Il giallo scaduto su Conte e quello forse nel cuore su Draghi

Credo che non vi siano precedenti nella storia della letteratura gialla di un libro come quello di Marco Travaglio pubblicato nello scorso mese di maggio col titolo di “Conticidio”, inteso come l’assassinio politico di Giuseppe Conte. Che sarebbe stato politicamente assassinato da misteriosi congiurati -tranne uno, naturalmente Matteo Renzi- prima come capo del suo secondo governo e poi anche come aspirante al terzo e forse anche ultimo di questa anomala legislatura prodotta dalle elezioni del 2018 con la conquista della maggioranza relativa da parte del MoVimento 5 Stelle. Sembrò addirittura una paradossale riedizione della Dc della cosiddetta prima Repubblica, sorpassata una sola volta, nel 1984, dal Pci dell’appena compianto Enrico Berlinguer. Ma fu un sorpasso più simbolico che reale, avvenuto nell’elezione della delegazione italiana al Parlamento Europeo. Allora comunisti e Pdup insieme superarono i democristiani di 130.661 voti: 11 milioni 714.428 ai primi e 11 milioni 583.761 ai secondi, attestatisi rispettivamente sul 33,33 per cento e sul 32,96. I socialisti, che pure avevano il loro segretario Bettino Craxi in grandissima forma a Palazzo Chigi, dovettero accontentarsi di 3 milioni 940.445 voti, pari all’11,21 per cento.  

            Una volta tanto sportivo e spiritoso, non solo ferocemente sarcastico, lo stesso Travaglio ha recentemente ammesso, collegato a un salotto televisivo dov’è di casa, di avere scritto un giallo “superato”, scaduto come uno yogurt, cui di solito Romano Prodi paragona i prodotti politici che non lo convincono. Scaduto, dicevo, essendo nel frattempo maturato un terzo delitto Conte: questa volta commissionato, anzi compiuto direttamente da Beppe Grillo licenziando il professore e avvocato in diretta internettiana da rifondatore e aspirante leader politico del MoVimento 5 Stelle per avere dimostrato col suo “seicentesco”, e quindi barocco, progetto di statuto di non avere quel certo “quid” che una volta solo Silvio Berlusconi si permetteva di assegnare e poi revocare al delfino di turno.

Avrebbero dovuto seguire, in verità, le scuse di Grillo, puntualmente mancate, agli italiani  per avere loro rifilato lo stesso Conte alla guida di due governi e averne apparentemente permesso o tollerato per un pò il tentativo di guidarne un terzo, come già accennato. Arrivò invece il turno di Mario Draghi, per cui si spese personalmente proprio Grillo, a questo punto non so se da congiurato più di supporto o principale. Il comico si precipitò a Roma,  in concorrenza peraltro con Berlusconi,  per sostenere l’incarico di presidente del Consiglio affidato dal capo dello Stato all’ex presidente della Banca Centrale Europea, ex governatore della Banca d’Italia e via curricolando.

            Al licenziamento elettronico di Conte come rifondatore e leader di un MoVimento 5 Stelle proiettato sull’Italia addirittura del 2050, preclusa anagraficamente a un bel po’ di connazionali, è seguita tuttavia una mezza riassunzione, chiamiamola così, col ripiegamento di Grillo su una commissione di sette saggi. Cui la generalità dei giornali ha assegnato una quindicina di giorni per cercare di ricucire lo strappo, cioè elaborare uno statuto che garantisca sia il fondatore sia il rifondatore, in una diarchia esclusa a parole da Conte ma di fatto accettata nel momento in cui egli si è fermato sulla strada alternativa della composizione di un nuovo partito, fatto inizialmente più di parlamentari ex grillini che di elettori.

            Questa fermata assomiglia ad un’altra, sempre di Conte. Penso, in particolare, ai giorni in cui, incalzato dall’offensiva del già citato Renzi, l’allora presidente del Consiglio si impegnò personalmente, assistito  dal portavoce Rocco Casalino, a ridisegnare la maggioranza del suo  secondo governo o a predisporre quella di un terzo. Ricordate? Erano i giorni in cui scendevano e salivano non solo metaforicamente dalle scale di Palazzo Chigi senatori e senatrici delle opposizioni, e dintorni, per liberare il professore dalle catene o dal cappio di Renzi. Persino il paziente presidente della Repubblica, che già gli aveva permesso di congelare una crisi che nei fatti si trascinava ormai da mesi, diede segnali di insofferenza. E la storia precipitò nella certificazione della disponibilità di Draghi, sino a poco prima negata da Conte in base ad elementi raccolti personalmente, a guidare un governo dalla struttura e dalla maggioranza particolari per la triplice emergenza in cui si trovava il Paese: sanitaria, economica e sociale.

            In questo traffico un po’ convulso di Conte fra scenari diversi, tra rifondazione e fondazione di partiti, mi sono personalmente perso anche il conto dei consiglieri quanto meno attribuiti al professore dai giornali: da Clemente Mastella, propostosi addirittura come medico in una intervista, a Goffredo Bettini, in qualche modo prestato dal Pd di Nicola Zingaretti e del successore Enrico Letta; da Pier Luigi Bersani, sempre prodigo di metafore oltre che di suggerimenti, a Massimo D’Alema. Tutti nomi e uomini che potrebbero giustamente aspirare ad almeno una citazione di Travaglio, consigliere anche lui del professore secondo qualche retroscenista, nella riscrittura del “Conticidio” promessaci dall’autore. Che penso tuttavia –  leggendone le analisi e i racconti sul suo Fatto Quotidiano- più interessatoa scrivere “Il Draghicidio”.  Gli scongiuri del presidente del Consiglio, ma anche di Mattarella, col fiato sospeso al Quirinale, sarebbero a questo punto dovuti.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it l’11 luglio

Dietro le quinte del Quirinale tra timori e sollievi a sorpresa sulla sorte di Draghi

            Al Quirinale naturalmente non avevano bisogno di apprendere dai giornali, fra cronaca e retroscena, la parte sotterranea della guerra esplosa  sulla rifondazione del MoVimento 5 Stelle e sullo statuto predisposto all’occorrenza da Giuseppe Conte.  Le antenne personali del presidente della Repubblica e quelle dei suoi collaboratori avevano già avvertito nei quattro mesi di lavoro trascorsi dall’ex presidente del Consiglio nel cantiere della rifondazione le progressive distanze ch’egli prendeva dall’azione del governo Draghi, pur nell’ambito di un confermato e “leale sostegno”. Quanto leale era sempre più difficile credere anche sul Colle seguendo i commenti del più contiano dei giornali come Il Fatto Quotidiano, impegnato sistematicamente a contestare le scelte del presidente del Consiglio, accusato di smontare via via tutte le cose fatte dal predecessore per recepire le posizioni delle componenti di centrodestra della maggioranza. E ciò con la complicità temuta di un Pd solo apparentemente o strumentalmente in polemica col leader leghista Matteo Salvini.

            Paradossalmente più scendeva la curva della pandemia, pur alle prese con le varianti e una certa confusione nelle comunicazioni sui vaccini, più saliva quella della insofferenza per il governo sotto le cinque stelle. E si avvertiva anche al Quirinale la sensazione che si stesse cercando di preparare qualche trappola a Draghi nel periodo ritenuto più adatto o sicuro com’è quello del cosiddetto semestre bianco. Che da agosto a fine gennaio prossimo, sino alla scadenza del mandato presidenziale, metterà le Camere al riparo dal rischio dello scioglimento anticipato: una via di uscita dalla crisi scartata per libera scelta dal capo dello Stato nei mesi scorsi, di fronte ad una pandemia ancora forte e al naufragio del tentativo di Conte di formare un suo terzo governo, o di salvare il secondo azzoppato dalle offensive di Matteo Renzi, ma da agosto impedta dalla Costituzione a Mattarella.  

Mattarella all’arrivo a Parigi

            Non è detto, in verità, che il presidente della Repubblica sia per ciò stesso impedito durante i suoi ultimi sei mesi di mandato nelle funzioni di garanzia e di stimolo, e costretto quindi a subire chissà quali e quante iniziative di malintenzionati  e simili. Ma di questo sembravano invece convinti i manovratori di una crisi, tendenti se non a disarcionare Draghi, consapevoli anch’essi del vantaggio costituito a livello europeo e mondiale dalla sua presenza a Palazzo Chigi, quanto meno a interrompere il suo presunto rapporto privilegiato con la Lega.

Titolo del Fatto Quotidiano
Titolo del Corriere

Il presidente Mattarella, da ieri in missione ufficiale in Francia, già studiava nei giorni scorsi il modo di fronteggiare una crisi. Ciò che in qualche modo deve avere sorpreso anche lui è l’aiuto giuntogli nei fatti dal pentastellato apparentemente più furioso e genuino come si può considerare il fondatore, garante, elevato e quant’altro del MoVimento, cioè Grillo. Che ha praticamente tagliato le unghie politiche a Conte come leader politico in generale, e non solo come leader del MoVimento incautamente designato prima di conoscere non solo le sue bozze di statuto ma anche, o soprattutto, la quantità e la qualità delle distanze da un governo, quale appunto quello di Draghi, per il quale il comico genovese si era tanto speso pubblicamente guidando di persona la delegazione delle 5 stelle nelle trattative per la sua formazione.  Ora i giornali prevedono ancora 15 giorni di “trattiva”, come ha titolato il Corriere, per sedare Conte, mentre al Fatto Quotidiano preferiscono titolare che “si litiga ancora”. E lotta continua fra notizie e desideri.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Era dunque Draghi, non lo statuto 5 Stelle la causa della rottura fra Grillo e Conte

Il senatore del Pd Luigi Zanda
Zanda al Corriere della Sera

            Un senatore del Pd tanto riservato quanto autorevole com’è Luigi Zanda, già capogruppo al Senato e tesoriere del partito, deve avere notizie sicure, di prima mano, se ha dichiarato al Corriere della Sera di “non credere che ci sarà la scissione” sotto le cinque stelle. Egli ha praticamente scommesso sui sette “saggi” di un’improvvista commissione costituita dal “garante” del MoVimento Beppe Grillo per la composizione della lite scoppiata con l’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte sullo statuto predisposto da quest’ultimo dopo una fitta corrispondenza telematica col comico genovese e depositato in “bozze” ultimative. Che sembrano poi diventate penultimative.

            “Quella tra Conte e Grillo -ha detto Zanda-  è una sfida molto personale e ritengo che nessuno dei due voglia buttare a mare una storia che li ha portati a un successo politico. Ci saranno aggiustamenti dello statuto, non ci saranno scissioni. Ma la questione più importante è quale sarà il posizionamento politico del MoVimento 5 Stelle. Io mi aspetto ci sia la conferma della fiducia nel governo Draghi”.

Titolo del Messaggero

            L’attesa, magari anche certezza di Zanda simulata come auspicio, è confermata da un retroscena del Messaggero firmato da Marco Conti, secondo cui la “mediazione” di Fico e di Di Maio, i principali dei sette saggi al lavoro, già ricevuti a cena da Grillo, starebbe sfociando nella riassunzione di Conte come leader del MoVimento, con tutte le procedure pasticciate della “comunità”, come la chiama l’ex presidente del Consiglio, e nella “blindatura” del governo Draghi. Che sarebbe stata e sarebbe pertanto la vera posta in gioco dello scontro consumatosi a parole sullo statuto e sulle capacità politiche e organizzative di Conte improvvisamente contestate da Grillo dopo quattro mesi di “volontariato”, come Travaglio ha definito il lavoro svolto dal professore e avvocato in veste di rifondatore del MoVimento. L’ex premier, sempre secondo la ricostruzione retroscenista del Messaggero, sarebbe stato “costretto a rinunciare alla crisi progettata per il semestre bianco”.

Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano
Marco Conti sul Messaggero

            A parole quindi, ripeto, la guerra dei nervi e quant’altro sotto le cinque stelle sarebbe scoppiata per la presunta “diarchia” rivendicata da Grillo come garante e fondatore e contestata da Conte, in realtà per l’intenzione dell’ex presidente del Consiglio avvertita dal comico di promuovere una crisi più o meno pilotata durante gli ultimi sei mesi del mandato quirinalizio di Sergio Mattarella -magari solo un “rimpasto”- per ridimensionare Draghi e correggerne la rotta politica, al riparo dal rischio di elezioni anticipate. Che sono precluse durante il cosiddetto e imminente “semestre bianco”.

            Il “rischio” di una composizione della lite fra Grillo e Conte a beneficio di Draghi deve essere stato avvertito con fastidio da Marco Travaglio. Che sul Fatto Quotidiano, pur con l’aria di prendersela col segretario del Pd piuttosto che con Grillo, si è doluto che si stia paradossalmente decidendo di “non regalare un premier di centro destra” quale sarebbe Draghi “al centrodestra approvandone le politiche senza fiatare, anzi ringraziando e sorridendo”. E ciò anche dopo la firma apposta da Matteo Salvini all’intesa dei sovranisti patrocinata in Europa da Giorgia Meloni, Orban e amici. Il documento non è stato neppure letto dal ministro leghista Giancarlo Giorgetti, tanto lo considera ininfluente sul piano della politica interna, ed esagerate perciò le proteste levatesi dal Pd.    

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Italiani in festa, Grillo e Conte un pò meno nella loro partita politica

            Beppe Grillo non festeggia, o festeggia controvoglia, l’arrivo dell’Italia in semifinale ai campionati europei di calcio perché troppo preso da un’altra partita, la sua. Nella quale egli è passato ormai dalla posizione di attacco contro Giuseppe Conte a quella di difesa. Ma Conte, pur sempre all’offensiva tra gli incoraggiamenti dei tifosi, non riesce ancora a segnare. E qualcuno comincia a pensare, anzi a temere nella cerchia degli amici e consiglieri più stretti, un pareggio senza però i tempi supplementari e una vittoria obbligatoria ai rigori.

            Fuori dalla metafora calcistica un po’ d’obbligo in queste ore, Grillo ha accettato di trattare, secondo l’annuncio in prima pagina di Repubblica, sullo statuto predisposto dall’ex presidente del Consiglio per un MoVimento 5 Stelle rifondato, secondo la missione affidatagli dallo stesso Grillo in una domenica di febbraio. Ma, a dire il vero, Conte gli aveva spedito le bozze come un pacchetto chiuso, da mettere ai voti e basta, per cui una trattativa comporterebbe un cedimento anche del professore e avvocato pugliese.

Travaglio sul Fatto Quotiiano

“Grillo inizia a cedere”, ha preferito titolare Il Fatto Quotidiano, il giornale più di casa, diciamo così, sotto le cinque stelle eppure più espostosi a favore di una scissione del MoVimento per liberare Conte, con un nuovo partito, dalle remore di uno scontro duro all’interno della maggioranza di governo con Mario Draghi. Del quale il direttore Marco Travaglio è tornato oggi a lamentare, denunciare e quant’altro una linea più vicina o comunque più utile alle componenti di centrodestra dell’attuale, larga maggioranza di emergenza.

Francesco De Martino

            Il Grillo che “inizia a cedere” ricorda un po’ ai cronisti politici più anziani il compianto segretario socialista Francesco De Martino, che alla fine degli anni Sessanta il sindacalista e compagno di partito Ferdinando Santi  descriveva sui divani di Montecitorio come l’uomo che nei rapporti di centrosinistra con la Dc resisteva “fino a un momento prima di cedere”. E chiuse praticamente la sua carriera politica portando il Psi al minimo storico dei  voti nella cosiddetta prima Repubblica. Anche De Martino, come Grillo tra le sue ville di Genova e di Marina di Bibbona, soleva ogni tanto defilarsi e contemplare il mare: quello però della “sua” Napoli, dove si avventurava anche a pescare.

Grillo a nuoto nel 2012

            Grillo a pescare, almeno sinora, non si è mai visto, mi sembra. Lo si è visto solo nuotare, anche nello stretto di Messina, alla Mao, nei primi anni ruggenti del MoVimento, alla conquista elettorale -a suo modo- della Sicilia. Già allora al comico l’idea di un ponte che collegasse l’isola al continente non piaceva, non foss’altro perché piaceva, al contrario, a quello “psiconano” che era per lui Silvio Berlusconi. Col quale tuttavia avrebbe finito  per ritrovarsi in maggioranza, come il Pd, in una delle larghe ed emergenziali maggioranze di emergenza ogni tanto imposte dagli imprevisti alla solitamente rissosa politica italiana.  

            A sentire i più pessimisti, dal loro punto di  vista naturalmente, Grillo e Conte, ancora insieme ma ancor più se separati, entrambi peraltro fuori dal Parlamento, potrebbero trovarsi fra qualche mese a fronteggiare addirittura una candidatura al Quirinale del pur “pregiudicato” Berlusconi, come ricorda sempre Travaglio. Se ne occupa oggi sul Corriere della Sera Francesco Verderami.

La partita della scissione grillina si allunga tra l’insofferenza dei supercontiani

            Rassegniamoci. Andrà avanti per le lunghe questa storia dei grillini in marcia verso la scissione. Che Il Foglio legge come “una guerra di nervi” condividendo forse la previsione di Luciano Canfora, sul Riformista, che non si arriverà a tanto un po’ perché sotto le cinque stelle “non sono scemi” e un po’ perché sono solo “guappi di cartone”, comunque responsabili di un degrado del dibattito politico stando tutti a  parlare “del pensiero di un signore che si chiama Grillo”.  Attorno ai cui umori o malumori in effetti ha vissuto buona metà della legislatura uscita dalle urne del 2018, fino a quando il presidente della Repubblica non ha mandato a Palazzo Chigi Mario Draghi. Che con la sua larga maggioranza di emergenza riesce a tenere il Paese in sicurezza.

            L’ultimissima, diciamo così, dallo spazio pentastellare è la decisione di Vito Crimi, il reggente del MoVimento, di sfilare un po’ la lama del coltello metaforicamente affondata nel ventre di Beppe Grillo rifiutando d’indire la votazione per il comitato direttivo sulla piattaforma Rousseau del riassunto Davide Casaleggio. Ma come tutte le lame che si sfilano parzialmente, anche questa di Crimi può procurare altri danni se la si muove male.

Saranno lunghi i quindici giorni che occorrono per la votazione che Crimi ha sbloccato non sulla piattaforma Rousseau, pronta in poche ore e indicata perentoriamente da Grillo, ma su quella di SkyVote messa in pista sostanzialmente da Conte durante il mandato di rifondazione del MoVimento.

            In quindici giorni, che ci porterebbero ad una settimana da una data fatidica che è il 25 luglio, giorno in cui Mussolini nel 1943 fu messo in minoranza nel Gran Consiglio del Fascismo e avviato alla deposizione e all’arresto; in quindici giorni, dicevo, potrebbe accadere di tutto e di più. Ad occhio e croce, senza farsi distrarre più di tanto dalle cerimonie di ascolto separato di Grillo e di Conte che qualcuno sta cercando di organizzare davanti ai parlamentari divisi fra l’uno e l’altro, non credo che possa reggere tanto quel ponte in cui il vignettista Nico Pillinini ha tradotto sulla Gazzetta del Mezzogiorno la situazione del MoVimento. E’ Luigi Di Maio steso fra due spuntoni di roccia con le mani minacciate da Conte e i piedi da Grillo e implorante verso l’ex presidente del Consiglio: “Io sto sia Con te che con Grillo”. Proprio da Conte peraltro il ministro degli Esteri è andato ieri per svolgere un tentativo di mediazione dall’esito assai incerto.

Vignetta del Fatto Quotidiano

            Chi ha fretta che tutto si concluda con la scissione è il supercontiano Travaglio sul Fatto Quotidiano, preoccupato a suo modo che “il terzo” goda troppo, come ha scritto in un editoriale riferendosi a Draghi. Che sarebbe impegnato, con l’aiuto del centrodestra partecipe del governo, in una opera di “demolizione” di tutto ciò che il suo predecessore aveva fatto a Palazzo Chigi e dintorni.  Il che presupporrebbe -anche se il segretario del Pd Enrico Letta non vuole sentirselo dire- l’eventuale nuovo partito di Conte tentato più dall’opposizione che dal governo. E Grillo al contrario, si dovrebbe desumere: un Grillo proposto dal Fatto con una scatoletta intatta di tonno sulla testa e -nella “cattiveria” di giornata- con il figlio Ciro, accusato di stupro dalla Procura di Tempio Pausania, messo meglio del MoVimento. Che è l’altra creatura del comico genovese.

Ripreso da http://www.startmag.it

Anche tu, Vito, figlio mio….Beppe Grillo come Cesare con Bruto

            Scrivo questo articolo davanti ad una foto che me lo ha ispirato, risalente al 2014. Vito Crimi, nato 42 anni prima a Palermo ed eletto in Lombardia per il MoVimento 5 Stelle dopo avere dichiaratamente votato in vita sua, in ordine di tempo, per Rifondazione Comunista, Pds, Italia dei Valori di Antonio Di Pietro e Alleanza Nazionale di Gianfranco Fini, fa gli onori di casa a  Beppe Grillo in una tribuna del Senato. Dove egli è quasi il più alto in grado del MoVimento, essendone stato capogruppo all’inizio della legislatura per tre mesi, l’anno prima, non potendo durare più di tanto quell’incarico fra i parlamentari pentastellati. Che debbono peraltro sentirsi e chiamarsi “portavoce”, essendo quello tradizionale di “onorevole” un titolo per loro troppo sputtanato per essere portato con disinvoltura.

            Grillo, come se fosse consapevole di averla fatta grossa spedendo in Parlamento il suo improvvisato MoVimento, fondato in piazza cinque anni prima, nel 2009, mandando “affanculo” il Pd che ne aveva rifiutato l’iscrizione pur formalizzata nella sezione sarda di Arzachena, parla a Crimi col volto coperto, e con la complicità del commesso di turno. Che non dovrebbe consentire di nascondere il volto, neppure ad un ospite politicamente di riguardo come il fondatore di un movimento, stavolta con la minuscola che gli spetta, rappresentato in aula. L’impossibilità di leggergli le labbra conferisce al colloquio fra Crimi e Grillo, in ordine rigorosamente alfabetico, una segretezza che rimarrà per sempre inviolata, come quella della posta elettronica spesso usata poi dal comico anche con Conte, che però ne stamperà il contenuto con riserva, non so fino a che punta minacciosa come qualcuno ha sospettato, di renderla pubblica “previo consenso” dell’altra parte.    

            Grillo sa di potersi fidare di questo senatore già abituato di suo alla riservatezza per avere lavorato a Brescia in tribunale con la qualifica impiegatizia di assistente giudiziario.  Ci sono tutti i presupposti insomma perché l’uomo possa fare carriera sotto le cinque stelle, dove la fiducia del fondatore, e poi “garante”, “elevato” e quant’altro è un requisito essenziale, presumibilmente più della competenza ed altri valori, veri o presunti che siano.  E infatti Crimi ne fa, di carriera, per quanto sorpreso impietosamente una volta assopito in aula.

            Nella legislatura successiva, dopo la conquista pentastellare della maggioranza relativa nella legislatura uscita dalle urne del 2018, Crimi viene chiamato nel primo governo di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi ad occuparsi come sottosegretario dei problemi dell’informazione. E, spalleggiato da Grillo in persona, dichiara a suo modo guerra un po’ a tutti noi giornalisti, sospettati di fare più politica che informazione, come dice con franchezza una volta in un convegno alla Camera, rintuzzato dal presidente dell’associazione della stampa parlamentare.  Ricordo nitidamente lo scontro, essendo avvenuto nella presentaione di una pubblicazione contenente anche un mio intervento su Tangentopoli e dintorni.

Ma l’obiettivo di Crimi diventa, in particolare, Radioradicale. Di cui il sottosegretario contrasta il rinnovo di una convenzione con il governo in materia di lavori parlamentari e politici resistendo ad ogni forma di raccomandazione, compreso qualche discreto intervento del Quirinale a favore dell’emittente inventata da Marco Pannella. Il cui storico conduttore, e già direttore, Massimo Bordin fa in tempo a coniare per lui, prima di morire, la fulminante qualifica di “gerarca minore”, neppure questa rivelatasi tuttavia sufficiente a fermare il sottosegretario.

            Quasi come inizio o anticipo della capacità dei grillini di affrontare con più realismo i problemi, ricorrendo persino agli espedienti dei vecchi partiti, dove si può anche rimuovere qualcuno scomodo promuovendolo, Conte o chi per lui approfitta della prima crisi a portata di mano, nell’estate del 2019, nel passaggio dalla maggioranza gialloverde a quella giallorossa, per togliere l’editoria a Crimi mandandolo al Viminale come vice ministro dell’Interno. Bordin, scomparso prematuramente,  non fa in tempo a compiacersene.

            Al Viminale tuttavia Crimi non può neppure immaginare di essere destinato ad un’impresa ancora più disperata di quella della guerra a Radioradicale: la reggenza, addirittura, del MoVimento 5 stelle dopo le dimissioni di Luigi Di Maio da capo, nel mese di gennaio del 2020. Il mandato è ormai scaduto, anche più volte, ma è ancora lì sulle spalle di Crimi come membro più anziano del comitato di garanzia, previsto dallo statuto pur in presenza di un Garante, con la maiuscola, che è Grillo. Il quale, forse ancora fermo al ricordo di quella foto del 2014, si aspetta da Crimi, anzi da Vito, come più direttamente gli scrive, ordina, ammonisce e quant’altro, l’immediata esecuzione dell’ordine, giù accettato dal riassunto Davide Casaleggio, di affidare alla piattaforma Rousseau la chiusura del rapporto con Conte come incaricato verbalmente della rifondazione del movimento. Si tratta dell’elezione di un comitato direttivo, già decisa a suo tempo ma sospesa per ordine di Grillo, cui affidare riforma dello statuto e quant’altro.

            Ma Grillo ha fatto i suoi conti, plurale di Conte, senza Crimi. Che, quasi stanco di subirne il peso sulle spalle, come lo dipinge Nico Pillinini in una vignetta sulla Gazzetta del Mezzogiorno, si è sottratto all’ordine, almeno sino al momento in cui scrivo, di fatto incoraggiando Conte a riaprire il cassetto nel quale aveva riposto il nuovo statuto bocciato da Grillo. Che potrebbe diventare lo statuto di un suo nuovo movimento. E così abbiamo avuto anche il miracolo di un Crimi insubordinato, diciamo così. Quella foto adesso è forse diventata d’archivio davvero.

Pubblicato sul Dubbio

Giuseppe Conte apre il cassetto…della scissione pentastellata

Titolo del Fatto Quotidiano

            Nella sua doppia e un po’ inedita veste di tennista di giorno e di avvocato di sera, e di notte,  l’ex presidente del Consiglio ha annunciato, rispondendo alle scomuniche di Beppe Grillo, di avere riaperto il cassetto nel quale aveva chiuso l’originale del nuovo statuto studiato e proposto per un MoVimento 5 Stelle rifondato. Esso potrebbe pertanto diventare -dopo la bocciatura del comico genovese “padre padrone”, altro che “papà” generoso come col figlio Ciro- lo statuto di un nuovo movimento nel quale, in attesa delle elezioni, fare confluire circa la metà dei parlamentari pentastellati. Qualcuno ne ha già azzardato il nome: Insieme, possibilmente con te, cioè col cognome separato dell’ex presidente del Consiglio.

Titolo ancora del Fatto Quotidiano

            Questo tuttavia non sembra il nome preferito al maggiore sponsorizzatore dell’operazione. Che naturalmente è il direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio. Il quale, pur affrettatosi ad annunciare il “nuovo partito” con tanto di titolo in prima pagina, ha raccomandato nel suo editoriale di non cominciare a sbagliare facendone, pur con uno statuto diverso, un altro partito personale o posseduto. Non dovrà essere insomma “il partito di Conte”, come quello delle 5 Stelle è rimasto “il partito di Grillo”. Cui Travaglio ha rimproverato di essere diventato comodo a questo punto solo “alla destra”, che ne avrebbe scoperto tutta l’utilità preferendolo a quello dell’ex presidente del Consiglio.

In effetti,  se a furia di tirare la corda, dissentendo da tutte le decisioni che si prendono a Palazzo Chigi, come d’altronde Travaglio sinora li ha indotti  contraddittoriamente a fare,  dovessero uscire dal governo o dalla maggioranza, o da entrambe, renderebbero Draghi con la complicità di Grillo ancora più dipendente dalle componenti di centrodestra dello schieramento di emergenza formatosi attorno al presidente del Consiglio in carica da febbraio. E a Draghi, nonostante le speranze di Travaglio, non si vedono francamente alternative in caso di crisi, neppure in una stagione protetta dal rischio delle elezioni anticipate per l’impossibilità costituzionale del capo dello Stato di sciogliere le Camere nell’ultimo semestre del suo mandato.

            La partita che si apre con la scissione dei grillini innescata, annunciata, minacciata e quant’altro dalla riapertura del cassetto di Conte -dove peraltro l’avvocato ha conservato anche un dossier stampato e prevedibilmente scabroso  della corrispondenza elettronica avuta con Grillo nei quattro mesi trascorsi nel tentativo di rifondare il movimento-  sarà assai difficile da gestire al Nazareno. Dove il segretario del Pd Enrico Letta aveva scommesso sul MoVimento appunto rifondato da Conte, con Grillo ancora dentro in una sostanziale diarchia, e non pensava certo di doversi o potersi trovare di fronte a due partiti, o comunque si vorranno chiamarli, destinati per forza a farsi concorrenza, anzi guerra. Ciascuno dei quali, rimanendo entrambi prevedibilmente all’inizio nella stessa maggioranza, reclamerà via via un rapporto preferenziale  col Pd.

            Si potrà riproporre, sia pure in altro modo, ma con gli stessi effetti destabilizzanti, il dramma della Dc -da cui d’altronde il Pd proviene con i resti del Pci- alle prese dopo il 1968 col fallimento dell’unificazione socialista e la pretesa tanto del Psi quanto del Psdi di avere  un rapporto privilegiato con lo scudo crociato. Il centrosinistra finì allora per morirne, assediato anche dal terrorismo e dalla crisi economica. Ora al posto del terrorismo abbiamo la pandemia, non ancora domata. E la crisi economica potrebbe riprendere a seguirne il percorso.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

La pedata di Grillo a Conte potrebbe paradossalmente aiutare Draghi

Dal blog di Beppe Grillo

Il caso, anzi l’ironia colta perfettamente da Stefano Rolli nella sua vignetta di giornata sul Secolo XIX, ha voluto che Beppe Grillo licenziasse con una pedata nel sedere Giuseppe Conte dal cantiere di rifondazione del MoVimento 5 Stelle nelle stesse ore in cui a Palazzo Chigi Mario Draghi cercava faticosamente un’intesa con i sindacati sui licenziamenti. E non si può neppure definire “giusta causa” quella indicata da Grillo – perché, ha scritto il comico, garante e quant’altro, Conte “non ha né visione politica, né capacità manageriali, non ha esperienza di organizzazioni, né capacità di innovazione”- non potendosi certo dire che ne abbia il fondatore, viste le condizioni in cui si trova la sua comunità. Che sembra di “tossicodipendenti” per ammissione dello stesso capo.

Dall’editoriale di Marco Travaglio
Titolo del Fatto Quotidiano

            Impietosamente Marco Travaglio, che non si rassegna a dare per chiusa la partita avendo titolato sul Fatto Quotidiano che dei due “ne resterà uno solo” e che “la base molla” con le sue reazioni internettiane quello che il manifesto ha definito “il padre affondatore”, ha raccontato di Grillo: “Fino a qualche tempo fa ci inviava delle lettere firmate “Beppe Grillo e il suo neurologo”. Poi tragicamente il suo neurologo morì. E se ne sente la mancanza. Barricato nel suo bunker, in piena sindrome di Ceausescu, l’Elevato si rimira allo specchio e si dice quanto è bravo. E’ come l’automobilista  che imbocca l’autostrada contromano e pensa che a sbagliare siano tutti gli altri”. Meno male che al direttore del giornale contemplatore delle stelle non è tornato in mente, dell’”automobilista” Grillo, l’incidente su una strada di montagna, tanti anni fa, in cui il comico si buttò dalla vettura che guidava salvandosi ma lasciando precipitare nel burrone e morire gli incolpevoli ospiti. Questa volta, tuttavia, il comico potrebbe difendersi dicendo di avere preferito buttare via il passeggero affiancato al posto di guida rimanendo nella vettura con gli altri nella discesa suicida.

            Molti discutono adesso non tanto della votazione digitale che Grillo ha commissionato al riassunto Davide Casaleggio non sullo statuto “seicentesco” proposto da Conte ma su un comitato direttivo di presunta rianimazione della comunità, quanto degli effetti che il marasma pentastellato potrà avere sul governo Draghi. Se ne mostrano preoccupati, nella maggioranza, un po’ tutti, a cominciare dal segretario del Pd Enrico Letta, che pensa anche, se non soprattutto, alle trattative complicatesi sull’elezione del successore di Sergio Mattarella al Quirinale, a febbraio.

            Paradossalmente si potrebbe dire che Draghi e il capo dello Stato che lo ha così fortemente voluto a Palazzo Chigi avrebbero da temere sorprese più dal licenziato che dal licenziatore, più da Conte, e da quanti sembrano tentati di preferirlo a Grillo, che dal comico rimasto padrone del movimento col comitato direttivo che conosceremo a suo tempo. A darcene conferma è proprio Travaglio nel suo editoriale quando scrive dell’ex presidente del Consiglio come dell’unico in grado di fare partecipare i pentastellati al governo “a schiena dritta”, mettendosi cioè di traverso, dissentendo dalla presunta “trazione” leghista e persino meloniana della maggioranza, creando insomma problemi. Ciò significa appunto, o dovrebbe significare, che su Grillo invece Draghi e Mattarella potrebbero continuare a contare, come all’avvio dell’operazione emergenza. Così è se vi pare, come dice una celebre opera di Luigi Pirandello.

Ripreso da http://www.statmag.it e http://www.policymakermag.it

Clamorosa confessione di Grillo di sentirsi in una comunità di tossicodipendenti

Dal blog del garante del MoVimento 5 Stelle

Fra le varie accuse rivoltegli da Beppe Grillo credo che a Giuseppe Conte sia dispiaciuta, per l’alta considerazione che egli ha maturato di sé anche in politica dopo tanto tempo trascorso alla guida del governo, soprattutto quella di non avere “studiato” il MoVimento 5 Stelle, pur avendone predisposto lo statuto per rifondarlo. E ciò secondo il mandato ricevuto dal “garante” e fondatore in persona in una cornice solenne come quella dei fori imperiali, a Roma, ammirabili dall’albergo abituale di Grillo.

Quello di non avere “studiato” deve essere costato a Conte più ancora- penso- del rimprovero,  in un impeto di rabbia personale davanti ai parlamentari pentastellati, di avere scambiato Grillo per un “coglione”, testuale. Di questo l’ex presidente del Consiglio ha forse sorriso, abituato al linguaggio del comico e provvisto, come ha detto ai giornalisti nella conferenza stampa di risposta, di avere il senso dell’umorismo. Non essersi applicato invece allo studio per un professore di diritto e un avvocato come lui deve essergli sembrata davvero un’offesa, per quanto non tale -ha detto anche questo Conte- da indurlo alla richiesta, attribuitagli da alcuni giornali, di “scuse pubbliche”.

Conte alla conferenza stampa di sfida

            Il professore ha assicurato di avere non solo “studiato” diligentemente il movimento ma di averne anche frequentato ambienti ed esponenti un po’ in tutta Italia nei quattro mesi trascorsi dal conferimento dell’incarico di rifondarlo, e non solo di “imbiancarlo”, come si faceva di Pasqua con le case dalle sue parti, in terra pugliese. Ma egli ha tratto alla fine la convinzione di trovarsi di fronte più che a un movimento, ad una “comunità”. E per giunta “sfibrata” per come evidentemente era stata gestita, o non gestita, sino ad allora in quella che in altre occasioni, quando era ancora presidente del Consiglio, Conte aveva definito con comprensione psicologica “crisi d’identità”. E come tale spiegato ogni tanto ai suoi autorevoli interlocutori internazionali, a cominciare dalla cancelliera tedesca Angela Merkel. Con la quale egli fu sorpreso una volta al bancone di un bar parlare dei problemi, appunto, dei grillini alle prese con gli allora alleati di governo leghisti, che avevano già  cominciato a guadagnare voti a spese delle cinque stelle. La cancelliera, pur abituata a problemi di convivenza tra forze politiche diverse, anzi elettoralmente contrapposte, sembrava guardarlo come un marziano, tanto erano ancora più problematici i rapporti all’interno della maggioranza italiana allora gialloverde, peraltro destinati ad essere uguagliati e persino superati poi nella maggioranza giallorossa.

            Una comunità, anche se non ne mancano in buona salute, per niente sfibrate come quella avvertita da Conte tra incontri, telefonate, viaggi e quant’altro, di solito portano a pensare a problemi, malesseri, disagi. La più famosa che mi viene in mente- chiedo scusa sia a Conte sia a Grillo, che tuttavia ha scritto di sentirsi un po’ circondato da “tossicodipendenti” – è quella fondata nel 1978 a San Patrignano dal compianto Vincenzo Muccioli, e sostenuta finanziariamente dai Moratti. Era una comunità di recupero guidata da Muccioli come un “padre padrone” quale l’ex presidente del Consiglio ha mostrato di credere che sia stato o sia tuttora Grillo esortandolo a diventare finalmente un “genitore generoso”. Muccioli rimediò come capo di quella comunità guai giudiziari peggiori di quelli con i quali ha avuto a che fare Grillo nella sua vita, già prima che gli capitasse sulla testa la tegola del figlio accusato di stupro, si spera senza fondamento, fra le proteste audiovisive del padre, persino a rischio di effetti controproducenti.

            Le dipendenze curate nella comunità di San Patrignano erano notoriamente quelle da droga. Le dipendenze della “comunità” 5 Stelle capitata sotto l’esame di Conte sono fortunatamente, per carità, tutte politiche. Ma fortunatamente sino ad un certo punto se a questa comunità tocca il privilegio, l’occasione, la sventura, chiamatela come volete, secondo gusti e preferenze, di diventare ad un certo punto la forza centrale, in quanto la più votata, di un sistema. O, quanto meno, di una legislatura come quella uscita dalle urne del 2018 e in scadenza nel 2023.

            Le dipendenze di questa comunita finite sotto l’esame di Conte ma avvertite al suo interno prima di lui anche da persone non certo di secondo piano, come l’ex capo e ora “solo” ministro degli Esteri Luigi Di Maio, sono quelle -direi- dell’antipolitica, del Parlamento scambiato per una “scatola di tonno” da tagliare e svuotare, non necessariamente mangiandone o assimilandone il contenuto, ma buttandolo via come nocivo alla salute. Sono le dipendenze -scusatemi anche qui la sincerità- dalle gogne mediatiche e giudiziarie come quella di cui si è recentemente scusato il già citato Di Maio di fronte all’assoluzione in appello di un sindaco del Pd arrestato fra le sollecitazioni e gli applausi della piazza tribunalizia. O le dipendenze dai diritti scambiati per privilegi, furti e via penalizzando. O le dipendenze da una visione spesso utopistica del mondo e dei problemi, con l’inevitabile produzione dei danni che procurano spesso utopia e incompetenza mescolate fra di loro.

            Sono cose dure da pensare e da scrivere, come da confessare cercando di rimediarvi. Ma sono cose- ahimè- vere che non possono essere esorcizzate negandole. Gli struzzi non sono fatti per governare.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it

Tra sfida e scippo la richiesta di Conte di far votare su di lui sotto le cinque stelle

Titolo del Fatto Quotidiano

            Chi ha simpatie per Conte, o solo lo considera il male minore in uno scenario politico contrassegnato ancora non dico dalla centralità ma dalla presenza del MoVimento 5 Stelle, ha visto e indicato una “sfida” nella conferenza stampa dell’ex presidente del Consiglio. Che ha chiuso il capitolo del confronto, delle mediazioni e quant’altro e ha sfidato, appunto, Grillo a far votare gli iscritti sullo statuto da lui predisposto non per “imbiancare” ma per rifondare davvero il MoVimento.  I contiani vanno dal fanatismo del Fatto Quotidiano alla ragionevolezza, o persino paura dei cosiddetti giornaloni per il rischio di convivere con quella cosa indistinta che è oggi un MoVimento declassato realisticamente da Conte a “comunità”, per giunta “sfibrata” da una crisi di cosiddetta “identita”.

            La “comunità”, al cui voto Conte ha pur affidato la sua partita reclamando anche una vittoria larga, non ai punti, cui egli rinuncerebbe restituendo la creatura al creatore, ricorda un po’ quell’altra di recupero dei drogati resa celebre dal compianto Vincenzo Muccioli a San Patrignano, fondata nel 1978: l’anno politicamente più tragico della Repubblica.  Le brigate rosse sfidarono -anche loro- lo Stato sequestrando e infine uccidendo Aldo Moro. Che della Repubblica era diventato il regista in attesa di arrivare al Quirinale, il palazzo che in un certo senso egli aveva prenotato col ruolo ormai assunto di tessitore degli equilibri politici.

Titolo de La Verità

            Chi invece ha simpatie per Grillo, magari solo scambiandolo per l’avversario più comodo da battere o neutralizzare, ha preferito vedere e indicare nella conferenza stampa di Conte uno “scippo” o un tentativo di scippo, che è notoriamente un reato, di cui c’è ben poco da vantarsi in una società di onesti e ordinati. Ha gridato allo scippo da destra, con la solita franchezza, Maurizio Belpietro sparando il titolo su tutta la prima pagina della sua Verità. Che non è evoluta, diciamo così, come Il Fatto Quotidiano, col quale ha condiviso per un certo tempo attacchi e umori, quando il giornale di Marco Travaglio pendeva dagli umori di Grillo come dalle sue labbra, prima di scoprire e proteggere Conte, magari esagerando.

            Di chi sarà la vittoria in questa partita non so francamente prevedere. Neppure io vado oltre la previsione di Vauro Senesi, che nella vignetta del Fatto ha immaginato e rappresentato “gli strilli di Grillo”. Essi possono essere tutto o niente: tutto se lo statuto predisposto da Conte, che pure affida al garante, cioè al comico, la prerogativa di poter proporre in qualsiasi momento agli iscritti la sfiducia al presidente del MoVimento, non sarà neppure messo ai voti o sarà bocciato, o approvato troppo stentatamente. E niente se, passata l’arrabbiatura, ed esuarita la quantità pur industriale dei suoi abituali insulti, il comico si fingerà quel “genitore generoso” che Conte gli ha suggerito di diventare, magari per tentare poi di tornare ad essere “il padre padrone” che lo stesso Conte ha mostrato di avere avvertito sia quando era presidente del Consiglio, subendo o prestandosi a tutte le sue svolte, sia nei quattro mesi in cui ha assicurato di avere “studiato” il MoVimento, e non solo predisposto lo statuto.

            Pemettetemi un’ultima malizia. Da padre padrone Grillo si è comportato anche nei riguardi del figlio Ciro con quell’improvviso video in cui, pur volendolo difendere dai sospetti di stupro coltivati dai magistrati inquirenti di Tempio Pausania, in realtà lo spingeva verso il rinvio a giudizio. I padri padroni sono specialisti nelle autoreti.  

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

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