Si scopre l’acqua calda a Kabul tra le barbe e i kalashnikov dei talebani

I talebani nel palazzo presidenziale di Kabul
Foto d’archivio di Ghani al Quirinale

Ora tutto si è davvero consumato. Persino Kabul si è consegnata ai talebani mentre il presidente dell’Afghanistan Ashiraf Ghani fuggiva chissà dove dopo sette anni di mandato e un’infinità di visite all’estero, anche al Quirinale da Sergio Mattarella, dando pure a lui del suo Paese una rappresentazione -temo- a dir poco irrealistica, dicendo più ciò che i suoi interlocutori occidentali volevano ascoltare per consolarsi dei soldi spesi e delle vittime subìte nelle loro missioni. Ora Kabul assomiglia davvero alla Saigon del 1975, dove gli americani servivano solo ad aiutare a scappare gli ultimi che avevano creduto in loro. I talebani non hanno dovuto sparare neppure un colpo delle loro armi, o perdere un pelo delle loro nerissime barbe, per accomodarsi nel palazzo presidenziale della capitale afghana  e accreditare l’attesa della rinascita dell’”Emirato islamico”.

            Anche noi italiani, diciamo la verità, ci abbiamo messo del nostro, pur con la solita aria un po’ defilata di “brava gente”, più da soccorritori che da guerrieri, in questa tragedia mista di presunzione e conformismo. Che ci faceva liquidare anche il migliore e compianto Gino Strada come un mezzo vigliacco o, addirittura, un traditore, un colluso col “nemico”.

Ancora Quirico sulla Stampa
Quirico sulla Stampa

            E’ difficile, diciamo pure impossibile, non riconoscersi nelle parole dello storico inviato della Stampa Domenico Quirico quando scrive, come ha fatto non più tardi di ieri, che a leggere e addirittura capire  l’Afghanistan “ci bastavano le fotografie di barbuti avvolti in clamidi miserande, in pose minacciose con i loro Kalashnikov”, per cui “non ci siamo mai veramente occupati di chi siano gli afghani” e di quali fossero e siano tuttora “i loro guai”. Che d’altronde non erano “la ragione per cui eravamo andati” in quelle terre a dare il nostro contributo, anche di sangue, oltre che di incompetenza o approssimazione, ad un’azione di ritorsione alternata a educazione ad una democrazia, la nostra, da esportazione. Ma della quale -diciamoci la verità- neppure noi occidentali sappiamo fare buon uso a casa nostra, visti i pasticci che riusciamo a fare tra leggi elettorali sbagliate e inseguimenti del populismo di turno, anche se questa l’inviato della Stampa ce l’ha risparmiata  nella sua spietata analisi.

            Ora che tutto, come scrivevo all’inizio, si è davvero consumato a Kabul come non era forse difficile prevedere, pur condividendo, per carità, le grida d’aiuto che si sono levate laggiù in questi giorni, e non rifiutando il soccorso che ci viene chiesto sia da chi ha voglia di fuggire sia da chi ha il coraggio di restare, riconosciamoci pure con onestà e semplicità  nella constatazione di Quirico che “il fondamentalismo è una componente chiave delle elite afghane”, o che “i taleban sono una parte dell’Afghanistan”.

Marcelle Padovani
Marcelle Padovani a Repubblica

Ma solo dell’Afghanistan ? mi chiedo pensando ai populismi nostrani che, con esplicito riferimento ai pentastellati di conduzione grillin-contiana piuttosto che ai leghisti, l’ottimismo “corso-trasteverino” di una tosta e simpaticissima Marcelle Padovani ha visto in ritirata, se non sconfitto, in una bella e incantevole intervista a Repubblica pubblicata ieri sui suoi 50 anni trascorsi in Italia come in un continuo “laboratorio” sociale e politico.  Di cui neppure noi secondo Marcelle -che ancora non ci perdona di avere sottovalutato e trattato male Giovanni Falcone nella sua esemplare lotta alla mafia- mostriamo di essere consapevoli, pur essendone gli attori, anzi i protagonisti.

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Dai talebani del lontano Afghanistan a quelli di casa nostra…

Il titolo del manifesto

            Purtroppo il Ferragosto di questo 2021 è e rimarrà segnato dalla tragedia afghana costituita dal ritorno dei talebani, ormai alle porte di una Kabul invasa da profughi che temo dovranno ancora provare il peggio. Ti prende lo sgomento a vedere la icastica vignetta di Mauro Biani su Repubblica, con quella bambina che dice di morire dal “caldo” in braccio alla madre avvolta nel burqa che tanto piace ai vincitori di una guerra ventennale condotta come peggio non si poteva da parte degli americani e loro alleati, fra i quali l’Italia, o la foto-copertina del manifesto.  Che ripropone con quel titolo- Emergency- il grido del compianto Gino Strada, morto quasi di disperazione di fronte alla conferma della convinzione da lui espressa dal primo momento che quella guerra non avrebbe liberato niente e nessuno, ma solo aggiunto altro sangue a quello già versato.

Dall’editoriale di Travaglio su Draghi
Titolo del Fatto Quotidiano

            Eppure in questa immane tragedia, e in un paese come il nostro ancora alle prese con la pandemia, come un po’ dappertutto nel mondo, c’è gente -chiamiamola così- che è dominata solo dalle sue ossessioni tutte domestiche, di casa, intesa come il proprio recinto politico. In cui si vive nella sensazione, anzi certezza di essere circondati da bugiardi di ogni risma travestiti, con la evidente complicità del capo dello Stato che li ha nominati, da ministri. In testa ai quali Il Fatto Quotidiano ha riproposto oggi la guardasigilli Marta Cartabia, superando lo stesso presidente del Consiglio Mario Draghi, chiamato in causa dal direttore in persona Marco Travaglio per le bugie che starebbe dicendo  anche nelii nella gestione della pandemia, diversamente dal suo predecessore Giuseppe Conte.

Il fotomontaggio del Fatto Quotidiano
Marta Cartabia a Genova nella celebrazione della tragedia del Ponte Morandi

            Neppure da madre, come ha tenuto a ricordare di essere parlando a Genova quasi in lacrime dei morti del ponte Morandi nel terzo anniversario della tragedia del crollo, la presidente emerita della Corte Costituzionale è stata creduta sotto le cinque stelle di un giornale rimasto fedele al vecchio statuto dell’omonimo MoVimento, appena modificato su proposta, iniziativa e quant’altro del suo nuovo presidente Conte per cercare di archiviare il linguaggio truce della violenza e della denigrazione degli avversari. Marta Cartabia, già costretta proprio da Conte, secondo le rivendicazioni del Fatto, a ridimensionare la sua presunta “schiforma” del processo penale, è stata “bugiarda”, con tanto di naso e berretto di Pinocchio applicati nel solito fotomontaggio, anche nel garantire a Genova che non è minacciato da estinzione per improcedibilità il processo per la tragedia del ponte crollato

            La guardasigilli avrebbe peraltro la presunzione, il coraggio e quant’altro, già rimproverati in altre occasioni da Travaglio in persona,  sino a fargli scrivere di “vomito” solo a pensarvi, di aspirare alla Presidenza della Repubblica, o di lasciare che altri la candidino di nome o di fatto alla successione a Sergio Mattarella. Ma come si permette la signora ministra, o si permettono i suoi improvvisi sostenitori o estimatori, di immaginarla così in alto nonostante la bocciatura, da “bugiarda” appunto ma anche da incompetente e altro ancora, espressa da un giornale come quello di Travaglio con giudizio inappellabile, sostitutivo del voto a scrutinio segreto del Parlamento in seduta congiunta, e con tanto di delegati regionali, stabilito dall’articolo 83 della Costituzione? Una propaggine dei talebani, senza barba per travestirsi meglio, avanza anche fra gli incendi d’Italia.

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Onore a Gino Strada, tradito dal suo cuore in terra di Normandia

            A pensarci bene viene la pelle d’oca, e un nodo ti si stringe alla gola. La morte di Gino Strada è stata coerente con tutta la sua vita durata 73 anni, spesa in generosità e rabbia insieme: la generosità del medico nei soccorsi, prestati dalla fonazione della sua “Emergency”, nel 1994,   a 11 milioni di persone di 19 Paesi, e la rabbia dell’uomo inascoltato nella denuncia della inutilità delle guerre. L’unica che forse in vita sua egli aveva condiviso, pur avendo materialmente potuto solo ascoltarne o leggerne i racconti e vedere le immagini d’archivio e cinematografiche, si svolse nella terra dove ha inconsapevolmente scelto di morire dopo un ennesimo intervento al cuore e le nozze con la sua assistente Simonetta: la Normandia dello sbarco decisivo, nel 1944, per la sconfitta dei nazisti.

L’editoriale oggi di Massimo Giannini
L’articolo pubblicato ieri dalla Stampa

            Raggiunto al telefono in quello che sarebbe stato il penultimo giorno della sua vita dall’amico e direttore della Stampa Massimo Giannini per la richiesta di un “racconto” dei sette anni da lui trascorsi in Afghanistan, a soccorrere le vittime di una guerra dall’esito secondo lui scontato contro chi l’aveva promossa oltre Atlantico, Gino Strada non esitò a rispondere sì. I fatti -tra la ritirata delle truppe occupanti e l’avanzata generalizzata dei talebani, ormai lanciati verso una Kabul simile alla Saigon del 1975- gli stavano così tragicamente dando ragione che quel racconto gli spettava di diritto. Ma, pubblicato ieri appunto come tale, con un sobrio richiamo in prima pagina, esso è diventato con la morte dell’autore il suo “testamento morale”, come ha scritto Giannini riaggiornandone metaforicamente il titolo.

La vignetta di Stefano Rolli sul Secolo XIX
La vignetta di Makkox sul Foglio

            Da morto -come non accade sempre, a dire la verità, ma a lui sta accadendo a dimostrazione del carattere unico, o speciale, della sua avventura umana- Gino Strada raccoglie l’onore delle armi di chi lo ha combattuto dandogli del pacifista in senso spregiativo, come di un rinunciatario, al limite complice del prepotente o terrorista di turno meritevole di una lezione armata. Lui più semplicemente si sentiva e dichiarava “contrario alla guerra”. E quella in Afghanistan ha avuto anche il torto, la disavventura, chiamatela come volete, di essere stata condotta come peggio, francamente, non si poteva, e non potrebbe concludersi. Anche i tempi e i modi del ritiro si sono rivelati sbagliati, col paradosso di quei tremila uomini che americani e alleati stanno mandando, dopo avere ritirato i 2500 ancora presenti nel mese di gennaio, per cercare di garantire l’evacuazione di una Kabul che i talebani stanno per conquistare.

            L’Occidente paga in Afghanistan l’errore commesso, a mio avviso, più di 40 anni fa, quando investì in funzione antisovietica, nel mondo bipolare uscito dagli accordi di Yalta, l’integralismo mussulmano rappresentato appunto dai talebani. Che si sarebbero rivoltati contro l’Occidente, dopo averne sfruttato gli aiuti, ancor più di quanto non avessero fatto contro i sovietici. I quali ne avevano avvertito prima e meglio la pericolosità.

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L’incursione di quel furbacchione di Lucifero nel tribunale di Tempio Pausania

Titolo del Dubbio

Lucifero è arrivato a Tempio Pausania, l’antica Capitale della Gallura, prima che in tutto il resto della Sardegna. Vi è arrivato non con le correnti d’aria calda che ne hanno portato il nome in questa torrida estate, ma con una coincidenza diabolica fra i tempi di un trasferimento e quelli del procedimento giudiziario riguardante il figlio di Beppe Grillo e gli amici sospettati di stupro per una notte da “coglioncelli” -parola del fondatore e garante del Movimento 5 Stelle- trascorsa con due ragazze il 19 luglio di due anni fa in un appartamento della Costa Smeralda confinante con quello in cui dormiva la moglie del comico genovese.

            Il trasferimento è quello della sostituta procuratrice Laura Bassani, che ha condotto col capo della Procura Gregorio Capasso le indagini su quella notte e dal 4 agosto lavora invece nel tribunale non lontano di Sassari, dove si occupa di minorenni. Il suo ormai ex superiore, come ha raccontato lui stesso ad un’agenzia di stampa, ha inutilmente cercato di ritardarne il trasloco con una richiesta tecnicamente chiamata di “posticipato possesso”, trovandosi il suo ufficio già da  molto tempo sotto organico e dovendo affrontare, a questo punto con un solo sostituto a disposizione nella gestione di oltre quattromila procedimenti, il passaggio dell’udienza preliminare del 5 novembre proprio sul caso Grillo.

            Il povero Capasso è stato letteralmente travolto dalla fretta con la quale in alto -molto più in alto di lui, temo- è stata voluta l’esecuzione del trasferimento ordinato il 19 luglio, in casuale -per carità- ma sfortunatissima coincidenza col secondo anniversario del fattaccio, chiamiamolo così, che ha moltiplicato, quanto meno, l’esposizione mediatica del tribunale di Pausania. Non parliamo poi del carico da novanta di quel furioso video nel quale Grillo in persona il 19 aprile  -anche lui di 19- si scagliò contro gli inquirenti, in qualche modo sfidandoli a prendersela direttamente con lui in manette. Ma al massimo, ammettiamolo, la colpa di Grillo, come quella di tanti padri al suo posto, poteva e potrebbe essere quella di non avere avuto pazienza o fortuna abbastanza per proteggere il figlio dai rischi della “coglioneria” adolescenziale.

La guardasigilli Marta Cartabia

            Per la fiducia che merita la ministra della Giustizia Marta Cartabia con la sua autorevolezza e competenza professionale, tanto più apprezzabili quanto più sono state contestata recentemente da magistrati abituati ad una forte esposizione politica e agli incoraggiamenti del solito Fatto Quotidiano, spero che lei sia stata la prima a sorprendersi quando ha saputo di quel trasferimento così rapidamente non dico disposto ma eseguito. Uno degli avvocati dei giovani a rischio di processo per stupro ha detto che della possibile partenza da Tempo Pausania della sostituta procuratrice Bassani si parlava già da tempo negli ambienti giudiziari della località gallurese.

            Oso pensare che, peraltro impegnata proprio attorno al 19 luglio nelle faticose trattative con i grillini sulla riforma del processo penale, comprensiva della prescrizione tagliata con l’accetta dal suo predecessore pentastellato all’esaurimento del primo grado di giudizio, la ministra Cartabia avrebbe saputo mettere al riparo il trasferimento della sostituta procuratrice di Tempio da cattive interpretazioni. Che sono puntualmente arrivate con quel titolone di prima pagina di Libero sulla “Giustizia amica dei grillini” in rosso e quel “Provano a insabbiare il processo a Grillo jr” in nero.   

            Ad alimentare i sospetti ha contribuito anche un’altra diabolica coincidenza: l’iniziativa presa proprio in questi tempi dalla vice presidente pentastellata della Commissione Giustizia del Senato, Elvira Lucia Evangelista, di rilanciare un vecchio progetto di trasferire ad Olbia l’intero tribunale di Tempio Pausania, che diventerebbe così un semplice “ufficio di prossimità”. Si sa che in queste operazioni, specie in assenza di detenuti, con imputati in libertà, i tempi processuali sono i primi a subirne gli effetti negativi.

            Si, lo so, a pensare male, come hanno fatto i colleghi di Libero, si fa peccato ma si azzecca, diceva un po’ in romanesco la buonanima di Giulio Andreotti. Il cui figlio Stefano ha appena assicurato in una intervista di non avere trovato, fra le carte del padre, traccia di questa famosa licenza attribuita per decenni allo storico leader democristiano e da questi mai smentita in vita: peraltro neppure originale per essere altri risaliti addirittura a Sant’Agostino come primo e indubitabile autore.

            Non tutti d’altronde possiamo aspirare al più antico ordine cavalleresco dell’Inghilterra: quello medievale della Giarrettiera.  Che ripete nel motto francese le parole opposte dal re a chi ne guardò con sospetto la premura di raccogliere la giarrettiera, appunto, perduta da una contessa e di fargliela reindossare: Honi soit qui mal y pense. Sia vituperato chi ne pensa male.

            Ho un certo disagio a parlare di ordini cavallereschi, di dame e di re a proposito di vicende da cronache giudiziarie miste a cronache politiche dei nostri dannatissimi tempi. Ma sono gli inconvenienti del mestiere.

Pubblicato sul Dubbio

Le ultime da Tempio Pausania, in attesa della sorte giudiziaria del figlio di Grillo

Grillo senior
Grillo junior

            A più di due anni -ripeto, due anni, equivalenti a più di 24 mesi e 730 giorni- dalla notte brava  in cui Ciro Cirillo e quattro amici, tutti quanto meno “coglioncelli” per definizione di Beppe Grillo, il padre del primo, si comportarono in Sardegna con due ragazze in modo tale da procurarsi una denuncia per stupro; a quasi quattro mesi da quel video nel quale il fondatore, garante, elevato del MoVimento 5 Stelle sfidò i magistrati inquirenti ad arrestarlo al posto del figlio e degli amici colpevoli solo di “coglionaggine”, appunto, forse per difetto di educazione; a tre mesi dall’udienza preliminare fissata per il 5 novembre per stabilire gli sviluppi del procedimento penale, sapete quali sono le ultime dal tribunale di Tempio Pausania? Dove più di due anni, ripeto, di indagini, interrogatori, sfilate di avvocati e carabinieri non sono bastati neppure a sapere se i ragazzi meritano o no di essere rinviati a giudizio.

Titolo del Dubbio
Titolo di Libero

            Le “ultime” sono almeno tre notizie, tutte certe e a mio modestissimo avviso clamorose, per quanto siano approdate sulle prime pagine di soli due giornali nazionali: Libero e Il Dubbio. Sul primo con tanto di interpretazione politica tutta ostile agli indagati e a Grillo senior, chiamiamolo così, con una rappresentazione dei fatti finalizzata all’accusa di un tentativo di “insabbiamento” del processo. Sul Dubbio, in linea col garantismo della testata, in modo neutro, raccontando i fatti e lasciando ai lettori la loro libera interpretazione.

            La prima notizia è il trasferimento, disposto dal Consiglio Superiore della Magitratura, della sostituta procuratrice Laura Bassani, occupatasi delle indagini sul caso Grillo junior col procuratore Giorgio Capasso, da Tempio al tribunale dei minori di Sassari: trasferimento disposto il 19 luglio ed eseguito il 4 agosto.

il Procuratore di Tempio Giorgio Capasso

            La seconda notizia l’ha data lo stesso capo della Procura di Tempio in una lunga intervista all’agenzia Adn Kronos in cui spiega di essere praticamente rimasto solo, e di avere inutilmente chiesto almeno il cosiddetto “posticipato possesso” della nuova destinazione della sua preziosa sostituta. La cui partenza pertanto ha danneggiato un ufficio e un tribunale oberato di procedimenti e di “pressioni mediatiche” immaginabili dopo quell’esplosivo video di Beppe Grillo in difesa del figlio e degli amici, quando si era appena insediata al Ministero della Giustizia la presidente emerita della Corte Costituzionale Marta Cartabia sostituendo il guardasigilli pentastellato Alfonso Bonafede.

La senatrice grillina Evangelista

            La terza notizia proviene, in verità, più dal Senato che da Tempio Pausania, dove però ha già provocato o aumentato il clima di precarietà, a dir poco, in cui tutti lavorano già da tempo, sotto organico e in locali inadeguati, nonostante l’imponenza dell’edificio. Al Senato è accaduto, in particolare, che la vice presidente della Commissione Giustizia Elvira Lucia Evangelista, del MoVimento 5 Stelle, abbia proposto l’assorbimento del tribunale di Tempio da parte di quello di Olbia, e il conseguente declassamento del presidio di Tempio in “ufficio di prossimità”, con tutti gli inconvenienti che di solito capitano ai procedimenti in corso nei traslochi e simili.

            Penso che si possa applicare a tutta questa complessa vicenda il vecchio proverbio popolare ereditato dai latini che dice: “a buon intenditor poche parole”. Veramente poche, quasi nessuna.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Perché Luca Palamara non meritava di essere radiato dalla casta togata

Il simbolo della candidatura dell’ex magistrato alla Camera

Più leggo interviste, articoli e lettere di Luca Palamara, compresa quella che ha scritto al Dubbio per replicare ad un editoriale critico del direttore Davide Varì, e meno mi convinco non certo della legittimità ma dell’opportunità della sua candidatura, d’altronde personalissima, alle elezioni suppletive del 3 e 4 ottobre nel collegio romano di Primavalle. Che è rimasto privo di rappresentanza con le dimissioni della deputata 5 Stelle Emanuela Del Re.

            Gli elettori dell’ex magistrato, radiato dall’ordine giudiziario e dal sindacato delle toghe, dove pure aveva assunto funzioni apicali, rispettivamente di membro del Consiglio Superiore e di presidente, dovrebbero essere garantisti trasversali, di centrodestra e di centrosinistra, e persino tra i grillini. Che hanno cominciato a mettere mano anche al loro dizionario riconoscendo che certe cose è meglio magari continuare a pensarle ma non più a dirle, e aggiornando conseguentemente  il linguaggio all’opportunismo politico spesso insito nelle alleanze.

            Mi chiedo, fra le tante cose, che credibilità possa avere il garantismo dichiarato da chi per dimostrare inedite aperture aderisce ai referendum promossi da radicali e leghisti escludendo però dal mazzo quello sulla responsabilità civile dei magistrati, che pure non può essere liquidato come secondario. Non a caso, del resto, in questa esclusione, motivata con la paura che i magistrati finiscano paralizzati e intimiditi dai mezzi di cui dispongono i malcapitati di turno decisi a farsi pagare i danni di condanne o restrizioni ingiuste, Palamara si è trovato d’accordo con Goffredo Bettini. Il quale  è un esponente di un partito -il Pd- dove sono confluite dottrina e cultura dei comunisti e della sinistra democristiana, senza il cui aiuto mai -dico mai- i magistrati avrebbero potuto debordare dai confini assegnati loro dalla Costituzione.

            La responsabilità civile dei magistrati, reclamata inutilmente dalla stragrande maggioranza degli elettori già nel 1987 con un referendum tradito in pochi mesi da una legge che l’ha disciplinata in modo tale da strozzarla, è la rappresentazione plastica della magistratura intesa come casta. Che nel giudicarsi da sola si assolve anche dalla responsabilità degli errori, scaricandola sulla collettività. Ogni tentativo di sottrarsi a questa realtà, scandalosa anche in rapporto alla responsabilità che grava su tutte le altre categorie a contatto col pubblico , per quanti sforzi si facciano di motivarlo nel migliore dei modi, mi sembra francamente inutile.

            Nel mantenere intatta la convinzione che il magistrato debba conservare la sua non responsabilità civile -se non la vogliamo chiamare brutalmente irresponsabilità- Palamara dimostra di essere rimasto, direi, col cuore e con la mente nella casta dalla quale è stato radiato. Trovo qualcosa addirittura di masochistico in questa condizione che fa di Palamara un pentito sui generis, come gli contesta in Forza Italia Maurizio Gasparri in dissenso da altri come Antonio Tajani che, pur non arrivando a sostenerne la candidatura come espressiva del centrodestra, ne “comprendono” la ragione. Non dissimile mi sembra peraltro la situazione nella Lega, dove anche Matteo Salvini in persona, oltre al responsabile romano del movimento, è comprensivo verso Palamara, ma non sino al punto da sostenere che il centrodestra debba astenersi dal presentare un suo candidato nel collegio di Primavalle per facilitare la corsa dell’ex magistrato. Salvini, del resto, è quello che con più forza dice, anzi grida che quando sbagliano i magistrati debbono “pagare”.

Titolo del Dubbio

            Mi sembra curiosa anche la pretesa di considerare una concessione al garantismo, o all’umanità della politica, l’adesione ad un istituto come il referendum abrogativo previsto dalla Costituzione. Direi che è, al limite, incostituzionale la posizione di principio assunta dal Pd, e non solo da esso, contro il ricorso al referendum sui temi della giustizia, a disciplinare i quali dovrebbero bastare e avanzare i parlamentari nell’esercizio della loro funzione legislativa, per cui ogni iniziativa o posizione di segno contrario sarebbe quasi eversiva. Mi sono venuti francamente i brividi ad ascoltare in televisione il sindaco piddino di Pesaro motivare il suo rifiuto  “per disciplina di partito” di firmare tutti o in parte i referendum per fortuna già messi al sicuro dall’adesione dei cinque consigli regionali previsti dalla Costituzione. E per i quali, non a caso, continua lo stesso abbondante l’afflusso dei cittadini ai banchetti, e simili, predisposti per la raccolta delle firme.

            Vorrei ricordare ad Enrico Letta che il referendum abrogativo fu adottato dai costituenti fra le perplessità e le resistenze del Pci di Palmiro Togliatti, dubbioso anche della opportunità della Corte Costituzionale, nel timore che potesse risultare indebolita la sovranità del Parlamento. In caso di vittoria il Pci non voleva neppure il fastidio di cambiare Costituzione per mettere nella sicurezza più assoluta le leggi approvate dalla “sua” maggioranza.

Per attuare la disposizione costituzionale del referendum abrogativo, con una legge che lo disciplinasse, la Dc dovette puntare i piedi negli anni Settanta reclamandola come misura compensativa della legge istitutiva del divorzio, nella illusione di rifarsi referendariamente della sconfitta subita in Parlamento. Ma forse pretendo troppo dal segretario del Pd di origini democristiane.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 14 agosto

La terza medaglia d’oro che Marcell Jacobs si è guadagnata dopo le Olimpiadi

A Olimpiadi belle che concluse a Tokyo, dove si era guadagnato da bravo italiano due medaglie d’oro, una nei cento metri e un’altra nella staffetta 4×100, l’uomo più veloce del mondo si è meritata, al ritorno in Patria, una terza medaglia metaforica per la rapidità con la quale ha voluto sottrarsi alla pur involontaria trappola tesagli da un giornalista del Foglio. Che ha cercato di rovinargli la festa chiedendogli di pronunciarsi sul cosiddetto ius soli, inteso come diritto di cittadinanza spettante a chi nasce in Italia. Eppure questo non è nemmeno il caso di Marcell Jacobs, nato all’estero da madre italiana e perciò “cittadino italiano dal primo vagito”, come ha osservato giustamente il segretario del Pd Enrico Letta senza tuttavia chiedere scusa a Jacobs per avere indicato proprio nelle Olimpiadi, e nei risultati atletici e mediatici dei partecipanti italiani, la ragione di una maggiore, presunta “consapevolezza”, cioè condivisione della sua linea politica in materia di cittadinanza e immigrazione.

            Jacobs da buon poliziotto, oltre che da buon campione olimpico di velocità, ha avvertito subito il rischio di un improprio arruolamento politico ed ha opposto alla domanda non una risposta d’indifferenza, come la buonanima di Antonio Gramsci avrebbe forse liquidato quel suo dichiararsi “ignorante in materia”, ma una risposta di chiaro rifiuto di essere “usato”. O di diventare “un simbolo” per gare tutt’altro che atletiche e olimpiche. “Io faccio l’atleta”, ha detto pur omettendo di ricordare l’appartenenza alla forze dell’ordine.

Enrico Letta in campagna elettorale a Siena

            Per fortuna del segretario del Pd l’elettore italiano Marcell Jacobs non è di quelli che il 3 e 4 ottobre dovranno votare nel Senese sulla sua elezione a deputato in sostituzione dell’ex ministro piddino dell’Economia Pier Carlo Padoan passato alla miglior vita -credo- di presidente di Unicredit, e in quanto tale acquirente di una banca storica come il Monte dei Paschi disastrata da una politicizzazione che le poteva essere risparmiata. A occhio e croce, non credo proprio che Jacobs a Siena voterebbe per il segretario del Pd. E, francamente, non gli si potrebbe neppure dare torto per l’avventatezza politica con la quale l’aspirante deputato ha cercato di “usare” -ripeterebbe Jacobs- un atleta e una gara per spendersi una “maggiore consapevolezza generale” di una certa scelta o linea politica. Per la quale il segretario del Pd dovrà cercarsi in Parlamento, se ne avrà davvero voglia e non sta invece limitandosi a giocare, “alleati” -come dice- veri, convinti e soprattutto sufficienti e fare maggioranza con lui, eletto o no che sarà alla Camera fra meno di due mesi.

Titolo del Riformista

            Anche in questa ricerca di alleati, per quanto possa contare sulla carta su qualche aiuto -credo- tra i forzisti berlusconiani e persino tra gli ancor più odiati renziani, Enrico Letta dovrà guardarsi persino dai suoi interlocutori privilegiati. Che sono, o sarebbero, i grillini ora finalmente guidati dall’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Fra i quali ve ne sono -e di contiani doc come la vice presidente del Senato Paola Taverna- di poco o per niente  convinti della urgenza del cosiddetto ius soli. Per cui giustamente in prima pagina, richiamandosi proprio alla posizione della Taverna, il Riformista ha chiesto a Letta se lo sa che “i 5 Stelle dicono no anche” al progetto che lui sventola come una bandiera identitaria del suo partito.

Le aberrazioni dell’antivaccinismo nella torrida estate di Lucifero

            No, pure Emilio Giannelli sul Corriere della Sera si è messo a sparare contro il lasciapassare -come preferisco chiamare il “green pass” generalmente adottato da giornali, radio e televisioni, facendone una rappresentazione grottesca nella vignetta di giornata. Nella quale l’avventore senza mascherina di un ristorante al chiuso viene perquisito dal personale, alla presenza di un carabiniere, e con le mani in alto dice: “Non vorrei ci fosse un equivoco! Io ho solo prenotato un tavolo!”.

            Lo so. La satira ha le sue regole, anzi le sue licenze ma lasciatemi dire lo stesso che il giornale più diffuso in Italia non può neppure per scherzo associarsi in tempi di perdurante pandemia alla grottesca demonizzazione di una misura che, per quanto pasticciata nella sua formulazione e gestione, può quanto meno indurre i riottosi a vaccinarsi, cioè a difendersi e a difendere tutti dal rischio del contagio.

            Di fronte alla realtà accertata di nove pazienti su dieci che finiscono in rianimazione non sono vaccinati stare ancora a dividersi sul lasciapassare è solo una follia. A me è appena capitato in un bar al chiuso di essere invitato da un dipendente a mostrare il mio pass. Non mi sono minimamente sentito nei panni dell’avventore del ristorante proposto da Giannelli ai lettori del Corriere. E anche se avessi avuto la sfortuna di imbattermi in un cameriere o cameriera sgarbata, me ne sarei fatta una ragione. D’altronde, quando si esce di casa, e forse anche prima di uscirne, può capitare di subire sgarbi, al plurale come Vittorio ma al minuscolo.

            L’antivaccinismo, chiamiamolo così, è luciferino, da Lucifero, che ci sta anche rovinando l’estate col troppo caldo. Potrei anche accettare di discuterne, come ci ha appena proposto La Stampa ospitando interventi anche di filosofi, saggisti e sapienti contrari o dubbiosi della vaccinazione, ma a condizione che non si abbia la pretesa di farmi sentire in colpa per la convinzione che continuo ad avere che i rischi di una vaccinazione siano sempre inferiori a quelli di una non vaccinazione. E poi, lasciatemi dire anche che trovo intollerabili le grida  in piazza contro i vaccini che si levano da persone visibilmente alterate: direi anche dallo stile di vita non proprio salutista. Che si fa violenze di ogni tipo -dalla droga in su e in giù- ma rifiuta quella presunta del vaccino e reclama il diritto di sputarmi addosso per strada, per esempio, il suo fumo o il suo sputo per diritto inalienabile a vivere come gli pare, e ad infettarmi senza neppure chiedermi scusa. Questa è, ripeto, follia. E non vi è intellettuale che possa farmi cambiare idea.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

L’allegato galeotto di una lettera che sfila Draghi dalla corsa al Quirinale

Il sottosegretario Roberto Garofoli

            A Bruxelles -dove la politica italiana è evidentemente seguita più per ciò che fa davvero il governo che per le polemiche di giornata fra e dentro i partiti che lo compongono e l’appoggiano in Parlamento, facendosi spesso più sgambetti che cortesie-  non è passata inosservata ciò di cui invece non si sono accorte le cronache nazionali. E’ la lettera, di cui riferisce dalla capitale europea il corrispondente di Repubblica Claudio Tito, con la quale Mario Draghi ha fatto richiamare dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Roberto Garofoli i ministri in partenza per le vacanze sulle urgenze che li aspettano alla ripresa autunnale. E che corrispondono agli impegni presi, e da Draghi personalmente garantiti davanti a una richiesta di chiarimenti formulatagli dalla presidente della Commissione dell’Unione, sul percorso delle riforme cui sono condizionati i finanziamenti comunitari del piano della ripresa.

Claudio Tito su Repubblica

            La lettera tuttavia non si limita alle urgenze, chiamiamole così, autunnali che riguardano i trasporti, la scuola, l’energia sostenibile, il fisco, la giustizia e la pubblica amministrazione. In un allegato Draghi ha fatto ricordare ai ministri anche le scadenze successive, sino alla fine del 2026, cioè sino al compimento di tutti gli obblighi assunti con l’Unione Europea: un traguardo nel quale si sente impegnato il governo pur avendo esso una scadenza istituzionale più vicina: l’esaurimento della legislatura nel 2023, salvo anticipi elettorali per incidenti di percorso. Uno dei quali paradossalmente potrebbe essere l’elezione dello stesso Draghi al Quirinale per la successione al presidente uscente della Repubblica Sergio Mattarella, fra meno ormai di sei mesi.

            In quell’allegato che chiamerei galeotto c’è, a mio avviso, non dico l’indifferenza ma l’indisponibilità del presidente del Consiglio a una promozione concepita da chi la sostiene come una rimozione. E il pensiero va subito all’appena presidente digitalmente eletto del MoVimento 5 Stelle Giuseppe Conte. Che si è appena sottratto in una intervista ad una domanda su Draghi al Quirinale dicendo che non è questo il momento di parlarne perché l’ipotesi si presterebbe, appunto, alla interpretazione di una promozione finalizzata alla rimozione.

Stefano Folli su Repubblica

            E’ proprio su Repubblica che oggi, in un’analisi della situazione politica che si  è incrociata -guarda caso- con la corrispondenza di Claudio Tito da Bruxelles, Stefano Folli indica proprio in Conte l’unico o il più interessato a una turbativa di fine legislatura per risparmiarsi nell’anno residuo chissà quali incidenti e rischi come nuovo capo dei grillini. Che è di per sé un ossimoro -aggiungo io- essendo difficilmente immaginabile, diciamo pure impossibile, che i grillini, riconoscibili in quanto tali dalla conferma di Beppe Grillo a garante a vita, si lascino davvero dirigere, guidare, comandare e quant’altro da un professore, avvocato, ex presidente del Consiglio liquidato meno di un mese fa dal fondatore del Movimento come inadatto, a dir poco.

            Sì, d’accordo, c’è stata fra il licenziamento e la riassunzione di Conte la spigola di Marina di Bibbona mangiata dai due in un ristorante tra fotografie scattate da un amico di Luigi Di Maio mandato apposta nella località toscana per immortalare l’evento, tanto doveva evidentemente considerarsi eccezionale. Ma di quanto tempo volete che abbia bisogno Grillo per smaltire una spigola, peraltro pagata dall’ospite e quindi per un genovese doc ancora più digeribile?

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it  

Che strano processo a Mattarella per il mancato incarico a Salvini

Titolo del Dubbio

L’ingresso nel cosiddetto semestre bianco ha dato alla maggior parte degli osservatori politici l’occasione o per analizzarne i rischi -pensando all’ipotesi di una crisi di governo senza la deterrenza dello scioglimento anticipato delle Camere, precluso dalla Costituzione al presidente negli ultimi sei mesi, appunto, del suo mandato- o per prevedere chi vorrà o potrà concorrere alla successione a Sergio Mattarella, e con quali probabilità di elezione, o di rielezione del capo dello Stato uscente. E’ ciò che accadde nel 2013, quando davanti a Giorgio Napolitano, e ai bagagli che stava già preparando, sfilarono un po’ tutti i partiti che, reduci dal fallimento dei loro candidati, lo pregarono di accettare una rielezione implicitamente temporanea, fino alla maturazione di una situazione politica più chiara, intervenuta dopo due anni. Questa volta lo scenario è in qualche modo aggravato in un Parlamento a un solo anno dalla scadenza ordinaria e delegittimato dalla forte riduzione dei seggi delle prossime Camere.

            C’è tuttavia anche chi ha profittato dell’inizio del semestre bianco per anticipare un bilancio del settennato di Mattarella, dando così per scontato che non si verificheranno eventi tali da indurre il capo dello Stato a decisioni in grado di cambiare il segno e quant’altro del suo mandato: un segno che a sorpresa, anzi a grande sorpresa, Giovanni Valentini sul Fatto Quotidiano  ha giudicato negativamente.

Titolo del Fatto Quotidiano del 7 agosto

In particolare, pur essendo personalmente ben disposto, come il giornale del quale è collaboratore, verso il MoVimento 5 Stelle e comprensivo per le sue contraddittorie alleanze, in forza delle quali i grillini sono stati al governo in questa legislatura prima con i leghisti, poi col Pd, infine con entrambi più i forzisti di Silvio Berlusconi, il mio amico Valentini ha attribuito le difficoltà di questa legislatura alla falsa partenza voluta da Mattarella. Che avrebbe dovuto farla cominciare privilegiando nella valutazione politica dei risultati elettorali del 2018 il maggior numero  -in assoluto e in percentuale- di voti raccolti nelle urne dalla coalizione di centrodestra e non il maggior numero di voti del MoVimento 5 Stelle rispetto a tutti gli altri partiti.

            Al Quirinale insomma il presidente della Repubblica avrebbe dovuto chiamare per primo, per un incarico di qualsiasi tipo, pieno o esplorativo che fosse, il Matteo Salvini uscito dalle urne leader della coalizione più votata, avendo la sua Lega sorpassato il partito berlusconiano. E’ esattamente ciò che molti, a dire la verità, si aspettavano nel centrodestra e che lo stesso Valentini ha assicurato di avere pensato anche lui dal primo momento, dissentendo evidentemente dalla linea del suo giornale. E guadagnandosi da un collaboratore di Mattarella, di cui Valentini si è riservato di fare il nome in caso di smentita, una curiosa -direi- telefonata di spiegazione. Secondo la quale il presidente della Repubblica non aveva condiviso, temendone gli effetti possibili sulla politica estera italiana, o sulla sua immagine, il dissenso pubblicamente espresso da Salvini dalla linea degli Stati Uniti sui bombardamenti in Siria e la condivisione della linea di Putin sulla vertenza ucraina.

Titolo di Libero dell’8 agosto

            Già sorpresi piacevolmente dal sentirsi scavalcati da uno come Valentini su un giornale come Il Fatto Quotidiano nella protesta, chiamiamola così, contro il mancato incarico a Salvini in apertura della legislatura, osservatori simpatizzanti del centrodestra come Antonio Socci su Libero e Daniele Capezzone sulla Verità non si sono lasciati naturalmente scappare l’occasione per unirsi alla contestazione delle ragioni  attribuite a Mattarella. Che in effetti se valevano contro Salvini dovevano valere anche contro i grillini, affini su entrambe le questioni internazionali ricordate da Valentini.

Titolo della Verità dell’8 agosto

            C’è tuttavia qualcosa che non va nella ricostruzione dell’inizio della legislatura in corso e in quella specie di processo a Mattarella che il mio amico Valentini ha fatto con l’articolo tanto apprezzato da Socci e Capezzone, tutti così associati in uno strano collegio di pubblici ministeri. A costoro vorrei ricordare, anche a costo di mettere in imbarazzo quel consigliere, collaboratore o non so cos’altro del presidente della Repubblica affrettatosi a spiegare all’articolista del Fatto Quotidiano le ragioni della mancata chiamata di Salvini al Quirinale, che fu il leader leghista ad escludersi dalla prima mano della partita. Egli si dichiarò indisponibile a cercare come “funghi nel bosco” i voti che mancavano al centrodestra in Parlamento per fare maggioranza da solo, pur avendo raccolto nelle urne più voti dei grillini.

            Quel rifiuto di Salvini di andare per funghi, peraltro fuori stagione, era di per sé un’apertura ai grillini per un governo gialloverde che in effetti poi sarebbe nato, pur tra esplorazioni, colpi di scena e pasticci. Quell’apertura non mi sembrò neppure contrastata più di tanto, all’interno del centrodestra, da Silvio Berlusconi. Dal quale poi non a caso Salvini, quando si trattò di stringere davvero l’intesa con i pentastellati, si vantò di avere ottenuto l’autorizzazione.  

            Il fatto è che Berlusconi era interessato quanto Salvini e i grillini ad evitare che il fallimento delle trattative di governo portassero ad elezioni anticipate. Che alcuni, per carità, reclamavano dalle parti di Forza Italia ma per esigenze, diciamo così, di spettacolo sapendo bene che Berlusconi aveva interesse a procrastinare il voto di qualche tempo nella speranza, allora, di potere invertire la tendenza che nel centrodestra aveva appena consentito alla Lega un sorpasso sugli azzurri di 3,38 punti percentuali alla Camera e di 3,18 al Senato. L’ex presidente del Consiglio non poteva immaginare i 12 punti e più di sorpasso emersi dai più recenti sondaggi. Egli è stato spiazzato non meno di Salvini dagli sviluppi di una legislatura che potremmo definire la più pazza delle diciotto dell’era repubblicana.

Pubblicato sul Dubbio 

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