due Ministeri, potesse essere proposto al capo dello Stato come ministro degli Esteri nel suo secondo governo, dove il Pd e la sinistra dei liberi e uguali sostituirono la Lega. E solo l’intervenuto chiarimento diretto con Macron consentì probabilmente a Mattarella di accogliere la richiesta di nomina avanzata da Conte scommettendo sulla capacità camaleontica, in senso politico, di Di Maio.

            L’assenza tuttavia del ministro degli Esteri dalla delegazione di accompagnamento e di assistenza del capo dello Stato in un viaggio d’importanza come quello compiuto in questi giorni, e così a lungo e dettagliatamente programmato dopo il rinvio deciso nell’autunno dell’anno scorso per la ripresa della pandemia, autorizza quanto meno a sospettare della “dimenticanza”, intesa anche come archiviazione, dell’”incidente” di più di quasi due anni e mezzo fa.

Da allora, certo, molte cose sono cambiate a Roma in una direzione rasserenante per la Francia e per altri paesi alleati dell’Italia. Vi stato soprattutto  l’avvicendamento a Palazzo Chigi fra Conte e un uomo come Mario Draghi, le cui relazioni internazionali e il cui meritato prestigio sono di per sé riduttive -diciamo la verità- del ruolo del ministro degli Esteri. E fra Draghi e Macron vi sono già stati contatti diretti.

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