COVID19 – fase2 – Epidemia al 10/05/2020: elaborazione su dati lab24.ilsole24ore.com/coronavirus.

Il tampone positivo stabilisce che la persona è contagiata e potenziale contagiante, senza o con i noti sintomi e segni della malattia da COVID-19. In Italia sono stati effettuati 2,57 milioni di tamponi, di cui il 18,9% in Lombardia, il 17,13% in Veneto, l’1,8% in Calabria e lo 0,36% in Molise.

I contagiati  su  100.000 abitanti sono: Italia 363; Lombardia 810; Calabria 58; Molise 121.

L’indice di infettività in Italia è inferiore ad 1 persona  per ogni contagiato. La percentuale dei contagiati  non ancora negativizzati  (malati) in  Italia è 38%  rispetto all’ 85% del 11/03. L’incremento  dei contagiati, da ieri ad oggi, è: Italia 0,37% da 22,8 ; Lombardia 0,35% da 20,3 ; Calabria 0,27% da 46,2; Molise 6,63% da 5,26.

La distribuzione di questi  incrementi è disomogeneo. Le regioni in cui l’incremento è superiore allo 0,35%  sono: PIE, LIG, LAZ, MAR, PUG, SIC, ABR, SAR, VAO, BAS, MOL (6,63) (popol. 26,3 milioni). Le province in cui l’incremento è superiore al 0,70% sono: PV, BI, GR, IM,SV, MC, AV, BA, PA, PE, SU, OR, VV, MA, CB (8,49) (popol  6,1 milioni).

Terapie disponibili: ossigeno con o senza assistenza ventilatoria, anti-infiammatori (cortisone a tempi e dosi appropriati, inibitori selettivi del cox2), anti-virali (es. Remdesivir – sperimentazione internazionale dr. Fauci conclusa, risultati in attesa di pubblicazione, uso specifico per COVID19 già ora  concesso da FDA-U.S.), anticoagulanti, plasma umano da soggetti immunizzati (utilizzata in alcuni centri con sperimentazione specifica in corso), terapie di sostegno.  Usare cortisone tempestivamente (tosse secca-febbre-fiatone a riposo) con attenzione ai possibili rischi dopo interruzione troppo repentina di dosi alte e prolungate (J.Clin.Endocrin Met). Vaccino in corso di sperimentazione umana internazionale, per ora risulta sicuro e non nocivo, fase successiva in corso (oltre mille volontari già arruolati).

 Prevenzione: distanziamento, protezioni individuali, protezioni nei luoghi di lavoro, studio, etc. Test diagnostici (tamponi, sierologici) da usare anche in persone asintomatiche, monitoraggio con App telefono.

Grafico:  Dall’ 1/3 l’andamento nazionale degli incrementi quotidiani di alcuni parametri è espresso come media mobile di 7giorni. Si osserva: a) decelerazione della epidemia intorno al 24/03, b) accentuata decelerazione dei malati intorno al 7/04, c) il numero dei nuovi guariti supera quello dei nuovi contagiati intorno al 28/04, d) decelerazione lenta dei nuovi decessi iniziata  intorno al 5/04.

 

Grafico Salvatore.jpeg

 

Elaborazione di Salvatore Damato, professore associato di malattie respiratorie

Salvatore.jpeg

salva.damato@libero.it

 

Bonafede e il governo tra la bandiera e lo straccio di un decreto legge carcerario

            Fra i vari, troppi inconvenienti del decreto legge approvato a tamburo battente dal Consiglio dei Ministri per  fare rimandare nelle celle, e chiuderli bene a chiave, o piantonarli a dovere in qualche ospedale, i mafiosi e narcotrafficanti, veri o presunti, condannati o ancora sotto processo, trasferiti a casa dai giudici di sorveglianza per paura del coronavirus, c’è l’assai infelice coincidenza col giorno in cui il capo Moro.jpegdello Stato in persona ha ricordato i 42 anni trascorsi, appunto ieri, dalla terribile morte di Aldo Moro. La cui carriera ministeriale cominciò nel 1955 proprio dove siede ora il guardasigilli grillino Alfonso Bonafede, che questo decreto ha voluto  per scrollarsi di dosso, in tempo per i suoi prossimi appuntamenti parlamentari, appesantiti da una mozione di sfiducia individuale depositata al Senato dal centrodestra, il sospetto di non essere stato abbastanza duro con i detenuti di mafia. Moro -credetemi- per dottrina penale, di cui era Titolo Fatto.jpegprofessore, e per formazione politica non si sarebbe mai lasciato tentare da un provvedimento del genere. Che somiglia più a uno straccio che ad una bandiera,  sventolata invece sulla prima pagina dal Fatto Quotidiano.

             Un uso così strumentale di un decreto legge, a fini più emotivi che reali, si era visto solo nel 1991 ad opera dell’allora guardasigilli socialista Claudio Martelli con l’avallo di un presidente del Consiglio, Giulio Andreotti, cui poi non fu risparmiata per questo l’onta dell’accusa di concorso Bonafede.jpegesterno in associazione mafiosa. L’ho già ricordato e lo ribadisco, ora che Bonafede è stato Nino Di Matteo.jpegaiutato a Palazzo Chigi da Giuseppe Conte in questa specie di controffensiva dopo lo scontro mediatico avuto col consigliere superiore della magistratura Nino Di Matteo. Che ancora non gli perdona, dopo due anni, di avergli proposto e poi negato la nomina a capo del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria mentre-guarda caso- i boss mafiosi in carcere minacciavano proteste.

               Ora tutto sarebbe a posto, secondo Bonafede e Conte. Entro 15 giorni i giudici di sorveglianza rivedranno le pratiche e decideranno se confermare o no i loro provvedimenti alla luce di nuove valutazioni sull’andamento dell’epidemia, sulla capienza delle strutture penitenziarie e  sulla disponibilità dei posti in ospedale. Poi se ne occuperanno ogni 30 giorni, sino a quando tutti i liberati -saliti nel frattempo da più di 300 a più di 400- non torneranno dove la stragrande maggioranza della gente comune, e degli elettori, li vorrebbe naturalmente vedere.

               Nel frattempo questa gente comune, diciamo così, può risparmiarsi ogni scomoda riflessione su un passaggio così poco discutibile dell’amministrazione della giustizia, intesa in senso lato e minuscolo, festeggiando la liberazione -finalmente- della giovane volontaria italiana Silvia Romano, sequestrata Schermata 2020-05-10 alle 04.38.34.jpegun anno e mezzo fa a fini estorsivi dalle solite bande armate in Kenia. Alla povera e inconsapevole Silvia -ben tornata a casa, naturalmente-  capita in fondo l’involontaria missione pacificatrice degli animi svolta nell’estate del 1948 da Gino Bartali vincendo alla grande in bicicletta in Francia dopo l’attentato a Palmiro Togliatti in Italia. Dove si temeva una rivolta dei comunisti che non avevano ancora digerito la sconfitta elettorale del 18 aprile.

             Ah, quanti scherzi riesce a testo Scalfari.jpegprodurre la politica anche in questi tempi di coronavirus, in cui comunque anche ad Eugenio Scalfari  su Repubblica viene il sospetto, sia pure per altri versi, che quella di Conte, da lui stimatissimo, sia “una posizione incerta”, letteralmente. 

 

 

 

 

Ripreso da http://www.startmag.it http://www.policymakermag.it

Silvio Berlusconi e Matteo Renzi leader ormai consumati dell’ossimoro

            Silvio Berlusconi e Matteo Renzi, in ordine rigorosamente alfabetico, sono un po’ i leader dell’ossimoro. E’ stupefacente la loro prevedibile… imprevedibilità negli schieramenti politici dove si trovano in condizioni di comune disagio: l’uno all’opposizione con gli scomodi Matteo Salvini e Giorgia Meloni, l’altro al governo con gli scomodi, anche loro, Giuseppe Conte, Nicola Zingaretti e compagni di Pier Luigi, Bersani, Massimo D’Alema e altri ancora usciti a suo tempo dal Pd in odio a lui, che ne era ancora il segretario, pur dopo avergli fatto perdere anche da presidente del Consiglio -ricordate?- il referendum del 2016 sulla riforma costituzionale. Che, se approvata, ci avrebbe forse risparmiato molti degli inconvenienti attuali nella gestione, per esempio, dell’emergenza virale a sostanziale mezzadria fra governo e regioni.

            I due leader dell’ossimoro furono già protagonisti insieme di una stagione politica nota come quella del “Patto del Nazareno”, che coronò peraltro il sogno di Giuliano Ferrara. Egli scrisse un saggio di un certo successo per dipingerli, rispettivamente, come il padre e il figlio, il re e il royal baby. Ricordate anche questo? E chissà quanto sarebbe durata quell’esperienza, e con quali risultati forse buoni per il Paese com’è invece ridotto adesso, se involontariamente, ma Mattarella.jpegmolto involontariamente, non li avesse fatti litigare Sergio Mattarella salendo nel 2015 al Quirinale, spintovi solo da Renzi. Che poco meno di due anni dopo se ne pentì, secondo me, lasciandolo pure capire ogni tanto con qualche stilettata verbale, perché si vide respingere dal Quirinale la richiesta delle elezioni anticipate dopo una sconfitta referendaria avvenuta col 40 per cento dei sì: insufficiente di certo a vincere quella partita ma più che sufficiente a vincere quella eventuale delle elezioni politiche se l’ancòra segretario del Pd avesse potuto accedervi.

            Nella sua prevedibile, ripeto, imprevedibilità il giovane Renzi -questa volta inverto l’ordine dei fattori, tanto il risultato non cambia- ha spiazzato i tifosi della crisi con un accordo, compromesso o qualcosa del genere fra la sua delegazione e Conte in persona per andare avanti, senza fare dei guai del guardasigilli o del problema dei migranti da regolarizzare per i raccolti agricoli un’occasione di rottura.

             Il vecchio Berlusconi, dal canto suo, ha permesso ai suoi, al Senato, di condividere quanto meno la presentazione di una mozione di sfiducia individuale al ministro della Giustizia dopo averlo escluso per questioni di principio. “E’ una deroga di cui ho preso atto”, ha detto Renato Schifani sapendo che Forza Italia è stata sempre contro questo strumento parlamentare di lotta politica da quando la sinistra cominciò ad usarlo, nel 1995, contro Filippo Mancuso, destinato a diventare parlamentare berlusconiano ma allora ministro della Giustizia del governo di Lamberto Dini. Che lo scaricò, su pressione di Oscar Luigi Scalfaro al Quirinale e dell’allora Pds-ex Pci, per avere osato sfidare la potentissima Procura della Repubblica di Milano -quella delle indagini più o meno epiche sul finanziamento illegale della politica- disponendo un’ispezione non arbitraria ma prevista dalla legge.

            Salvini, già infastidito dalla rappresentazione che se ne fa come di un leader in difficoltà nel suo stesso Salvini.jpegpartito, ha comprensibilmente gioito del cambiamento di posizione di Berlusconi sulla mozione leghista contro Bonafede, la coerenza un po’ meno. A meno che per coerenza non si intenda l’ossimoro, dicevo, della prevedibile… imprevedibilità.

 

 

 

Ripreso da http://www.startmag.it http://www.policymakermag.it

Marco Pannella fu davvero speciale, anche quando faceva errori

            Non so cosa abbia contribuito di più all’inusuale celebrazione di Marco Pannella a 90 anni dalla nascita, e non 100, come di solito si fa, e si è fatto ultimamente  prima per Giulio Andreotti e poi per Aldo Moro: di più, dicevo, fra il reale spessore dell’uomo, la nostalgia della sua leadership confrontata con quella degli attuali protagonisti della politica, di maggioranza o di opposizione, o la forza della lobby radicale, per quanto quel mondo avesse giù cominciato a dividersi con Marco vivo. Che un po’ divorava i suoi figli come Saturno vedendoli crescere.

            Quando scrivo di “lobby” lo faccio -sia chiaro- in senso non negativo, come prevalentemente avviene, ma positivo, essendo stata ed essendo quella radicale una consorteria nobilissima, al servizio di grandi cause civili e di diritti troppo a lungo negati o compressi, al netto naturalmente di tutti gli errori che possono essere stati compiuti da quelle parti e di tutte le opinioni contrarie.

            Ecco, visto che se n’è parlato e scritto prevalentemente bene, come si fa generalmente per e con i morti, in questo caso a soli 4 anni dalla dipartita, a avrei ben poco da aggiungere, è proprio un errore, il più clamoroso, di Pannella che vorrei ricordare per sottolineare anche in questo la diversità del personaggio rispetto alle abitudini della politica. Lui era capace di riconoscere i suoi sbagli e di scusarsene, per giunta in pubblico prima ancora che in privato.

            Contro Giovanni Leone, eletto al Quirinale alla fine del 1971 come soluzione di compromesso tra Amintore Fanfani e Aldo Moro, troppo forti nel proprio partito, la Dc, per scalare con successo il colle più alto di Roma, Pannella si impuntò molto curiosamente. Prima lo attaccò per Leone.jpegle abitudini scaramantiche, tutte della sua terra, che lo spingevano a proteggersi o a prevenire i guai facendo le corna con le dita, senza avere neppure l’astuzia di nasconderle, tanto l’uomo era spontaneo. Poi il leader radicale si unì, se non addirittura guidò una infame campagna diffamatoria: lui, poi, Marco che era un garantista dai capelli, sempre avuti in abbondanza, ai piedi. Quella volta, chissà perché, egli inciampò nella campagna mediatica avvolta nella carta di un libro di Camilla Cederna, poi condannata in tribunale: una campagna  cominciata e cresciuta per le  denunce dei redditi di Leone, per le grazie che concedeva e per i rapporti amichevoli con un collega professore universitario sfortunatamente rappresentante in Italia dell’americana Loockeed, indulgente con la pratica delle tangenti per vendere i suoi aerei di trasporto militare nel mondo.

            A quella campagna ad un certo punto decise di appendere gli interessi politici del suo partito Enrico Berlinguer, che dall’interno della maggioranza di solidarietà nazionale di cui faceva parteBerlinguer.jpeg reclamò e ottenne le dimissioni di Leone da capo dello Stato, peraltro a soli sei mesi di distanza dalla scadenza del suo mandato, e quindi con un effetto denigratorio raddoppiato. Il mio amico Marco, che pure non era uno sprovveduto, e non era neppure tenero con i comunisti, naturalmente ricambiato, una volta tanto non si insospettì. E gli capitò cosi di partecipare alla crocifissione politica di un presidente della Repubblica che nei 55 giorni della prigionia del povero Moro nelle mani dei sanguinari brigatisti rossi, aveva Moro  morto.jpegavuto il torto -agli occhi dei comunisti- di non  condividere la cosiddetta linea della fermezza, sino a predisporre, peraltro inutilmente, la grazia ad una terrorista compresa nell’elenco dei detenuti che quei criminali volevano scambiare col loro ostaggio. Dopo una ventina d’anni, tardi ma in tempo perché Leone potesse consolarsene nel suo rifugio alle Rughe, Pannella si scusò con lui trascinandosi appresso una volta tanto anche i comunisti.

 

 

 

Ripreso da http://www.policymakermag.it

Si è aperta una fase 2 anche al Quirinale: elezioni anticipate in mascherina

            Il 4 maggio non è cominciata, nella solita confusione di idee e parole, ma sotto sotto anche con un pizzico di fiducia, la cosiddetta fase 2 dell’emergenza virale: non del governo, per Mattarella.jpegcarità, perché quella si è persa per strada col sopraggiungere del Codi 19, dopo essere stata programmata per la fine di gennaio. E forse non è stato neppure un male per Giuseppe Conte, perché le fasi 2 ai governi portano generalmente male.

Lunedì scorso, all’incirca, è maturato anche un altro approccio del sempre più preoccupato presidente della Repubblica al movimento o sommovimento dei partiti, di maggioranza e di opposizione, attorno all’esecutivo. Sergio Mattarella è passato -mi dicono, spiazzando anche alcuni suoi consiglieri- da un no secco ad un altrettanto secco sì all’ipotesi di elezioni anticipate in autunno, anche a costo di mandare gli elettori alle urne con la mascherina, e con le distanze di sicurezza definite addirittura “sociali” da molti senza rendersi conto dell’enormità di questo aggettivo. Cui sarebbe preferibile quello di “fisiche”.

Apparentemente contraddittoria, la linea del capo dello Stato è rimasta invece coerente, come vedremo, con la sua ostilità, nei tempi che corrono e che non sono molto luminosi, ad una crisi al buio, da aprire e affrontare come in una bisca.

Il 17 aprile scorso -segnatevi bene questa data- il quirinalista principe del nostro giornalismo, che è Marzio Breda, traduceva così sul Corriere della Sera lo stato d’animo del presidente dellaBreda del 17 aprile.jpeg Repubblica di fronte ai partiti che maramaldeggiavano più o meno esplicitamente per un’altra crisi estiva diretta questa volta con successo, contrariamente all’anno scorso, quando fu attivata da Matteo Salvini, verso la chiamata autunnale alle urne: “Prima di tornare al voto servono un referendum e una legge elettorale. Chi li farebbe? E anche per cambiare in corsa il capo del governo (se mai ci si riuscisse) occorrerebbero almeno due-tre mesi di consultazioni e negoziati. Una follia pensarci, mentre il virus infuria”.

Il referendum di cui scriveva il quirinalista del Corriere è naturalmente quello sulla riduzione del numero dei parlamentari, già indetto per il 29 marzo ma  rinviato a data ancora da fissare per evitare di trasformarlo in un’occasione di contagio virale. La legge elettorale è quella naturalmente conseguente alla realtà di un Parlamento cambiato così radicalmente, a rischio di non poter più contenere la rappresentanza di parti consistenti del Paese applicando la legge elettorale oggi in vigore.

Ebbene, vediamo cosa lo stesso Breda, parlando al Quirinale con le stesse persone, cioè attingendo alle stesse fonti, ha scritto non più tardi del 6 maggio scorso: “Se poi davvero la deadlineBreda del 6 maggio.jpeg del governo Conte fosse a giugno, come si sostiene, Mattarella ci mancherebbe alle urne a settembre, nel quadro istituzionale che c’è adesso. Cioè con l’esecutivo dimissionario a traghettarci al voto. Con i sommovimenti tra i due fronti suggeriti dagli ultimi sondaggi, nessuno può dare per scontato come andrebbe a finire”.

Che cosa è accaduto fra il 17 aprile e il 6 maggio perché gli umori al Quirinale cambiassero così tanto? Che cosa è accaduto oltre all’apertura della già ricordata fase 2 dell’emergenza, in cui il virus ha perso forza, come dicono gli esperti, ma non si è certamente spento e non ha smesso di fare paura, essendo stati tutti gli allentamenti delle restrizioni  accompagnati con l’avvertimento che si potrebbe tornare indietro in qualsiasi momento? E’ accaduto che Mattarella si è sentito frainteso dai protagonisti e attori della politica, di maggioranza e di opposizione, ed ha reagito con la durezza di cui solo i calmi sono capaci quando si arrabbiano davvero.

Poiché il no alle elezioni anticipate, che dipendono -ricordiamolo- dalle valutazioni solo del presidente della Repubblica per esplicito dettato costituzionale, che lo obbliga solo a “sentire” prima i presidenti delle Camere per questioni, diciamo così, di galateo istituzionale, è stato interpretato da qualche parte -ripeto, di maggioranza e di opposizione- come licenza a giocare col governo come al pallone, mandandolo in porta e fuori porta, in tribuna o altrove, perché alla fine il presidente della Repubblica avrebbe sempre trovato il modo di venirne a capo senza elezioni, Mattarella ha cambiato, diciamo così, il suo schema di gioco. E in nome della chiarezza, che in un sistema parlamentare quale continua ad essere il nostro, pur nell’emergenza virale,  non può prescindere più di tanto dalla sovranità popolare, scritta anch’essa in Costituzione, ha avvertito i giocatori delle due squadre formalmente in campo che è pronto a mandarle negli spogliatoi. E poi se la vedono loro con gli elettori, pagando il prezzo che costoro decideranno.

Pazienza- sembra di capire, se quello di Mattarella è un colpo vero, come merita di essere interpretato per l’autorità del capo dello Stato, e non a salve- se il Parlamento uscito da elezioni anticipate nascerà comunque ammaccato e delegittimato, essendo destinato dopo qualche mese a sembrare superato dal dimagrimento prevedibile col referendum che dovrà svolgersi successivamente. A meno che gli umori popolari non cambino tanto da fare scoprire che quel dimagrimento farebbe più male che bene alla democrazia rappresentativa. Anche questo forse si potrebbe mettere nel conto del fantasma elettorale che si aggira adesso nei palazzi della politica.

 

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 10 maggio

Ora Bonafede deve guardarsi soltanto da sorprese sul fronte giudiziario

            Gli amici, quelli veri, del guardasigilli grillino Alfonso Bonafede, sono in ansia, per quanto lui sia saldo politicamente al suo posto: sostenuto, oltre che dal suo partito, dal presidente del Consiglio, dal Pd e dalla sinistra dei liberi e uguali, criticato nella maggioranza solo dai renziani. Che tuttavia, minacciosamente agitati già su migranti e altro, sembrano non volere votare o solo astenersi su una mozione di sfiducia individuale al guardasigilli che non fosse presentata da tutto il centrodestra. Dove però i forzisti di Silvio Berlusconi sono contrari per questione di principio, non avendo mai condiviso il ricorso a questo strumento adottato per la prima volta nel 1995 contro l’allora guardasigilli assai garantista Filippo Mancuso.

            La paura, in particolare, è che qualche magistrato possa cadere nella tentazione di considerare notizia di reato Di Matteo.jpegil racconto fatto in persona per la prima volta dal consigliere superiore della magistratura Nino Di Matteo, confermando notizie già diffusesi due anni fa, di avere ricevuto da Bonafede una strana offerta alla guida del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria: strana perché subito ritirata in coincidenza con voci, rapporti, intercettazioni e quant’altro sulla decisa e minacciosa contrarietà dei boss mafiosi detenuti.

            “L’ultimo pubblico ministero della Procura di Guastalla ha un potere immenso. Può mettere sotto indagine il presidente del Consiglio, anzi il Papa. Chi ha il coraggio di dire qualcosa?”, ha dichiarato in una intervista, commentando Martelli.jpegproprio la sortita di Di Matteo, il generale dei Carabinieri in pensione Mario Mori. Che è sotto processo in appello a Palermo con gli altri imputati condannati in prima istanza per l’accusa, condotta dallo stesso Di Matteo, di avere trattato con la mafia fra il 1992 e il 1994. Lo scopo sarebbe stato di farla recedere dalle stragi, anche a costo di concorrere al reato, appunto contestatogli, di minaccia a corpo politico dello Stato.

            Bonafede, insomma, appena definito impietosamente sulla prima pagina di Repubblica “un Folli in prima.jpegministro sbagliato”, per giunta Folli interno.jpeg“in un governo stanco” all’interno, potrebbe finire indagato, naturalmente con le procedure del cosiddetto tribunale dei ministri, per avere ceduto ai ricatti dei mafiosi: un’ipotesi “insinuante” alla quale il guardasigilli ha reagito con sdegno a vedersela formulare mediaticamente e politicamente sulla base del racconto fatto da Di Matteo. Che, dal canto suo, potrebbe rischiare un procedimento per calunnia

            Sdegnato com’è, Bonafede ha accolto non so se più il consiglio o la sfida televisiva di uno dei suoi predecessori, il socialista Claudio Martelli, preannunciando alla Camera un decreto legge per riportare in carcere le centinaia di detenuti di mafia e di  narcotraffico mandati ai domiciliari negli ultimi cinquanta giorni per ragioni di salute connesse anche ai rischi di contagio virale.

            Lo stesso Martelli ai suoi tempi, con Giulio Andreotti a Palazzo Chigi, fece varare dal governo un decreto legge per rimandare in carcere detenuti di mafia Andreotti.jpegappena liberati Schermata 2020-05-07 alle 07.02.26.jpegper scadenza dei tempi della carcerazione preventiva dopo una pronuncia della Cassazione firmata da Corrado Carnevale, finito poi in un lungo tunnel giudiziario per uscirne assolto.

            Neppure quella muscolare iniziativa assunta dal governo, e ripetutamente rivendicata dall’interessato, risparmiò poi ad Andreotti l’accusa della Procura di Palermo, e relativi processi, di concorso esterno in associazione mafiosa.

           Si potrebbe dire, con i dovuti scongiuri -immagino- di Bonafede, che è sempre in agguato la legge del contrappasso di memoria dantesca.

 

 

 

Ripreso da http://www.startmag.it http://www.policymakermag.it

I paradossi interscambiabili di Alfonso Bonafede e Nino Di Matteo

            Tranquilli, signore e signori del fronte giustizialista come di quello garantista, entrambi attraversati dal brivido dell’imprevista lite a distanza fra il guardasigilli grillino Alfonso Bonafede e quello GILETTI.jpegmancato, sempre sotto le cinque stelle, Nino Di Matteo.  E’ lo scontro, naturalmente, consumatosi domenica sera, a giornali ormai chiusi, in quella che Massimo Giletti non vuole chiamare “arena” televisiva, ma che spesso cerca e riesce a realizzare per tirare su gli ascolti e fare contento l’editore Urbano Cairo. Che il conduttore nomina ogni volta che è costretto a interrompere grida e insulti degli ospiti per far passare i lucrosi messaggi pubblicitari.

            Né Bonafede né Di Matteo, in ordine rigorosamente alfabetico, rimetteranno i loro posti, rispettivamente, di ministro della Giustizia e di consigliere superiore della magistratura: l’uno accusato dall’altro di avergli offerto quasi due anni fa la direzione di tutte le carceri italiane e di averci ripensato, ripiegando sulla proposta di fare il direttore degli affari penali del dicastero di via Arenula, dopo le reazioni troppo forti  dei chissà come informati e comunque intercettati boss mafiosi in regime di detenzione durissima.

            Bonafede, sorpreso ancora dal rifiuto di Di Matteo di essere con lui quel collaboratore diretto e influente che Giovanni Falcone fu col guardasigilli socialista Claudio Martelli, rimarrà al suo Bonafede.jpegposto, per quanto spiazzato dalla delusione non ancora passata al magistrato più minacciato e protetto d’Italia. La sua difesa è per il presidente del Consiglio un’emergenza in qualche modo paragonabile, per intensità e pericolosità, a quella del coronavirus. Figuratevi se Giuseppe Conte potrà farsi influenzare dalle opposizioni o dalla solita dissidenza renziana nella maggioranza per mettere in discussione il capo addirittura della delegazione del maggiore partito della coalizione al governo. In soccorso del quale, peraltro, sono intervenuti più o meno rapidamente il capo reggente del movimento grillino Vito Crimi, il suo predecessore e ministro degli Esteri Luigi Di Maio e il Pd per bocca del vice segretario, e predecessore dello stesso Bonafede al Ministero della Giustizia, Andrea Orlando. Che pure non aveva molto apprezzato, prima dell’emergenza virale, la tentennante e contraddittoria gestione della riforma del processo penale da parte del guardasigilli, una volta scattata il 1° gennaio la ormai miniprescrizione valida sino alla prima sentenza di giudizio.

            Di Matteo, dal canto suo, figuratevi se si lascerà tentare dall’idea delle scuse, o addirittura delle dimissioni dal Consiglio Superiore della Magistratura, con tutte le maiuscole Spataro.jpegdovute,  dopo  le critiche ricevute dai tre consiglieri “laici” delle 5 Stelle e La Stampa.jpegl’imbarazzo procurato anche ad un collega, per quanto ormai in pensione, del nome, dell’esperienza e del prestigio di Armando Spataro. Che di fronte alle uscite nuove e vecchie di Di Matteo “è rimasto senza parole” in una intervista alla Stampa. Che tuttavia il giorno dopo in “retroscena” molto simile a un’intervista ha messo a suo agio un Di Matteo “per niente pentito”. Contemporaneamente Repubblica ne ha a suo modo Repubblica.jpegcondiviso il malumore verso Bonafede titolando in prima pagina sulla “lista segreta” dei 376 fra mafiosi e narcotrafficanti trasferiti negli ultimi 50 giorni dal carcere a casa per ragioni di salute e rischio virale.

            Imbarazzato dalle polemiche, l’amico comune dei due protagonisti e direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio se l’è cavata applicando ad entrambi il nome di uno di loro astutamente Travaglio su buona fede .jpegseparato: Buona fede. E liquidandoTravaglio .jpeg invece il giorno dopo come “malafede” la difesa di Di Matteo da parte dei forzisti dei “mafiosi”- ha scritto-  Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri.

 

 

 

Ripreso da http://www.startmag.it http://www.policymakermag.it

La “ripartenza” accolta con sollievo, a parte le solite stecche o ironie….

            A parte quel “po’ di paura” avvertita nel titolo di Repubblica, ma ancor più da Vauro in quella Repubblica.jpegvignetta del Fatto Quotidiano in cui il povero Giuseppe Conte è stato riproposto nei panni Corriere.jpegtragici di Amleto alle prese col coronavirus, l’avvio della “fase 2” o “ripartenza” sulla strada emergenziale Messaggero.jpegimpostaci dall’epidemia è stato registrato generalmente con Il Foglio.jpegsollievo dai giornali. Chi più e chi meno ha tirato un sospiro di sollievo, sino a spingersi, come Il Foglio, a parlare in rosso di “ottimismo”, pur “trascurabile” forse per scaramanzia.

             Non sono mancati naturalmente i pessimisti, diciamo così, istintivi che hanno esasperato le indubbie incertezze e confusioni anche del secondo di chissà quanti tempi ancora di questa partita virale La Verità.jpegper gridare la propria protesta. Penso, per esempio, alla “pagliacciata in mascherina” gridata dalla Verità di Maurizio Belpietro, come in un Carnevale ormai fuori stagione.

            Un po’ di sollievo, anzi di vera e propria fiducia, per la ripartenza è stato manifestato da un pur vecchio imprenditore come l’ingegnere Carlo De Benedetti. Che proprio ieri, a 85 anni compiuti nello scorso autunno, e quindi in marcia verso gli 86, ha annunciato la fondazione Carlo De Benedetti.jpegnella “sua” Torino, naturalmente, di una nuova società – Domani- propedeutica ad un omonimo giornale quotidiano. Che egli ha deciso di fare uscire a settembre,  dopo essere rimasto orfano di Repubblica, venduta dai figlioli a Jhon Elkann, il nipote del compianto avvocato Gianni Agnelli. Di cui l’ingegnere è stato collaboratore e poi concorrente, e che concorrente.

            Alla presidenza della nuova società Carlo De Benedetti, che almeno per ora ne è l’unico azionista, ha chiamato l’amico senatore del Pd Luigi Zanda.jpegLuigi Zanda, dimessosi proprio per questo da tesoriere del partito di Nicola Zingaretti e da esponente della Stefano Feltri.jpegcommissione parlamentare d’inchiesta sul sistema bancario. Alla direzione del nuovo giornale, che si propone di essere un po’ corsaro, per ora di sole ma dense otto pagine, è stato designato il giovane Stefano Feltri, già vice direttore del Fatto Quotidiano e particolarmente ferrato in materia economica e finanziaria.

            Con ben poca eleganza, vista anche la provenienza del suo direttore designato, sul nuovo giornale si è già rovesciato, ben prima di affacciarsi nelle edicole o solo di sfornare i primi cosiddetti numeri Il Fato contro Domani.jpegzero, lo scherno, anzi la “cattiveria” vera e propria, come si chiama la rubrichetta di prima pagina che se n’è occupata, del Fatto di Marco Travaglio. Che non gli ha certamente dato il benvenuto declassandolo da Domani all’Altroieri: questione di stile, di gusto, o di educazione. Messa a confronto Domani.jpegcon questa presunta spiritosaggine, appaiono di altissima società l’evidenza e la neutralità dell’annuncio riservatogli da Repubblica, che pure dovrebbe subirne la maggiore e dichiarata concorrenza d’opinione, visti i propositi quasi di rivincita dichiarati espressamente dall’editore.

             Chi si riempie la bocca, solo la bocca purtroppo, dei valori della Costituzione cui si ispirò Il Fatto Quotidiano nascendo sotto la direzione di Antonio Padellaro -una Costituzione che nell’articolo 21 garantisce a tutti “il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni mezzo di diffusione”- dovrebbe apprezzare, non deridere, la nascita di un nuovo giornale, specie in un momento così critico per l’editoria. Auguri, pertanto, al vecchio ingegnere, per quante critiche mi sia capitato di rivolgergli dai giornali in cui ho lavorato, e a quanti gli daranno una mano in questa sfida, anche familiare.

 

 

 

 

Ripreso da http://www.policymakermag.it

 

 

 

 

 

 

Due schieramenti -di maggioranza e opposizione- ugualmente divisi e gassosi

Si fa presto a parlare, anche dopo gli ultimi dibattiti parlamentari sull’emergenza virale gestita dal governo Conte, ed entrata adesso in una nuova fase, di maggioranza e di opposizione. O di opposizioni al plurale, secondo la generalità delle rappresentazioni, come se differenze e contrasti non attraversassero pure la maggioranza.

Ebbene, entrambi gli schieramenti hanno una destra, un centro e una sinistra, anche se solo uno si chiama formalmente centrodestra. Ed è quello naturalmente a trazione leghista, che avrebbe probabilmente vinto le elezioni anticipate d’autunno se il presidente della Repubblica le avesse permesse e non fosse stato invece esentato dalla formazione improvvisata ed emergenziale della maggioranza giallorossa. Essa fu promossa a sorpresa nella scorsa estate da Matteo Renzi, ancora nel Pd, per evitare i famosi “pieni poteri” chiesti agli elettori dall’altro Matteo, cioè Salvini.

Il centro del centrodestra – non me ne voglia Berlusconi, che lo reclama- è della Lega per la sua consistenza elettorale, per quanto in arretramento secondo gli ultimi sondaggi. La destraSalvini.jpeg è naturalmente quella di Giorgia Meloni, che ne è orgogliosa, come se l’avesse pazientemente gestita e partorita come una figlia dopo la sostanziale scomparsa di Gianfranco Fini dalla scena. E la sinistra -non il centro, ripeto- è rappresentata inusualmente dal Cavaliere per la suaBerlusconi.jpeg obiettiva vicinanza maggiore, su tanti temi, a cominciare dai rapporti con l’Unione Europea, a larga parte, diciamo così, dell’altro schieramento: non tutto, però, perché i grillini, come vedremo, fanno storia a sé. Della linea di Berlusconi si  appena compiaciuto in una intervista alla Stampa Enrico Letta, del Pd, che pure a Palazzo Chigi lo aveva perduto come alleato nell’autunno del 2013.

L’altro schieramento è formato da un centro identificabile nel Pd di Nicola Zingaretti, ora anche per ragioni numeriche, dandolo i sondaggi più avanti del Movimento 5 Stelle uscito invece elettoralmente più forte, e perciò centrale, dalle urne del 4 aprile 2018. La posizione di destra spetta a Renzi, uscito dal Pd per denunciare ogni volta che può la vera o presunta sudditanza del Pd ai grillini.  Che egli classifica non a torto a sinistra quando denuncia gli sperperi prodotti dal loro cosiddetto reddito di cittadinanza e quelli che potrebbe procurare il reddito “universale”, proposto da Beppe Grillo in persona quando è insorta l’emergenza virale e se ne sono profilate le conseguenze economiche e sociali.

Ma i grillini non sono sempre e certamente individuabili a sinistra. Sono frequentemente anche a destra: quella sovranista, per esempio, della loro ostilità o diffidenza verso il meccanismo europeo di stabilità economica, o fondo salva-Stati, in concorrenza o nuova simbiosi con la Lega, scelta del resto come alleata di governo subito dopo le elezioni politiche di due anni fa.

I grillini si ritrovano a destra, almeno quella classica, anche nella concezione del carcere dove il secondino potrebbe gettare la chiave della cella in cui ha appena chiuso il detenuto di turno. E se Bonafede.jpegun magistrato ne tira fuori qualcuno perché le sue condizioni sanitarie lo hanno portato più vicino alla morte che alla vita, sono guai. Sotto questo profilo – me lo lasci dire senza malanimo personale l’interessato, ora anche capo della delegazione pentastellata al governo- il guardasigilli Alfonso Bonafede è finito a destra tanto rigorosamente quanto forse inconsapevolmente. per istinto. Avrà letto, spero, l’intervista dell’avvocato Franco Coppi al Dubbio.

Di fronte ad uno scenario del genere, con due schieramenti -ripeto- entrambi divisi, il meno che si possa lamentare della situazione politica è, diciamo così, il suo stato gassoso. Che, specie con l’aggravante dell’emergenza virale sopraggiunta alla stregua di una guerra, o un uragano, come preferisce dire il Papa, comporta confusione o addirittura marasma. E toglie giustamente il sonno anche al presidente della Repubblica. La cui loquacità in questo periodo, in termini di messaggi, appelli e quant’altro, dimostra da sola quanto egli sia preoccupato, e non ritenga forse sufficienti, o sufficientemente “chiari”, gli indirizzi e quant’altro del governo e del premier, prodigo di conferenze stampa, interviste e dichiarazioni, oltre che di decreti. Il cui acronimo una volta noto solo agli addetti ai lavori –dpcm– è entrato di prepotenza nelle cronache e negli stessi titoli dei giornali.

Alle prese con una realtà di questo genere, con i due classici schieramenti parlamentari e politici così divisi al loro interno, Aldo Moro si sarebbe messo probabilmente a lavorare per scomporli e ricomporli in altro modo, secondo le sue abitudini, accostando ulteriormente i più vicini su certi aspetti o problemi più urgenti di un programma di governo, e allontanandoli dagli opposti. Ma Moro è morto, peraltro in una maniera che più tragica non poteva essere, ben 42 anni fa. E, per quanti sforzi faccia spesso Eugenio Scalfari da qualche tempo di indicare Conte come un suo corregionale erede o emulo, accostandolo domenica scorsa su Repubblica anche a Cavour e persino a Papa Francesco, il paragone continua a sembrami temerario.

Va detto tuttavia, a beneficio di Conte, che la situazione politica attuale è terribilmente più complessa di quelle pur difficili gestite da Moro ai suoi tempi. Che avevano Conte.jpegcomunque  partiti Enrico Letta.jpegben strutturati e certezze internazionali, scomparse con la caduta del muro di Berlino e con la fine del cosiddetto mondo bipolare modellato a Yalta. “Un abisso ci può inghiottire”, ha osservato Enrico Letta aggiungendo: “La politica non è lacerata, è proprio a coriandoli”.

Non c’è adesso qualcosa di paragonabile all’extraparlamentarismo di sinistra prodotto dalla contestazione sessantottina, che spinse per forza di cose il Pci verso il centro, non certamente al centro, e consentì a Moro quell’apertura ai comunisti passata alla storia come “strategia dell’attenzione”, pur con tutti i suoi inconvenienti sfociati nel terrorismo che costò la vita allo stesso Moro. Cui i brigatisi rossi non perdonarono di volere “imborghesire” il Pci di Enrico Berlinguer.

Ora c’è un amalgama mal riuscito- direbbe Massimo D’Alema-  di pulsioni e confusioni di ogni tipo.  Persino Moro forse si sarebbe messo le mani fra i capelli e avrebbe faticato ad uscirne. Persino lui, ripeto, pensando peraltro anche a Sergio Mattarella, approdato alla politica dopo la morte di Moro ma moroteo come il padre, e poi il fratello ucciso dalla mafia.

 

 

 

Parzialmente pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it

Nella fase 2 dell’emergenza tra l’ansia del governo e l’ottimismo sulle strade

            La cosiddetta fase 2 dell’emergenza da coronavirus si è aperta col fiato sospeso del governo, condiviso o ispirato dalle centinaia di tecnici che in vario modo lo consigliano, ma con l’ottimismo Sanremo festosa.jpegdella gente comune. Così almeno sembra guardando tre foto prese in prestito dai giornali che le hanno pubblicate sulle loro prime pagine per dare un’idea del clima in cui è stata vissuta perBari festosa.jpeg strada la vigilia, cioè l’ultima domenica della prima fase. Sono le foto di Ponte Milvio, affollato di romani in mascherina, sul Messaggero, di una pista ciclabile a Sanremo sul Secolo XIX e del lungomare di Bari sulla Gazzetta del Mezzogiorno.

Con una certa buona volontà potremmo inserire o attribuire al clima di ottimismo o fiducia anche la vicenda, rivelata dal Fatto Quotidiano, di un pranzo “di lavoro” con musica e risate festose svoltosi il 1° maggio su un terrazzo romano con la partecipazione di un collaboratore del Il fattaccio sul Fatto.jpegsegretario del Pd Nicola Zingaretti, di un altro della ministra piddina Paola De Micheli e di una consigliere regionale del Lazio, sempre del Pd, interrotto dalla polizia su segnalazione dei vicini di casa. Tutto si è concluso con una multa di 400 euro ciascuno dopo un’animata discussione nella quale è volata  la solita frase imprudente e comica di qualcuno del “non sa chi sono io”. Che è stata aggravata dalla circostanza invocata dall’interessato 160 decreti in 100 giorni.jpegdi avere contribuito più o meno direttamente a stendere almeno una parte dei 160 decreti di divieti e altre limitazioni emessi in tutta Italia in cento giorni, e contati con lodevole pedanteria su Repubblica da Sergio Rizzo.

            Per tornare alla fase 2 dell’emergenza virale finalmente cominciata anche con le visite ammesse ai “congiunti”, non ancora agli amici, gli esperti valutano in 4 milioni e mezzo gli italiani che tornano al lavoro, disponendone ancora per fortuna dopo le prime misure. Chissà quanti altri però sono destinati a perderlo, il loro lavoro, per gli effetti prodotti dall’epidemia nata, secondo le Pompeo .jpeginformazioni rilanciate dal segretario di Stato americano Mike Pompeo, nel laboratorio cinese di Whuan a causa di errori di ricerca pervicacemente nascosti dal governo di Pechino. Che “ne risponderà”, ha assicurato il ministro degli Esteri del pugnace Donald Trump.

            Contemporaneamente il segretario alla Difesa americano Mark Esper in una intervista alla Stampa ha avvertito gli italiani, cioè il governo di Giuseppe Conte, che la stessa Cina e i russi con gli aiuti prontamente concessi per fronteggiare l’epidemia approdata da noi stanno cercando di condizionare un Paese che, non foss’altro per la sua collocazione geografica, non è certamente fra i minori dell’Alleanza Atlantica.

            “Guerra fredda sul contagio”, ha scritto su Repubblica il nuovo direttore Maurizio Molinari, che è uno Guerra fredda.jpegspecialista di politica estera con le sue esperienze di corrispondente dagli Stati Uniti e da Israele, prima di arrivare alla direzione della Stampa e di essere trasferito a Roma dall’editore ora comune dei due giornali, John Elkann.

            Alla “guerra fredda” di Molinari si unisce quella “di carta”, come l’ha definita Il Giornale della famiglia Berlusconi anticipando in prima pagina la notizia dell’uscita imminente di un nuovo quotidiano ad opera dell’ormai Guerra di carta.jpegex editore di Repubblica Carlo De Benedetti, ancora furente con i figli per averla venduta al nipote di Gianni Agnelli. Il nuovo giornale dovrebbe chiamarsi Domani ed essere diretto, salvo smentite, da Lucia Annunziata. Ma ad organizzare minutamente l’impresa sarebbe stato incaricato un giovane talento scoperto dall’ingegnere tra le sue residenze in Italia e nella Svizzera.

 

 

 

Ripreso da http://www.policymakermag.it

Blog su WordPress.com.

Su ↑