Grillo e Conte separati dagli “ultimi dettagli”, fra i quali di solito si nasconde il diavolo

Chissà quali sono gli “ultimi dettagli”, come li ha definiti Vito Crimi nell’annuncio ai parlamentari pentastellati, che Beppe Grillo e Giuseppe Conte si sono riservati di definire in un incontro o al telefono per completare l’accordo evidentemente incompleto nel MoVimento 5 Stelle, che sulle prime pagine dei giornali ha fatto compagnia addirittura alla vittoria degli azzurri nei campionati europei di calcio e, sempre a Londra, alla storica finale di tennis perduta con onore dall’italiano Matteo Berrettini. I due – il fondatore e garante del movimento e il rifondatore incaricato, licenziato e riassunto nello spazio di cinque mesi- hanno voluto partecipare a loro modo alla notte magica dei connazionali finalmente e patriotticamente euforici almeno sul piano sportivo.

            Si può fantasticare parecchio, fra retroscena autentici o verosimili, intuizioni e informazioni di prima, seconda e terza mano, secondo i casi, sui dettagli -ripeto- che possono completare ma anche diabolicamente contraddire l’intesa sui compiti che i sette saggi nominati da Grillo dopo la rottura con Conte hanno assegnato ai due. L’uno, il fondatore, sarebbe “garante e custode dei principi e dei valori dell’azione politica” del MoVimento proiettato verso l’Italia del 2050. L’altro, il rifondatore e presidente destinato sarebbe “l’unico titolare e responsabile della determinazione e dell’attuazione dell’indirizzo politico”.

La vignetta di Emilio Giannelli sul Corriere della Sera

            Non vado oltre le virgolette dell’annuncio  della notte magica sotto le cinque stelle per non rischiare anatemi di fronte alla ipersensibilità d entrambi gli attori scontratisi e forse esausti. Di Grillo noi giornalisti dobbiamo ricordare la voglia una volta espressa, e mai riposta, con o senza le scuse del caso, di mangiarci per il gusto di poterci poi “vomitare” infilando le solite due dita in bocca, senza neppure tentare di digerirci. Di Conte abbiamo scoperto, dopo la sua uscita da Palazzo Chigi, la meticolosità con la quale segue cronache e  giudizi sul successore Mario Draghi per esortare i più favorevoli al nuovo presidente del Consiglio a seguire i consigli dati in tempi lontani dal cardinale Alexandre de Talleyrand di non essere troppo zelanti col potente di turno. Che nel caso di Draghi è poi il presidente del Consiglio che lo stesso Conte si è pubblicamente proposto, nel riavvicinamento a Grillo, di contrastare per l’annunciata riforma -o “schiforma”, come la chiama il direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio- della prescrizione introdotta nel 2019  dalla maggioranza gialloverde. In vigore dal 2020, e intitolata all’allora ministro pentastellato della Giustizia Alfonso Bonafede, essa lascia a tempo indeterminato i processi oltre il primo grado di giudizio.

            I due o tre anni, secondo la gravità dei reati, previsti da un testo di modifica predisposto dal governo in carica per l’appello e i dodici o diciotto mesi per il pronunciamento della Cassazione prima di incorrere in quella che la nuova guardasigilli Marta Cartabia preferisce definire “improcedibilità” piuttosto che prescrizione, sarebbero per Conte un’”anomalia”, per i suoi sostenitori più fanatici una “vergogna”. O un’amnistia camuffata, secondo una intervista ancora fresca di stampa rilasciata al Fatto Quotidiano dal procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri. Che per caso ha citato fra i reati destinati a fare le spese della riforma Draghi-Cartabia quelli di omicidio colposo e di stupro: omicidio colposo come quello che ha procurato a Grillo padre tanti anni fa la qualifica di “pregiudicato” che Travaglio è sempre pronto a rinfacciare ad ogni condannato in via definitiva, e a Grillo figlio una richiesta di rinvio a giudizio, insieme con amici, nel tribunale di Tempio Pausania per una notte da “coglioni” -parola sempre di Grillo padre- trascorsa ad Arzachena nell’estate del 2019.

            Alla notte di due anni fa in Sardegna “la cattiveria” di giornata del giornale di Travaglio ha ieri paragonato in qualche modo quella della settimana scorsa a Palazzo Chigi. Dove Draghi avrebbe giocato con i ministri grillini come gli amici di Ciro con una delle due coetanee ospiti. “Mancava poco -dice il corsivetto fulminante del Fatto– che Draghi si facesse una foto col pisello di fuori sui ministri 5S che dormivano”.

La vignetta di Vauro sul Fatto Quotidiano

            Non credo, per carità, che saranno questi i “dettagli” di ben poco gusto che Grillo e Conte si sono riservati di definire sulla strada del chiarimento dei loro rapporti, anche se, a dire il vero, nel contenzioso i sostenitori dell’ex presidente del Consiglio hanno inserito il ruolo di “palo a Draghi” che il fondatore e garante del MoVimento 5 Stelle, secondo titoli e cronache sempre del Fatto Quotidiano, avrebbe svolto la settimana scorsa chiamando o solo ricevendo una telefonata di Draghi in difficoltà con i suoi ministri, poi convinti dal comico allo “sbraco”, sempre secondo cronache e titoli del giornale di Travaglio. Piuttosto, Grillo e Conte dovranno quanto meno consultarsi sulle complicazioni che il loro scontro ha prodotto nei rapporti fra il MoVimento e gli altri partiti della maggioranza, a cominciare dal Pd. Che ha difeso come più non si poteva, quasi come i due odiati Mattei, Renzi e Salvini, la riforma o il lodo Cartabia-Draghi sulla prescrizione, o improcedibilità, e ha chiesto garanzie sulla durata del governo attuale sino alle elezioni ordinarie del 2023.

Pubblicato sul Dubbio

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