Il sostegno di Conte a Draghi non è garantito sino alla fine della legislatura

Vignetta del Secolo XIX
Titolo del Corriere della Sera

Incalzato da Lilli Gruber nello studio televisivo di Otto e mezzo, della 7, Giuseppe Conte non ce l’ha proprio fatta ad assicurare che continuerà a fare partecipare il suo movimento, o quel che ne rimane dopo la scissione di Luigi Di Maio, al governo Draghi sino alla fine della legislatura. “Rimarremo -ha detto- sino a quando sarà possibile difendere gli interessi degli italiani”, evidentemente meglio e più di quanto vorranno o potranno fare gli ormai ex grillini che hanno seguito il ministro degli Esteri per sostenere più convintamente e a lungo il presidente del Consiglio. Che Di Maio ritiene esposto al rischio di abbandono o di indebolimento da parte di un movimento 5 Stelle tentato dal “disallineamento” dalla Nato e dall’Europa sul tema della guerra in Ucraina. 

Incurante della contraddizione in cui cadeva, Conte da una parte è tornato a denunciare come una menzogna e una provocazione questo sospetto avanzato da Di Maio già nei giorni scorsi,  mentre circolavano bozze e voci su un documento dei parlamentari grillini dichiaratamente contrari all’invio di altre armi all’Ucraina, ma dall’altra ha contestato il concetto di “allineamento”. Che, secondo lui, presuppone un ruolo passivo dell’Italia, che non promuove né detta ma si allinea, appunto, agli indirizzi e alle scelte dettate da altri sia nella Nato sia in Europa. E per altri -va da sè- dovrebbe intendersi soprattutto il presidente americano Joe Biden. 

Vignetta del Fatto Quotidiano

Ma se vi è stato un presidente del Consiglio in Italia negli ultimi anni allineatissimo, prima ancora di Draghi, ad un presidente degli Stati Uniti, è stato proprio Conte, quando però alla Casa Bianca c’era Donald Trump. Che lo chiamava “Giuseppi”, ne sponsorizzò nel 2019 la conferma a Palazzo Chigi e gli mandò in Italia politici e funzionari dei servizi segreti sulle tracce di presunte congiure internazionali ai suoi danni. Evidentemente per l’ex presidente del Consiglio c’è un atlantismo buono e uno cattivo, o meno buono, a seconda del presidente di turno degli Stati Uniti. E’ un atlantismo cattivo -si deve presumere- quello di Mario Draghi sposato in pieno da Di Maio,  che è stato appena rappresentato sarcasticamente sul Fatto Quotidiano in una vignetta come “puro tonno atlantico”.

Dal blog personale di Beppe Grillo
Titolo di Repubblica

Nella situazione non facile in cui obiettivamente si trova con una sessantina di parlamentari che lo hanno abbandonato, non permettendogli più di vantarsi di rappresentare la maggioranza relativa del Parlamento, passata ora alla Lega, Conte tiene a garantire in ogni salotto televisivo dove corre che ha sentito Beppe Grillo e gode del suo appoggio. Ma altri hanno notizie diverse, suffragate dalla rinuncia del comico genovese alla trasferta romana annunciata per oggi prima della scissione. Alla Repubblica risulta addirittura, con tanto di titolo di apertura di prima pagina, un “processo a Grillo” fra quanti sono rimasti nel movimento e avrebbero voluto vederlo più impegnato a trattenere Di Maio o ad insultarlo. Invece il “garante”, l’”elevato” e altro ancora diffonde messaggi sulfurei dal suo blog personale, come l’esaltazione della “terapia della luce del sole” o, per ultimo, l’arte di “annusare l’identità”. 

Titolo del Foglio

A Conte pertanto non resterebbe altro che “la solitudine” nel suo “bunker”raccontata dal Foglio, interrotta solo da telefonate “ai big” per chiedere: “Te ne vai anche tu?”. Ma, a dire il vero, il presidente del movimento ha raccontato di averne ricevuta almeno una di consolazione: quella di un parlamentare sardo compreso in una prima lista di scissionisti ma pentitosi di notte e affrettatosi a comunicargli il ritorno.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it 

La leggenda dello… zampino del Colle nell’evoluzione di Luigi Di Maio

Titolo del Dubbio

Ah, come avrei voluto essere ancora  una volta una mosca al Quirinale per godermi  il passaggio informativo del ministro degli Esteri Luigi Di Maio, salito sul Colle prima di annunciare in un monologo televisivo a poca distanza, in un albergo romano, la scissione del MoVimento 5 Stelle. Che aumenta il numero dei partiti della maggioranza ancòra di governo ma al tempo stesso ne modifica i rapporti di forza in Parlamento. Dovrà tenerne conto anche l’ufficio cerimoniale della Presidenza della Repubblica per l’ordine in cui dovranno sfilare in occasione di una eventuale  crisi le rappresentanze parlamentari. 

I gruppi pentastellati proprio per effetto della sessantina fra deputati e senatori usciti al seguito del ministro degli Esteri non potranno più vantarsi di essere i primi, risultando adesso i secondi dopo quelli della Lega di Matteo Salvini. E non è finita, perché potrebbero retrocedere ancora se la crisi del movimento presieduto da Giuseppe Conte dovesse aggravarsi nella prospettiva “biodegradabile” temuta dallo stesso fondatore, garante e consulente  Beppe Grillo, messosi anche lui alla finestra. Anzi, affidatosi  agli effetti terapeutici della “luce del sole”, in un’estate peraltro particolarmente torrida. 

Ugo Zampetti, Segretario Generale del Quirinale

Non credo di violare un segreto di Stato, magari rischiando la galera pur domiciliare sperimentata nel lontano 1983, e dissoltasi poi in un proscioglimento senza scuse, se raccolgo e rilancio una leggenda secondo la quale Di Maio nel 2013 si conquistò l’interesse e forse anche un pò di simpatia dell’allora segretario generale della Camera Ugo Zampetti, destinato a diventare Segretario Generale della Presidenza della Repubblica con Sergio Mattarella al Quirinale. 

Nel disorientamento generale provocato dall’arrivo dei pentastellati a Montecitorio, e dai loro riti improvvisati di rottura e di provocazione, Zampetti sarebbe rimasto colpito dalla inusuale -per i grillini- eleganza di Luigi Di Maio, approdato di un colpo ad una delle vice presidenze della Camera. Dove “l’ex bibitaro”, come veniva chiamato per i suoi precedenti allo stadio di Napoli, mostrò invece utile volontà di apprendimento. E proprio a Zampetti pare fosse toccato il compito di soddisfare la sua voglia di sapere, diciamo così, doverosamente corrisposta dal più alto funzionario di Montecitorio. 

Non so se più con stupore o con soddisfazione per il lavoro svolto, Zampetti si ritrovò al Quirinale Di Maio nel 2013 come capo del movimento più votato nell’elezione delle Camere e ne accompagnò, sempre doverosamente, l’approccio col capo dello Stato per la formazione del primo governo della nuova legislatura. Che non poteva certamente prescindere dal partito più rappresentato in Parlamento, specie dopo la rinuncia spontanea di Matteo Salvini a provarci come capo del centrodestra che aveva superato i grillini senza tuttavia conquistare la maggioranza assoluta. 

Quando Mattarella conferì a Conte l’incarico di presidente del Consiglio

Dal cappello di Di Maio, e non solo, uscì la proposta a Mattarella di mandare a Palazzo Chigi il praticamente sconosciuto Giuseppe Conte, candidato prima delle elezioni dai grillini al ben più modesto incarico di ministro della Pubblica Amministrazione. Si mormorò nei palazzi romani della politica che fosse stato anche o proprio Zampetti a convincere Mattarella al conferimento dell’incarico, per quanto Conte non avesse alcuna esperienza politica, neppure di consigliere comunale, come lo stesso presidente della Repubblica avrebbe poi pubblicamente fatto notare.

Vi lascio immaginare, con questi precedenti, lo sgomento avvertito al Quirinale quando proprio Di Maio si rivoltò al rifiuto di Mattarella di accettare per intera la lista dei ministri propostagli da Conte, comprensiva di Paolo Savona al Ministero dell’Economia, minacciando di promuoverne la messa in stato di accusa davanti alla Consulta per tradimento della Costituzione: una cosa che fece sobbalzare sulla sedia persino Grillo. 

Mattarella e Zampetti

Ma le sorprese non erano destinate a finire lì. Sanata questa ferita, Di Maio ne aprì un’altra interferendo clamorosamente nella gestione della crisi dopo l’annuncio del conferimento di un nuovo incarico di formare il governo all’economista Carlo Cottarelli, interrotto nel suo mandato dalla decisione di Di Maio e di Matteo Salvini, candidati alla vice presidenza del Consiglio con Conte, di riprendere le trattative di governo rimuovendo l’ostacolo  di Savona, “retrocesso” al Ministero per gli affari europei, come se da euroscettico reale o presunto potesse fare lì meno danni. 

Fu grazie anche ai buoni uffici di Zampetti, contattato telefonicamente e ripetutamente da Di Maio, che secondo radio Montecitorio, diciamo così, Mattarella accettò anche questa forzatura e concesse una o più proroghe per l’esaurimento del negoziato e la formazione del governo gialloverde. 

Di Maio e Di Battista nel 2019 fra i gilet gialli anti-Macron

Ancora Di Maio, da vice presidente del Consiglio e pluriministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, avrebbe sorpreso il Quirinale andando a Parigi con l’amico Alessandro Di Battista a fiancheggiare la rivolta dei gilet gialli contro Macron. Col quale Mattarella dovette sudare le proverbiali sette camicie, forse qualcuna in meno ma anche qualcuna in più, per scusarsi e chiudere l’incidente. 

Draghi ieri al Quirinale per il Consiglio Europeo

Vederselo proporre al Ministero degli Esteri nel secondo governo Conte, con il Pd subentrato ai leghisti, non deve essere stato privo di qualche preoccupazione al Quirinale. Dove però hanno avuto il tempo e la possibilità di tirare un sospiro di sollievo. E che sospiro, vedendolo arrivare martedì sera per annunciare di stare uscendo dal Movimento 5 Stelle per sostenere meglio il presidente atlantista del Consiglio Mario Draghi dagli ondeggiamenti, quanto meno, di Conte in piena guerra russa all’Ucraina. La scommessa di Zampetti, se ve ne fu davvero una quattro anni fa, è andata davvero a buon fine.  Per fortuna anche di Mattarella, vedremo se anche dell’Italia tornata  forse alla normalità dell’”uno che non vale l’altro”, come lo stesso Di Maio ha ammesso.  

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 25 giugno

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