Grazie, Crystal, per il coraggio che hai fatto prevalere sulla paura nella tua Kabul

            Si chiama Crystal Bayar, ha 24 anni, quasi quanto è durata l’occupazione militare del suo Paese da parte delle truppe occidentali, l’afghana ripresa a manifestare a Kabul qualche giorno fa e proposta in prima pagina ai suoi lettori dal Corriere della Sera. Che l’ha intervistata riportandone, certo, la paura avvertita mentre sfilava per le strade di Kabul con la bandiera che inutilmente i talebani le avevano ordinato di buttare via, ma anche la decisione di restare fra i coetanei, i genitori, gli anziani nella sua terra, senza unirsi alla calca dell’aeroporto e dintorni. Le cui immagini tirano, diciamo così, sui giornali più di tutte le altre che provengono da quel Paese.

Crystal Bayat al Corriere della Sera

            “Mia madre -ha raccontato Crystal- mi ha raccontato molte storie dolorose sul periodo in cui i talebani governavano il Paese, quando io ero piccolissima. Mia madre è un medico, ha aiutato molto le donne durante l’era talebana. Io sono cresciuta nel Paese con i cambiamenti avvenuti  dopo il 2001. Sono andata a scuola, ho frequentato l’università, ho un master e sto studiando per ottenere un dottorato. Faccio attività politica, sociale, civile per i diritti”.

            Crystal è insomma sopravvissuta al “massacro” del e nel suo Paese cui Luciana Castellina -scusate se ripeto ciò che le ho già contestato- ha accusato i “nostri ragazzi” di avere contribuito alternandosi nelle missioni dei militari occidentali. E, pur comprendendo la paura di chi, avendone evidentemente più di lei, scappa anche a costo di appendersi agli aerei che decollano per poi abbandonarsi nel vuoto e morire, ha pensato -ripeto anche questo- di potere e dover rimanere non solo e non tanto per testimoniare quanto per difendere ciò che le è stato insegnato e permesso nella sua giovane vita. Anziché fuggire ha preferito continuare a coltivare ciò che gli occidentali hanno “seminato” nel suo paese, lasciando quella che il presidente del Consiglio Mario Draghi ha definito “una traccia profonda nella società afghana”.

            Di fronte all’immagine e alle parole di Crystak Bayat, alla quale auguro naturalmente tutto il bene di questo mondo, complimentandomi con la madre che ha saputo allevarla così bene, meglio ancora di quanto possano avere aiutato a farla le truppe di occupazione ritiratesi, trovo vomitevole -per ripetere un aggettivo che l’interessato usa spesso contro chi dissente da lui- ciò che ho letto proprio oggi di Marco Travaglio sul giornale che dirige.

Marco Travaglio sul Fatto Quotiiano

            In particolare, prendendosela con un “veterano della missione italiana”, avventuratosi a dire al Giornale della famiglia Berlusconi che “i nostri insegnamenti sono stati efficaci”, ha commentato: “Gli abbiamo insegnato a scappare”. Il direttore del Fatto Quotidiano merita di ricevere per ritorsione, diciamo così, ciò che lui ogni lunedì dice ad un po’ di malcapitati della settimana precedente non sfuggiti alla sua attenzione in una rubrica editoriale sotto questo titolo: “Ma mi faccia il piacere”.

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La vergogna, certo, dei talebani ma anche di chi alza muri contro chi fugge da loro

            Sembra un paradosso ma non lo è. Sono condivisibili gli editoriali pur di segno contrario che sono oggi dedicati su due importanti giornali italiani alle notizie, immagini e quant’altro provenienti dell’Afghanistan, prevalenti sulle miserevoli cronache e cronachette della politica interna italiana. Ha ragione, in particolare, Massimo Giannini quando scrive sulla Stampa che “le promesse da talebano”, come quelle da marinaio, “sono durate mezza giornata”. E continua: “La faccia buona del mullah era un bluff ad uso delle famose e fumose Cancellerie, la conferenza stampa con gli smartphone era cortina fumogena per i pochi giornalisti rimasti.  Bin Laden è morto. Saddam Hussein è morto, ma Haibatullah Akhindzada e il Mullah Baradar sono più vivi che mai. E in fondo, vent’anni dopo, non sono poi tanto cambiati. I rastrellamenti casa per casa dei collaborazionisti, la caccia alle ragazzine non ancora sposate, persino le esecuzioni sommarie dei “traditori”. In Afghanistan è tornata l’Apocalisse”.

            Eppure ha ragione anche Angelo Panebianco a scrivere sul Corriere della Sera che “la conclusione della vicenda afghana non è soltanto la più disastrosa sconfitta subita in tempi recenti dalla società occidentale a opera di un movimento totalitario. Segna pure, paradossalmente, il momento di un suo amarissimo successo. I disperati che si aggrappano agli aerei in volo, le donne terrorizzate dal ritorno dei barbari e tutti coloro che cercano ora di scappare prima che l’inferno li inghiotta, testimoniano che, nonostante vent’anni di guerra e tati errori, gli occidentali erano riusciti ad aiutare gli afghani a creare, quanto meno, un embrione di società decente. Una società in cui le bambine potevano andare a scuola e le ragazze all’università, in cui gli uomini e le donne potevano impegnarsi in attività economiche che non consistessero nella coltivazione dell’oppio”. E’ lo stesso discorso, praticamente, fatto a caldo davanti alle telecamere del Tg1 dal presidente del Consiglio Mario Draghi parlando della “traccia profonda” comunque lasciata nella “società afghana” dagli occidentali in vent’anni non solo di occupazione militare, ma anche di costruzione di strade, ospedali, scuole e assistenza sociale e civile alle popolazioni: altro che “il massacro” addebitato anche ai “nostri ragazzi” sul manifesto dalla vecchia Luciana Castellina, purtroppo nel silenzio di tutto il resto di un giornale dove certo non mancano collaboratori, giovani e anziani, dotati di una visione meno preconcetta di ciò che vogliono e sanno fare “i nostri ragazzi”, appunto, impegnati nelle missioni all’estero. Lo sa, per esempio, l’inviata del quotidiano orgogliosamente e dichiaratamente “comunista” Giuliana Sgrena, che fu sequestrata nell’Iraq, anch’esso occupato militarmente, e liberata grazie anche ai suoi connazionali che vi lavoravano armati.

            Ciò di cui, piuttosto, l’Occidente e contorni dovrebbero vergognarsi è il muro materiale e politico levato contro l’accoglienza dei profughi provenienti dall’Afghanistan, nei quali è prevalsa, a torto o a ragione, la paura del futuro sulla speranza e sulla volontà di far crescere ciò che è stato seminato nel loro Paese. Parlo naturalmente del muro improvvisato dai greci lungo i confini con la Turchia e di quello verbale innalzato in Italia dal solito “capitano” leghista Matteo Salvini. Cui si spera che l’alleato Silvio Berlusconi, ricevendolo nel rifugio sardo di Porto Rotondo, abbia spiegato che non si fa e non si parla così in un Paese di tradizioni migratorie, peraltro, come l’Italia, da cui si scappava per fame.

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Il trattativista Giuseppe Conte spiazzato dai talebani a Kabul

Titolo del manifesto
Emanuela Del Re al Foglio

Il presidente delle 5 Stelle Giuseppe Conte si è forse sentito spiazzato dalle notizie provenienti dall’Afghanistan, dove i talebani si stanno dimostrando meno “distensivi”, a dir poco, delle sensazioni da lui avvertite in un primo momento, sino a far scrivere al manifesto che hanno perso il pelo ma non il vizio. O a far dire al Foglio  dall’ex deputata grillina Emanuela Del Re,  commissaria dell’Unione Europea nel Sahel, che quei barbuti signori si sono fatti “più pericolosi” ora che “hanno appreso molto dalla nostra presenza e dal nostro operato e si muovono agevolmente sul piano globale”.

            Il capogruppo pentastellato al Senato Ettore Licheri, rimasto accanto all’ex presidente del Consiglio anche nei momenti di maggiore tensione con Grillo, che lo aveva liquidato come un incompetente, ha detto che Conte è stato “male interpretato” nella proposta di un “dialogo serrato” con i nuovi padroni di Kabul. Ed ha assicurato che pur volendo “parlare” con i talebani, come “con tutti i regimi”, i grillini si sentono adesso, dopo le iniziali sbandate del movimento, “europeisti e atlantisti”.

            A leggere però quello che non gradisce sentirselo dire ma sempre più appare il giornale ufficioso dell’ex presidente del Consiglio, cioè Il Fatto Quotidiano, viene il dubbio che il senatore Licheri non sia un portavoce credibile di Conte. Sentite che cosa ha scritto oggi Marco Travaglio nel suo editoriale difendendo lo stesso Conte dalle critiche piovutegli addosso anche sotto le cinque stelle: “Chi in Europa piagnucola perché Pechino e/o Mosca si pappano Kabul dovrebbe fare qualcosa di più astuto che tenere il broncio ai talebani: tipo smarcarsi dagli Usa, che ci hanno bellamente scaricati (Biden non cita mai Ue e Nato), e offrire loro qualcosa in cambio di corridoi umanitari e politiche meno efferate di 20 anni fa”.

Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano

            Con una chiarezza quindi sempre apprezzabile rispetto a frasi ambigue o ipocrite, il direttore del Fatto Quotidiano ritiene di interpretare Conte attribuendogli la disponibilità a qualche “smarcamento” dagli Stati Uniti. Che è l’esatto contrario della linea esposta e seguita dal presidente del Consiglio Mario Draghi prospettando e lavorando pr una risposta comune del G7 e del G20, peraltro a presidenza italiana in questo momento, ai problemi insorti col ritiro delle truppe occidentali dall’Aghanistan e la “vittoria” vantata dai talebani.

Vignetta del Fatto Quotidiano
Vignetta del Secolo XIX

            Nella stessa redazione del Fatto Quotidiano, d’altronde, qualche dubbio si avverte almeno a livello satirico sul modo col quale Conte ha posto la questione afghana. Nella vignetta di prima pagina di Mario Natangelo il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, avvolto in un burqa, chiede a Conte perché trattando con i talebani voglia ridurlo in quel modo. E si sente rispondere: “A te meno ti si vede, meglio è”. Non meno pungente, Stefano Rolli sul Secolo XIX fa commentare così ad un presunto contiano la notizia che i talebani fucilano la gente: “Una svolta moderata rispetto alla decapitazione”.   

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Aumentano i guai del segretario Enrico Letta, fuori e dentro il Partito Democratico

L’editoriale del Corriere della Sera
Luciana Castellina sul manifesto

Nell’editoriale del Corriere della Sera di ieri Ernesto Galli della Loggia non ha fatto nomi, scrivendo genericamente di “politici furbastri di tutti i colori” che hanno profittato della tragedia in corso in Afghanistan -tra ritiro delle truppe di occupazione, fuggitivi disperati che si aggrappano agli aerei in partenza e madri che cercano di affidare ai militari occidentali che ancora presidiano l’aeroporto di Kabul i loro bambini, nella speranza di sottrarli a un futuro con i talebani- per contestare l’esportabilità della democrazia in paesi che non vi sono abituati, o che ne adottano di diverse dalle nostre per cultura, religione ed altro. E per liquidare quindi “la spedizione in Afghanistan” come “una sciocchezza”. O come un crimine, anzi “un massacro” al quale secondo Luciana Castellina sul manifesto, risparmiata dal giudizio di Galli della Loggia, avrebbero partecipato anche “i nostri ragazzi”, per cui dovremmo quasi ringraziare Iddio di averne perduti solo 54 -gli “eroi” ringraziati con le loro famiglie dal presidente del Consiglio Mario Draghi- contro i 2400 americani tornati in patria nelle bare.

Titolo del Dubbio

            Con la valutazione positiva di Draghi ha convenuto l’editorialista del Corriere scrivendo che la spedizione occidentale “ha avuto l’innegabile conseguenza di dare per qualche anno un po’ di eguaglianza e di libertà a un certo numero di donne e di uomini di quel Paese”. Cui “a nessuno degli acuti osservatori” critici dell’intervento militare è venuto in mente di chiedere “se l’idea di andare a Kabul a esportare la democrazia fosse davvero così assurda e da scartare”. “La loro opinione è proprio così irrilevante?”, ha domandato Galli della Loggia prima di contestare ai critici dell’esportazione della democrazia il diritto, per coerenza, di “chiedere, ad esempio, che l’Egitto rinunci alla sua “cultura” e si decida a far processare come si deve gli assassini di Giulio Regeni o a liberare il povero Patrik Zaki”.

            Forse -ha osservato provocatoriamente l’editorialista del Corriere della Sera- nel caso del Cairo si ritengono in gioco non la cultura, la tradizione e quant’altro degli egiziani ma “semplicemente gli sporchi interessi del loro governo”. Ma chi giudica simili differenze? E inoltre “perché mai i democratici di casa nostra, se davvero pensano che dobbiamo lasciare indisturbati i Paesi con una storia diversa da quella occidentale, non perdono però occasione -ha chiesto sempre Galli della Loggia- di invocare continuamente le Nazioni Unite, le quali con tutta la sfilza delle loro carte e dichiarazioni sulle libertà e i diritti sono senza dubbio la più grande organizzazione mondiale per l’esportazione ideologica della democrazia?”.

Francesco Verderami sul Corriere della Sera

            Anche se i destinatari di questi messaggi, chiamiamoli così, dell’editorialista del Corriere sono rimasti anonimi, penso che possa e debba sentirsi chiamato in causa anche il segretario del Pd Enrico Letta, insorto subito come una molla contro l’esportabilità della democrazia di fronte alle immagini provenienti da Kabul. Con lui se l’è presa invece esplicitamente sul Foglio giorni fa Giuliano Ferrara firmandosi con nome e cognome, e lasciando nella foresta e dintorni il suo elefantino rosso. Quelle del segretario piddino sono state liquidate dal mio amico Giulianone come “stupidaggini” in prima pagina e “bellurie” in senso ironico nel titolo della girata dell’articolo all’interno.

            Il giorno prima dell’intervento di Ferrara sul Foglio se l’era presa con Enrico Letta, pur non nominandolo esplicitamente, la brava Marcelle Padovani ricordandogli che i veri “populisti” in Italia, fortunatamente perdenti, sono i grillini, interlocutori privilegiati del Pd, e non i leghisti col loro leader “opportunista” Matteo Salvini.

            Tira insomma una brutta aria per Enrico Letta dal fronte culturale della intelligenzia, o intellettualità. Ma crescono i suoi problemi anche nel Pd. Dove da sinistra, per esempio, l’inesauribile Goffedo Bettini, pur sostenendo il segretario nel rapporto privilegiato con i grillini, si è sottratto alla “disciplina di partito” invocata al Nazareno per contrastare o non partecipare alla raccolta delle firme dei referendum radical-leghisti sulla giustizia. E da destra, diciamo così, è arrivata non più tardi dell’altro ieri l’anticipazione di Francesco Vederami, sul Corriere della Sera, che il ministro della Difesa Lorenzo Guerini nelle comunicazioni che farà il 24 agosto, insieme col collega degli Esteri, alle competenti commissioni congiunte della Camera e del Senato sulla questione afghana sottolineerà “l’abnegazione e l’impegno dimostrato in questi venti anni dalle Forze Armate” giusto per “prendere personalmente le distane dalle tesi che albergano ai vertici del suo partito”. “Dove -ha specificato il retroscenista del Corriere– si sostiene l’idea che la democrazia non si possa esportare con le baionette”, per cui la partecipazione italiana alle operazioni in quel Paese sarebbe stata, a dir poco, inutile, visto che bisognerebbe “prepararsi al peggio”, come ha appena pronosticato Letta. Vallo a dire anche al presidente del Consiglio, che temo non avrà gradito o comunque condiviso neppure lui la posizione del segretario del Pd.

Pubblicato sul Dubbio

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I talebani diventano un guaio anche per Conte, che vuole trattare con loro

Titolo di Repubblica

             Diversamente dalla vicenda domestica, cioè nazionale, della riforma del processo penale pur inserita come altre nel piano della ripresa sottoposto al controllo dell’Unione Europea, che lo finanzia con crediti e contributi a fondo perduto, l’ancor fresco presidente delle 5 Stelle Giuseppe Conte non ce l’ha fatta a trovare una sponda nel Pd sulla questione afghana. E per giunta si trova nella bufera anche nel suo movimento, dove hanno preso le distanze dalle sue aperture ai talebani “distensivi”, con i quali sarebbe possibile un “dialogo serrato” e diretto, sia il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, affrettatosi a precisare che i nuovi padroni di Kabul vanno “giudicati dai fatti, non dalle parole”, sia Beppe Grillo in persona, il “garante” a vita. Che ha bacchettato gli “yes men” e ha parlato di “disonorevole fuga dall’Afghanistan”, “indelebile macchia” e via deplorando.

Immagini da Kabul

            La sponda del Pd è mancata con la visione pessimistica della situazione a Kabul espressa dal segretario Enrico Letta invitando tutti ad “attrezzarsi al peggio”. E in quel tutti non è forse sbagliato comprendere il presidente del Consiglio Mario Draghi, che si è prudentemente trincerato dietro l’Unione Europea, il G7 e il G20 a presidenza italiana per definire l’approccio con la nuova realtà a Kabul ma si è mostrato già convinto che, per quanto conclusasi un po’ nel disordine, l’occupazione militare da parte delle forze occidentali abbia in vent’anni lasciato “tracce profonde” nella “società” di quel Paese. Di cui dovranno tenere conto anche i talebani, forse cambiati anche loro in due decenni, anche se la paura nei loro confronti è tantissima fra gli stessi afghani, che si appendono agli aerei in partenza da Kabul o stendono, disperati, i loro bambini fra le braccia dei militari stranieri ai bordi delle piste di decollo. Sono immagini tragiche, come altre provenienti dall’Afghanistan, che tolgono  il respiro a chi le guarda e possono a prima vista accreditare più il pessimismo di Enrico Letta che l’ottimismo di Draghi e, questa volta, del più vicino Conte.

Quest’ultimo ha potuto persino contare sulla comprensione non solo del solito Fatto Quotidiano, da alcuni considerato “l’organo ufficioso” dell’ex presidente del Consiglio, ma anche di una testata abitualmente ostile come Il Riformista

Titolo del Fatto Quotidiano

            In particolare, sul Fatto Quotidiano  accanto a un titolo contro l’ipocrisia di una trattativa che “si fa ma non si dice” si ricorda non a torto, in verità, che a trattare in un modo o nell’altro con i talebani sono anche l’Unione Europea, esplicitamente con il commissario alla sicurezza e alle relazioni internazionale, lo spagnolo Borrell,  e il G7. E lo hanno già fatto gli americani, concordando con loro anche i tempi del ritiro delle truppe straniere da quel Paese.

Titolo del Riformista

            Sul Riformista diretto da Piero Sansonetti, che considera generalmente il MoVimento 5 Stelle un’anomalia perniciosa della politica italiana, hanno preso le distanze dal “tutti contro”, in rosso, un Conte che “per sbaglio ne dice una mezza buona”. Che è un riconoscimento forse destinato a moltiplicare le difficoltà dell’ex presidente del Consiglio nel movimento di cui ha appena assunto la guida formale  col proposito forse di liberarsi del soprannome “frattempo”, guadagnatosi a Palazzo Chigi per una certa abitudine a rinviare le scelte o a fare approvare dal Consiglio dei Ministri provvedimenti importanti con la formula “salvo intese”. Glielo hanno appena rinfacciato con con prosa corrosiva sul Foglio.

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Assalto del giornale di De Benedetti a Draghi per l’Afghanistan

            Su una cosa Carlo De Benedetti non ha mai litigato, né sopra né sotto il tavolo, col compianto Gianni Agnelli: sull’atlantismo. O, se preferite, sull’alleanza dell’Italia con gli Stati Uniti d’America. Sorprende perciò che al nuovo giornale dell’”ingegnere”, Domani, fondato per insegnare ai figli come fare l’editore dopo la rottura in famiglia sulla cessione di Repubblica al nipote dell’”avvocato”, sia sfuggito -credo, unico fra tutti i quotidiani italiani- l’atlantismo di ferro dimostrato dal presidente del Consiglio Mario Draghi. Che in un messaggio-intervista al Tg1 dalla sua scrivania a Palazzo Chigi ha espresso la linea del governo sull’Afghanistan dopo la fine dell’occupazione militare ventennale degli americani e dei loro alleati. Diversamente dalle proteste contro la presunta fuga di costoro da un paese quindi tradito e restituito ai talebani, egli ha espresso la ragionata convinzione che sia stato seminato abbastanza in due decenni, e a costo di gravi perdite umane,  per potere sperare che, con un sostegno d’altro tipo dell’Occidente, il futuro di quel Paese potrà essere diverso da tanti timori diffusi.  

Titolo di Domani

            Pur con l’accortezza grafica di non aprirci, come si dice in gergo tecnico, dedicandogli la parte bassa della prima pagina, il giornale debenedettiano diretto da Stefano Feltri -solo omonimia, per carità, con Vittorio e il figlio Mattia- ha praticamente accusato Draghi di aver fatto “mancare la voce dell’Italia nella crisi dell’Afghanistan”. Questa voce, si presume, sarebbe mancata sia a livello mediatico sia a livello diplomatico, nei contatti fra i governi, per quanto Draghi avesse tenuto, per esempio,  ad annunciare in quella intervista di avere appena parlato con la cancelliera tedesca Angela Merkel preparandosi alle valutazioni e decisioni che attendono l’Unione Europea, il G7 e il G20.

Piero Ignazi su Domani

            Il titolo di forte denuncia di un’Italia afona è supportato da un articolo del politologo Piero Ignazi che si conclude, quasi orologio o calendario alla mano, così: “Mario Draghi è stato l’ultimo tra i leader europei a intervenire. Emmanuel Macron si era già rivolto ai francesi con un discorso alla nazione e Boirs Johnson aveva riunito più volte il gabinetto di emergenza. Ma soprattutto mancano proposte incisive in grado di coinvolgere la comunità internazionale o almeno i paesi dell’Unione Europea. Da una personalità come l’ex governatore della Bce si attende qualcosa di più di un piccolo  cabotaggio”.

            Su un altro giornale in qualche modo omologo, dal quale non a caso proviene il direttore di Domani, che è Il Fatto Quotidiano, Draghi è stato rimproverato dal direttore in persona Marco Travaglio di avere trascorso il Ferragosto nel suo ritiro in Umbria, fra l’altro alle prese con un macellaio per fortuna non scambiato per un benzinaio, anziché correre verso il fortino di Palazzo Chigi e presidiarlo. In questo goffo attacco al presidente del Consiglio il pungente Travaglio ha trovato il modo, il tempo e soprattutto la voglia, o il coraggio, di difendere l’assente Di Maio dalla Farnesina, trattenutosi invece con amici altolocati del Pd al mare, con tanto di costume ben tirato addosso, mica con le brache ai piedi come nelle vignette dedicategli dal Fatto Quotidiano nei giorni in cui lavorava pure lui, con Grillo in persona, per l’accantonamento di Giuseppe Conte e la formazione del governo Draghi.

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Draghi non fa il sorpreso, nè il pentito, nè il furbo sulla questione Afghanistan

Non credo sia solo o soprattutto una questione di carattere o di sistema nervoso, che Mario Draghi ha dimostrato in tutta la sua carriera di avere solidissimo, traendone vantaggi superiori a quelli di recente attribuitigli da certi critici per avere compiuto a Roma gli studi liceali in un istituto gestito dai gesuiti. Di cui non a caso furono allievi  un bel po’  di coetanei destinati anch’essi al successo, per quanto non tutti presunti “figli di papà”. Così il solito Marco Travaglio ha recentemente definito il presidente del Consiglio non essendosi evidentemente accorto, scorgendone la biografia, che egli era orfano di padre  già all’età di 15 anni e di madre all’età di 19.  Pertanto portò avanti i suoi studi e tutto il resto che seguì, nella concezione sbrigativa del direttore del Fatto Quotidiano, solo come “nipote di zia” Andreina, sorella del genitore.

Titolo del Dubbio

Il guaio in qualche modo suppletivo è stato che per liquidare Draghi come “figlio di papà” che “capisce soltanto di finanza” per il resto “non sapendone un cazzo”, testuale, Travaglio ha scelto una manifestazione politica dei “liberi e uguali”, affiancato dall’imbarazzato ministro della Salute Roberto Speranza.  Che deve a un tale presunto incompetente, a dir poco, la conferma al suo posto in tempi di pandemia, dopo l’esperienza nel secondo governo di Giuseppe Conte, e la resistenza a tutti, e non pochi, tentativi di disarcionamento compiuti, a torto o a ragione, dai due Mattei della maggioranza di cui tornerò a scrivere più avanti: Salvini e Renzi.

Dei nervi saldi di Draghi c’è una immagine icastica del 2015, quando l’allora presidente della Banca Centrale Europea, sorpreso a Francoforte dalla irruzione di contestatori durante una conferenza stampa, reagì con gli occhi stranulati e le sole braccia protese in avanti mentre una dimostrante saltava sul tavolo per lanciargli addosso quelli che poi si sarebbero rivelati solo coriandoli. Eppure la sua intervista al Tg1 sulla situazione in Afghanistan dopo la partenza dei contingenti militari alleati e il ritorno dei telebani ha sorpreso anche me, che lo immaginavo a Ferragosto con le mani fra i capelli a leggere i dispacci da Kabul. E ciò mentre il ministro degli Esteri Luigi Di Maio si godeva il mare nel Salentino col governatore pugliese Michele Emiliano, l’ex ministro Francesco Boccia, entrambi del Pd, mogli o fidanzate. 

Anziché lasciarsi andare come la generalità dei suoi colleghi in Europa e altrove allo sconforto e persino alla disperazione per gli eventi afghani, recriminando contro gli Stati Uniti e la loro precipitosa decisione di lasciare un Paese a lungo occupato militarmente dando l’impressione di fuggire e tradire la fiducia riposta nell’Occidente dalle popolazioni ancora minacciate dai talebani, Draghi ha preferito solidarizzare praticamente con gli alleati d’oltre Oceano anche in questo passaggio difficilissimo. Egli si è richiamato anche ai morti italiani in quelle terre lontane, e ai loro familiari che li piangono ancora, per sottolinearne un “eroismo” per niente vanificato dal clima di resa e di fuga in cui è apparsa finire una guerra di vent’anni. Che, stando ad alcuni critici, avrebbe dovuto o non cominciare per niente o durare ancora tanto da abbattere il primato della storica guerra dei trent’anni, in cui fu dilaniata l’Europa tra il 1618 e il 1648.

Immagini dall’Afghanistan

Alla tentazione di strapparsi le vesti, battersi il petto e vergognarsi delle scelte compiute, derubricandole tutte a fatali errori, Draghi ha preferito opporre la difesa delle cose fatte laggìù, destinate a rimanere radicate nella “società afghana”, ben più forse di quanto in quella stessa società si ritenga in questi giorni di paura o sconforto. D’altronde, gli stessi talebani hanno sinora tenuto più a tranquillizzare che a spaventare, sino ad essere apparsi a Travaglio -sempre lui- dei travestiti da “democristiani”, secondo il titolo di prima pagina del suo giornale. E’ un po’ come quello che è accaduto nel MoVimento 5 Stelle in Italia quando i grillini sono rimasti al governo anche con Draghi, con la Lega, e col partito di Silvio Berlusconi, scambiati perciò per democristiani travestiti, o quasi, dagli integralisti tipo Alessandro Di Battista.

Scrivevo all’inizio, a proposito della linea scelta da Draghi di fronte alla vicenda afghana, che non è solo o soprattutto una questione di carattere o di sistema nervoso. E’ una questione tutta politica. Draghi si è confermato anche in questo un politico più raffinato e al tempo stesso più coraggioso di tanti che vantano una professionalità politica conseguita in chissà quale università specializzata e garantita da chissà quali e quante referenze.

Anziché strapparsi le vesti davanti alla paura gridata da chi è già fuggito dall’Afghanistan e da chi aspira solo a fuggire, il presidente del Consiglio ha scommesso sulla volontà e sulla capacità dell’Unione Europea, di tutto l’Occidente, del G7, del G20 e di ogni altra postazione utile di fronteggiare anche questa crisi e di garantire uno sviluppo e una soluzione pacifica di eventuali nuovi conflitti. Di fronte a tanta fermezza, ripeto, tutta politica e per niente tecnica, come ancora molti si ostinano a considerare il livello d’azione di Draghi, se ne faranno una ragione anche i due Mattei accennati prima: il Salvini che ha già alzato le sue barricate contro gli arrivi in Italia dall’Afghanistan e il Renzi che le ha alzate contro i talebani insediatasi nel Palazzo presidenziale di Kabul, abbandonato dal presidente Ghani in fuga con tanti soldi da non avere potuto riempirne l’areo.  Sono le stesse barricate opposte da Renzi nel 2018 ai grillini usciti vincenti, o quasi, dalle urne e smontate l’anno dopo per sostituire i leghisti nel secondo governo Conte.  

Pubblicato sul Dubbio

Draghi scommette su ciò che l’Occidente ha saputo seminare in Afghanistan

Titolo del Fatto Quotidiano
Titolo del Corriere della Sera

Stretto anche lui tra “promesse e paura”, come ha titolato il Corriere della Sera riferendosi alle promesse , appunto, dei talebani ormai padroni dell’Afghanistan che cercano di accreditarsi come moderati, sino a “fare i democristiani”, come ha titolato Il Fatto Quotidiano, e la paura che essi continuano a fare dentro e fuori casa, il presidente del Consiglio Mario Draghi se l’è cavata da fedele amico e alleato degli americani. In un sostanziale messaggio attraverso un’intervista al Tg1 egli non si è unito al coro delle proteste, delle lamentazioni, delle accuse agli Stati Uniti per i vent’anni di una guerra conclusasi come certamente non immaginavano inizialmente alla Casa Bianca. E neppure, naturalmente, nelle Cancellerie di tutti i paesi, compresa l’Italia allora governata da Silvio Berlusconi, che decisero di partecipare alla dura reazione militare agli attentati  dell’11 settembre 2001 alle Due Torri di New York e al Pentagono.

Un cargo americano in partenza da Kabul

            Draghi, anche a costo di finire nel calderone di quell’Italia “culla del paraculismo” denunciata da Marco Travaglio dopo avere dato -ripeto- dei paraculi “democristiani” pure ai talebani, ha onorato la memoria delle 54 vittime italiane della guerra afghana definendoli “eroi” e ha scommesso sugli effetti positivi che è destinato a produrre ciò che abbiamo seminato insieme agli alleati in quel lontano Paese. “Lasciamo una traccia profonda nella società afghana” dalla quale neppure i talebani potranno prescindere, ha detto e voluto far capire Draghi. Che evidentemente ha preferito questa speranza allo sgomento provocato in tanti altri suoi colleghi, compresa la cancelliera tedesca con la quale egli si era appena consultato, dalle immagini degli aerei presi d’assalto a Kabul da folle in fuga disperata da quella che avvertono solo come sciagura.

Titolo del Foglio
Vignetta del Foglio

            Draghi ha preferito l’ottimismo -chiamiamolo pure col suo vero nome- anche sulla capacità dell’Occidente, a cominciare dall’Unione Europea, nell’ambito della quale egli ha voluto tracciare quello che Il Foglio ha definito “un asse con Merkel”, di aiutare quelli che sono rimasti in Afghanistan con la paura e quelli già fuggiti o in fuga. A proposito della cui destinazione invece il solito Matteo Salvini ha già gridato che non se ne dovrebbe neppure parlare in Italia, non capendo che il presidente del Consiglio ha posto il problema in chiave europea e mondiale, parlando del G20 e del G7.  Dove egli intende trattare la questione afghana dopo la fine dell’occupazione militare. Il leader leghista, anche in questo probabilmente con l’aiuto del ministro, amico e compagno di partito Giancarlo Giorgetti, avrà modo probabilnente di tornare sull’argomento in modo più riflessivo, o meno concitato.

            Lo stesso si potrebbe dire, per altro verso e all’interno della maggioranza di governo, per Mattei Renzi. Che ha subito avvertito che “con i talebani non si tratta”, mentre da Bruxelles il commissario europeo per la sicurezza e le relazioni internazionali, lo spagnolo Josep Borrell, diceva che non si può non parlare “con chi ha vinto”.

            Considerandoli un po’ come i talebani di casa nostra Renzi disse anche dei grillini, dopo le elezioni del 2018, che non potevano essere gli interlocutori dell’ancora suo Pd. E si mise metaforicamente a mangiare pop-korn davanti allo spettacolo delle trattative di governo fra i pentastellati e i leghisti. Ma dopo poco più di un anno, non si sa se più per stanchezza o per esaurimento delle scorte di pop-korn, da pur ormai ex segretario egli spinse il Pd a trattare con i grilini per sostituire al governo i leghisti. Che che si erano sfilati sbagliando modi e tempi della crisi.

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Il Ferragosto fotografato di Luigi Di Maio e quello immaginario di Mario Draghi

Dal Tempo di Roma

            Di Luigi Di Maio, il giovane ministro degli Esteri della Repubblica d’Italia alle prese con la crisi afghana come tutti i suoi colleghi nel mondo, o almeno in quello occidentale di cui egli ha accettato di fare parte dopo o nonostante le sbandate sulla cosiddetta via cinese della Seta; di Luigi Di Maio, dicevo, in attesa delle foto, spero puntuali come le altre, sulla sua partecipazione alle riunioni europee sull’emergenza talebana, dobbiamo per ora accontentarci delle immagini sulla vacanza ferragostana nel Salento. O delle vignette che ne sono in qualche modo scaturite.

Massimiliano Panarari sulla Stampa

            Ci sarebbe poco da aggiungere al breve commento dedicato sulla Stampa all’infortunio del capo della Farnesina da Massimiliano Panarari. Che, ispirato appunto da una delle foto del ministro degli Esteri e dei suoi amici politici al mare, tutti del Pd, ha giustamente osservato che “l’espansionismo fondamentalista, malauguratamente, non si ferma sul bagnasciuga”.

La vignetta di Makkox sul Foglio

Qualcuno dirà che un infortunio come quello occorso a Di Maio, o off Maio, nella versione barzellettisica esplosa alla notizia della sua destinazione alla Farnesina, dopo avere accumulato nel precedente e primo governo di Giuseppe Conte le cariche di vice presidente del Consiglio, di ministro dello Sviluppo Economico e di ministro del Lavoro, potrebbe accadere a chiunque. Ma non è vero. Poteva ed è accaduto solo ad uno della esperienza, cioè dell’inesperienza, di Di Maio. Del quale non si può francamente parlare, sempre di fronte a quelle foto impietose, come dell’uomo giusto nel posto sbagliato. E neppure dell’uomo sbagliato nel posto giusto.

            Vengono un po’ i brividi a pensare che a 32 anni ancora da compiere, nella primavera del 2018, da capo del MoVimento 5 Stelle uscito dalle urne come la principale forza politica, erede sul piano numerico di quella che era stata la Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi, Amintore Fanfani, Aldo Moro, Giulio Andreotti, avrebbe potuto diventare presidente del Consiglio, e non solo uno dei due vice nominati per sorvegliare il presidente. E di nuovo ha rischiato di diventarlo l’anno dopo, se solo avesse accettato la strizzatina d’occhio, o qualcosa di più, rivoltagli da un Matteo Salvini, l’altro vice presidente del Consiglio allora in carica ma in difficoltà per avere sbagliato modi e tempi della crisi aperta praticamente su una spiaggia, o quasi, scommettendo sui “pieni poteri” che avrebbero potuto derivargli da uno scioglimento anticipato delle Camere, e conseguente ritorno alle urne.

            Caspita, possiamo ben dire di avere rischiato grosso. E avremmo potuto continuare a dirlo per il futuro più o meno immediato se il presidente della Repubblica Sergio Mattarella non ci avesse fatto la grazia, poco più di sei mesi fa, di mandare a Palazzo Chigi uno come Mario Draghi. Che il Ferragosto non sappiamo neppure dove e come lo abbia trascorso: forse leggendo i rapporti sull’Afghanistan con le mani fra i capelli, e pensando a quel che erano riusciti a combinare nell’arco di vent’anni i capi più o meno professionali, e liberamente eletti, del suo e nostro amato Occidente. 

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Lezione di anti-populismo a Enrico Letta in corso-trasteverino….

Marcelle Padovani
Titolo del Dubbio

Patito com’è della cultura francese, tanto da esservisi rifugiato, o tornato, dopo la delusione procuratagli dalla politica italiana col brusco licenziamento da Palazzo Chigi per iniziativa del suo stesso partito -il Pd- appena passato sotto la guida di Matteo Renzi, nel 2014, Enrico Letta dev’essere rimasto come una statua di sale a leggere la lunga e bella intervista di Marcelle Padovani a Repubblica sui suoi quasi 50 anni trascorsi in Italia. Dove venne da Parigi, inviata dal suo Nouvel Observateur, per un reportage politico e, affascinata da Bruno Trentin intervistandolo, vi rimase  per unirsi a lui. E per scoprire e apprezzare l’aspetto o addirittura “la natura di laboratorio” politico e sociale del nostro paese.  Cioè di un luogo “dove -ha spiegato- si mescolano elementi raffinati e complessi che esigono risposte altrettanto raffinate e complesse”.

            Il compianto Trentin, da lei conosciuto come segretario generale della Fiom ma destinato a diventare nel 1988 segretario confederale della Cgil, aiutò Marcelle, di una ventina d’anni più giovane di lui, a conoscere e capire il laboratorio di una sinistra ancor più divisa ed esposta al vento del terrorismo che nella sua Francia.

La storica foto di Falcone e Borsellino insieme
Il libro di Padovani con Giovanni Falcone

            Giovanni Falcone, che la trattò in un primo momento a Palermo con una rudezza da fuga ma alla fine se ne fidò a tal punto da scrivere praticamente con lei un libro a quattro mani, al cui testo dattiloscritto in francese propostogli nel 1991 a San Candido apportò solo qualche correzione, l’aiutò  a conoscere il laboratorio della mafia e quello attiguo -direi- dell’antimafia. Dove curiosamente si lavorava più contro Falcone che contro i mafiosi su cui indagava il magistrato più raffinato e culturalmente attrezzato d’Italia in quel tipo di lavoro. Non a caso la mafia lo avrebbe liquidato l’anno dopo, nel 1992, con una ferocia bestiale, organizzando contro di lui a Capaci un attentato da mattanza, quasi come quello che due mesi dopo avrebbe eliminato l’amico e collega Piero Borsellino.

            Secondo Marcelle noi italiani, con i quali prudentemente non si confonde, come con gli stessi francesi, preferendo definirsi per le origini isolane della sua famiglia una “corso-trasteverina”,  dimentichiamo “troppo in fretta” sia la natura di laboratorio del nostro Paese sia i successi che riusciamo a conseguire. “Nella lotta contro la mafia e il terrorismo lo Stato alla fine ha vinto nella sorpresa generale. Lo stesso sta avvenendo col populismo”, ha detto.

            Il populismo è sconfitto?, le ha chiesto con un certo scetticismo Concetto Vecchio. E lei, sicura e al tempo stesso rapida nell’intuire l’errore che forse il suo intervistatore -probabilmente in linea, come vedremo, col segretario del Pd Enrico Letta- stava commettendo, ha risposto: “Lo sarà. Per populismo mi riferisco a quello dei Cinquestelle, perché Matteo Salvini è soltanto un demagogo che ricorre al populismo quando gli serve”.

Marcelle Padovani a Repubblica

            Ecco il punto, come accennavo. E come il segretario del Pd temo che non abbia per niente gradito e tanto meno condiviso. Da quando è succeduto a Nicola Zingaretti interrompendo il suo dorato esilio parigino, fatto di insegnamento e di consulenze ben retribuite che gli ha appena rinfacciato un giornale come il debenedettiano Domani, che pure ad occhio e croce sembra condividerne la linea, Enrico Letta ha continuato a scommettere come il suo predecessore sull’evoluzione, chiamiamola così, dei pentastellati, anche a costo di trovarseli, con Giuseppe Conte alla presidenza del movimento, competitivi elettoralmente. E ciò almeno per quel poco che rimarrà dei grillini nelle prossime elezioni, anticipate o ordinarie che finiranno per essere, dopo o a causa del modo in cui le Camere scioglieranno a febbraio il nodo del Quirinale. Su cui peraltro Marcelle ha mostrato di avere idee, al solito, molto chiare. “Sarebbe auspicabile che Mattarella accettasse un secondo mandato”, ha detto la giornalista e scrittrice, convinta dell’opportunità, anzi necessità, che Mario Draghi debba “rimanere a Palazzo Chigi” perché “ne va della credibilità dell’Italia a livello europeo”.

Ma su questo penso che anche il segretario del Pd possa e debba riconoscersi, riprendendosi dal colpo ricevuto con la denuncia del “populismo” pentastellato più autentico e pericoloso, nella valutazione di Marcelle, di quello di Salvini avvertito e denunciato invece da Enrico Letta. Che nel suo antileghismo forse da ossessione più che da analisi, ignorando per esempio la musica che ormai suona quasi quotidianamente da quelle parti il ministro Giancarlo Giorgetti, si è messo a cavalcare anche il caso provocato dal sottosegretario salviniano Durigon. Il quale ha proposto di reintestare ad Arnaldo Mussolini il parco di Latina assegnato alla memoria di Falcone e Borsellino. “E’ la conferma che i cattivi a volte riposano, gli imbecilli no”, ha commentato con la solita franchezza Marcelle, la “corsa-trasteverina” che Enrico Letta potrebbe incontrare e frequentare solo attraversando dalla sua casa al Testaccio il primo ponte a portata di piede sul fiume di Roma.

Pubblicato sul Dubbio

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