Un pò modesto, diciamo la verità, il risultato della visita di Conte a Draghi

Titolo della Repubblica
Titolo del Corriere della Sera

            Per non sembrarvi prevenuto nel riferirvi del tanto atteso incontro di Mario Draghi con Giuseppe Conte a Palazzo Chigi, dopo la riammissione dell’ex presidente del Consiglio ai giochi interni al Movimento 5 Stelle per dividerne la guida col garante e fondatore Beppe Grillo, e in vista della riforma del processo penale con le modifiche varate all’unanimità dal Consiglio dei Ministri, vi offrirò un po’ di titoli di giornali di diverso orientamento politico cominciando dai due maggiori: il Corriere della Sera e la Repubblica. “Le garanzie (a metà) arrivate dall’ex premier” a Draghi proprio sulla riforma del processo penale, e in particolare della prescrizione, ha titolato il Corriere notando però con la firma di Massimo Franco che “gli avvertimenti” di Conte, notoriamente critico sulle modifiche del governo alla legge all’esame della Camera, “vanno tarati” perché “più delle parole peseranno i comportamenti”. Ancora più netto è stato Stefano Folli su Repubblica scrivendo che “l’uomo che doveva “sfidare Draghi”, come lo incitava a fare il suo organo di stampa ufficioso, ha rinfoderato in fretta le armi” con “realismo inevitabile”. Che è stato il titolo del commento.

Titolo del Giornale
Titolo della Stampa

            Di “pace fredda” fra Conte e Draghi  ha parlato La Stampa, mentre Il Giornale della famiglia Berlusconi ha sparato senza indugio un titolo forte su tutta la prima pagina come “il flop di Conte”. Il quale se è andato a Palazzo Chigi per menare ne sarebbe uscito menato, o quasi, a dispetto della soddisfazione ostentata in pubblico, sotto quello che fu in qualche modo il suo balcone, per un incontro di 40 minuti “proficuo e cordiale”.

Titolo del Foglio
Titolo della Verità

            “Giuseppi abbaia ma non può mordere”, ha titolato Maurizio Belpietro sulla sua Verità disponendo, credo, delle stesse notizie che hanno permesso al Foglio di Giuliano Ferrara e Claudio Cerasa di riferire che Conte ha dovuto in fondo adattarsi alle ragioni, alla fretta e a quant’altro di Draghi in modo tale da “scontentare gli estremisti del M5S”. Che evidentemente lo avevano preso in parola sentendolo annunciare una specie di resistenza ad oltranza ad un’azione di governo dettata dalla volontà delle componenti di centrodestra di azzerare o quasi tutte le riforme volute dai pentastellati. Ma alcune delle quali, come la prescrizione breve voluta dall’allora ministro grillino della Giustizia Alfonso Bonafede, passarono a suo tempo grazie alla complicità dei leghisti, partecipi del primo governo Conte.

Titolo del Riformista
Titolo del Tempo

            “Conte non strappa quasi nulla da super Mario”, ha titolato Il Tempo, in sintonia con la sensazione del Riformista che vi sia stato fra i due un “muro”, quello di Draghi, contro un “muretto”, quello di Conte, evidentemente consapevole che ormai “Cartabia non si tocca”, dopo la “mediazione” che la guardasigilli in persona è tornata d’altronde a ricordare ieri di avere condotto e concluso col voto unanime dei ministri, compresi quelli grillini, che Conte vorrebbe ora smentire.

Fotomomtaggio del Fatto Quotidiano
Titolo del Fatto Quotidiano

            Al Fatto Quotidiano, infine, il giornale “ufficioso” di Conte cui alludeva Folli su Repubblica, non potendo cantare o prenotare una vittoria si sono consolati, fra titolo e fotomontaggio, con una notizia, indiscrezione e quant’altro tutta da verificare: un “allarme dal Colle”, cioè dal Quirinale, per la possibilità che con la riforma Cartabia sia il Parlamento a dettare alle Procure le priorità d’indagine nell’esercizio obbligatorio dell’azione penale prescritto dalla Costituzione. Conte quindi non sarebbe “solo” a mettersi o volersi mettere di traverso sulla strada di Draghi e Cartabia. Chi vivrà vedrà, come giustamente si dice quando non si hanno certezze.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Chi ha paura dell’elezione di Marta Cartabia alla Presidenza della Repubblica

Che bello, almeno per uno della mia età e delle mie opinioni o preferenze politiche, il ritorno alla cosiddetta prima Repubblica che ho intravisto nella campagna prima velata e ora aperta, esplicita del Fatto Quotidiano contro la possibilità che la ministra della Giustizia Marta Cartabia venga eletta presidente della Repubblica alla scadenza del mandato di Sergio Mattarella. L’età che l’ha, con i 58 anni compiuti a maggio, otto in più del minimo prescritto dalla Costituzione, l’autorevolezza pure dopo essere stata presidente della Corte Costituzionale. Ed ha anche il vantaggio di poter essere la prima donna a salire al vertice dello Stato, essendosi altre fermate alle presidenze delle Camere: prima Nilde Jotti e Laura Boldrini a Montecitorio e tre anni fa Maria Elisabetta Casellati al Senato.

            Anche nella cosiddetta prima Repubblica le gare al Quirinale cominciavano ben prima della convocazione delle Camere e dei delegati regionali per eleggere il nuovo capo dello Stato. A volte cominciavano prima ancora degli attuali sei mesi e poco più, fra ipotesi probabili o improbabili, candidature esplicite proposte dai più volenterosi o maliziosi e autocandidature implicite o silenziose, o soli processi alle intenzioni se improntati a preoccupazioni, e non ad auspici.

            Addirittura nel 1992, quando una lunga, estenuante corsa al Colle più alto di Roma fu sbloccata da una strage -quella  mafiosa di Capaci, che costò la vita a Giovanni Falcone, alla moglie e alla scorta, con un solo superstite- e si risolse in un rapidissimo confronto dietro le quinte fra i presidenti delle Camere, per una cosiddetta soluzione istituzionale, raccolsi personalmente la candidatura dello sconfitto alla corsa successiva, dopo sette anni.

Giovanni Spadolini

Il repubblicano Giovanni Spadolini, al quale il Pds-ex Pci aveva preferito il democristiano Oscar Luigi Scalfaro, cui certamente la Dc guidata da Arnaldo Forlani non poteva dire no, accettando poi che alla presidenza della Camera gli subentrasse Giorgio Napolitano, rispose pressappoco così al rammarico che gli espressi per telefono: “Caro Francesco, ero talmente sicuro di farcela da avere preparato il discorso di insediamento, essendo peraltro il presidente supplente per le dimissioni di Cossiga. Ma mi consolo pensando che fra sette anni avrò la stessa età di Scalfaro appena eletto”. Grande, indimenticabile, ottimista e legittimamente ambizioso Spadolini, che non poteva immaginare il tumore  probabilmente già in agguato, destinato a portarcelo via dopo due anni e un’altra delusione: la mancata conferma per un voto alla presidenza del Senato nel 1994. Fu l’anno di nascita della cosiddetta seconda Repubblica con la vittoria elettorale di Silvio Berlusconi e l’approdo di Carlo Scognamiglio al vertice di Palazzo Madama. Lo stesso Berlusconi, a disagio per la ragione politica prevalsa sui sentimenti personali, cercò di riparare facendo assegnare la presidenza della sua Mondadori a Spadolini.

Aldo Moro e Amintore Fanfani

            Non vi fu leader della prima Repubblica, specie fra i mancati presidenti come Amintore Fanfani e Aldo Moro, in ordine rigorosamente alfabetico e d’età, che non si lasciò tentare, a dispetto di un disinteresse formalmente ostentato, dall’idea di allenarsi con largo anticipo alle varie edizioni della corsa al Quirinale. La presidenza del Senato che Fanfani volle e ottenne dopo le elezioni politiche del 1968 fu subito e generalmente interpretata come una prenotazione della presidenza della Repubblica, in vista della non vicina scadenza del mandato di Giuseppe Saragat, alla fine del 1971.

La “strategia dell’attenzione” proposta nei riguardi del Pci nell’autunno di quello stesso 1968 da Moro, appena detronizzato da Palazzo Chigi, fu altrettanto generalmente, e forse non a torto, interpretata come una contro-prenotazione del Quirinale.

Poi Fanfani avrebbe corso davvero per conto del suo partito senza riuscire però ad essere eletto per l’ostinazione dei “franchi tiratori” della Dc contro di lui. E Moro non sarebbe riuscito neppure  a subentrargli come candidato nell’aula di Montecitorio perché i “grandi elettori” democristiani a scrutinio segreto, e per meno di dieci voti, gli avrebbero preferito Giovanni Leone. Che Moro ordinò ai suoi amici, uno per uno chiamandoli al telefono, di votare disciplinatamente, consentendone l’elezione alla vigilia di Natale.

Dal Fatto Quotidiano
Titolo del Fatto Quotidiano

            Marta Cartabia, per arrivare ai giorni nostri, e non ricordo neppure a quale edizione di questa nostra Repubblica, non si è proposta a niente e a nessuno. Si è solo proposta come guardasigilli, sostenuta fortemente dal presidente del Consiglio Mario Draghi, di riformare la prescrizione breve del suo predecessore pentastellato Alfonso Bonafede. Che, esaurendosi al primo grado di giudizio, lascerebbe gli imputati a vita.  La ministra ha predisposto invece, con una modifica alla riforma del processo penale all’esame della Camera, la improcedibilità dopo due o tre anni di attesa inutile della sentenza d’appello e dodici o diciotto mesi di attesa inutile della sentenza di Cassazione, secondo la gravità dei reati contestati dall’accusa. Questa riforma, che finalmente realizzerebbe la genericamente “ragionevole durata” dei processi sancita nell’articolo 111 della Costituzione, è bastata e avanzata all’ostilissimo Fatto Quotidiano per attribuire alla ministra la volontà o possibilità di essere eletta al Quirinale con i voti del centrodestra, evidentemente in alternativa al già e ancor più odiato Silvio Berlusconi in persona. Che avrebbe francamente qualche difficoltà in più, diciamo così, di farcela rispetto alla ministra. E forse egli è il primo a saperlo, nonostante certi avversari lo ritengano così sprovveduto da averci fatto davvero un pensierino.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 25 luglio

Il ritorno di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi….come ospite di Mario Draghi

Titolo del Fatto Quotidiano
Titolo del Giornale

            Non so francamente se e quanto abbia esagerato Emilio Giannelli sulla prima pagina del Corriere dellaSera a rappresentare la nostalgia, il risentimento e quant’altro di Giuseppe Conte nel suo ritorno a Palazzo Chigi per l’annunciato incontro con Mario Draghi. Sulla cui scrivania, che è stata la sua per più di due anni e mezzo, il vignettista ha immaginato Conte in ginocchio a pulire e girare verso di sé il computer del presidente del Consiglio, mentre Draghi lo contempla sorridente e comprensivo. Non so  neppure se abbia più esagerato Antonio Socci, sul Giornale della famiglia Berlusconi, a definire “leader rancoroso” l’ospite di Palazzo Chigi o il solito Fatto Quotidiano a definire quello di Conte il “primo incontro da capo”, in rosso, con Draghi: capo, naturalmente, del Movimento 5 Stelle, ma per ora soltanto rimesso in corsa da Grillo dopo pesanti giudizi liquidatori e un pranzo di riconciliazione.

Titolo del Fatto Quotidiano

            Nella sua ormai consolidata solidarietà con l’ingiustamente ex presidente del Consiglio, vittima di un omicidio politico quale sarebbe stata la crisi del suo secondo governo, il giornale di Marco Travaglio ha assegnato d’ufficio a Conte per l’incontro di oggi con Draghi in difesa delle “sue” riforme ora minacciate “la sponda” del segretario del Pd Enrico Letta: in particolare, sul tema della prescrizione, o della “improcedibilità” processuale, come preferisce chiamarla la ministra della Giustizia Marta Cartabia. Con la quale invece Draghi ha notoriamente fatto blocco strappando ai ministri pentastellati con un presunto aiuto telefonico di Grillo il sì in una difficile seduta del governo promossa per il varo delle modifiche da proporre al disegno di legge di riforma del processo penale all’esame della commissione Giustizia della Camera, ma atteso in aula venerdì prossimo.

Titolo del Corriere della Sera

            Più che una spalla, in verità, quella offerta o garantita dal Pd all’agitatissimo Conte non sembra neppure una mano leggendo l’intervista al Corriere della Sera, pubblicata proprio oggi, con Alfredo Bazoli, capogruppo del partito di Enrico Letta nella Commissione Giustizia di Montecitorio. Il quale ha spiegato i “piccoli aggiustamenti” che intende proporre in commissione negli ultimi giorni a sua disposizione, e non in aula, ha precisato. Dove invece Conte spera di potere riaprire la partita, anzi farla riaprire dagli amici, non essendo lui parlamentare,  se il governo dovesse ancora resistere in commissione.

Bazoli al Corriere
Alfredo Bazoli al Corriere

            I piccoli aggiustamenti, che hanno perso l’aggettivo nel generoso titolo del Corriere della Sera, consisterebbero in una “entrata in vigore più morbida”  della nuova prescrizione o- ripeto- improcedibilità: una graduale applicazione anche per consentire di “verificare l’effettivo arrivo del personale aggiuntivo nelle sedi più in difficoltà”. Dove si teme che 2 o 3 anni per l’appello e 12 o 18 mesi per la Cassazione, secondo i reati, siano tempi troppo stretti per essere rispettati con gli organici attuali.

            A proposito della lista dei reati cui applicare i 2  o 3  anni o i 12 e 18 mesi, Bazoli ha parlato della possibilità o di aumentare ancora la lista di quelli più gravi o di eliminarla del tutto, lasciando “valutare al giudice la complessità del processo per il quale possa decidere l’allungamento dei tempi necessari alla sentenza”. Oltre quindi il Pd non risulta che sia disposto a spendersi, e sempre che siano d’accordo Draghi e la ministra Cartabia. Che sono peraltro preoccupati degli emendamenti di segno opposto che potrebbero essere proposti per bilanciamento politico dalle componenti di centrodestra della  maggioranza di governo.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Conte in maniche rivoltate di camicia, senza la pistola preferita da Travaglio

            Lui, Giuseppe Conte, fresco ancora di spigola e di vermentino consumati a tavola con Beppe Grillo, in un video si è riproposto in maniche rivoltate di camicia per festeggiare il nuovo statuto del MoVimento 5 Stelle, di 25 articoli e 39 pagine, sicuro evidentemente che sarà approvato nelle votazioni digitali del 2 e 3 agosto indette sulla piattaforma Sky vote. Cui seguiranno rapidamente quelle per la sostanziale ratifica della sua nomina a presidente alla fine ingoiata dal fondatore e garante. Che da buon genovese, e comico di professione, si è a suo modo vendicato facendo pagare al professore e avvocato il conto del pranzo di riconciliazione davanti al mare di Bibbona.

Titolo del Giornale
Fotomontaggio del Fatto Quotidiano

            Loro, i sostenitori più rumorosi di Conte, che confezionano ogni giorno Il Fatto Quotidiano, hanno preferito proporlo, immaginarlo, raffigurarlo con la pistola in mano nel duello di fuoco con Mario Draghi. Che si sarebbe quindi incautamente avventurato a invitarlo a Palazzo Chigi per il primo incontro dopo lo scambio delle consegne in febbraio. Sarà nelle previsioni di Marco Travaglio e amici l’incontro della “sfida”, come da titolo di prima pagina, ben in competizione col “boicottaggio” preferito dal Giornale berlusconiano e la “minaccia” gridata dalla Verità.

Copertina dell’Espresso

            Eppure nel nuovo statuto, predisposto dal comitato dei setti saggi incaricato da Grillo di modificare il testo “seicentesco” delle bozze ultimativamente consegnate da Grillo una ventina di giorni fa, si trova la buona volontà di ripudiare, almeno all’interno del MoVimento, “espressioni aggressive”. Che dovrebbero equivalere anche alle immagini per chi preferisce comunicare in questo modo, ricorrendo a vignette e fotomontaggi come quello già ricordato dagli amici del Fatto, o la copertina dell’Espresso. Dove Conte e Grillo sono “di botte e di governo”  sullo sfondo di un sardonico Draghi, evidentemente fiducioso di essere il terzo che gode.

Titolo della Stampa

            Che Grillo e Conte, nonostante la spigola, il vermentino, il dolce e quant’altro pagati, ripeto, dall’ex presidente del Consiglio siano destinati a continuare a scontrarsi – e neppure tanto dietro le quinte, data la incontenibilità degli scatti d’ira del garante rimasto a vita nel nuovo statuto, mentre il presidente dura quattro anni rinnovabili almeno una volta- sono in molti a ritenerlo. E non solo il giornale di Carlo De Benedetti –Domani– col titolo liquidatorio su Conte che “fa il leader” e Grillo che “comanda”. Altro, quindi, che i “pieni poteri” immaginati dall’ex presidente del Consiglio e generosamente attribuitigli tra prudenti virgolette dalla Stampa.

Titolo di Domani

            Arroccato, almeno a parole, in difesa delle riforme del suo primo governo a maggioranza gialloverde, che sono il costoso reddito di cittadinanza – con tutti gli abusi truffaldini che si scoprono- e la prescrizione valida solo sino al primo grado di giudizio, rispettivamente compromesse dalle iniziative allo studio o già assunte dall’attuale governo, Conte deve pur contare sull’aiuto di qualcuno nella maggioranza per prevalere e non soccombere, o non fare solo campagne di testimonianza, ad astensione garantita. Così d’altronde avevano cercato di fare in Consiglio dei Ministri i pentastellati con le modifiche della ministra della Giustizia Marta Cartabia alla riforma del processo penale, prima che intervenisse Grillo al telefono per metterli praticamente in riga. Almeno sinora, a parte i soliti Pier Luigi Bersani e compagni dalle sponde dei “liberi e uguali”, non pare che siano giunti a Conte molti segnali di incoraggiamento.  

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Conte si allena all’incontro con Draghi dopo il patto della spigola con Grillo

Dalla prima pagina della Stampa
Titolo della Stampa

            La Stampa attribuisce in prima pagina a Giuseppe Conte queste parole che intende dire a Mario Draghi a Palazzo Chigi, e avrebbe anticipato a “collaboratori, ministri e parlamentari” pentastellati incontrati o sentiti prima e dopo l’incontro conviviale con Beppe Grillo in un ristorante di Marina di Bibbiano: “Non si può chiedere ogni volta al movimento 5 stelle di suicidarsi, di votare in maniera quasi sistematica lo smantellamento delle sue stesse riforme”.

            L’ultimo “suicidio” che Draghi avrebbe chiesto al MoVimento di cui Conte è tornato a sperare di potere finalmente diventare presidente col “patto della spigola” o “del vermentino” strappato a Grillo pagando il conto del pranzo in Toscana, è quello sulla prescrizione predisposta sotto forma di “improcedibilità” dalla ministra della Giustizia Marta Cartabia. E votata in Consiglio dei Ministri dai pentastellati dopo una telefonata non smentita di Draghi in persona a Grillo e telefonate di Grillo, neppure esse smentite, ai rappresentanti delle 5 Stelle al governo troppo tentati dall’astensione critica.

Titolo del Fatto Quotidiano

            Della prescrizione Cartabia, chiamiamola così, progettata dal governo come modifica al disegno di legge di riforma del processo penale all’esame della Camera, il cui approdo in aula è stato annunciato per il 23 luglio con tanto di decisione presa dalla conferenza dei capigruppo, ogni giorno Il Fatto Quotidiano descrive, annuncia, stigmatizza, come preferite, gli effetti perversi addirittura applicandoli a vicende giudiziarie già concluse con condanne definitive. Oggi il turno è toccato ai condannati per il G8 di venti anni fa a Genova, che sarebbero rimasti “tutti impuniti” con i tempi proposti dalla Cartabia per la decadenza dei processi oltre il primo grado di giudizio: tempi che sono dai due ai tre anni per l’appello, secondo la gravità dei reati, e dai dodici ai diciotto mesi per il passaggio attraverso la Cassazione.

            Nella curiosa inversione di ruoli verificatasi almeno nell’immaginario collettivo, con Grillo in veste di moderato e governativo e Conte in veste di oltranzista, l’ex presidente del Consiglio o coltiva davvero il disegno attribuitogli ma da lui smentito di provocare una crisi nel cosiddetto semestre bianco che comincerà nei primi giorni di agosto, quando il presidente della Repubblica in caso di crisi non potrà usare il potere di sciogliere le Camere essendo al termine del suo mandato, o pensa di trovare qualche sponda nel Pd. Dove però le cose sono un po’ cambiate, diciamo così, dai giorni in cui l’allora segretario Nicola Zingaretti si lasciava attribuire durante la crisi del secondo governo del professore e avvocato pugliese lo slogan “Conte o morte”. Egli non prevedeva evidentemente il ricorso del Capo dello Stato a Mario Draghi per la formazione di un nuovo esecutivo.

Dal manifesto
Goffredo Bettini sul Foglio

            Persino Goffredo Bettini, che gli era diventato nel Pd il consigliere e l’amico più generoso, lasciandosi intervistare ogni giorno per sottolinearne le qualità e sostenerne la conferma a Palazzo Chigi, ha cambiato musica. Adesso anche lui, dissentendo esplicitamente dalle posizioni assunte proprio sui temi della giustizia, si mostra preoccupato della piega presa dagli sviluppi della situazione all’interno del MoVimento 5 Stelle se di recente sul Foglio  ha espresso l’auspicio che lo stesso Conte non si riduca “paradossalmente a una enclave minoritaria”.  D’altronde, al manifesto, dove non mancano buoni informatori, non risulta che a Bibbiano, nell’incontro comicizzato da Emilio Giannelli sulla prima pagina del Corriere della Sera, Conte abbia ricevuto un mandato a rompere con Draghi.

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Alla prova dei fatti la pace di Bibbona fra Grillo e Conte, che ha pagato il pranzo

Titolo di Repubblica
Titolo del Fatto Quotidiano

            “La pace di Bibbona”, come Il Fatto Quotidiano in un titoletto di prima pagina ha definito quella che Giuseppe Conte e Beppe Grillo avrebbero raggiunto mangiando una spigola e bevendo del Vermentino in un ristorante dell’omonima spiaggia toscana, dovrebbe non tranquillizzare ma impensierire il presidente del Consiglio Mario Draghi. Al quale sembra che lo stesso Conte riferirà presto sulle difficoltà che intende creargli come capo pur ancora virtuale del Movimento 5 Stelle sul percorso della riforma del processo penale, con le modifiche predisposte dal Consiglio dei Ministri all’unanimità, quindi col consenso dei pentastellati, ma che l’ex presidente del Consiglio non condivide. Egli le considera destinate a produrre una prescrizione -o improcedibilità-  peggiore di quella su cui intervenne il suo primo governo. “Sulla giustizia non molliamo”, ha fatto dire “a tavola” a Conte e Grillo un titolo di Repubblica. “Da oggi battaglia su giustizia e Rdc”, inteso come reddito di cittadinanza, ha titolato Il Fatto Quotidiano.

            Non si sa tuttavia se garante e nuovo capo virtuale, fondatore e di nuovo rifondatore del MoVimento, abbiano parlato davvero anche di questi problemi nelle due ore trascorse insieme a tavola, prima che si lasciassero -come hanno raccontato Annalisa Cuzzocrea e Valeria Strambi su Repubblica– dicendosi “arrivederci, un pollice alzato per le telecamere, senza strette di mano, senza abbracci, senza dichiarazioni”. E forse con qualche delusione per Pietro Dettori, il consigliere di Luigi Di Maio mandato sul posto con macchina fotografica per registrare e riprendere  l’evento per il quale il ministro degli Esteri ritiene forse di essersi prodigato più degli altri sei saggi del comitato nominato da Grillo per riparare alle rovinose “battute” -disse il comico- sfuggitegli contro l’incapace, il seicentesco, l’inadatto, l’inesperto Conte.

Titolo del Corriere della Sera
Grillo nella sua villa di Marina di Bibbona

            Il quadro del MoVimento 5 Stelle resta insomma confuso, a dir poco, anche dopo la presunta pace di Bibbona e l’altrettanto presunto “patto della spigola” o del “vermentino” su cui si sono sbizzarrite le cronache. Non a torto forse il Corriere della Sera ha sottolineato “differenze e ambiguità” sopravvissute al pranzo e al conto pagato peraltro non da Grillo, che pure poteva essere considerato il padrone d casa, disponendo di una villa sul posto, ma da Conte, che sembrava perciò l’ospite, appositamente giunto da Roma. Di “finta pace” ha parlato in un titolo La Stampa, di “sceneggiata” La Verità.

Non resta che aspettare fatti e parole, soprattutto fatti naturalmente, fra la imminente pubblicazione del nuovo statuto del MoVimemto, la solita consultazione digitale di conferma degli accordi presi in tutta segretezza da protagonisti e attori della guerra che stava per produrre una scissione, e le mosse di Conte quando sarà finalmente dotato delle credenziali per agire in nome e per conto della “comunità”, come lui spesso definisce quella alla quale deve ancora iscriversi. Ad essa nella nuova formulazione appena sancita anche sul blog personale di Grillo è stato fissato il traguardo del 2050, un po’ troppo lontano forse per la gravità e l’urgenza dei problemi atttuali, con i quali è alle prese un governo e una maggioranza cui partecipano i pentastellati, se non ne usciranno presto per prepararsi meglio -si fa per dire- al presunto futuro.

Le credenziali difettose di Conte in attesa di incoronazione sotto le cinque stelle

Su un punto credo che Giuseppe Conte abbia il sacrosanto diritto alla solidarietà anche di chi dissente dalle sue posizioni sempre più critiche verso il governo di Mario Draghi, pur nell’ambito di un “leale appoggio” ch’egli gli ha assicurato, pur non essendo parlamentare e non potendo quindi né accordargli né negargli la fiducia, né potendo indicare la linea a un gruppo parlamentare, dall’esterno, come capo del corrispondente movimento o partito. A quello delle 5 Stelle peraltro, cui pure deve la permanenza a Palazzo Chigi per circa due anni e mezzo, cioè per metà della legislatura uscita dalle urne del 2018, Conte non è neppure iscritto.

Il testo della rottura con Conte sul blog di Grillo del 28 giugno
L’immagine della rottura con Conte sul blog di Grillo del 28 giugno

            La solidarietà che Conte merita, o gli spetta, è proprio per questa sua posizione anomala, indefinita, incerta Alla quale, d’accordo, egli può avere avuto il torto di essersi prestato, ma che al punto in cui sono ormai arrivate le cose prescinde anche dalle sue responsabilità. Esse sono adesso tutte e solo di Grillo  e, più in generale, del MoVimento, a cominciare da chi istituzionalmente lo rappresenta ai vertici dei gruppi parlamentari, interlocutori d’ufficio, diciamo così, del governo e, in caso di crisi, del capo dello Stato. Il quale una volta, agli inizi della storia repubblicana d’Italia, nelle consultazioni di rito per la formazione di un nuovo governo chiamava solo i presidenti dei gruppi parlamentari, non i segretari dei rispettivi partiti. Fu la ragione per cui la buonanima di Palmiro Togliatti, gelosissimo delle sue prerogative politiche, soleva cumulare le cariche di segretario, appunto, del Pci e di capogruppo a Montecitorio, dove preferiva farsi eleggere piuttosto che al Senato.

            Immagino la tentazione di Draghi -schieratosi così chiaramente con la ministra della Giustizia Marta Cartabia sulle modifiche da apportare alla riforma del processo penale all’esame della Camera- di ascoltare dalla viva voce del suo predecessore a Palazzo Chigi i motivi del dissenso da lui pubblicamente annunciato dagli emendamenti decisi all’unanimità dal Consiglio dei Ministri in una seduta preceduta o affiancata da una consultazione telefonica dello stesso Draghi con Grillo. Che può dirsi sostanzialmente confermata dal silenzio opposto alla diffusione della notizia. Ma immagino anche lo scrupolo avvertito dallo stesso Draghi di dare a Conte, in una interlocuzione diretta, le credenziali che ancora non ha. E che chissà se e quando avrà, vista la imprevedibilità del MoVimento di riferimento per ora solo giornalistico, nel migliore dei casi, dell’ex presidente del Consiglio. E dico “nel migliore dei casi” perché sugli stessi giornali nei quali si legge della pace intervenuta fra Grillo e Conte, sancita ieri da un incontro conviviale, sulla strada della rifondazione del MoVimento, dopo il recente e furioso scontro in cui il primo aveva praticamente dato dell’incapace all’altro, si trovano le valutazioni, previsioni e quant’altro dei parlamentari pentastellati che potrebbero partecipare ad una scissione promossa dal pur non iscritto professore e avvocato.

            Credo proprio di non svelare un mistero, né di violare la fiducia di chi me ne parlò a suo tempo con dovizia di particolari, se ricordo i momenti -si fa per dire- di sorpresa e persino di panico vissuti al Quirinale tre anni fa dopo la rinuncia di Conte all’incarico di formare il governo per il rifiuto del capo dello Stato di accettare per intera la lista dei ministri propostagli, in cui al professore Paolo Savona era assegnato il Ministero dell’Economia.

Carlo Cottarelli al Quirinale nel 2018 per l’incarico di presidente del Consiglio

            Conte risultava al Quirinale, da certe cronache giornalistiche, già tornato o in procinto di tornare a Firenze per riprendere l’insegnamento universitario, e il presidente della Repubblica, per nulla intimidito dalle minacce di cosiddetto impeachment levatesi dal capo di turno del MoVimento grillino, aveva già annunciato e conferito il nuovo incarico di presidente del Consiglio all’economista Carlo Cottarelli, salito sul Colle con la sua valigetta a rotelle, quando giunse notizia della ripresa delle trattative fra pentastellati e leghisti per ridefinire un accordo sul programma, o contratto, di un nuovo governo, oltre che sui nomi dei ministri.

Ci volle -mi riferirono- tutta la pazienza del Segretario Generale del Quirinale per evitare che la svolta sfociasse in un clamoroso incidente istituzionale. Ci volle tutta la pazienza di Sergio Mattarella per autorizzare il suo principale collaboratore a permettere la prosecuzione delle trattative riprese senza alcun nuovo incarico. E tutta la pazienza e ironia di Cottarelli per riderci sopra e predisporsi alla rinuncia al mandato se grillini e leghisti fossero riusciti -come poi riuscirono- ad accordarsi e a proporre al presidente della Repubblica una lista di ministri condivisa, con Savona spostato dal Ministero dell’Economia al quasi confinante Ministero degli affari europei: gli stessi peraltro che erano sembrati minacciati o compromessi dal medesimo Savona al superdicastero di via XX Settembre.iok8

Non mancarono anomalie, almeno rispetto alle abitudini dei cronisti politici e parlamentari, neppure in occasione del passaggio dal primo al secondo governo di Conte e delle dimissioni di quest’ultimo, ritardate di qualche settimana dopo l’uscita della componente renziana  per consentire al presidente del Consiglio ancora in carica di tentare l’arruolamento di nuove unità nella maggioranza,  senza il consueto passaggio di una crisi. Ma l’anomalia maggiore di questa curiosa diciottesima legislatura repubblicana doveva ancora arrivare. Ed è quella di una specie di convitato di pietra della politica quale è diventato Conte sprovvisto di credenziali, almeno per come noi poveri, sprovveduti cronisti politici eravamo abituati a considerarle.

Pubblicato sul Dubbio

Mario Draghi e Marta Cartabia solidali non soltanto sulle carceri

Titolo di Domani
Editoriale d Domani

            Il presidente del Consiglio Mario Draghi e la ministra della Giustizia Marta Cartabia sono andati insieme nel carcere di Santa Maria Capua Vetere -in missione e non “in gita” o “passerella”, come nei titoli sarcastici di Domani, il quotidiano di Carlo De Benedetti-per mandare al mondo politico e all’informazione un segnale che va ben oltre la deplorazione delle violenze consumate un anno fa in quel pentenziario e l’impegno di una riforma a tutela della detenzione nelle condizioni di sicurezza e di umanità prescritte dalla Costituzione. Draghi e Cartabia hanno voluto opporre l’immagine anche fisica di una piena solidarietà fra di loro nel momento in cui all’interno della maggioranza di governo si sono levate critiche e resistenze, ad opera dei grillini più vicini a Giuseppe Conte ma anche di una parte del Pd che continua a fare da sponda all’ex presidente del Consiglio, contro le modifiche pur predisposte all’unanimità dal Consiglio dei Ministri alla riforma del processo penale all’esame della Camera, con particolare riguardo alla prescrizione.

Cartabia a Santa Maria Capua Vetere
Draghi a Santa Maria Capua Vetere

            Draghi e Cartabia non intendono tornare indietro né assecondare manovre dilatorie, anche se il presidente pentastellato della commissione Giustizia di Montecitorio Mario Perantoni ha definito “poco realistica” la data del 23 luglio decisa dalla conferenza dei capigruppo per l’approdo in aula di quella riforma. Che peraltro Draghi ha inserito tra le più urgenti legate al piano della ripresa finanziato dall’Unione Europea, e intende perciò fare approvare rapidamente. Il presidente del Consiglio lo ha appena confermato anche al leader leghista Matteo Salvini, ricevuto a Palazzo Chigi dopo il segretario del Pd Enrico Letta e il vice presidente di Forza Italia Antonio Tajani.

            Salvini si è affrettato ad annunciare, o confermare, all’uscita “totale condivisione” nei riguardi di Draghi e a dire che “chiunque si metterà contro le riforme, che sia Conte o Grillo o qualche corrente del Pd, avrà nella Lega un avversario”. Col ricorso a “qualche corrente del Pd” Salvini ha voluto, almeno per ora, lasciare fuori dalla polemica il segretario Enrico Letta, col quale invece lo scontro continua durissimo sul percorso accidentatissimo del disegno di legge Zan contro l’omotransfobia nell’aula del Senato, dove la discussione ha superato per un solo voto un altro scoglio procedurale. Di Letta il capo della Lega a proposito della riforma del processo penale ha voluto prendere evidentemente per buona il pieno apprezzamento espresso delle modifiche predisposte dal Consiglio dei Ministri.

Titolo di Repubblica

            Il giornale Repubblica ha immaginato, annunciato e quant’altro in prima pagina anche un incontro sulla riforma del processo penale fra Draghi e il predecessore Conte, che ha assunto fra i grillini, o condiviso con l’ex guardasigilli Alfonso Bonafede, la guida di un’azione di contrasto alla improcedibilità dei processi oltre i due o tre anni in appello, secondo i reati, e i 12 e 18 mesi in Cassazione. Ma di Conte continuano a rimanere incerte le credenziali, diciamo così, come interlocutore del presidente del Consiglio perché la sua elezione digitale a presidente del MoVimento 5 Stelle è ancora di là da venire. E la definizione della pace annunciata con Grillo è rimasta appesa alla definizione degli “ultimi dettagli” da parte diretta degli interessati. In  nome e per conto di chi Conte, peraltro neppure parlamentare, possa parlare e trattare non si capisce quindi francamente bene, anzi per niente.

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Al Senato come allo stadio, fra le proteste della presidente Casellati

Il deputato del Pd Alessandro Zan
Titolo del Foglio

            Forse hanno esagerato al Foglio con quel titolo in prima pagina sul “Carnevale in Senato”, fuori stagione naturalmente, per il “ballo in maschera” in cui si sarebbe trasformato l’approdo in aula del disegno di legge contro l’omotransfobia del deputato del Pd Alessandro Zan, accorso in strada in maniche di camicia per sollecitarne l’approvazione. Anche se, in effetti, “urla, fischi e pernacchie”, come riferisce sempre Il Foglio, hanno sommerso quello che doveva essere solo il preambolo procedurale della discussione, conclusosi con la pregiudiziale di incostituzionalità bocciata per 12 voti di scarto, il clima è stato più da stadio che da aula parlamentare. E lo ha avvertito e denunciato per prima la presidente del Senato in persona Maria Elisabetta Casellati Alberti -sfottuta abitualmente dal Fatto Quotidiano come “Queen Elisabeth”-  avvertendo la platea che “i mondiali, anzi gli europei, li abbiamo già vinti” nello stadio giusto.

Pietro Grasso

            La più clamorosa stravaganza, nell’aula di Palazzo Madama, mi è sembrata quella -senza precedenti, che io ricordi- dell’ex presidente Pietro Grasso, oggi senatore semplice, diciamo così, della sinistra dei “liberi e uguali”, che ha intimato alla presidente in carica di “non permettere” il rinvio del provvedimento in commissione. Dove i leghisti avevano proposto appunto di rimandarlo per compiere in extremis un rapido tentativo di larghissimo accordo su qualche modifica allo scopo di metterlo poi al riparo da rischi di bocciatura in aula a scrutinio segreto. La classe evidentemente diventa acqua quando la passione politica prende la lingua, oltre che la mano. Di solito un ex presidente non si rivolge così al suo successore, specie se si tratta rispettivamente di un uomo e di una donna, pur nel rispetto -per carità- della parità di genere. Che non va confusa naturalmente nel linguaggio politico con l’”identità di genere” diventata nel testo della legge all’esame del Senato contro l’omotransfobia uno dei punti più controversi.

            Fra i giocatori di questa partita arrivata nello stadio sbagliato c’è il senatore e leader di Italia Viva Matteo Renzi. Che, pur avendo i suoi deputati partecipato alla votazione del provvedimento a Montecitorio, condivide la necessità di qualche ritocco nell’altro ramo del Parlamento, peraltro sopravvissuto alla sua famosa e sfortunata riforma costituzionale del 2016, perché consapevole che, così com’è, esso rischia una brutta fine. E ciò considerando anche gli auspici di modifiche -neppure di bocciatura- espressi dal Vaticano per mettere, fra l’altro, le scuole cattoliche al riparo dall’insegnamento e dalla propaganda della cosiddetta cultura gender. Secondo la quale conta praticamente più il genere che si avverte o si desidera che quello biologico.

Renzi e Lucio Presta
Titolo di Libero

            Ora, senza volere entrare nel merito dei sospetti, a dir poco, maturati negli uffici della Procura di Roma, trovo, sempre a dir poco, curiosa la coincidenza fra questa nuova partita anche di Renzi, e non solo dell’altro Matteo, che è Salvini, e l’inchiesta giudiziaria  comunicata a mezzo stampa per finanziamento illecito e false fatturazioni a carico dell’ex presidente del Consiglio e, rispettivamente, di Presta padre e figlio, Lucio e Niccolò. Che avrebbero trafficato, diciamo così, con un documentario televisivo di Renzi su Firenze. Sono diabolicamente sfortunati questi magistrati che arrivano sempre nel momento sbagliato al posto secondo loro giusto, ma che spesso si rivela poi sbagliato anch’esso, magari già in fase di indagini, senza neppure un rinvio a giudizio.  

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Che sofferenza per i tifosi di Conte l’Italia in festa con Draghi per gli azzurri

            Diciamola tutta con franchezza, visto anche che gli interessati non hanno saputo neppure nasconderlo. I nostalgici di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi, per quanto rinfrancati dall’annuncio di un ritrovato accordo con Beppe Grillo, salvo sorprese negli “ultimi dettagli” ancora da definire fra i due, hanno vissuto una giornata di grande sofferenza o disagio per i riverberi politici e popolari dei campionati europei di calcio vinti dagli azzurri, e per la storica partecipazione di un italiano alla finale di tennis a Wimbledon.

Le feste tra il Quirinale, Palazzo Chigi e le strade e piazze di tutta Italia hanno fatto aumentare nella tifoseria dell’ex presidente del Consiglio la sensazione di una specie di furto con destrezza avvenuto nei mesi scorsi con la caduta del suo governo e l’arrivo di Mario Draghi, e di una ben più larga maggioranza. Dove d’altronde Conte in persona, sempre più insofferente, parla e agisce più da oppositore che da partecipante, peraltro doverosamente a distanza perché non è neppure parlamentare. E di presentarsi alle elezioni suppletive di ottobre per sostituire a Roma una  deputata di 5 stelle dimessasi per un incarico internazionale egli stesso ha detto di non voler più sentir parlare, forse per timore di una bocciatura, viste le fortune calanti dei grillini. Il segretario del Pd Enrico Letta, invece, pure lui ora fuori dal Parlamento, ha appena accettato di candidarsi alle elezioni suppletive, sempre di ottobre, per la sostituzione a Siena del deputato dimissionario Pier Carlo Padoan, designato alla presidenza di Unicredit.

Travaglio sul Fatto Quotidiano

Anziché unirsi alle feste per gli azzurri, Marco Travaglio sul solito Fatto Quotidiano ha preferito sottolinearne o denunciarne gli incidenti con “morti, incendi e spari”, “assembramenti” pericolosi per la pandemia e quant’altro. Sul piano più strettamente politico egli ha protestato contro il tentativo della generalità dei giornali di “raccontare come Draghi abbia vinto gli Europei a distanza, con la sola imposizione delle mani”.  Altra colpa dell’”informazione” sarebbe una specie di sottovalutazione della vittoria di Conte su Grillo all’interno del MoVimento 5 Stelle. Che adesso, guidato appunto dall’ex presidente del Consiglio dopo gli ultimi passaggi più o memo procedurali, potrà farsi valere di più nel governo, e magari uscirne, dopo tutti i torti che avrebbe subito negli ultimi mesi e giorni, compreso il cosiddetto lodo Draghi-Cartabia, approvato all’unanimità dal Consiglio dei Ministri per modificare la prescrizione sostanzialmente finta introdotta nel codice dall’ex ministro pentastellato della Giustizia Alfonso Bonafede.

Goffredo Bettini sul Foglio

Lo stesso Travaglio tuttavia ha mostrato alla fine una certa diffidenza per la situazione interna al MoVimento 5 Stelle non escludendo “nuovi stop dopo tanti Conticidi” ,nel cui racconto egli si è specializzato con un libro omonimo, al singolare. Ma per le prospettive di Conte i suoi sostenitori dovranno fare i conti, al plurale, anche con gli altri partiti, a cominciare da quello di maggiore interlocuzione, diciamo così, che è il Pd. Dove persino un estimatore, consigliere, amico e quant’altro come Goffredo Bettini ha appena confermato sul Foglio ospitale di Giuliano Ferrara e Claudio Cerasa di considerare sì Conte come il rappresentante di 5 Stelle “più ragionevole, equilibrato, testardamente unitario anche nei confronti del Pd”, ma col torto dell’”attuale posizione sulla giustizia”. Che non mi sembra francamente questione da poco, visto anche l’energia che ci ha messo Draghi per affrontarla dopo i tanti rinvii del suo predecessore a Palazzo Chigi.

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