Dalle omissioni generali su Falcone alle distrazioni di Enrico Letta sui rischi di Draghi

  La prima tentazione, volendo individuare il tema di maggiore attualità, è di lamentare la eccentricità delle celebrazioni di Giovanni Falcone anche nel trentesimo anniversario della strage di Capaci, dove la mafia lo uccise con la moglie e con quasi tutta la  scorta. 

Tutti -anche quelli che non ne avrebbero titolo per avere a suo tempo partecipato da magistrati, da politici e da opinionisti alla contestazione della sua figura, contrastandone la carriera- sono tornati ad elogiare Falcone per coraggio, serietà di indagini e correttezza di comportamenti. 

Mattarella commemora Falcone a Palermo

Nessuno, dico nessuno, si è ricordato nei discorsi commemorativi, neppure il presidente della Repubblica, di spendere una parola di ringraziamento, riconoscimento o quant’altro al governo che ne seppe valutare le qualità e, avvertendo lo stato di pericoloso isolamento in cui i colleghi lo avevano messo a Palermo, chiamò Falcone a Roma. Dove gli consentì  di continuare la sua lotta alla mafia dalla postazione di direttore generale degli affari penali del Ministero della Giustizia: purtroppo senza riuscire a salvargli la vita, perché la mafia lo eliminò ugualmente, e nel modo più spettacolare e sfrontato possibile. 

Quel governo era presieduto da Giulio Andreotti ed aveva come guardasigilli Claudio Martelli: entrambi oggi praticamente innominabili come, rispettivamente, un mafioso salvato in vita dalla prescrizione in tribunale e un avanzo del craxismo inteso come fenomeno delinquenziale, 

Titolo del Giornale

La prima tentazione, dicevo, è di parlare di questo, e non altro. Ma più attuale, ai fini della politica corrente, è invece l’abbaglio nel quale è incorso il segretario del Pd Enrico Letta tornando a indicare il maggiore pericolo per il governo Draghi nel pur criticabilissimo -per carità- Matteo Salvini, con le sue sparate putiniane e antieuropeiste ogni tanto spalleggiate nel centrodestra addirittura da Silvio Berlusconi. Il cui Giornale di famiglia oggi ha aperto gridando su tutta la prima pagina contro l’Unione Europea che “si butta a sinistra” solo perché continua a tenere d’occhio l’ingente debito pubblico italiano chiedendo il rispetto degli impegni assunti sulle riforme in cambio dei finanziamenti comunitari al piano di ripresa nazionale. 

Enrico Letta non vede, o finge di non vedere, che non meno di Salvini, e persino -ripeto- di Berlusconi, è un pericolo per il governo Draghi per putinismo in tempo di guerra all’Ucraina e diffidenza verso l’Europa il MoVimento 5 Stelle, o  quel che ne rimane. Con cui invece il segretario del Pd continua a inseguire il progetto di un campo più o meno largo. Non si accorge, poverino, o non vuole accorgersi, che ormai sta venendo meno a Draghi anche l’aiuto fornitogli da Beppe Grillo in persona nella formazione del suo governo. E se viene meno quello di Grillo, figuriamoci se Draghi potrà contare  sul sostegno vero di Conte nella crescente campagna elettorale, in vista delle amministrative del 12 giugno e delle politiche dell’anno prossimo: un Conte peraltro già incapace di controllare i gruppi parlamentari dei quali, del resto, non fa neppure parte né come deputato né come senatore. 

L’editoriale di Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano
Dal blog di Beppe Grillo

Nel blog di Grillo, ora non più tanto personale per gli accordi di natura anche economica stretti con Conte, è appena uscito un post che ha fatto di nuovo sognare il solito Marco Travaglio, portandolo nell’editoriale odierno del Fatto Quotidiano a sollecitare Conte a fare uscire i pentastellati dal governo e della maggioranza. La quale secondo Grillo, copertosi dietro Paul Rulkens e persino Einstein, “è sempre in errore”. Ha invece sempre ragione, nella massa grigia indistinta, quell’omino rosso che protesta, “rompe con gli standard” e “va da solo” perché così “è più probabile -parola di Einstein- che si trovi in luoghi dove nessuno è mai arrivato”: prima della morte, aggiungerei, perché lì davvero arrivano tutti, prima o dopo. 

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Passo falso e sfacciato di Salvini nei rapporti con Berlusconi e Forza Italia

Immagini dall’Ucraina a ferro e fuoco

Mentre la guerra in Ucraina non solo prosegue ma si complica, nonostante le voci ricorrenti su trattative più o meno segrete, e il presidente del Consiglio Mario Draghi fa una telefonata di solidarietà politica e umana al presidente ucraino Zelensky, per niente rassegnato a perdere le terre reclamate da Putin, il leder legista Matteo Salvini fa un altro dei suoi ormai abituali passi falsi nel già diviso e sofferente centrodestra. In particolare, ormai puntando sull’aiuto di Berlusconi nella difesa dalla concorrenza leaderistica di Giorgia Meloni, la cui destra ha sorpassato ormai ciascuno degli altri due partiti della coalizione e potrebbe essere contenuta solo da liste unitarie di forzisti e leghisti, Salvini ha voluto difendere l’ex presidente del Consiglio da dubbi, critiche e quant’altro della ministra Mariastella Gelmini. Che prima aveva contestato vigorosamente il siluramento del coordinatore regionale di Forza Italia in Lombardia, a vantaggio della fedelissima di Berlusconi Licia Ronzulli, e poi era insorta contro estemporanee dichiarazioni di Berlusconi contro gli aiuti militari all’Ucraina e a favore di almeno alcune delle “domande” di Putin, per quanto formulate lanciando missili e compiendo stragi.  

“Io -ha praticamente detto Salvini- conterei sino a cinque prima di attaccare  Silvio Berlusconi, con tutto quello che ha fatto nella vita. A uno può piacere o meno, ma lascia traccia nella storia del nostro Paese”. Come forse fece, a suo avviso, nel 2018 autorizzandolo a rimanere con un piede nel centrodestra e mettersi con l’altro, ben più visibile, in una improvvisata alleanza di governo con i grillini. Che erano stati liquidati dall’ex presidente del Consiglio nella campagna elettorale come concorrenti dei nazisti e tanto incompetenti da non poter aspirare neppure ad un posto di uomo o donna delle pulizie in una delle sue aziende. 

La ministra Gelmini -di cui posso testimoniare personalmente una vecchia diffidenza verso i leghisti a conduzione salviniana, nonostante certe foto cordiali d’archivio- – non si è fatta scappare l’occasione per reagire, e al tempo stesso confermare il suo dissenso da Berlusconi sul tema della guerra e della politica estera, anche dopo la frenata impostasi dal Cavaliere nel discorso conclusivo del raduno forzista a Napoli sabato scorso. “Invito il segretario della Lega Matteo Salvini -ha risposto la ministra in una dichiarazione diffusa dalle agenzie di stampa- a rispettare il dibattito interno ad un partito che per il momento non è il suo. Ho posto in Forza Italia -ha aggiunto e al tempo stesso insistito la Gelmini- un tema di linea politica su una posizione che comprendo bene non sia quella di Salvini, ma che riguarda la collocazione europeista ed atlantista di Forza Italia. Un problema che evidentemente esiste, visto che per due volte il partito è dovuto intervenire a chiarire, a prescindere da me”. 

Quel richiamo alla “collocazione europeista” vale doppio considerando che Salvini si era appena pronunciato anche contro la necessità  ribadita da Bruxelles di portare avanti nei tempi stabiliti le riforme contenute nel programma del governo Draghi per realizzare con i finanziamenti comunitari il piano della ripresa e non fare aumentare a vuoto il già ingente debito pubblico italiano.

Titolo del Foglio
Titolo del Giornale

“Azzurri uniti: da Gelmini rilievi ingiusti”, ha cercato di minimizzare salvinianamente in prima pagina il Giornale  della famiglia Berlusconi, ammettendo tuttavia che “le prese di posizione di Mariastella Gelmini sono diventate un caso in Forza Italia”. “Berlusconi vede Napoli e sulla guerra perde la testa”, ha titolato invece un suo commento sul Foglio Giuliano Ferrara, già ministro di Berlusconi. Che ne accetta solitamente le critiche -per stima, affetto e un pò anche soggezione- senza rinfacciargli la passata militanza comunista, non perdonata ad altri.  

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Più assordante la frenata che l’eterno ritorno di Berlusconi in campo

Stefania Craxi alla manifestazione di Forza Italia a Napoli

Preceduto sul palco del raduno di Forza Italia a Napoli per il suo “ritorno in campo” anche da Stefania Craxi, applauditissima nella sua fresca veste di presidente della Commissione Esteri del Senato, che poi ha ripreso posto in prima fila, Silvio Berlusconi nel discorso conclusivo ha ritenuto opportuna una frenata, quanto meno, sul tema delicatissimo della politica estera e della guerra in Ucraina. 

Titolo del Messaggero
Titolo della Stampa

A meno di un abbaglio collettivo dei giornali -i cui titoli sono stati concordi nell’avvertire un cambiamento rispetto ad alcune sortite recenti, nell’ultima delle quali Berlusconi aveva auspicato che l’Unione Europea convincesse il presidente ucraino Zelensky a “rispondere alle domande di Putin”, postegli addirittura con una guerra di aggressione-  l’ex presidente del Consiglio ha laconicamente e perentoriamente affermato che “Forza Italia è dalla parte dell’Unione Europea, della Nato e dell’Occidente”. E che “l’Ucraina è un paese aggredito”, appunto. Tanto aggredito -aggiungerei- che il presidente Zelensky si è dichiarato al momento indisponibile a sedere ad un tavolo di trattativa col capo del Cremlino, che da più di ottanta giorni ha messo a ferro e fuoco la sua terra conquistando una Mariupol, per esempio, completamente distrutta, rasa al suolo con le sue acciaierie e persino un teatro sotto le cui macerie non si sa ancora bene quanti morti siano stati trovati, e forse sepolti in tutta fretta in una fossa comune.

Titolo della Stampa
Titolo del manifesto

Naturalmente i putiniani d’Italia, chiamiamoli così, hanno già cominciato a dire che a spingere Zelensky a questa posizione, dopo averlo armato sino ai denti con altri paesi occidentali, fra i quali l’Italia di Mattarella, Draghi e Di Maio, ministro degli Esteri nonostante la posizione critica assunta dal suo partito guidato dall’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte; i putiniani d’Italia, dicevo, hanno già attribuito la posizione dura di Zelensky ai suggerimenti, consigli, ordini -secondo le varie sfumature di un antiamericanismo non certo nuovo- del presidente degli Stati Uniti Joe Biden. Al quale è appena stato vietato, con un migliaio di altri americani, di mettere piede in Russia. 

Mariastella Gelmini

L’atlantismo ribadito da Berlusconi nel suo discorso di  ridiscesa in campo o di “eterno ritorno”, come ha scritto qualcuno, non ha convinto del tutto nemmeno Forza Italia, al di là delle bandiere e degli applausi, anzi delle ovazioni levatesi all’indirizzo dell’anziano leader. La ministra Mariastella Gelmini, per esempio, che aveva rilasciato un’intervista al Corriere della Sera per protestare praticamente contro le eccessive aperture di Berlusconi a Putin, ha forse voluto confermare il suo dissenso e i suoi dubbi con un’assenza notata da tutti, per quanto giustificata con un impegno altrove, ritenuto evidentemente meno importante della manifestazione organizzata  con tanto impegno alla Mostra d’Oltremare a Napoli. 

Aldo Grasso sulla prima pagina del Corriere della Sera

Proprio sul Corriere della Sera, il giornale affrettatosi a intervistare la ministra Gelmini, o da questa scelto per esprimere dissenso e preoccupazione per la cortina di ambiguità formatasi attorno a Forza Italia sulla politica estera, Aldo Grasso ha allungato oggi un pesante, pesantissimo sospetto sui reali rapporti fra Berlusconi e Putin. “Lasciamo perdere -ha scritto l’autore di Padiglione Italia, la rubrica domenicale di prima pagina del Corriere- la vecchia amicizia e i racconti stravaganti sul lettone regalato da Putin, ma l’impressione è che il nuovo zar sia in credito di qualcosa, altrimenti non si spiegherebbe tanto malcelato putinismo da parte di  alcuni leader italiani”. Al plurale, perché Grasso ha evidentemente pensato non solo a Berlusconi ma anche, per esempio, a Matteo Salvini nel centrodestra e a Giuseppe Conte nel “campo largo” dell’altra parte.  

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Mario Draghi si toglie un pò di sassolini dalle scarpe, per la guerra e altro ancora

Titolo del Fatto Quotidiano

Accusato dal giornale più ostile, che è naturalmente Il Fatto Quotidiano, di “scaricare sui partiti le colpe del suo governo”, Mario Draghi si sta forse togliendo più banalmente e umanamente qualcuno dei sassolini accumulatisi nelle scarpe in questi difficili mesi di campagna elettorale, di epilogo della legislatura e persino di una guerra -quella nell’Ucraina- sulla la quale forze e singoli esponenti della maggioranza si distinguono cercando più voti che pace. 

Titolo di Repubblica

Sembra un sassolino dalla scarpa, per esempio, la lettera  alla presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati che Draghi ha mandato prima di partire da Roma per la festosa visita, fra l’altro, ad una scuola di Sommacampagna, nel Veronese. Dove il presidente del Consiglio ha colto l’occasione per ribadire, a proposito della guerra in Ucraina, che Putin alla pace da tutti reclamata gli ha detto personalmente di non essere “al momento” interessato, avendola peraltro cominciata lui.

Poiché la presidente del Senato aveva a suo modo partecipato alle invocazioni dei partiti dissidenti  o insofferenti della maggioranza  perché il governo riferisse sulla guerra al Parlamento e si facesse magari dare un nuovo mandato a seguirla, dovendosi evidentemente ritenere  superato quello ottenuto a marzo quasi all’unanimità, col voto favorevole anche della opposizione di destra di Giorgia Meloni, non è stata forse casuale la implicita protesta del presidente del Consiglio per il ritardo accumulato al Senato dal disegno di legge sulla concorrenza. Che va approvato entro maggio se non si vogliono perdere i finanziamenti europei al piano della ripresa. I partiti, specie quelli di centrodestra, ci avranno messo di sicuro del loro nel ritardo dell’esame del provvedimento, pensando più ai gestori degli stabilimenti balneari preoccupati delle gare che potrebbero disturbarli nelle concessioni, che alla sorte del piano di ripresa nazionale. Ma neppure la presidente del Senato può ignorare la posta in gioco, e darsi conseguentemente da fare.

Luigi Di Maio alla Stampa

        Quando non se lo può togliere di persona, qualche sassolino dalla scarpa Draghi lo fa espellere dal suo fidato ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Che oggi in una intervista alla Stampa ha liquidato come “provocatore seriale” il leader leghista Matteo Salvini. Dal quale nella discussione sulla guerra appena svoltasi al Senato dopo l’“informativa” del governo, oltre ad una protesta per quell’animale” dato dallo stesso Di Maio a Putin all’inizio dell’invasione dell’Ucraina, erano arrivati solleciti a Draghi a chiamare personalmente Putin per verificarne la disponibilità  -come se lo stesso Salvini ne avesse già acquisito l’esistenza chissà con quali mezzi- ad un approccio, quanto meno, alle trattative. E ciò attraverso lo sblocco delle esportazioni di grano dell’Ucraina ferme nei porti minati, una tregua di 48 ore e una sponsorizzazione di Odessa come sede dell’Expo 2030, ritirando la candidatura di Mosca. 

Titolo del Giornale
Titolo di Domani

Ma ancor più che da Salvini, problemi a Draghi per la guerra in Ucraina stanno arrivando da Silvio Berlusconi, diventato secondo il  quotidiano Domani una “mina vagante” per il lamentato “coinvolgimento” dell’Italia con gli aiuti militari a Kiev e per l’auspicio, espresso ieri parlando a Napoli, che l’Unione Europea convinca Zelensky a “rispondere alle domande di Putin”. Il Giornale di famiglia ha cercato di diplomatizzare la sortita   facendo dire in un titolo all’ex presidente del Consiglio che “non c’è soluzione se non si coinvolge Putin”, ma le parole del Cavaliere sono apparse qualcosa in più ad altri quotidiani. 

Titolo della Stampa
Foto e titolo di Repubblica

La Repubblica di carta ha riproposto fotograficamente il vecchio sodalizio in pelliccia di Berlusconi e Putin, “l’amico russo”. E ha evocato “quegli scheletri nel lettone” regalato da Putin al Cavaliere. Che ora “riscopre la passione per lo Zar”, ha titolato La Stampa 

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Se è proprio Berlusconi a mettere in imbarazzo Stefania Craxi

Titolo del Dubbio
Filippo Ceccarelli su Repubblica

“Quando si dice un caratterino. Stefania Craxi, eletta presidente della Commissione Esteri del Senato come esito dell’ultimo suicidio cinque stelle, è solo un pochino meno tosta di suo padre”, ha scritto su Repubblica Filippo Ceccarelli. Ed è proprio al padre, Bettino, che la figlia ha voluto richiamarsi sostenendo, appena eletta in questi tempi di guerra in Europa provocata dall’aggressione di Putin all’Ucraina, la necessità di “una durezza per condurre a un dialogo” e di “un atlantismo della ragione che non ammette deroghe ma non accetta subalternità”. 

Bettino Craxi

            L’atlantismo della ragione senza deroghe è quello praticato da Bettino Craxi negli anni della guerra fredda. Allora il leader socialista prima condivise il riarmo missilistico della Nato chiesto dagli Stati Uniti per recuperare lo svantaggio derivato dalla installazione dei missili SS20 nelle basi del Patto di Varsavia puntati contro l’Occidente, e poi da presidente del Consiglio fece installare a Comiso, come i tedeschi nella Germania di Bonn,  i più potenti missili Pershing e Crouise. Fu la sfida che schiantò letteralmente l’Unione Sovietica, senza bisogno di sparare un solo colpo. 

            L’atlantismo che non accetta subalternità è quello praticato nell’ottobre 1985 dallo stesso Craxi, sempre come presidente del Consiglio, in quella che è passata alla storia come “la notte di Sigonella”. Dove Craxi ordinò ai militari italiani nella omonima base americana di circondare e proteggere dall’assalto dei marines un aereo egiziano che era stato costretto ad atterrarvi trasportando verso l’Algeria il capo e alcuni autori dell’operazione terroristica palestinese di sequestro della nave Achille Lauro nel Mediterraneo. A giudicarli non poteva essere un tribunale americano ma la magistratura italiana, come la bandiera che batteva la nave espugnata e poi liberata con la mediazione del Cairo.

            Neppure al presidente americano in persona, Ronald Reagan, intervenuto con una telefonata dopo una inutile incursione dell’ambasciatore statunitense a Palazzo Chigi, Craxi permise di prevalere. E quando il ministro della Difesa Giovanni Spadolini si dimise per protesta contro la protezione diplomatica del capo dei terroristi garantita dagli egiziani, Craxi reagì prendendone semplicemente atto. Fu poi Spadolini a rinunciare alla protesta perché Reagan riconobbe la sovranità reclamata dal “dear Bettino”, come gli scrisse personalmente predisponendo un incontro chiarificatore alla Casa Bianca.

            Con simili precedenti, e in un momento come questo, nel quale si torna a discutere, per via della guerra in Ucraina, come si debba stare nella Nato per perseguire una comune linea di difesa e di sicurezza,  solo un politico un pò troppo improvvisato poteva pensare di fare battere Stefania Craxi nelle votazioni per la presidenza della Commissione Esteri del Senato da un grillino, per quanto diverso da quello precedente, espulso dallo stesso Movimento 5 Stelle perché sfacciatamente putiniano.

Mario Draghi
Giuseppe Conte

            Giuseppe Conte ha indirizzato le sue proteste al presidente del Consiglio, reclamando rispetto per gli undici milioni di voti grillini del 2018, più degli otto milioni di baionette della buonanima di Mussolini, senza la consapevolezza -temo- della posta in gioco. A Mario Draghi impegnato a condurre con Putin a distanza, insieme col presidente americano Biden e con i soci del’Unione Europea, un duro confronto per arrivare ad una trattativa di pace in una Ucraina sopravvissuta all’invasione grazie agli aiuti occidentali, la soluzione trovata al problema della presidenza della Commissione Esteri non poteva risultare più adatta. 

Giuliano Urbani al Corriere della Sera
Silvio Berlusconi ieri a Napoli

            Una presidente di centrodestra come Stefania Craxi, eletta al secondo scrutinio segreto -peraltro  col voto determinante non di un renziano, come sostenuto dai grillini, ma di Mario Monti- serve a Draghi anche per contenere paradossalmente Silvio Berlusconi. Che di recente ha ripetutamente concesso a Matteo Salvini- aumentando il clima di tensione esistente in Forza Italia e la voglia dichiarata al Corriere della Sera da Giuliano Urbani di stracciarne la vecchia tessera- la condivisione di un certo fastidio per il coinvolgimento di fatto dell’Italia nella guerra a causa degli aiuti militari agli ucraini. 

Anche Berlusconi a suo modo troverebbe pane per i suoi denti se fosse ancora tentato dal menù di Salvini. Che al Senato, nella discussione su una “informativa” di Draghi, è tornato a borbottare, diciamo così, contro l’invio di altre armi a Kiev assicurando che Putin non rimarrebbe insensibile se il presidente del Consiglio italiano gli proponesse personalmente lo sblocco delle esportazioni di grano ferme per la guerra, una tregua di 48 ore e una significativa rinuncia di Mosca a favore di Odessa ancora ucraina per ospitare l’Expo 2030. Il leader leghista o è troppo informato o troppo ottimista, persino più di Conte, l’altro dissidente “pacifista” della maggioranza.  

Pubblicato sul Dubbio

Quello spettacolo di Di Maio accanto a Draghi, e di Conte in sofferenza sotto le cinque stelle

Lo spettacolo, fra Senato e Camera, dopo la cosiddetta informativa del presidente del Consiglio, che ha tenuta ferma la sua posizione sulla guerra in Ucraina dicendo in sostanza che sugli ulteriori aiuti militari a Kiev si deciderà più a Bruxelles che a Roma, non è stata la discussione che ne è seguita senza un voto conclusivo. E che Marcello Sorgi sulla Stampa ha giustamente definito “soporifera”  per il suo scontato andamento, fra auspici di pace, moniti e distinzioni all’interno della maggioranza. 

Stefania Craxi
Conte e Draghi a distanza

No, lo spettacolo è stato quel ministro degli Esteri grillino, Luigi Di Maio, sempre accanto a Draghi per sottolineare la sua vicinanza, consonanza e quant’altro di natura politica. Come per far capire che l’agitazione più o meno pacifista del suo Movimento 5 Stelle presieduto da Giuseppe Conte, peraltro neppure senatore o deputato, non va presa molto sul serio, per quanto spalleggiata a destra da Matteo Salvini. Sotto le cinque stelle probabilmente Di Maio, a dispetto forse anche di Grillo, conta probabilmente più di Conte. Che del resto ha appena mancato l’obiettivo della presidenza della Commissione Esteri di Palazzo Madama, conquistata dalla forzista Stefania Craxi con 12 voti contro i 9 dell’ex capogruppo pentastellato Ettore Licheri irremovibilmente sostenuto da Conte appunto. Che non si era risparmiato neppure un tentativo di coinvolgere nella partita il presidente del Consiglio con una telefonata di preoccupazione e di richiesta d’aiuto al ministro grillino dei rapporti col Parlamento Federico D’Incà. 

Titolo del Fatto Quotidiano
Draghi immaginato da Travaglio

Il giornale notoriamente più solidale con Conte, considerato il migliore presidente del Consiglio avuto dalla Repubblica italiana, vittima l’anno scorso di una congiura politica avallata dal presidente della Repubblica con la nomina di un altro governo, ha assicurato i suoi lettori che Draghi è ormai “un uomo solo”. Così ha titolato Il Fatto Quotidiano, immaginando il presidente del Consiglio in costume da bagno su una spiaggia, peraltro interessata al provvedimento sulla concorrenza  che  egli ha appena blindato col ricorso alla ennesima questione di fiducia, fattasi autorizzare da un Consiglio dei Ministri straordinario per non perdere i collegati finanziamenti europei al piano di ripresa.

Il ritorno di Furio Colombo a Repubblica
Titolo della Stampa

Peccato, per Marco Travaglio, il direttore del Fatto, che l’isolamento è un altro, ben descritto con dovizia di particolari in un due articoli della Stampa richiamati impietosamente in prima pagina così: “Carroccio alla conta. Il leader è isolato”, appunto. E per giunta anche appeso ancora a vertenze di natura giudiziaria che potrebbero comprometterne la carica di partito. Lo stesso giornale di Travaglio in fondo è stato attraversato da una crisi di coscienze, diciamo così, per l’eccessivo appiattimento sulla linea pacifista di Conte, o sulle sue distinzioni dal governo, sino a festeggiare l’arrivo fra i collaboratori del putiniano ormai più famoso e al tempo stesso controverso d’Italia: il professore Alessandro Orsini. Proprio oggi uno dei padri fondatori del Fatto come Furio Colombo è tornato a Repubblica, felicissima di accoglierlo, con un commento di chiara impostazione atlantista, come quella di Draghi, contro il progetto di “spaccatura del mondo” perseguito da Putin con la guerra all’Ucraina. “Per spaccare il mondo -ha scritto con la solita lucidità il novantunenne Colombo, già rappresentante di Gianni Agnelli negli Stati Uniti prima di diventare, fra l’altro, direttore dell’Unità– ci vuole un’altra parte combattente. Non c’era. Ma si può sempre inventare. Potrebbe essere la Nato, un’alleanza ingombrante non per avere annunciato piani di invasione ma per avere come socio fondante gli Stati Uniti, grande potenza, adatta a creare l’immagine del mondo spaccato non appena protesta e annuncia che non resterà inerte”.  

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Più che la vittoria di Stefania Craxi e del centrodestra, si celebra la disfatta di Conte

Titolo del Riformista
L’editoriale del Corriere della Sera

  Antonio Polito, editorialista del Corriere della Sera, ha raccolto questo ragionamento fra i grillini dopo l’elezione di Stefania Craxi a presidente della Commissione Esteri del Senato, a scrutinio segreto, e le proteste levatesi da Giuseppe Conte contro l’emarginazione del suo partito all’interno della maggioranza: “Se candidi un tuo fedelissimo, mentre stai proponendo di staccare l’Europa dagli Usa e di smettere di mandare armi all’Ucraina, nello stesso giorno in cui il presidente del Consiglio riceve la premier finlandese che vuole entrare nella Nato e la Russia espelle 24 diplomatici italiani, è difficile che riesci a eleggere il presidente della Commissione Esteri del Senato”. 

Titolo del Tempo

Ancora peggio l’ex presidente del Consiglio è uscito dalle chat, accusato dagli internauti delle 5 Stelle di portare il movimento alla rovina, con quanta soddisfazione per il suo concorrente interno, che è il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, è facile immaginare. 

Gli otto milioni di baionette di memoria mussoliniana
Titolo del Fatto Quotidiano

Va detto che Conte, pur reclamando rispetto per gli “undici milioni di voti” raccolti  dal suo movimento nell’ormai lontano 2018, che sono peraltro tre milioni in più dei famosi otto milioni di “baionette” vantate da Mussolini nella seconda guerra mondiale, è consapevole della debolezza in cui si trova. Persino il suo giornale di riferimento, ispirazione, sostegno e quant’altro, naturalmente Il Fatto Quotidiano, gli ha attribuito in un richiamo in prima pagina il proposito di contenersi: “niente falli di reazione”, ha detto. E infatti dopo avere protestato cercando di interloquire col presidente del Consiglio, l’avvocato è andato tranquillamente all’ambasciata finlandese per consumare con  Mario Draghi ed Enrico Letta il pranzo offerto dalla premier di Helsinky dopo l’incontro a Palazzo Chigi sulla richiesta di adesione del suo Paese alla Nato, prontamente sostenuta dal governo italiano. Egli ha tranquillamente mangiato, fra l’altro, tortellini e orata con asparagi strappando a Letta solo qualche parola di comprensione per “l’incidente” occorso nella maggioranza. Ma anche una raccomandazione a non provocarne altri perché prima o poi si rischia davvero una crisi ed elezioni anticipate “per caso”. 

L’ex presidente del Consiglio si è quindi trovato da un momento all’altro nei panni non di chi può protestare ma di chi deve contenersi, non compiere cioè i già ricordati “falli di reazione”. 

Silvio Berlusconi e Stefania Craxi

Se questo è quello che pensa il segretario del Pd, figuriamoci quanto poco  conforto possa trovare Conte nel presidente del Consiglio. Al quale non deve essere parso vero, con tutti i problemi che i grillini vorrebbero porgli in Parlamento contro gli aiuti militari all’Ucraina, vedere passare la presidenza della Commissione Esteri del Senato ad una forzista come Stefania Craxi. Che nelle  dichiarazioni fatte dopo l’elezione ha sottolineato la necessità di usare nella Nato e nell’Unione Europea contro Putin “la durezza necessaria per condurre a un dialogo”, cioè a una trattativa di pace. Neppure Silvio Berlusconi è arrivato di recente a tanta chiarezza, concedendo invece a Matteo Salvini il rammarico di vedere l’Italia coinvolta nel conflitto proprio con gli aiuti militari all’Ucraina. E sorprendendo a tal punto la ministra forzista Mariastella Gelmini, già polemica con lui per la gestione del partito, da farle rilasciare un’intervista al Corriere della Sera per reclamare più allineamento alla Nato. 

A Draghi, insomma, ciò che è accaduto nella nuova commissione Esteri di Palazzo Madama, subentrata a quella presieduta da un grillino dichiaratamente e orgogliosamente sostenitore di Putin, va non bene ma benissimo.  

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Colpaccio del centrodestra al Senato con Stefania Craxi presidente della Commissione Esteri

Diavolo di un uomo, Silvio Berlusconi è riuscito a segnare un bel gol al Senato, pur non facendone parte, proprio nel giorno in cui il suo centrodestra e soprattutto il suo partito –Forza Italia- erano in braghe di tela, e giustamente, su tutte le prime pagine dei quotidiani per contrasti di natura politica e anche personale. 

Proprio in questo giorno, per le divisioni rivelatesi superiori nell’altro schieramento, il cosiddetto centrosinistra o “campo largo”, come preferisce chiamarlo il segretario del Pd Enrico Letta, il centrodestra è riuscito a portare alla presidenza della nuova Commissione Esteri del Senato la vice presidente della precedente edizione: Stefania Craxi. Che ha avuto a scrutinio segreto 12 voti contro i 9 del candidato dei 5Stelle, ed ex capogruppo di Palazzo Madama, Ettore Licheri. 

La protesta di Giuseppe Conte

Con astuta indifferenza alle circostanze che l’hanno portata alla presidenza, mentre il presidente del MoVimento soccombente si abbandonava a dichiarazioni di protesta e di sfida al presidente del Consiglio Mario Draghi, ormai sostenuto -a suo dire- da due maggioranze diverse,  fra le quali dovrebbe decidersi a sceglierne una, Stefania Craxi ha accettato l’elezione proponendosi e proponendo l’unità che sempre dovrebbe contrassegnare la gestione della politica estera di un Paese democratico e importante, specie in un momento difficilissimo come questo: con una guerra in corso in Europa, contro l’Ucrania, improvvidamente aperta dalla Russia di Putin. A favore della quale si era espresso, e aveva disinvoltamente votato nell’aula di Palazzo Madama il presidente pentastellato della precedente Commissione Esteri, Vito Rosario Petrocelli, mettendola letteralmente in crisi. E aggravandola  con la resistenza al proprio posto anche dopo la sconfessione e l’espulsione dal suo partito. Che è rappresentato al governo addirittura dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio. 

Stefania Craxi può ben essere considerata una figlia d’arte nella politica: figlia di quel Bettino Craxi che nella sua permanenza a Palazzo Chigi, fra il 1983 e il 1987, dimostrò  davvero al meglio  come si può stare e operare con dignità e coerenza in un’alleanza politica e militare. 

Reagan e Craxi ai tempi di Sigonella

Craxi fu l’uomo di Sigonella, dove una notte del 1985 per suo ordine nella base americana di Sigonella le forze armate italiane proibirono ai marines di sottrarre alle competenze nazionali, sequestrandoli, autori e responsabili del dirottamento terroristico della nave Achille Lauro nel Mediterraneo: un sequestro, quello a Sigonella, dov’era atterrato un aereo egiziano, personalmente reclamato al telefono col presidente del Consiglio dal presidente americano Ronald Reagan, dopo una inutile missione di protesta dell’ambasciatore statunitense a Palazzo Chigi. 

Con la stessa energia politica Craxi era stato il leader della maggioranza e poi il capo del governo italiano che aveva fatto installare a Comiso, in Sicilia, i missili necessari a neutralizzare il vantaggio acquisito contro la Nato dai sovietici con i loro SS20 puntati contro l’Occidente dalle basi del Patto di Varsavia. Da quella sfida l’Unione Sovietica sarebbe uscita sconfitta, anzi schiantata, senza bisogno che nessuno di quei missili fosse sparato. 

Preceduta da un’esperienza di sottosegretario proprio al Ministero degli Esteri col centrodestra al governo, Stefania Craxi saprà onorare la memoria del padre anche nella nuova, più prestigiosa postazione istituzionale. Il tempo non trascorre inutilmente, per quanti torti esso possa anche  fare o consentire di fare.  

Lo spettacolo un pò deprimente della politica sempre e tutta controvoglia

Giovanni Verga coi suoi celebri Malavoglia del lontano 1881 ha decisamente fatto scuola in un’Italia che sembra diventata il Paese del controvoglia, appunto. 

I magistrati, che sono ormai la categoria più potente di tutte, hanno appena così malvolentieri obbedito allo sciopero contro quel che rimane della politica proclamato dalla loro associazione da avere incrociato le toghe, diciamo così, in meno della metà.  E i dirigenti associativi, se non vogliamo chiamarli sindacali, hanno così malvolentieri incassato la loro sostanziale sconfessione da non reagire neppure con un comunicato, almeno sino al momento in cui scrivo. 

Anche il loro strapotere -parlo sempre dei magistrati- è in fondo esercitato controvoglia, come dimostra il tempo interminabile che impiegano nell’esercizio delle loro funzioni processuali. Che sarebbe stato ancora più lungo, addirittura indefinito, se il governo Draghi non avesse corretto lo scempio compiuto dal primo governo Conte di eliminare la prescrizione all’arrivo della sentenza di primo grado. 

Mario Draghi

Lo stesso pur benemerito governo Draghi, per carità, mostra ogni tanto di proseguire malvolentieri il suo lavoro di lunga fine della legislatura, dati i prezzi che anche un presidente del Consiglio così autorevole deve pagare a certi cerimoniali inutili. Che sono gli incontri a Palazzo Chigi col leader del partito di turno della maggioranza che gli pone problemi non per risolverli ma solo per piantare una nova bandierina nella campagna elettorale anch’essa di turno: comunale, regionale, referendaria o politica che sia. 

Giuseppe Conte

Il segretario dell’ancora maggiore partito o movimento della coalizione di governo, l’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte vi partecipa così malvolentieri da non sentirsi minimamente in imbarazzo quando entra in sostanziale collisione col “suo” ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Nè questi, d’altronde, si sente imbarazzato, tanto malvolentieri evidentemente esercita la sua delicatissima funzione di governo, alle prese ora anche con una guerra. Altrimenti non permetterebbe al presidente del suo partito di contraddirlo, precederlo o sgambettarlo. 

Enrico Letta

Un altro segretario di partito della maggioranza che pure sembra il più sobrio o contenuto, Enrico Letta, si presenta alla direzione del Pd senza mostrare alcun imbarazzo nell’opporre ai tanti preoccupati esplicitamente, fra dichiarazioni, interviste e persino qualche voto o assenza parlamentare, delle libertà di movimento che si prende il già citato Conte da dire che bisogna “comunque” tenerselo praticamente stretto. E il ministro  Dario Franceschini, noto come una specie di regista di qualunque maggioranza si realizzi nel Pd, lo fiancheggia, anzi sorpassa, sottolineando la natura non occasionale, non provvisoria ma “strategica” dell’alleanza col MoVimento 5 Stelle.

Berlusconi e Salvini

Silvio Berlusconi, infine, reagisce così malvolentieri al malumore crescente nella sua  Forza Italia un pò per il paternalismo, a dir poco, col quale la gestisce dietro il paravento dei coordinatori, sostituendone ogni tanto qualcuno, e un pò per il rapporto troppo privilegiato stretto nel centrodestra con Matteo Salvini da ignorarlo. E persino da alimentarlo, come ha fatto qualche giorno fa presentandosi all’improvviso ad una manifestazione di partito a Treviglio per condividere e rafforzare i dubbi del capo leghista sul presidente americano Biden e sulla guerra all’Ucraina in cui l’Italia a sua insaputa si troverebbe coinvolta contro Putin  per gli  aiuti militari al paese aggredito. 

Intervista al Corriere della Sera
Titolo del Rformista

Bel “colpo d’ala”, ha titolato festosamente il pacifista Riformista. “Forza Italia stia con la Nato”, ha in qualche modo protestato la ministra forzista Mariastella Gelmini sul Corriere della Sera. Ma Berlusconi, imperterrito, ha convocato un vertice del centrodestra nella sua villa di Arcore per farne uscire gli invitati più divisi e distanti di prima. Sarà ancora centrodestra, ma controvoglia anch’esso. 

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

La guerra di Putin in Ucraina e di Conte sotto le cinque stelle

Per quanto spalleggiato, a volte addirittura preceduto come in una missione di perlustrazione da un ritrovato Matteo Salvini, di cui si era liberato come vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno nell’estate del 2019,  Giuseppe Conte riesce ad occultare sempre di meno l’ansia da abbandono o sconfitta. Pare ch’egli abbia preso molto male, per esempio, la notizia appena arrivatagli di un Salvini, appunto, fattosi convincere a Palazzo Chigi da Mario Draghi a non tirare troppo la corda del dissenso, veto e quant’altro contro nuovi aiuti militari all’Ucraina per paura di compromettere trattative segrete e non con Putin e chiudere una guerra che si sta sempre più ritorcendo contro la Russia. Che è circondata ormai sempre di più e non di meno da paesi in fila per aderire alla Nato e sfuggire così agli appetiti del Cremlino. 

Titolo di Repubblica

Salvini dissente dalle spedizioni di altre armi a Zelensky ma non fino al punto di reclamare una votazione parlamentare, reclamata invece da Conte per complicare la vita al governo: non si sa peraltro se più al presidente del Consiglio Draghi o al ministro grillino degli Esteri Luigi di Maio, col quale la competizione dell’avvocato per il controllo del MoVimento 5 Stelle e delle sue truppe parlamentari è ormai cronica. E’un controllo obiettivamente difficile, come ha dimostrato una proiezione elettorale di cui ha dato notizia Repubblica in prima pagina, secondo cui tra riduzione dei seggi voluta dagli stessi grillini con una riforma costituzionale imposta a tutti gli alleati di turno in questa tormentata legislatura e perdite di voti registrate in ogni tipo di elezione svoltasi dopo quelle politiche del 2018, “rischiano il posto -ha titolato il giornale diretto da Maurizio Molinari- 8 onorevoli su 10”: onorevoli deputati e senatori, naturalmente. 

Titolo del Fatto Quotidiano

In questa ormai tonnara, come mi è già capitato di chiamare l’intero Parlamento in questo scorcio di legislatura, quando persino la presidente  forzista del Senato Maria Elisabetta Casellati -a leggere Il Fatto Quotidiano- sarebbe tentata dal passaggio alla destra di Giorgia Meloni pur di tornare a Palazzo Madama nella nuova legislatura, e magari anche essere confermata nella sua alta posizione istituzionale, Conte deve sentirsi fra i parlamentari del suo movimento come un asino in mezzo ai suoni. Il suo non è più un problema politico ma sociale, come una volta Aldo Moro disse ironicamente a Giulio Andreotti facendo nel 1966 il suo terzo governo “organico” di centrosinistra. 

L’aumentato potere contrattuale dei socialdemocratici nella maggioranza derivato dall’elezione di Saragat al Quirinale, alla fine del 1964, e le sempre mutevoli esigenze di equilibrio interno nella Dc avevano posto a Moro il problema di spostare Andreotti, appunto, dal Ministero della Difesa, cui aspirava proprio Saragat per l’amico di partito Roberto Tremelloni, al Ministero dell’Industria, Commercio e Artigianato, come si chiamava allora l’odierno dicastero dello Sviluppo Economico, in via Veneto.  

Al povero Andreotti che, senza metterla in politica, cioè senza sollevare problemi di chissà quali e quanti rapporti internazionali in gioco, gli aveva confidato di non sapere come sistemare la numerosa segreteria -di varie decime di persone- costituita al Ministero della Difesa, Moro rispose disarmandolo: “Ma questo non è un problema politico. E un problema sociale”. Che Andreotti risolse sistemando gradualmente i suoi troppi collaboratori altrove. Ma un altrove per Conte alle prese con quegli otto onorevoli su dieci -ripeto- in pericolo sotto le cinque stelle è francamente difficile immaginare.

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