Il passaggio galeotto delle consegne a Roma da Macron a Omicron

La vignetta di Stefano Rolli sul Secolo XIX

Salutato festosamente anche dal Papa, presumibilmente interessato pure lui, come Sergio Mattarella e Mario Draghi, alla sua conferma all’Eliseo in primavera, il presidente francese Emmanuel Macron ha lasciato l’Italia mentre vi approdava, proveniente dall’Africa, il quasi omonimo Omicron. Che non è un “migrante”, come desolatamente ricorda Stefano Rolli nella vignetta del Secolo XIX, ma l’ultima -in ordine cronologico- e forse più pericolosa di tutte le varianti del Covid 19. Essa ha distribuito subito il panico fra mercati, ospedali e giornali. Il più sensibile dei quali si è mostrato, almeno sinora, quello della famiglia Berlusconi guardando, in particolare, a ciò che potrebbe derivarne sul piano politico, a poche settimane ormai dalle elezioni presidenziali italiane in Parlamento. Che si è voluto tenere per ben stretta la prerogativa di scegliere il Capo dello Stato, considerando evidentemente gli elettori non ancora o proprio non adatti in assoluto ad una scelta diretta, capace evidentemente di riservare chissà quali altre brutte sorprese dopo tutte quelle procurate dai partiti in questi ultimi anni, o decenni.

Titolo dell’editoriale del Giornale
Augusto Minzolini sul Giornale

Al netto, per carità, dei soliti possibili errori o equivoci nel tentativo di interpretare e tradurre al meglio pensieri, desideri, obiettivi, interessi e quant’altro dell’editore, Il Giornale che sino al 1994, quando Silvio Berlusconi decise di “scendere in politica”, fu di fatto di Indro Montanelli anche dopo che lo stesso Berlusconi lo aveva aquistato davvero, non solo in edicola ogni mattina per orgoglio o devozione al pur imprevedibile fondatore; Il Giornale, dicevo, ha invitato un po’ bruscamente Mario Draghi al senso di responsabilità forse sfuggitogli o attenuato nelle scorse settimane. L’emergenza, a cominciare da quella virale ma comprensiva anche di un certo impaludamento della pur larga maggioranza che sostiene da febbraio il governo nato da una forte iniziativa del Quirinale, non permetterebbe più a Mario Draghi di pensare a un trasloco sul Colle, o di lasciarlo pensare agli amici. Lui deve sentire l’obbligo, direi, persino patriottico di rimanere al suo posto, per non rischiare quello che non meriterebbe: passare -ha praticamente scritto il direttore del Giornale Augusto Minzolini, fra titolo e testo dell’editoriale- “da eroe a disertore”.

Sondaggio di Alessandra Ghisleri
Titolo di Domani

D’altronde -sembra fargli eco Alessandra Ghisleri con un sondaggio della sua Euromedia Research effettuato non più tardi del 24 novembre scorso su scala nazionale, pur col solito campione di soli mille intervistati- Draghi sta forse sopravvalutando la propria popolarità. A preferirlo al Quirinale, piuttosto che a Palazzo Chgi, sarebbero solo 14,2 italiani su cento. E Berlusconi, il tanto dileggiato Cavaliere con i suoi problemi d’età e di tribunali, è distaccato solo di 2,2 punti. Seguono, in ordine rigorosamente decrescente di percentuali, da un massino di 10,3 a un massimo di 1,2, la guardasigilli Marta Cartabia, Romano Prodi, Maria Elisabetta Casellati, Paolo Gentiloni, Gianni Letta, forse scambiato per lo zio Enrico, Casini, Emma Bonino, Veltroni, Marcello Pera, Franceschini, Conte e Giuliano Amato. Non classificato, diciamo così, per una conferma il presidente uscente Mattarella, che pure ieri era ancora temuto da Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano e oggi dal direttore Stefano Feltri sul Domani di Carlo De Benedetti, irriducibile nella sua aspirazione a partecipare in qualche modo alle partite politiche italiane.

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