Macron fa sorridere Mario Draghi sotto i baffi che non ha….

Macron e Draghi d’archivio

Sarà “filosofia”, come Giorgia Meloni l’ha definita una volta per sottrarsi a Bruxelles alla domanda di un giornalista, ma l’immagine di Mario Draghi in corsa proprio per Bruxelles, alla presidenza della Commissione o del Consiglio dell’Unione, è tornata prepotente nello scenario del dopo-elezioni del 9 giugno con quell’”approccio europeo” riconosciuto da Emmanuel Macron alla pur sovranista premier italiana. Senza il cui consenso, quanto meno, potrebbe diventare irrealizzabile il progetto, il sogno -chiamatelo come volete- del presidente francese di portare proprio il predecessore della Meloni, sorridente sotto i baffi che non ha, al vertice dell’Unione.

Meloni e Crosetto ieri

         E’ significativo, a dir poco, che il riconoscimento dell’”approccio europeo” -ripeto- alla Meloni sia arrivato nel contesto di una sortita del presidente francese sulla possibilità di un intervento di truppe occidentali in Ucraina per evitarne il crollo sotto l’offensiva spietata dei russi, sospettati peraltro di avere già fatto ricorso ad armi chimiche contro il paese limitrofo violando altri trattati internazionali. Sarebbe per l’Europa, anche se con l’intervento delle sole truppe di Francia, cui certo non si aggiungerebbero quelle italiane secondo un annuncio del ministro della Difesa Guido Crosetto, un passo ulteriore verso il modello del continente forte immaginato da Draghi.  Il quale con quella “riforma radicale” dell’Unione prospettata di recente si è praticamente offerto a gestirla.

Draghi e Meloni d’archivio

         Succedutagli a Palazzo Chigi un anno e mezzo fa in continuità di linea sulla politica estera, da lei condivisa nei mesi precedenti anche stando formalmente all’opposizione del governo da lui guidato, la Meloni è in difficoltà non solo “filosofiche”, o di metodo, parlandone o pensandone prima dei risultati elettorali del 9 giugno in una postazione di vertice nell’Unione.

Giorgia e Ursula d’archivio

Ci sono motivi molto meno filosofici e assai più concreti e imbarazzanti che frenano la premier. Innanzitutto -credo- ci sono i rapporti notoriamente eccellenti con la presidente uscente della Commissione, la tedesca Ursula von der Leyen, candidata alla conferma dal Partito Popolare di appartenenza, sia pure senza un consenso unanime di quella formazione politica.

Antonio Tajani

         Altre resistenze derivano paradossalmente dalla nazionalità dell’interessato, che potrebbe penalizzare ambizioni del centrodestra italiano, cui egli non appartiene perché apartitico. Ambizioni anche di altissimo livello che potrebbe già avere, per quanto negate, o potrebbe maturare un altro appartenente al Partito Popolare, addirittura uno dei vice presidenti, come Antonio Tajani: il successore di Silvio Berlusconi alla guida di Foza Italia.  

Tajani peraltro è già stato presidente del Parlamento di Strasburgo, conservando relazioni personali importanti sopravvissute a momenti di difficoltà vissuti quando Berlusconi cantò fuori comprendendo Putin nello scontro con l’Ucraina. Ed è tuttora vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri nel governo Meloni 

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Quanti soccorsi al generale Vannacci nella contestata corsa all’Europarlamento

il generale Roberto Vannacci

Com’è accaduto col suo primo libro sul “mondo al contrario”, ma pare non si stia ripetendo col secondo sul suo “coraggio” e le sue “incursioni”, gli avversari o soltanto critici del generale Roberto Vannacci sono anche i suoi soccorritori. Ora, aumentandone la notorietà, gli stanno tirando la volata nelle elezioni europee alle quali Matteo Salvini lo ha candidato nelle liste della Lega non so, francamente, se per aumentarne la pescosità, come deve avere pensato, o ridurla ulteriormente. Come pare che siano in molti fra i leghisti a temere, ma un po’ anche a sperare per poi processare meglio, o di più, un capo salito troppo in alto nelle precedenti elezioni europee, superando il 34 per cento dei voti, per sopravvivere più di tanto sotto il 10, e persino il 7 per cento cui è sceso nelle ultime elezioni locali e nei sondaggi a livello nazionale.

Vannacci ostenta l’invettiva del Pd

         Vannacci…tuoi, sussurrano gli antipatizzanti non rendendosi conto che anche questa imprecazione rischia di favorirlo. Come la paura avvertita dalla titolare di quell’auditorium o teatro di Cremona che prima gli ha concesso e poi negato l’ospitalità per la presentazione elettoralistica della sua seconda fatica letteraria. Si è spaventata, la poveretta o sventurata, della mobilitazione della Digos per garantire la sicurezza al candidato sinora più alto in grado, almeno militare, al Parlamento europeo.  Che, contestatissimo ieri con disordini anche a Napoli, ha ripiegato verso una quindicina di chilometri di distanza da Cremona accettando la sala consiliare offertagli per il 10 maggio dal Comune di Robecco d’Oglio, di poco più di duemila abitanti ma provvisto di due frazioni, entrambe a 48 metri di altezza, protette con l’intero territorio municipale da san Biagio. Che è anche, a livello mondiale, il protettore dei malati di gola: non nel senso gastronomico, di amanti cioè dei dolci ed esposti al rischio di diabete.

Umberto Bossi

         Soccorrono il generale, vittimizzandolo forse più di quanto non meriti, anche quelli che si sono proposti di contestarne la candidabilità -codice militare in mano- per avere lavorato al servizio dell’Esercito, e della Patria naturalmente, con le dovute maiuscole, in una delle circoscrizioni dove Salvini lo ha messo in pista per il volo a Strasburgo.  Male che vada, gli resteranno le altre piste, si sarà detto il vice presidente del Consiglio, ministro delle Infrastrutture e conduttore del Carroccio. Dove il generale potrà aiutarlo a restare, ma anche a scendere facendosi assai male sotto gli occhi soddisfatti di Umberto Bossi in marcia verso il compimento tardo-estivo, il 19 settembre, degli 83 anni. Vergine, di segno zodiacale, contro i pesci di Salvini e la bilancia di Vannacci.

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Tutte le …sfortunate vittorie italiane nelle elezioni europee

Dal Dubbio

Fratelli e sorelle d’Italia, lanciati al seguito di Giorgia Meloni verso il traguardo elettorale del 9 giugno con buone probabilità di tagliarlo da vincitori a livello nazionale, non sono evidentemente scaramantici. Hanno sfidato e stanno sfidando anche la sorte, essendo solido l’elenco delle vittime, paradossalmente, delle vittorie in questo tipo di elezioni.

I funerali di Enrico Berlinguer nel 1984

         Il Pci dell’Enrico Berlinguer appena scomparso nel giugno del 1984,  favorito anche dall’emozione popolare provocata da quella morte del leader sul campo, colto da ictus durante un comizio, sorpassò la Dc, sia pure di poco, anzi pochissimo. L’una si fermò al 32,9 e l’altro salì al 33,3 per cento dei voti.  Ma non più tardi dell’anno dopo, sotto la guida di Alessandro Natta che ne aveva ereditato anche il proposito di sfidare il governo di Bettino Craxi sulla strada di un referendum contro i tagli anti-inflazionistici alla scala mobile dei salari, perse rovinosamente. Quasi come nel 1974 era accaduto alla Dc guidata da Amintore Fanfani nel referendum contro il divorzio.

Silvio Berlusconi e Umberto Bossi prima della rottura nel 1994

         Silvio Berlusconi con la sua Forza Italia vinse nel 1994 le elezioni europee salendo in pochi mesi dal 20 per cento e rotti delle politiche di marzo al 30 per cento di giugno. Ma creò un tale panico nell’alleata Lega di Umberto Bossi- scesa dall’8 e rotti per cento al 6,5 – da subirne l’abbandono e la conseguente crisi di governo. Che fu aperta con la garanzia data al “senatur” dal presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro che non avrebbe pagato lo scotto di elezioni immediatamente anticipate. Esse sarebbero arrivate l’anno dopo, quando la sinistra sotto l’Ulivo si era attrezzata con Romano Prodi per una rivincita.

Matteo Renzi

         Una ventina d’anni dopo ancora Matteo Renzi, fresco di conquista della segreteria del Pd e della presidenza del Consiglio, ai danni di un Enrico Letta illusosi della serenità promessagli dall’allora amico, superò addirittura il 40 per cento dei voti nelle europee. Ma  meno di due anni dopo sarebbe rimasto con le pezze al sedere, sconfitto prima nel referendum sulla sua riforma costituzionale e poi nella scissione del partito promossa da Pier Luigi Bersani, Massimo D’Alema e Roberto Speranza, in ordine rigorosamente alfabetico. Seguì naturalmente la sconfitta nelle elezioni ordinarie del 2018: quelle della vittoria delle 5 Stelle grilline, arrivate addirittura alla guida del governo con l’allora quasi sconosciuto ma orgogliosamente “avvocato del popolo” Giuseppe Conte.

Matteo Salvini al Papeete nel 2019

         L’anno dopo ancora la Lega  guidata da Matteo Salvini, e autorizzata dall’ancora alleato elettorale Berlusconi a sperimentare la collaborazione di governo con i grillini, sbaragliò tutti nelle europee col 34,26 per cento dei voti. Proprio tutti: da Berlusconi a Grillo. E, inebriato da quella vittoria più che dagli aperitivi del Papeete contati dai cronisti sulle spiagge romagnole, “il capitano” promosse una crisi di governo. Che però lo avrebbe portato non alle elezioni anticipate, accarezzate inutilmente come da Berlusconi quando era caduto per mano di Bossi, ma al suo passaggio all’opposizione, E alla nascita del secondo governo Conte, che lui -sempre Salvini- non aveva messo nel conto fidandosi dell’impegno pubblicamente preso dall’allora segretario del Pd Nicola Zingaretti di non muoversi dall’opposizione senza un passaggio elettorale.

Quell’impegno fu tradito dal fratello del commissario Montalbano con il consenso,  anzi sotto la spinta di un Renzi ancora per poco nel Pd, da cui sarebbe uscito ad operazione compiuta per meglio sabotare dall’interno il nuovo governo lungo la strada. Che fu breve, essendo il Conte numero 2  durato faticosamente per meno di un anno e mezzo, sostituito da Sergio Mattarella con Mario Draghi avvertito un po’ dal premier uscente come un carro attrezzi.

Giorgia Meloni a Pescara domenica scorsa

E’ tutta non dico storia, anche se siamo partiti dal lontano 1984, cioè dal secolo scorso, ma cronaca incontrovertibile. Che fratelli e sorelle d’Italia -ripeto- baldanzosamente guidati da Giorgia, il cui nome deve bastare ed avanzare per essere votata, anzi plebiscitata, stanno coraggiosamente sfidando, bisogna a questo punto ammettere. “Audentes fortuna iuvat”, dicevano i latini.

Pubblicato sul Dubbio

Il bacio galeotto della ginestra fra Conte e la Schlein, o viceversa

Gli ombrelli al Circo Massimo di Roma

Più per i comizi di rigore dei sindacalisti, più per la pioggia dispettosa, più per il concertone tra l’acqua e il fango del Circo Massimo a Rona, la festa del lavoro di questo 2024 forse passerà non dico alla storia ma almeno alla cronaca politica per quel bacio che si sono scambiati Giuseppe Conte ed Elly Schlein sui prati di Portella della Ginestra. Che il 1° maggio del 1947 furono insanguinati dall’irruzione della banda di Giuliano col bilancio di undici morti e numerosi feriti.

La segretaria del Pd a Piana degli Albanesi

         Giunti separatamente sul posto, a Piana degli Albanesi, e rimasti a lungo separati nelle cerimonie e manifestazioni rievocative, ma anche di impegno politico e sindacale per il futuro, i due concorrenti alla guida di quello che, più o meno largo, dovrebbe essere o diventare “il campo dell’alternativa” al centrodestra al governo, come lo chiama Pier Luigi Bersani, si sono salutati e appunto baciati.

La Schlein sui Prati della Ginestra

         Il fair play, diciamo così, è salvo. Non si sa se risulterà salvo anche il destino della Schlein come segretaria nel Pd con l’aria elettorale che tira al Nazareno anche o soprattutto a causa dei rapporti non di alleanza ma di concorrenza persino feroce cercata dall’ex premier grillino, e subìta dalla sua controparte, sia pure tra qualche strappo verbale. E particolarmente rumoroso nella Puglia di un governatore piddino, Michele Emiliano, che fa ben poco per non apparire  condizionato più da Conte che dalla segretaria del proprio partito.

Quel riguardo politico, più che garantista, riservato ancora a Fini

La mancata uscita dei giornali per la festa del lavoro ha allungato la vita a quelli di ieri. Dove la condanna di Gianfranco Fini, in primo grado, a 2 anni e 8 mesi di carcere in un processo per riciclaggio durato 7 anni si trovava sulle prime pagine. Non tutte però. La notizia era relegata all’interno, senza nemmeno un rigo di richiamo in prima su non pochi quotidiani: dal Secolo XIX di Genova ad Avvenire, il giornale dei vescovi italiani, dal Gazzettino di Venezia al Mattino di Napoli, dalla Gazzetta del Mezzogiorno di Bari al manifesto ancora orgogliosamente comunista, dalla Ragione di Davide Giacalone al Riformista di Claudio Velardi, che da buon garantista attende l’eventuale condanna definitiva, improbabile anche per l’incombente prescrizione, dal Quotidiano del Sud a ItaliaOggi, dal Secolo d’Italia del fu partito di Fini al -pensate un po’- Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, che vive di condanne di primo grado sparate come definitive, a soprattutto Repubblica.

Alessandro Sallusti al Foglio

         La riguardosa  distrazione, chiamiamola così, del Fatto è in qualche modo coerente con tutta la simpatia che a suo tempo Fini si guadagnò da certe parti contestando nel centrodestra Silvio Berlusconi e tentando, pur da presidente della Camera eletto su sua sostanziale designazione, o rassegnazione, di rovesciarne il governo. La distrazione di Repubblica ha forse qualcosa a che fare, sul filo della coerenza e della memoria, con una circostanza ricordata da Alessandro Sallusti parlando col Foglio dello scoop del suo Giornale sulla vendita di una casa del partito di Fini a Montecarlo, da cui sono nate la lunga vicenda giudiziaria e la fine della carriera dell’ex leader della destra italiana. “Certa stampa, Repubblica in testa, si limitò a scrivere articoli feroci contro di noi: doveva essere tutta una montatura organizzata da Berlusconi e dai suoi servi”, ha detto Sallusti, sarcastico.

Dalla prima pagina del Foglio di ieri

         Ma il direttore del Giornale ha ricordato anche altro, utile a valutare uomini e situazioni. Egli ha raccontato che l’inchiesta del Giornale sulla casa di Montecarlo divenne il settimo di nove punti elencati da Fini, in un incontro con Berlusconi, per trattare la sua permanenza nel centrodestra, dove scalciava da tempo, insofferente della leadership dell’uomo di Arcore. Egli chiese il licenziamento dello stesso Sallusti e di Vittorio Feltri dal giornale di famiglia, cui Berlusconi cercò di sottrarsi dicendo a Sallusti per telefono, alla presenza dell’interessato, che bisognava “chiedere scusa a Fini e pubblicare un relativo articolo in prima pagina”, di cui era stata già preparata “una bozza”. Salvo poi telefonare a bassa voce “dal cesso” allo stesso Sallusti per dirgli: “Ma tu sarai mica matto a pubblicare quella roba lì”. “Tutta una sceneggiata. Era fatto così il Cavaliere”, lo rimpiange ancora il direttore del Giornale.

      Fini leggendo sarà rimasto peggio che sentendo la sentenza di condanna in piedi, fra i suoi avvocati, nell’aula del tribunale di Roma prima di sedersi e bere un po’ d’acqua.

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Quel sindaco senza la fascia d’ordinanza per ricordare il delitto Ramelli

Più che minore, come potrà essere apparsa ad altri di fronte a tutto ciò che più vistoso e persino sanguinario ci accade di vedere, mi sembra miserabile la vicenda della celebrazione, a Milano, del 49.mo anniversario della morte dell’attivista di destra Sergio Ramelli, ucciso a sprangate dagli antagonisti di sinistra.

         “In nome di una pacificazione nazionale che accomuna in una unica pietà tutte le vittime innocenti della nostra storia e come monito alle generazioni future affinchè simili fatti non debbano più accadere”, dice giustamente un ceppo sul quale è stata deposta una corona del Comune ambrosiano

Il sindaco di Milano Beppe Sala alla cerimonia per Sergio Ramelli

         Il sindaco di Milano Beppe Sala ha ereditato l’abitudine -sembra, essendosi la cosa ripetuta anche ad opera del suo predecessore di sinistra Giuliano Pisapia- di partecipare a questa celebrazione dimenticando, omettendo o quant’altro di indossare la fascia tricolore che ne contraddistingue generalmente  carica e funzioni.

         Il presidente del Senato Ignazio La Russa, milanese di consolidata adozione e siciliano di vantate origini, se n’è doluto.  A mio modesto avviso, non a torto. E alle spiegazioni di più o mena natura casuale date dal sindaco, che non ha risparmiato o negato la fascia tricolore solo a questa cerimonia, egli ha reagito osservando, anzi ripetendo ironicamente il vecchio proverbio sull’abito che non fa il monaco. Neppure un sindaco, quando non lo è. Ma Sala purtroppo lo è. Ne può essere considerato o scambiato per qualche figura del teatro pirandelliano.

La celebrazione ….privata del delitto Ramelli

         Di fronte a celebrazioni di pacificazione che diventano di controversa lettura e comvinzione, a dir poco, non può stupire che le parti, non sentendosi per niente pacificate e moralmente risarcite,  continuino a muoversi e manifestare alla loro maniera, di permanente lotta: con braccia levate, annessi e connessi, nella commemorazione- nel nostro caso- del povero Ramelli, tra le proteste e le polemiche strumentali alla lotta politica del momento.    

         Abbiano appena festeggiato, pur tra polemiche, denunce, tensioni di piazza e simili, i 79 anni dalla liberazione dal nazifascismo. Oggi festeggiamo la festa del lavoro, e del ponte che si è portato appresso. Quando festeggeremo finalmente il ritorno al buon senso, che d’altronde rimpiangeva già Alessandro Manzoni raccontando della peste proprio a Milano del lontano 1630  nel suo bellissimo romanzo mai abbastanza letto e riletto? Nel quale possiamo ben ritrovarci troppo di frequente, sia a sinistra, sia a destra, sia al centro. Desolatamente.

La parabola della destra, ma al rovescio, da Fini alla Meloni

La lettura della sentenza di condanna dell’ex presidente della Camera

         Giorgia Meloni -o Giorgia, come preferisce essere chiamata e votata alle elezioni europee di giugno- ha dietro di sé un anno e mezzo di guida del governo e davanti altri tre e mezzo, prima delle elezioni del 2027 per il rinnovo ordinario del Parlamento. Gianfranco Fini, già suo mentore e leader, che la portò prima alla vice presidenza della Camera e poi al governo come ministra di Silvio Berlusconi, spera tra appello, forse anche Cassazione e prescrizione di risparmiarsi i due anni e otto mesi di carcere rimediati ieri a Roma, dopo ben sette anni di processo, per l’affaraccio di Montecarlo. Dove autorizzò -come le ha contestato la sentenza- la vendita a buon mercato di una casa ricevuta dal suo partito in eredità da una generosa e nobile elettrice e diventata oggetto di un’avventurosa, a dir poco, speculazione.

   Prima ancora della condanna pur provvisoria di un tribunale della Repubblica, che gli dà il diritto, per carità, di godere della cosiddetta presunzione di innocenza, Fini ha subìto per quella disgraziata vicenda la fine della sua carriera politica. Concretizzatasi, in particolare, nella mancata rielezione al Parlamento, pur da presidente uscente della Camera, sulla scialuppa offertagli nel 2013 dall’allora premier Mario Monti.  

Fini dei tempi d’oro con una giovanissima Giorgia Meloni

         Fra i due fatti, situazioni, circostanze di incontrovertibile realtà ricordati all’inizio c’è tutta la parabola, paradossalmente al rovescio, della destra italiana sdoganata da Berlusconi più di trent’anni fa inserendola nella coalizione improvvisata con successo per evitare la vittoria della “gioiosa macchina da guerra” -ricordate?- allestita da Achille Occhetto: l’ultimo segretario del Pci travolto dalla caduta del muro di Berlino e del comunismo e primo del Pds contrassegnato da una quercia. Ai cui piedi erano stati deposti la falce e il martello della precedente formazione politica. O “ditta”, come forse già allora Pier Luigi Bersani.

Titolo della Notizia

          C’è una certa, dovuta e anche meritata tristezza per Fini constatandone le condizioni e paragonandole a quelle della sua ex collega di partito Meloni. Una tristezza aggravata, non attenuata, dalla guardia incautamente abbassata da lui, che pure sembrava così attento, in un’attività politica svolta anche con coraggio, sino a fare uscire la destra dalla vecchia “casa del padre”, come la chiamò, e da riconoscere “il male assoluto” nel fascismo da cui provenivano i più anziani, o meno giovani, dell’allora Alleanza Nazionale, già Movimento Sociale.  Lo ha tradito non solo e non tanto la disinvoltura storicistica rimproveratagli nella sua area di provenienza, o l’insofferenza per la leadership di Berlusconi, che egli voleva superare o archiviare anzitempo, quanto il cuore. Cioè, banalmente l’amore per una donna e la partecipazione alla sua famiglia, dove quell’affaraccio di Montecarlo si sviluppò. Diavolo di un uomo, reso evidentemente non abbastanza scaltro dalla politica, che pure di scaltrezza è scuola, come dimostra la nuova leader della destra.

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Se persino il Papa scambia la “pagana” Giorgia per una fedele cristiana…

Da Repubblica di ieri

         Ezio Mauro su Repubblica ha scomodato la religione, e non solo il prevedibilissimo, scontato antifascismo più o meno professionale, per bollare il rapporto diretto cercato da Giorgia Meloni a Pescara col suo popolo reclamando di essere chiamata e votata col suo solo nome, cui tiene ben più del cognome. Sarebbe stata un po’ la ricerca di una “comunione pagana”, sottintendendo con quell’aggettivo il carattere, falso, eretico della relazione cercata dalla Meloni con i suoi elettori, reali o potenziali. Non a caso l’eresia, chiamiamola così, è stata denunciata contestando anche il richiamo abituale della premier alla combinazione di Patria, Dio e Famiglia, tutti rigorosamente al maiuscolo e arbitrariamente invocate da una destra pronta a tradirle o distorcerle.

Umberto Bossi alla fonte del Po

         Anche quel “cristiana” rivendicata con le vene gonfie in gola dal palco di un comizio in terra spagnola non piacque a suo tempo agli avversari della leader della destra italiana, che già allora la consideravano evidentemente una pagana travestita. Un po’ come accadde ai leghisti dei primi tempi, quando si sposavano fra di loro con i riti celtici e salivano a venerare il Po alla fonte per raccoglierne le acque in ampolle, o seguirne il corso sino alla foce. E allungare il viaggio a Venezia per proclamare la Repubblica indipendente della Padania, applaudirne il governo neppure in esilio e intimare a chi sventolava il tricolore alla finestra di casa di “buttarlo nel cesso”. Parola di Umberto Bossi in persona, che ora gli avversari di Matteo Renzi rimpiangono e indicano come il fondatore e leader tradito più ancora dai successori che dalla salute.

Dal Corriere della Sera del 28 aprile

         Ma torniamo al presunto paganesimo della Meloni, di cui evidentemente dovrebbero diffidare oltre Tevere. Dove invece la premier ha trovato un interlocutore molto ben disposto  come Papa Francesco, lesto ad accoglierne l’invito alla partecipazione al G7 a presidenza italiana. Sarà una prima volta del Pontefice, commentata sul Corriere della Sera da Walter Veltroni mentre i suoi compagni di partito hanno fatto finta di non vedere e non sentire.

La Meloni a un famoso comizio spagnolo

         Continuino pure lor signori del Nazareno -avrebbe scritto il Fortebraccio della vecchia Unità- a mettere la testa nella sabbia come gli struzzi. E a non accorgersi che non solo vanno via dal partito pezzi importanti della nomenclatura di provenienza democristiana, ma potrebbero seguirli anche pezzi del loro elettorato di una volta, o nuove leve di cattolici che si riconoscono, per esempio, nelle urla della Meloni contro la maternità surrogata.

         Non a caso, del resto, mentre il Pd arranca nei sondaggi, e in alcune elezioni locali, attorno al 20 per cento come se fosse un affare, peraltro insidiato da quel che è rimasto delle 5 Stelle di Beppe Grillo e ora di Giuseppe Conte, i fratelli e le sorelle d’Italia viaggiano attorno alle dimensioni che furono della Democrazia Cristiana. Sveglia, ragazzi. Per ripetere qualcosa già gridato dalla Meloni nell’aula di Montecitorio contro i banchi piddini.

Il popolo corteggiato dalla Meloni e perduto di vista dalla sinistra

Dal Dubbio

Sentivo alla radio radicale domenica il discorso di Giorgia Meloni a Pescara -quello chiusosi con l’annuncio della candidatura alle elezioni europee di giugno a capo di tutte le liste della sua destra e con l’invito a votare semplicemente Giorgia- e pensavo ad una decina d’anni fa.

Enrico Letta lascia Palazzo Chigi a Matteo Renzi nel 2014

         Enrico Letta si leccava le ferite di una butta caduta da Palazzo Chigi procuratagli dal collega di partito e appena segretario Matteo Renzi. Che gli aveva promesso “serenità” e procurato invece inquietudine e infine rabbia. L’ex premier e ancora parlamentare era alla ricerca di una nuova occupazione, o persino rivalsa morale. La trovò l’anno dopo a Parigi, in rue Saint Guillaume, rinunciando al seggio parlamentare in Italia e rimediando un contratto d’insegnamento alla Science Po, un rinomato istituto internazionale di studi politici, Da cui poi si sarebbe dimesso per prendere in Italia, richiamato in particolare dal dimissionario Nicola Zingaretti,  quello che era stato il posto di Renzi al Nazareno, alla guida del Pd. Una storia, se permettete, tutta elitaria, o di palazzo, come direbbero gli antipatizzanti della politica. Che a volte esagerano, ma altre volte no.

Una giovanissima Meloni vice presidente della Camera

         Giorgia Meloni, invece, sempre una decina d’anni fa, si leccava le ferite delle prime elezioni affrontate nel 2013 col nuovo partito di destra fondato l’anno prima. Ne era uscita con un misero 1,9 per cento dei voti. Continuò a percorrere le strade della sua Garbatella, a Roma, e delle periferie delle altre città italiane a scuola di politica, per quanto fosse già stata vice presidente della Camera e ministra dei governi di Silvio Berlusconi su designazione della destra capeggiata allora da Gianfranco Fini. Scrivo “a scuola di politica” non per esaltarne ma solo per ricordarne e riconoscerne  obiettivamente l’umiltà, da lei investita non per intrupparsi in qualche maggioranza più o memo larga ma per starsene all’opposizione ad ogni combinazione o governo.

L’ovazione a Enrico Berlinguer a Pescara

         I risultati di quella scuola di umiltà -bisogna ammetterlo, al di là di tutto il dissenso che possono meritare le sue azioni di partito e ora di governo, addirittura alla guida- non mi sembrano da buttare via. Parlano sia quel 26 per cento di voti conseguito nelle ultime elezioni politiche sia quella pur retorica identificazione col “popolo” che l’ha portata con furbizia da professionista ormai della politica a chiamarsi ieri,  farsi chiamare e farsi votare “solo Giorgia”: in un rapporto con l’elettorato che ricorda un po’ -sul versante opposto- solo la buonanima di Berlinguer. Che gli elettori comunisti chiamavano Enrico e che, non a caso, si è guadagnato ieri un’ovazione alla memoria dal pubblico della Meloni dopo un confronto giornalistico e politico fra Bianca Berlinguer, la figlia, e il presidente destrissimo del Senato Ignazio La Russa.

Ignazio La Russa intervistato a Pescara da Bianca Berlinguer

         Piuttosto che protestare a prescindere, a vedere dappertutto fascismo o qualcosa di analogo o propedeutico, di immaginare reati di omesso antifascismo o di seduzione elettorale da contestare alla Meloni, penso che a sinistra, ma anche al centro che ambisce a condizionarla al posto dei grillini di Giuseppe Conte, sia venuta l’ora di un esame salutare di coscienza. L’ora di scendere dalle stelle del già ricordato Conte alle stalle. E di cercare di recuperare tutto il terreno perduto, prima che sia troppo tardi, se non lo è già diventato.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 1° maggio

La Meloni si riduce, o promuove, a Giorgia nella corsa elettorale

Antonio Scurati da Fabio Fazio

          Antonio Scurati, ospite ieri sera di Fabio Fazio in televisione, ha rinnovato alla premier l’accusa di averne fatto “un bersaglio” reagendo al suo monologo antifascista e antimeloniano mancato, censurato e quant’altro dalla Rai alla vigilia della festa della liberazione del 25 aprile. Poi, come per rafforzare il collegamento finale di quel monologo fra il fascismo che fu e quello incombente, egli ha lamentato la seduzione esercitata da Mussolini sull’Italia con la paura, nel solito, vecchio, patologico rapporto fra l’aguzzino e la vittima.

Dal film “Il portiere di notte”

E’ un po’ la storia proposta nel 1974  da un film di Liliana Cavani di un ex ufficiale nazista che incontra in albergo una ex detenuta nei campi di concentramento da lui abusata  e tornata a subirlo. Non a caso, del resto, Scurati è un po’ storico, un pò giornallista, un po’ romanziere, un po’ psicologo e mescola tutto quando racconta e analizza passati e presenti che gli sembrano in qualche modo assomigliare.

Il manifesto elettorale della premier

         Non so se per distrazione o generosità del conduttore, o per una natura differita dell’intervista, è rimasto fuori dalla chiacchierata il discorso pronunciato a Pescara dalla Meloni per sovraccaricare di significati  le elezioni europee di giugno con la sua personale partecipazione come capolista dappertutto. Un discorso in cui  pure una certa seduzione sul pubblico si potrebbe intravvedere con quella mezza rinuncia al cognome invitando a votarla Giorgia e basta. Giorgia, come se fosse una parente, un’amica di ciascun elettore della sua destra. E come si chiama e fa chiamare nelle biografie, dirette o indiretta.

La Meloni a Pescara

         La giovane premier -prima nella storia unitaria dell’Italia, comprensiva di regime monarchico e repubblicano- non è una dilettante. Ha del professionismo politico, e anche della furbizia, superiore a molti se non a tutti i suoi concorrenti, che magari insegnano politica a università italiane e straniere di un certo prestigio.  La Garbatella d’origine per lei non è un handicap ma una risorsa per sentirsi, proclamarsi e lasciarsi avvertire “donna del popolo

Titolo del Corriere della Sera

         Vedrete se quello rimasto sotto traccia ieri, per caso o per calcolo, nel dialogo tra Fazio e Scurati non emergerà e non si svilupperà nel corso di questa lunga campagna elettorale per cercare di fare della Meloni la portiera di notte dell’albergo Italia affollato di clienti da lei sedotti all’ombra di paure da cui liberarsi paradossalmente subendole. Vedrete se in tanti o pochi che potranno rivelarsi gli spettatori e vittime, e con Meloni virtualmente imputata di seduzione elettorale, non sarà questo il gioco di specchi a manipolare questa corsa alle urne anticipatrice di quella del 2027 per il rinnovo del Parlamento italiano.

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