L’ascesa di Luigi Di Maio fra le cinque stelle cadenti di Grillo e di Conte

            Smascherati nel senso di liberi dalle loro maschere sanitarie e politiche in quest’Italia d’altronde bianca nella valutazione degli epidemiologi, Beppe Grillo e Giuseppe Conte devono esserle dette e metaforicamente date di tutti i colori, e di tutte le ragioni, in una telefonata che è stata definita “di fuoco” e “burrascosa” da quelli del Fatto Quotidiano. Che onestamente -va loro riconosciuto- hanno precisato di averlo saputo da fonti contiane, registrando per dovere diciamo così d’ufficio anche voci evidentemente diffuse da fonti grilline di successivi “segnali di pace”.

Giuseppe Conte e Rocco Casalino
Nina Monti

            Sotto le stelle ormai cadenti dell’omonimo MoVimento anche i comunicatori sono divisi. O fanno i giochi ordinati dai loro referenti. Non a caso è anche sulla scelta dei comunicatori che fondatore e rifondatore si sono scontrati, l’uno diffidando delle scelte e frequentazioni dell’altro. Grillo, per esempio, si fida della cantautrice Nina Monti, in linea con lui anche con quello che canta, come “Indignati ancora”. Conte invece preferisce ormai il suo Rocco Casalino, che lo sovrasta anche di stazza fisica. E al quale si attribuisce, a torto o a ragione, la convinzione che ormai da solo Conte valga molto più di Grillo e possa stracciarlo, o quasi, alle elezioni con liste personali.

            Di quello che fondatore e rifondatore si sono detti, e persino gridati, qualcuno avrebbe persino ascoltato per strada, sotto l’abitazione romana dell’ex presidente del Consiglio, l’accusa di Conte a Grillo di avere ormai “distrutto il progetto”, almeno il suo. Che una volta egli stesso definì di “umanesimo”, naturalmente “sostenibile”, come lo sviluppo e tutto ciò che l’ex capo del governo avverte, propone, contempla.

            Mancano ormai, mentre scrivo, poche ore alla conferenza stampa preannunciata da Conte per la chiusura fallimentare o la prosecuzione della missione rifondatrice del MoVimento affidatagli in febbraio da Grillo davanti ai resti dei Fori Imperiali, a Roma. Ma non è azzardato prevedere che anche nella ipotesi di una prosecuzione, consigliata all’esterno delle 5 Stelle ai due contendenti pure dalla sondatrice e consigliera di fiducia di Silvio Berlusconi, Alessandra Ghisleri, sulle colonne del Fatto Quotidiano, si tratterà sempre di un percorso accidentato. Non avremo insomma un abbraccio alla maniera di Roberto Mancini e di Gianluca Vialli, che ha commosso gli italiani dopo la vittoria sugli austriaci e la promozione degli azzurri ai quarti di finale dei campionati europei di calcio.

Titolo di Domani

            Dalla crisi intervenuta o aggravatasi nei rapporti tra Grillo e Conte, o viceversa per chi preferisce l’ordine alfabetico, l’unico che sembra averci guadagnato davvero nel MoVimento è l’ex capo e ora ministro degli Esteri Luigi Di Maio, indicato ad esempio per il suo lavoro alla Farnesina da Grillo come in una finzione, voglia, previsione di reinvestitura. Non ha forse torto Stefano Feltri, anche nella valutazione negativa che ne consegue, a scrivere sul Domani di Carlo De Benedetti che “se i Cinque stelle vogliono capitalizzare quel che resta della loro esperienza politica, il modello Di Maio si delinea come l’unico rimasto: un partito spregiudicato, senza identità definite, capace di passare dalla richiesta di impeachment per il capo dello Stato a difensore delle istituzioni, da rivale delle lobby a loro strumento prediletto, contemporaneamente anti-evasione e propenso a piccoli condoni, fustigatore dei malcostumi e sempre attivo nel piazzare amici, famigli, portaborse”.

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Agisce fra Conte e Grillo sotto le cinque stelle un pontiere di nome Di Maio

            Chissà se la bella vittoria degli azzurri sugli austriaci e l’arrivo dell’Italia nei quarti di finale dei campionati europei di calcio contribuirà a fare sbollire sconcerto, rabbia, paura e quant’altro sotto le cinque stelle fra i due Giuseppi, alla Trump, cioè Conte e Grillo, in ordine per ora solo alfabetico. E ad aprirli a quell’accordo per il quale sono impegnati in tanti nel MoVimento, a cominciare dall’ex capo e ora “solo” ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Il quale, in verità, è spesso apparso nei rapporti con Conte più un competitore che un sostenitore. E così mi sembra che sia stato avvertito anche da Grillo, che non a caso- al termine dell’incontro con i parlamentari in cui aveva accusato Conte di averlo scambiato per un “coglione” ridimensionandone la figura come garante nel nuovo statuto- ha generosamente definito Di Maio “uno dei migliori ministri degli Esteri” italiani, quasi stimolandolo a nuove imprese o ritorni. Altro che la funzione di “pontiere” attribuito dai giornali, per esempio dal manifesto, all’ex capo del MoVimento.

Paolo Emilio Taviani

            “Pontiere” nella storia della Dc volle essere chiamato con una corrente appena costituita il ministro dell’Interno Paolo Emilio Taviani a metà degli anni Sessanta, quando Aldo Moro a Palazzo Chigi, alla guida dei primi governi “organici” di centro-sinistra, con la partecipazione cioè diretta dei socialisti, cominciò ad avere problemi con la sinistra del suo partito. Dove c’era chi voleva già scommettere sull’evoluzione del Pci ritenendolo più affidabile del Psi. Taviani si propose come pontiere, appunto, fra Moro e quella parte del partito rappresentata dai “basisti” guidati da Giovanni Marcora al Nord e Ciriaco De Mita al Sud.

Aldo Moro nel 1968

            Dopo le elezioni politiche ordinarie del 1968 la rottura si consumò invece tutta all’interno della corrente dei “dorotei”, fra Moro estromesso da Palazzo Chigi e Mariano Rumor smanioso di succedergli per una edizione “più incisiva e coraggiosa” del centro-sinistra, pur avendo sino al giorno prima accusato l’allora presidente del Consiglio di troppa cedevolezza ai socialisti e chiusura all’opposizione. Moro naturalmente non gradì e si diede un’estate di riflessione, all’ombra di un ombrellone a Terracina e di un governo balneare di Giovanni Leone a Roma. Taviani gli mandò Francesco Cossiga per esplorarne umori e progetti. Quando si convinse della irremovibilità dell’ormai ex presidente del Consiglio nel proposito di staccarsi dai dorotei e scavalcarli a sinistra teorizzando la famosa “strategia dell’attenzione” verso il Pci, e persino il movimento studentesco guardato con sospetto alle Botteghe Oscure, Taviani andò ad offrirsi a Rumor per rimpiazzare nel Consiglio Nazionale della Dc i voti di Moro e amici che sarebbero passati all’opposizione interna.

            Nel successivo congresso Moro si sarebbe vendicato a suo modo di quello che aveva avvertito come un tradimento traducendo l’attività svolta ai suoi danni dal ministro dell’Interno nell’”operoso silenzioso dell’onorevole Taviani”.

Ma torniamo ai nostri giorni, cioè ai guai dei grillini, dati ieri dall’insospettabile Fatto Quotidiano nel titolo di testa di prima pagina a soli “2 giorni dalla morte”, ma orgogliosamente riproposti oggi da Marco Travaglio nel suo editoriale ben vivi col loro 15-18 per cento dei voti ancora raccolti nei sondaggi, forse grazie proprio a Conte. A Grillo pertanto, come gli suggerisce o intima una vignetta di Riccardo Mannelli, non rimarrebbe che “vaffancularsi” da solo. Lo farà?

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Non è Draghi ma il Pd di Letta ad essere minacciato dal caos grillino

            A dispetto delle apparenze tradotte nel titolo in cui Il Foglio si chiede, o cerca di spiegare ai lettori “quanto può far male al governo lo scazzo tra Grillo e Conte”, o nel titolo di Repubblica su “Draghi in equilibrio sulle rovine grilline”, col sottinteso che sia un equilibrio instabile, non è il presidente del Consiglio a rischiare di più nella crisi non esplosa, per cortesia, ma aggravatasi nel MoVimento 5 Stelle. Dove la situazione è ormai tale, dopo il sostanziale vaffanculo di Beppe Grillo e Conte, e viceversa, che persino al Fatto Quotidiano, abituati a mirar le stelle qppunto, hanno titolato che esse hanno solo “2 giorni per non morire”.

Fotomontaggio del Fatto Quotidiano

            Ma due giorni per non morire sono forse anche troppi. O, se preferite, troppo pochi se si pensa all’ipotesi di un’agonia ancora più lunga e dolorosa: se non per il paziente sedato a dovere da qualche medico pietoso, almeno per quelli che gli hanno voluto bene, e magari ancora glene vogliono da incalliti visionari, come Beppe Grillo si è orgogliosamente autodefinito contestando a Conte di non avere voluto imparare ad esserlo anche lui, studiandosi bene la storia ormai più che decennale del movimento che ha sognato da febbraio di potere davvero “rifondare”. Quella infatti fu la missione che da visionario -ripeto- il comico genovese affidò in una domenica mattina di febbraio all’ex presidente del Consiglio nell’albergo romano affacciato sui ruderi dei Fori Imperiali.

            Arrivati come siamo sulla soglia del cosiddetto semestre bianco, quando il presidente della Repubblica in scadenza di mandato non può sciogliere le Camere e restituire la parola agli elettori, sono disarmati anche i grillini che volessero scaricare sul governo gli estremi effetti delle loro liti interne. Una crisi si aprirebbe con la soluzione scontata della sostanziale conferma del governo cosiddetto uscente, con qualche ministro in meno.  La maggioranza sopravviverebbe con quella parte del movimento che, comunque si volesse o dovesse chiamare, dovesse dissentire dal resto. Quella dei pentastellati di sentirsi e dirsi “la maggioranza”, per quanto relativa, nel Parlamento uscito dalle urne del 2018 ormai  è solo una pretesa, non più una realtà dopo tutti i deputati e i senatori che il movimento ha perso per strada,  cacciandoli o non. Ed è diventata una pretesa anche quella di potere svolgere, nelle condizioni in cui si sono messi da soli, chissà quale ruolo nella partita del Quirinale che si dovrà giocare a febbraio dell’anno prossimo.

            Non è a rischio il governo Draghi, d’altronde cresciuto nell’ultimo mese di cinque punti nell’indice di gradimento appena rilevato da Ipsos per il Corriere della Sera, di cui riferisce oggi Nando Pagnoncelli precisando ch’esso è arrivato a 69 punti, 71 per la persona del presidente del Consiglio. A rischio piuttosto è il segretario del Pd Enrico Letta, che fa bene nelle foto a rotolarsi le maniche della camicia perché lo aspetta una bella fatica. Che è quella di fronteggiare i malumori nel suo partito, convinto nei mesi scorsi, dopo le improvvise dimissioni di Nicola Zingaretti, di mettersi nelle sue mani, e non in quelle di un Conte “scontato”, come lo ha sfottuto Stefano Rolli nella vignetta del Secolo XIX: un Conte che aveva ricevuto da Grillo l’incarico non tanto di rifondare il MoVimento 5 Stelle quanto di fargli da prestanome proprio su tutto, a cominciare dalla politica estera filocinese. La sponda di Conte è diventata a questo punto per Letta una trappola politicamente fatale.  

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Grandine su Conte, accusato da Grillo di averlo scambiato per un “coglione”

          Già indebolito di suo dal confronto quotidiano imposto dagli avvenimenti fra ciò che non riusciva a fare a Palazzo Chigi con tutti i sondaggi che pure gli gonfiavano le vele e ciò che sta facendo invece il suo successore fra l’interesse e l’ammirazione degli interlocutori internazionali, compreso il cardinale Pietro Parolin appena compiaciuto della risposta ottenuta nella vertenza aperta dalla Santa Sede sullo scivoloso tema dell’omotransfobia, Giuseppe Conte ha preso la classica tranvata da Beppe Grillo. Che gli ha praticamente tagliato l’erba sotto i piedi di designato a capo di un MoVimento 5 Stelle rifondato, anche se a designarlo fu proprio lui una domenica del mese di febbraio di quest’anno nella suggestiva cornice dei resti dei fori imperiali, visibili dall’albergo dove il comico genovese suole alloggiare nelle sue incursioni romane.

Titolo del Fatto Quotidiano

            Più che pioggia, come sui vetri dell’auto a bordo della quale Grillo è stato sorpreso nella Capitale dai fotografi, sul povero Conte è caduta la grandine, accusato peraltro dallo stesso Grillo di averlo scambiato per “un coglione” -testuale, secondo le parole gridate ai parlamentari pentastellati- prevedendone il sostanziale ridimensionamento come “garante” nello statuto del MoVimento di nuova edizione. “E’ lui -ha detto ancora Grillo di Conte- che ha bisogno di me”, non avendo “studiato bene” la creatura politica che gli era stata affidata o promessa. E non è neppure detto che si riesca ad arrivare ad un esame di riparazione, al quale peraltro il professore è stato un po’ sollecitato dal fedelissimo Marco Travaglio, sul Fatto Quotidiano, a sottrarsi a schiena dritta, prendendo cioè lui, a questo punto, l’iniziativa di rompere.

            Delle due l’una, ha scritto Travaglio nel suo editoriale di commento all’esplosione della rabbia di Grillo: “1) Gli eletti e gli iscritti ai 5Stelle votano sulla nuova piattaforma (“uno vale uno”) per decidere chi fa il capo e chi fa il coglione. 2) Conte si grillizza per un giorno, manda tutti affanculo e se ne torna a fare l’avvocato e il professore, dopo quattro mesi di volontariato senza stipendio, riconsegnando i 5Stelle a Grillo: è lui che li ha fondati, è giusto che sia lui ad affondarli”. O ad affondare quel che n’è rimasto -ha scritto Travaglio in altra parte del suo furente articolo di sostegno a Conte, e di abbandono del comico- dopo avere “mandato il M5S al macello nel governo più restauratore mai visto”. Che sarebbe naturalmente quello di Draghi, dal quale recentemente l’ex presidente del Consiglio –“un affermato avvocato civilista e docente universitario -ha scritto Travaglio- divenuto in tre anni il politico più popolare”- ha preso  vistosamente le distanze, ”disorientato” dalle scelte prevalentemente imposte, secondo lui, dall’odiato Matteo Salvini. E così vistosamente da lasciare immaginare una bella crisi durante il cosiddetto semestre bianco imminente, quando il presidente della Repubblica è disarmato per non potere sciogliere le Camere.

            Il caso -ma solo questo?- ha voluto che un estimatore di Conte come Goffredo Bettini, una specie di consigliere prestatogli dal Pd, avesse ieri confidato al Foglio di non vedere il governo del pur apprezzabilissimo Draghi destinato a durare sino alle elezioni del 2023. E questo -ha precisato- non perché preveda lo stesso Draghi al Quirinale o perché il nuovo capo dello Stato sciolga in anticipo le Camere. Non lo vede e basta, come dice abitualmente anche Travaglio in televisione a chi lo ospita e gli chiede previsioni non meteorologiche.

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Draghi scrutato fra le righe della sua interlocuzione col Vaticano

Il deputato del Pd Alessandro Zan, autore del controverso disegno di legge contro l’omotransfobia

Per quanto all’occorrenza sappia essere spiritoso nella sua abituale severità, dubito che Mario Draghi sia in veste di presidente del Consiglio sia in veste di membro della Pontificia Accademia delle scienze sociali, nominato dal Papa ben prima che Sergio Mattarella lo mandasse a Palazzo Chigi, si sia riconosciuto e divertito nel vigile urbano di Roma proposto ai lettori del Corriere della Sera da Emilio Giannelli. Che in una vignetta lo ha immaginato in via della Conciliazione impegnato a multare l’auto del Pontefice, pizzicato in flagranza, diciamo così, di ingerenza per via della nota verbale della Segreteria di Stato del Vaticano consegnata all’ambasciata italiana presso la Santa Sede. In essa si chiede una diversa modulazione del disegno di legge già approvato dalla Camera e ora all’esame del Senato contro l’omotransfobia, noto col nome del proponente: il deputato del Pd Alessandro Zan.

Il documento della Segreteria di Stato d’oltre Tevere

            Emilio Giannelli ha interpretato, come altri su diversi giornali, le dichiarazioni fatte da Draghi al Senato, in riferimento a quella nota, alla stregua di una mezza porta in faccia sbattuta quanto meno al Segretario di Stato del Vaticano, se non proprio al Papa. Che d’altronde qualcuno, fra gli esperti delle mura leonine, ha immaginato sia stato preso alla sprovvista pure lui dall’iniziativa. Mi sembra francamente difficile che le cose oltre Tevere si siano italianizzate, cioè pasticciate, sino a questo punto. Né mi sembra che il Pontefice abbia tanta pazienza da sopportare in silenzio un evento del genere, senza destituire sul posto, e all’istante, un pur ragguardevole arcivescovo equiparabile al nostro ministro degli Esteri, per quanto si tratti nel nostro caso del giovane e necessariamente, direi anagraficamente poco esperto Luigi Di Maio.

La traduzione delle dichiarazioni di Draghi nel titolo della Verità

            Comunque, anche se l’ordinarietà, per le abitudini in voga nel nostro bel Paese, è scambiata qualche volta per eccezionalità, Draghi ha fatto poco di sconvolgente o di eroico nel ricordare alla Segreteria di Stato del Vaticano che la nostra è una Repubblica “laica, non confessionale”. Nella quale non a caso da anni ormai vigono, regolarmente disciplinati, il divorzio e l’aborto non certo di casa oltre Tevere. E personalmente andrei piano anche a liquidare come ingerenza l’iniziativa della Santa Sede, con o senza copertura del Papa, specie se ad avvertirla così negativamente sono persone e parti politiche – come ha osservato  il buon Mattia Feltri sulla Stampa nel suo “pianto greco”-  che si compiacciono, per esempio, delle posizioni della Chiesa in tema di immigrazione e simili per contrapporle a quelle dell’inviso Matteo Salvini. Il quale, a sentire i nostalgici di Giuseppe Conte, starebbe condizionando il governo nella maggioranza di emergenza ben più del Pd, delle 5 Stelle, o 5 schegge, della sinistra dei liberi e uguali o di tutti costoro messi insieme.

            Piuttosto che la scontata natura laica e non confessionale della nostra Repubblica, mi ha  personalmente colpito delle dichiarazioni di Draghi al Senato la inopportunità da lui avvertita di “entrare nel merito” del controverso disegno di legge, trattenuto tanto a lungo in commissione, dopo l’approvazione alla Camera, proprio per l’azione di contrato condotta dal centrodestra e per i dissensi esistenti anche all’interno di altri gruppi. Che non mi sembrano essere usciti indeboliti dalle critiche o preoccupazioni espresse, bene o male, dalla Chiesa e presumibilmente destinate ad alimentare quelle, diciamo così, domestiche. E che questo non sia “il momento del governo”, come ha detto Draghi nelle sue brevi ma meditatissime osservazioni nell’aula di Palazzo Madama, non mi sembra escludere che esso possa maturare successivamente, quando il confronto fra e nei gruppi, partiti e quant’altri sarà diventato più stringente, si presume dopo l’approdo del provvedimento in aula e la prevedibile rincorsa degli emendamenti.

            Al Senato peraltro gli schieramenti tradizionalmente intesi di centrodestra e di centrosinistra, comprensivo quest’ultimo del MoVimento 5 Stelle in corso di una rifondazione talmente complicata da rischiare il crollo definitivo, sono talmente risicati e incerti che in ogni loro appuntamento con una votazione i numeri ballano come quelli del lotto. Ne sanno qualcosa proprio sotto le 5 Stelle, avendo Conte tentato di resistere alla crisi nei mesi scorsi barricandosi a Palazzo Chigi per ricevervi senatori di varia tendenza provvidenzialmente disposti a soccorrerlo per vanificare il passaggio all’opposizione minacciato o attuato, secondo le ore o i giorni, dai renziani.

            Alla fine, come si ricorderà, sfiancato dalle attese, dalle trattative, dai ripensamenti, e  incalzato dal rischio di vedersi bocciato il guardasigilli grillino Alfonso Bonafede in un dibattito non eludibile sulla situazione della giustizia, l’allora presidente del Consiglio fu costretto praticamente alla resa e al commiato. Mi chiedo a questo punto perché si possano o si debbano escludere sorprese nell’esame ancora in corso della legge Zan, trasformata forse imprudentemente in una barricata dai soliti oltranzisti, che non mancano mai dalle nostre parti: a destra, a sinistra e persino al centro.

Pubblicato sul Dubbio

L’astuzia di Mario Draghi superiore alla faziosità di certi suoi interpreti

            Preceduto a Montecitorio, forse poco elegantemente, dal presidente della Camera Roberto Fico, peraltro fuori dall’aula e pur sapendo che in materia stava per parlare il capo del governo, interlocutore del Vaticano dopo la nota diplomatica giunta da oltre Tevere, il presidente del Consiglio Mario Draghi non ha avuto certo difficoltà a ribadire al Senato la natura “laica” e “non confessionale” della Repubblica. Dove peraltro vigono, regolarmente disciplinati, divorzio e aborto che Draghi si è risparmiato per cortesia di citare.  Pertanto il Parlamento è libero e “sovrano”, come aveva detto appunto Fico, di legiferare contro l’omotransfobia. E’ ciò che si sta  cercando appunto di fare a Palazzo Madama dopo l’approvazione alla Camera di un provvedimento che porta il nome  del proponente Alessandro Zan, deputato del Pd attivista di Lgbt, acronimo dell’area di sostegno a lesbiche, gay, bisessuali e transgender.

            Diversamente però dall’interpretazione datane, per esempio, sul Corriere della Sera da Emilio Giannelli, che nella sua vignetta ha travestito Draghi da vigile urbano che multa -evidentemente per ingerenza- il conducente dell’auto col Papa in via della Conciliazione, il presidente del Consiglio si è dichiaratamente tenuto fuori “dal merito della discussione parlamentare” perché “questo -ha detto- non è il momento del governo”. Il disegno di legge è infatti ancora in commissione e tutto lascia prevedere che quando arriverà in aula ci saranno proposte emendative sulle quali sono in corso se non trattative, contatti fra gruppi e partiti, a cominciare dal Pd. Di cui il segretario Enrico Letta, pur favorevole al provvedimento, ha annunciato la disponibilità al confronto. E sono poi possibili anche altri passaggi, per esempio davanti alla Corte Costituzionale, se la legge nel suo testo definitivo e promulgato dovesse essere contestato secondo le procedure di garanzia esistenti.

            Anche dal Vaticano, d’altronde, non si dispera per niente di vedere una diversa “modulazione” della legge, che esoneri, per esempio, le scuole private dal partecipare all’organizzazione di quella festa annuale che si vorrebbe istituire contro l’omotransfobia, cioè a favore -ripeto- di lesbiche, gay, bisessuali e transgender. “In Vaticano -ha titolato Il Foglio scrivendo “non solo” del disegno di legge Zan- ci si fida di Draghi per aprire una nuova stagione”. Il Fatto, dal canto suo, convinto della presunta ingerenza del Vaticano, ha accusare Draghi di aver “fatto il laico”, scaricando poi tutto sul Parlamento, e su quanto potrà accadervi, affollato com’è di “turiboli”, secondo l’editoriale di Marco Travaglio.

            Non ci vuole del resto una grande intelligenza o esperienza politica per capire o sapere che le già forti resistenze parlamentari contro il testo della legge Zan uscito dalla Camera, fra il centrodestra e parti dello stesso Pd e di altre formazioni, fra cui l’Italia Viva di Matteo Renzi, non sono certo uscite indebolite dalle critiche e richieste di “rimodulazione” formulate dalla Chiesa. Potrebbero pur venire sorprese all’onorevole Zan dalle votazioni a scrutinio segreto in un’aula come quella del Senato, dove i numeri sono sempre un po’ sofferenti o stentati, a dir poco.

            La partita insomma è ancora aperta, o per niente chiusa com’è apparso ad alcuni frettolosi o parziali interpreti delle ponderate dichiarazioni del presidente del Consiglio. Che ha confermato di essere un uomo abbastanza astuto per saper navigare anche nelle acque spesso un po’ torbide della politica.

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Il cerino del Vaticano sull’omofobia finisce tra le dita di Mario Draghi

            Con la solita arguzia mista a irriverenza o blasfemia Sergio Staino ha tradotto sulla Stampa l’intervento della Chiesa non contro, come si è largamente titolato con la solita approssimazione politica, ma su una legge in esame al Senato d’iniziativa parlamentare, travestendosi da San Pietro all’ingresso del Paradiso. E bloccando una coppia LGBT- ormai noto acronimo di lesbica, gay, bisessuale e transgender, coi colori dell’arcobaleno- perché, pur sapendoli “bravi e buoni”, ha “problemi con il Vaticano”. Una cui “nota verbale” consegnata all’ambasciata italiana presso la Santa Sede ha squassato il mondo politico avvertendo una violazione del Concordato in una norma del disegno di legge che non esonera le scuole private dall’organizzazione della istituenda festa, o giornata, contro l’omotransfobia.

            Fra tutti, il partito più squassato dall’intervento del Vaticano è apparso il Pd, che si è subito diviso fra la voglia di dialogare con la Chiesa, magari formulando diversamente la norma contestata oltre Tevere, e quella di chiudersi a riccio nella difesa laica, diciamo così, del testo. Il segretario cattolico Enrico Letta, per non sbagliare, si è fatto tentare sia dalla prima sia dalla seconda strada, incorrendo peraltro nella derisione del leader leghista Matteo Salvini. Al quale non è sembrato vero ricambiare il sarcasmo col quale la sera prima, in televisione, lo stesso Letta si era vantato dei voti che la Lega perde nei sondaggi facendo parte, col Pd e gli altri partiti, del governo di emergenza di Mario Draghi.

            Contrario al disegno di legge già approvato dalla Camera e in discussione al Senato, Salvini ha beffardamente proposto al segretario del Pd di parlarne insieme per trovare il nodo di comporre la vertenza aperta in modo imprevisto dalla Chiesa. E Letta, nel frattempo affrettatosi a sentire il ministro grillino degli Esteri, per le cui mani è transitata la nota diplomatica, si è quanto meno “morso la lingua”, come ha sospettato o intuito sulla Stampa Amedeo La Mattina. Ma per fortuna, penso, anche del segretario del Pd la questione alquanto spinosa, al netto -ripeto- di tutte le esagerazioni sparate nei titoli dei giornali, spintisi a parlare di “guerra fra Stato e Chiesa”, come sul Riformista, la questione è stata avocata dal presidente del Consiglio in persona. Al quale in qualche modo la polemica ha guastato la festa a Cinecittà con la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen per l’approvazione comunitaria del piano italiano della ripresa.

            Quella di Draghi sarà sicuramente una gestione dell’affare col Vaticano più avveduta e sicura dei partiti, correnti e sottocorrenti della maggioranza di governo, pur trovandosi il presidente del Consiglio -bisogna ammettere anche questo- in una situazione assai delicata: persino ai limiti di un conflitto d’interessi che -vedrete- qualcuno cercherà di contestargli fra i nostalgici del suo predecessore a Palazzo Chigi Giuseppe Conte, che pure ha notoriamente parecchie relazioni personali oltre Tevere. Ma Draghi fa anche parte dell’Accademia Pontificia delle Scienze Sociali, nominato personalmente dal Papa ben prima ch’egli diventasse presidente del Consiglio.

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Bel modo di sostenere il governo vantandosi dei voti perduti da chi ne fa parte

Pur nella comprensione dovutagli per le condizioni di minorità in cui si trovava, con la conduttrice Lilli Gruber che spalleggiava nello studio televisivo di Otto e mezzo gli attacchi di Marco Travaglio, collegato dalla direzione del Fatto Quotidiano, il segretario del Pd Enrico Letta si è incautamente difeso facendo un grave torto al governo di Mario Draghi e alla maggioranza di emergenza raccoltasi attorno a lui. E in fondo anche al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che quel governo e quella maggioranza ha promosso chiudendo quattro mesi fa una crisi che in condizioni normali, senza le difficoltà e gli impedimenti derivanti dalla pandemia, avrebbe dovuto essere chiusa con lo scioglimento anticipato delle Camere e il conseguente ricorso alle urne.

            E’ accaduto, in particolare, che per smentire la rappresentazione di un governo Draghi a trazione sostanzialmente salviniana, pieno di “favori ai padroni” e di “flop” in materia di scuola, vaccini e giustizia, per ripetere parole e titoli di Travaglio, il segretario del Pd si sia vantato dei voti perduti dalla Lega nei sondaggi che hanno invece premiato il suo partito, sino a portarlo in testa alla classifica pur virtuale delle forze politiche, come rilevato di recente da Ispo per Repubblica.  

            Ebbene, a parte la smentita o novità appena arrivata da un sondaggio effettuato dalla Swg per conto proprio dell’emittente della trasmissione della Gruber, ed appena illustrati al telegiornale della 7 da Enrico Mentana, da cui il Pd risulta al terzo posto dopo Lega e Fratelli d’Italia, Enrico Letta ha finito col suo argomento per danneggiare il governo dove pure si sente orgogliosamente “di casa”.  Il rispetto degli alleati, o semplici compagni di strada in un percorso accidentato com’è quello nel quale è impegnato Draghi, e in una comprensione delle difficoltà che sembra maggiore all’estero che in Italia, è quanto meno opportuno, se non doveroso. E se Salvini ogni tanto si è lasciato prendere la mano anche lui, contrapponendosi più che affiancandosi al Pd, non è questa una buona ragione per ricambiarlo della stessa moneta, alimentando così una spirale polemica che non giova a nessuno, nuocendo invece a tutti.

Non è così, francamente, che si aiuta il presidente del Consiglio nel suo lavoro, a casa o in trasferta, dove per fortuna le abituali risse fra i partiti italiani nelle maggioranze di turno qualche volta riescono a passare inosservate, ma non sempre. E se un certo livello di guardia venisse superato, a prevenire o limitare i danni potrebbe non essere più sufficiente neppure il credito personale di cui Draghi gode con i suoi interlocutori, al di qua e al di là dell’Atlantico.

            E’ come se ai tempi della tanto e ingiustamente bistrattata prima Repubblica, quando la Dc, rimasta priva dei suoi tradizionali alleati di centro e di centrosinistra, fu costretta ad una “tregua parlamentare” col Pci di Enrico Berlinguer, raggiunta per spirito di dichiarata “solidarietà nazionale”, si fosse vantata dei voti che costava ai comunisti l’appoggio esterno ai governi monocolori di Giulio Andreotti.

            Le emergenze non si affrontano, di solito, con soccorritori così poco convinti del loro compito da guardarsi più fra di loro, con i pugnali in mano, che dagli ostacoli comuni.  Se ne rese conto nello stesso Pd -per non andare lontano con i tempi sino alla Dc di Benigno Zaccagnini e al Pci di Berlinguer- il buon Pier Luigi Bersani mancando la vittoria elettorale nel 2013 dopo avere appoggiato il governo tecnico di Mario Monti, anch’esso chiamato nel 2011 dall’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ad affrontare una gravissima emergenza economica, finanziaria e sociale.

            Silvio Berlusconi, partecipe di quegli accordi di maggioranza, al punto da dimettersi spontaneamente da presidente del Consiglio, senza avvertire o dolersi in quel momento del “complotto” di cui si sarebbe poi lamentato, ad un certo punto si sfilò, giusto in tempo per affrontare dall’opposizione le elezioni alla scadenza ordinaria del 2013. Ma il Pd rimase responsabilmente al suo posto. E, superato dai grillini, per quanto poi avesse scommesso improvvidamente sul loro aiuto per quel governo che Bersani chiamò “di combattimento e minoranza”, impeditogli all’ultimo momento dal Quirinale, si guardò bene dal rimproverare al capo dello Stato e allo stesso Monti i danni subiti elettoralmente. Sono regole elementari, direi, di convivenza politica che la logica della difesa adottata da  Enrico Letta nel salotto televisivo di Lilli Gruber ha in qualche modo tradito. Non puoi vantarti del danno che riesci a procurare all’alleato o, ripeto, compagno di strada lungo un percorso che hai concordato con lui, o comunque hai accettato di condividere.

            Di questo passo, peraltro, il segretario del Pd rischia di perdere il vantaggio che presume ogni tanto di avere conquistato e di rovesciare la situazione. Infatti, non essendo lo sprovveduto evidentemente considerato al Nazareno, Salvini ha reagito al Letta della Gruber, e di Travaglio, opponendo il “senso di responsabilità” della Lega, come partecipe del governo e della maggioranza, anche a costo di perdere voti, all’”opportunismo” del Pd. E alla confusione, quanto meno, del MoVimento 5 Stelle, che non riesce ancora a decollare sotto la guida di Giuseppe Conte per contasti esplosi, a questo punto, fra l’ex presidente del Consiglio e il “garante”, “elevato”, “insostituibile” e quant’altro Beppe Grillo.

Pubblicato sul Dubbio

Il Draghi felice e invidiato d’esportazione e quello svillaneggiato in Italia

Titolo del Fatto Quotidiano
Titolo del Quotidiano del Sud

            Quanto è stato consolante vedere Mario Draghi in televisione ricevere gli elogi della cancelliera tedesca Angela Merkel, dopo l’incontro bilaterale a Berlino, tanto è stato imbarazzante vedere e sentire Enrico Letta barcamenarsi nel salotto televisivo di Lilli Gruber a spiegare alla conduttrice, e al direttore del Fatto Quotidiano collegato dall’esterno, le ragioni della partecipazione e dell’appoggio del suo Pd ad un governo che sarebbe solo quello della “restaurazione”, o “di larghe imprese”, più che intese, contrassegnato da “favori ai padroni” e da flop “su scuola, vaccini e giustizia”. E’ proprio questo il bilancio dei quattro mesi di governo Draghi tracciato in un titolo del Fatto dal direttore Marco Travaglio fra un’interruzione e l’altra della sua polemica diretta in televisione col segretario del Pd. Il quale alla fine ha pensato di cavarsela alquanto goffamente, visto che partecipa ad una coalizione dichiaratamente di emergenza, sostenendo che il suo partito sta guadagnando voti e la Lega di Salvini ne sta perdendo, anche se sembra la forza trainante della maggioranza al presumibilmente improvvido direttore del giornale che ancora rimpiange Giuseppe Conte a Palazzo Chigi.

            Peraltro, di questo Conte impietosamente detronizzato hanno perduto le tracce anche nella redazione del Fatto Quotidiano, sulla cui prima pagina di oggi è comparsa una impietosa vignetta in bianco di Vauro Senesi che lamenta: “C’è ma non si vede”. Ancora più a sinistra, il giornale di Travaglio dà così le ultime sull’ex presidente del Consiglio che avrebbe dovuto presentare fra domani e giovedì il MoVimento 5 Stelle affidato ai suoi interventi di rifondazione o ristrutturazione: “Statuto 5S, Grillo ferma Conte e fa slittare l’evento”. In ballo sono finiti notoriamente “i poteri del garante”, cioè di Grillo in persona, che non intende rinunciare all’ultima, se non unica, parola su tutto, a cominciare dalla linea politica e dalle scelte degli alleati ormai intercambiabili sotto le cinque stelle.

Titolo di Avvenire

            Conte, per quanto Travaglio lo abbia sostanzialmente invitato alla pazienza parlandone proprio nei suoi collegamenti con lo studio televisivo di Lilli Gruber, poiché è “meglio perdere qualche giorno in più e chiarire bene le cose piuttosto che complicarsele dopo”, non deve avere preso bene l’impuntatura del pur “insostituibile” fondatore, garante, elevato e quant’altro se Avvenire, il quotidiano dei vescovi solitamente prudente, ha riferito in un titolo della tentazione dell’ex presidente del Consiglio di farla finita con i suoi restauri e di “mettersi in proprio”, con un suo movimento, quasi nuovo di zecca. Quasi, perché inevitabilmente frutto di una, anzi di un’altra scissione del movimento che lo ha portato a Palazzo Chigi, dopo quella derivata dalle espulsioni e dalle “disiscrizioni”, come ha definito la sua quel “giovanotto generoso” che sarebbe Alessandro Di Battista nelle valutazioni di Conte, fiducioso di recuperarlo al ritorno dal nuovo viaggio di distrazione intrapreso in Sud America.

            Chissà se Conte -sempre lui- avrà condiviso contro Draghi anche l’accusa rivoltagli dal giornale di Travaglio di avere contestato la finale dei campionati europei di calcio a Londra non per ragioni di prudenza antipandemica, viste le difficoltà sanitarie insorte in Gran Bretagna, ma solo per “scippare” agli odiati inglesi, magari per ripicca dopo l’uscita dall’Unione Europea, l’appuntamento che in teoria -facciamo gli scongiuri precauzionali- potrebbe riguardare anche i nostri bravi e sinora pure fortunati azzurri.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Enrico Letta tra le reti festose dell’Italia e le sue autoreti con i grillini

Roberto Gualtieri
Il segretario del Pd alle primarie di Roma

            Le primarie del Pd per i candidati sindaci di Roma e di Bologna non hanno guastato al segretario Enrico Letta la festa da tifoso per la volata dell’Italia negli ottavi di finale dei campionati europei di calcio vincendo anche la partita col Galles, dopo quelle con la Turchia e la Svizzera. Lui stesso aveva ammesso, dopo il flop delle primarie a Torino, di rischiare “l’osso del collo” a Roma e Bologna, dove sono andati a votare nei gazebo, rispettivamente, pur tra qualche contestazione, 45 mila e 25 mila partecipanti di quello che il segretario del Pd ha definito “il popolo di centrosinistra”. Che avrebbe dimostrato di “esserci” e, in fondo, di riconoscersi nella sua leadership.

            E’ improbabile, visto anche che tanto a Roma quanto a Bologna è mancato l’accordo su un candidato comune a sindaco, che Letta possa parlare davvero con convinzione del “popolo di centrosinistra” includendovi il MoVimento 5 Stelle. Col quale invece egli continua a perseguire un’intesa in altre parti d’Italia e soprattutto a livello nazionale. E’ un movimento sulla cui evoluzione, sotto la guida di Giuseppe Conte ma a “garanzia” invariata, che è quella di Beppe Grillo, il segretario del Pd ha scommesso moltissimo rischiando l’osso del collo ancor più che nelle primarie comunali di sostanziale ratifica delle sue scelte per Roberto Gualtieri in Campidoglio e Matteo Lepore nella città delle due torri.

Antonio Martino a Libero

            Nella convinzione che si è fatto di un movimento col quale poter condividere anche nella prossima legislatura il governo del Paese Enrico Letta avrà trovato -presumo- esagerato il pessimismo di un liberale a 24 carati come Antonio Martino. Che oggi in una intervista a Libero ha definito quella delle 5 Stelle “l’invenzione di un guitto genovese di scarso talento ma furbissimo, che ha creato questa cosa basata sul disprezzo per tutti e per tutto, priva di qualsiasi consistenza ideologica….Un fenomeno disgustoso per il nostro Paese”. Che ha peraltro mandato alla Farnesina, dove Martino fu ministro degli Esteri col centrodestra, come il padre prima di lui col Pli alleato alla Dc, “il bibitaro del San Paolo” più adatto alla “sua prima professione, nella quale parlare partenopeo era più che sufficiente per svolgere le funzioni che gli competevano”. Si tratta naturalmente di Luigi Di Maio.

Titolo del Messaggero

            Ben diversa, secondo Martino, si è rivelata la pasta della Lega, anch’essa nata tra gli sberleffi e gli insulti del fondatore Umberto Bossi, ma evoluta a tal punto, a furia di governare con Berlusconi, da essere bene adatta al partito unico del centrodestra che lo stesso Berlusconi è tornato a proporre nella prospettiva delle elezioni politiche del 2023, smentendo di essere incoraggiato dai figli a liberarsi di Forza Italia. L’idea del partito unico del centrodestra, del resto, secondo quanto ha riferito come testimone proprio Martino, venne a Berlusconi già nel 1997 parlando con l’allora premier spagnolo Josè Maria Aznar. E ora che la Lega è quella dell’ex ministro dell’Interno potrebbe ben essersi verificato quello che Il Messaggero ha annunciato in un titolo riferendo di un incontro appena avvenuto ad Arcore fra i due con queste parole attribuite al padrone di casa: “Sei tu il mio erede”.

            Certo, ci sono resistenze sulla strada così insistentemente indicata dall’ex presidente del Consiglio, convinto di poter importare in Italia il partito repubblicano degli Stati Uniti, augurabilmente non di stile trumpiano, ma è una scommessa- ad occhio e croce- meno avveniristica di quella fatta da Enrico Letta su un MoVimento 5 Stelle davvero nuovo, dimagrito elettoralmente ma più affidabile.

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