Mattarella protesta contro la “crisi strisciante” nonostante l’emergenza

            Pur confinata per ragioni, credo, di diplomazia politica a pagina 13, senza richiamo in prima pagina, un’”analisi” del quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda ha fatto arrivare alta e forte La linea Mattarella.jpegagli addetti ai lavori l’insofferenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella per gli sviluppi della situazione politica, nell’intreccio perverso che si è creato tra l’emergenza virale, il modo in cui fronteggiarla riducendo al minimo i danni economici e sociali e i rapporti con l’Unione Europea alla vigilia del vertice di giovedì prossimo. Che sarà peraltro preceduto anche dalla consueta consultazione fra i presidenti della Repubblica e del Consiglio.

            Tramite le parole di Breda il capo dello Stato ha voluto smarcarsi sia dal tentativo di Matteo Salvini di coinvolgerlo nello scontro con Giuseppe Conte sulle modalità del passaggio parlamentare prima de Consiglio Europeo del 23 aprile sia dal tentativo sommerso dello stesso Conte di coinvolgere il Quirinale  nella linea adottata per fronteggiare l’offensiva del leader leghista.

            A Salvini, in particolare, il presidente della Repubblica ha mandato a dire di avere “quasi consumato ogni riserva di pazienza” di fronte alla richiesta che gli ha fatto, sia pure indirettamente, di intervenire perché il Consiglio Breda 1 .jpegEuropeo venga preceduto da un voto parlamentare che vincoli il governo nelle trattative auguralmente conclusive sui meccanismi del cosiddetto fondo salva-Stati e su altri interventi dell’Unione a favore dei paesi alle prese con l’emergenza virale. Esiste una legge  del 2012 che in effetti stabilisce “la partecipazione” del Parlamento alla definizione della politica europea, ma non spetta al capo dello Stato stabilire in che modo questa partecipazione debba avvenire, essendo un problema di rapporti fra il governo e le Camere.

            A Conte invece Mattarella ha mandato a dire di avere classificato fra le “questioni di tattica, giocate sul filo del diritto parlamentare”, di cui peraltro il presidente della Repubblica è stato docente universitario, il tentativo di “aggirare” il rischio di una spaccatura della maggioranza sottraendosi alla votazione di un documento parlamentare sulle questioni in partita prima del Consiglio Europeo, nella speranza di affrontare meglio il passaggio alle Camere dopo il vertice, a trattative concluse, e a fatti ormai compiuti.

            Piuttosto, in questo scenario di furbizie e convenienze Mattarella ha fatto capire di avvertire un certo disagio dopo avere tanto raccomandato nelle scorse settimane un clima di unità nazionale di fronte ad una evenienza quasi bellica come quella dell’emergenza virale: un clima che imporrebbe ad una maggioranza di governo di essere ugualmente compatta ed aperta al contributo, o comunque ad un rapporto corretto e costruttivo con le opposizioni: condizioni che purtroppo non sono maturate. Anzi, con i contrasti esplosi sull’uso o no del fondo europeo salva-Stati fra il Movimento 5 Stelle e il Pd, si è creata una “crisi strisciante”, ha scritto Breda, nella quale il Quirinale non intende naturalmente farsi coinvolgere.

            Se poi questa crisi dovesse esplodere davvero, ha fatto sapere Mattarella, si tolgano dalla testa i partiti e i leader che vi fossero Breda 2 .jpeginteressati dal proporre al presidente della Repubblica soluzioni di qualsiasi tipo per arrivare ad elezioni anticipate in autunno. Draghi o non Draghi a Palazzo Chigi, Colao o non Colao, peraltro scelto autonomamente da Conte per partecipare alla gestione dell’emergenza virale e non suggerito e tanto meno imposto da Mattarella,  di “urne in autunno sul Colle non vogliono neppure sentir parlare”. 

 

 

 

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Le matrioske delle emergenze che hanno portato e lasciato Conte a Palazzo Chigi

Le matrioske hanno un volto generalmente femminile. Qualche vignettista dovrebbe decidersi a disegnarne col volto maschile: quello, per esempio, di Giuseppe Conte. Che è politicamente nato sull’onda di un’emergenza ed è via via Conte.jpegcresciuto di o con altre emergenze di varia natura, superandole sinora tutte.  Ma forse si è appena esposto al rischio di rimanerne vittima, come sperano critici ed avversari più o meno emersi o sommersi, secondo le circostanze e i gusti.

L’emergenza che lo portò nella primavera del 2018 a Palazzo Chigi -su designazione dei grillini alla fine accettataMattarella.jpeg dai leghisti e dallo stesso capo dello Stato, che non nascose una certa sorpresa, avendo preferito che gli fosse proposto per Palazzo Chigi  il nome di un politico di esperienza, possibilmente eletto- fu quella politica e istituzionale di un turno elettorale che rischiava di essere ripetuto a tamburo battente, o quasi.

Di elezioni anticipate, per carità, ve ne erano state fra le cosiddette prima e seconda Repubblica: anche troppe, sbottò una volta al Quirinale Giorgio Napolitano. Ma non ve n’erano mai state di così ravvicinate come rischiavano di essere quelle dell’estate o dell’autunno del 2018, dopo il rinnovo delle Camere avvenuto col voto del 4 marzo.

Il governo gialloverde si trovò già verso la fine di quell’anno con l’emergenza di una legge finanziaria contestata dalla Commissione Europea per via di un 2,4 per cento di rapporto fra deficit di bilancio e pil, cioè prodotto interno lordo, che Conte riuscì all’ultimo momento a trasformare in un magico e digeribile 2,04 per cento. E ciò tra il malumore comune di leghisti e soprattutto grillini, che avevano già festeggiato dal balcone di Palazzo Chigi con la cifra originaria del 2,4 “la sconfitta” della povertà in Italia.

Con le elezioni europee di fine maggio 2019, a dispetto dell’anno “bellissimo” autoassegnatosi da Conte, arrivò la crisi emergenziale di identità e d’altro tipo ancora dei grillini, persisi per strada quasi metà dell’elettorato Salvini.jpegdell’anno prima e sorpassati dagli alleati leghisti. Il cui “capitano” Matteo Salvini, dopo esitazioni che gli risultarono politicamente fatali, cercò in pieno agosto di tentare il colpaccio delle elezioni anticipate, avvertite però come un’emergenza da grillini, Pd e sinistra di liberi e uguali. Che offrirono all’esitante presidente della Repubblica una soluzione alternativa allo scioglimento delle Camere. Nacque così il governo Conte 2, non bis, quale sarebbe stato una riedizione del governo gialloverde.

Ancora fresco di formazione e giuramento, il nuovo esecutivo si trovò di fronte ad una nuova emergenza politica: la scissione del Pd ad opera di Matteo Renzi, che cominciò subito a scuotere la maggioranza, pur nata dalla sua improvvisa rinuncia a mangiare pop-corn in attesa di nuove elezioni. Il toscano fece drizzare i capelli al povero segretario del Pd Nicola Zingaretti, che pure non ne ha, e ai grillini capeggiati ancora da Luigi Di Maio, nel frattempo trasferitosi alla Farnesina dai due ministeri -dello Sviluppo Economico e del Lavoro- occupati nel precedente governo. Ma pur con la feluca metaforica di ministro degli Esteri “Giggino” avrebbe poi dovuto fare un passo indietro nel suo movimento e lasciarlo alla reggenza di Vito Crimi.

Quest’ultimo, sorpreso non meno di Conte dalla sopraggiunta emergenza sanitaria, economica e sociale del coronavirus, e delle relative complicazioni nei rapporti fra Stato e regioni già pasticciati con la sventurata riforma del titolo quinto della Costituzione, improvvisata dalla sinistra Crimi.jpegnel 2001 nel tentativo peraltro fallito di guadagnarsi il favore dei leghisti e sottrarli alla tentazione di tornare all’alleanza con Silvio Berlusconi; quest’ultimo, dicevo a proposito di Crimi, si è incaponito di fronte ad un problema forse più grande di lui com’è quello dei rapporti con l’Unione Europea. In particolare, egli ha diffidato il Pd, in una intervista rilasciata all’ospitalissmo e compiaciuto Fatto Quotidiano, dal premere sul presidente del Consiglio per aderire alla nuova edizione in corso d’opera del cosiddetto fondo europeo salva-Stati, noto anche come Mes, acronimo di Meccanismo europeo di stabilità, e usarne il finanziamento per le spese sanitarie e affini dell’emergenza virale.

Il Pd, premuto esternamente a sua volta da Romano Prodi ma incoraggiato anche da Silvio Berlusconi, questa volta in dissenso ancora più aperto del solito dalle altre componenti del centrodestra, non si è fermato per niente all’altolà di Crimi. E Conte, avvertito il rischio di rimanere schiacciato nella tenaglia giallorossa, peraltro in uno scenario in cui da settimane si parla e si pensa ad un “governissimo” di unità nazionale presieduto dal prestigiosissimo ex presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi, ha cercato quanto meno di temporeggiare. Egli, in particolare, ha liquidato come “premature” le polemiche ed ha smesso di proclamare, con tono vagamente sovranista come quello che pure contesta tutti i giorni a Salvini e ai fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, che non userà il fondo salva-Stati per paura di trovarsi di fronte a condizioni tanto imprevedibili quanto pesanti.

Come andrà a finire, a questo punto, la gestione dell’ennesima emergenza apertasi nella maggioranza alla vigilia del vertice europeo della prossima settimana, lo vedremo dai fatti. Certo è che la matrioska delle emergenzeCasini.jpeg è diventata a questo punto enorme. E non mi stupisce che un parlamentare sgamato come Pier Ferdinando Casini, chiamato “Pierfurby” dagli amici, compreso me, si sia lasciato scappare un’intervista ai giornali del gruppo Monti Riffeser –Il Giorno, il Resto del Carlino e la Nazione, in ordine geografico decrescente di pubblicazione- nel cui titolo gli si fa “archiviare” il governo Conte nella prospettiva di un governo Draghi. “Servono -ha detto testualmente il senatore ed ex presidente della Camera- persone che hanno credibilità e capacità. E’ finito il tempo del dilettantismo”.

 

 

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Ecco un nuovo intervento di Salvatore Damato, professore associato di malattie respiratorie, sull’andamento del coronavirus:

Siamo quotidianamente sommersi dai numeri e dalle percentuali, nonché da rappresentazioni grafiche delle più varie, in scala lineare e logaritmica. Se chiediamo: come va? Ci rispondono: il “trend” è positivo!?

Personalmente esamino i dati come vengono proposti dal Sole 24 ore. Sono grato per la loro opera, ma sono una persona semplice e per capire qualcosa ho caricato alcuni dati su foglio elettronico, giorno per giorno dal 3 Marzo in avanti. Ho puntato la mia personale analisi su un quadro esemplificativo alla data del 15/4/20: Italia complessiva, Lombardia, alcune regioni del centro-meridione (Molise, Lazio, Campania, Puglie, Calabria, Sicilia, Sardegna).

I valori di contagiati e deceduti variano quotidianamente e vengono rappresentati cumulativamente. Ogni giorno si calcola la percentuale di incremento di un valore rispetto al valore del giorno precedente. Ho quindi deciso di rappresentare queste percentuali di variazione quotidiana come media degli ultimi sette giorni. I contagiati sono rappresentati in percentuale della popolazione.

Insieme di Molise, Lazio, Campania, Puglie, Calabria, Sicilia, Sardegna: popolazione contagiata 0,703 %; media 7 gg passa da 16,73 del 26/3/20 al 2,71 % del 15/4/20.

Lombardia: popolazione contagiata 0,618 %; media 7gg passa dal 8,15 al 2,18%; deceduti 18,3 %

Provincia di Milano: contagiati 0,451 %; media 7gg passa da 12,91 al 2,78 % Provincia di Lodi: contagiati 1,124 %; media 7gg passa da 3,33 al 1,33 % Provincia di Bergamo: contagiati 0,94%; media 7gg passa da 6,48 a 0,89 %

Italia: contagiati 0,274 % 7gg media passa dal 10,62 al 2,54 %. Deceduti 13,1 % Cina: contagiati: 83.306 pari allo 0,006%; deceduti 4,02 per cento.

I dati mostrano che il covid19 non ha tenuto conto che siamo un solo paese ma una comunità di persone che vivono esperienze sociali diverse tra loro, hanno una distribuzione territoriale della popolazione non omogenea, sono esposte ad abitudini di mobilità e contatti inter-regionali ed inter-nazionali diverse. Il comportamento della pandemia da covid19 impone strategie di risposta differenziate per territorio, per raggiungere efficacemente il risultato sperato: ridurre il contagio, ridurre la mortalità, salvaguardare il complesso socio-econimico che ci sostiene. Abbiamo bisogno ora più che mai di essere comunità e soprattutto di sentirci comunità. Per esempio aderendo alle regole che ci vengono imposte: Distanza, Protezione individuale con mascherine e quant’altro, Sicurezza nei luoghi di lavoro – studio – salute.

Una domanda sociale: quando la protezione civile sarà capace di fornirci le mascherine capillarmente, è gia molto tardi. I ritardi nelle decisioni e nella loro attuazione pratica, la resistenza di cittadini ed istituzioni verso le regole ci costano morti e salute. Anche futuro impoverimento.
Sui dati, aggiungo che non sarei portato a giudicare la nostra mortalità elevata come frutto di scarsa efficacia del sistema sanitario nazionale. L’operatività del virus all’interno dei nostri corpi era poco conosciuta. Abbiamo reagito al covid19 in ritardo e non eravamo pronti né per i tamponi, né per la quarantena. Non siamo stati in grado di contare veramente i contagiati. Il contagio in Lombardia ed altre regioni è massivo.

Se normalizziamo i contagi per il numero dei morti, risulta che in Italia ci sono stati almeno 550.000 contagi ed in Lombardia almeno 284.000. 

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salva.damato@libero.it

 

 

 

 

 

Conte si smarca un pò dai grillini ma il suo aereo politico non riprende quota

         E’ stato inutile il monito del reggente grillino Vito Crimi al Pd a non compromettere la sorte del governo spingendolo ad accettare i finanziamenti del fondo europeo salva-Stati, noto anche come Mes, indigesto al Movimento 5 Stelle anche nella nuova versione senza condizioni che non siano il loro uso solo a fini sanitari, o attigui, per l’emergenza virale. Non solo il Pd ha continuato a insistere più o meno dietro le quinte, ma stavolta il presidente del Consiglio in persona si è corretto definendo “astratte” le polemiche e non escludendo più di usare quello strumento finanziario, pur continuando a sostenere il ricorso anche ai cosiddetti eurobond, o coronabond. Che sono invece contrastati dal fronte rigorista dell’Unione Europea, timoroso che si vogliano così creare le premesse per una europeizzazione dell’ingente debito pubblico dell’Italia e di altri paesi considerati poco o per niente virtuosi.

           Non è detto tuttavia che la correzione o frenata di Conte sulla strada scivolosa di un sostanziale sovranismo grillino, analogo a quello degli ex alleati leghisti e fratelli affini d’Italia di Giorgia Meloni, basti a “spegnere” -come ha annunciato Il Fatto Quotidiano con un titolo- le fiamme Fatto su Conte.jpegdella “guerriglia” attorno al presidente del Consiglio. Al quale non ha giovato, per esempio, la figura fatta alla Camera dal governo rispondendo alle proteste leghiste per gli approvvigionamenti sanitari assicuratisi da Palazzo Chigi durante l’emergenza virale, mentre stentavano a rifornirsi gli ospedali, per non parlare dei comuni cittadini alla vana ricerca di mascherine.

          Sostenere, come ha fatto il ministro dei rapporti col ministro D'Incà.jpegParlamento Federico D’Incà, che si è trattato di forniture “ordinarie”, conformi ad una direttiva della ministra della pubblica amministrazione Fabiana Dadone, ha indispettito più che placato le opposizioni in aula.

         A valutare lo stato di salute del governo aiutano d’altronde  le distanze prese  proprio in questi giorni da un parlamentare di lunghissimo corso e di notissimo fiuto politico come il senatore ed ex presidente Casini.jpegdella Camera Pier Ferdinando Casini. Che ha trascorso fra Montecitorio e Palazzo Madama ben 37 dei suoi 64 anni di vita, partecipe di maggioranze di vario tipo o colore, rimasto sempre in buoni rapporti personali con tutti gli alleati persi o cambiati per strada, a cominciare Casini e Berlusconi.jpegda Silvio Berlusconi. Di cui egli ha appena apprezzato, in una intervista ai giornali del gruppo Riffeser Monti, segnalandola a Conte, la posizione nettamente favorevole al fondo europeo salva-Stati, in difformità dal resto del centrodestra. Che se n’è infatti doluto accomunando il Cavaliere al suo antico antagonista Romano Prodi.

        Ma l’intervista di Casini, rieletto nel 2018 come indipendente nella sua Bologna nella lista del Pd apertagli dall’allora segretario Matteo Renzi, si è imposta all’attenzione dei palazzi politici per Casini archivia Conte.jpegil significato di “archiviazione” del governo Conte attribuitogli già nel titolo, al netto dell’aggettivo “decoroso” adoperato per giudicare la gestione, sinora, dell’emergenza da parte del presidente del Consiglio, criticato tuttavia per i rapporti troppo tesi con l’opposizione. Che andrebbe invece davvero coinvolta in un passaggio così drammatico della politica italiana, come sarebbe in grado di fare Mario Draghi, guarda caso elogiato dall’ex presidente della Camera in una Mattino su task force.jpegprospettiva da Palazzo Chigi proprio a conclusione della sua significativa intervista. A buon intenditore, insomma, poche parole, certamente meno numerose dei 187 esperti che Il Mattino ha contato nelle sette task force da cui Conte si sta facendo assistere nella difesa dal coronavirus.

 

 

 

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Conte sempre più stretto fra le diffidenze dei grillini e di un Pd in ebollizione

            Notizie, retroscena, indiscrezioni e analisi giornalistiche concordano nell’indicare il Pd in ebollizione, sempre più a disagio nella coalizione di governo improvvisata nella scorsa estate per evitare quella che era allora avvertita come l’emergenza del Paese: il rischio di elezioni anticipate vinte alla grande, come in una passeggiata, dal centrodestra a trazione leghista.

            Il Pd di Nicola Zingaretti, ancora comprensivo in quei giorni di Matteo Renzi, si era rassegnato a mala pena alla conferma di Giuseppe Conte fortemente voluta, e alla fine imposta da Beppe Grillo in persona, contro tutte le richieste o pretese di “discontinuità” avanzate dal Nazareno nel passaggio da una maggioranza gialloverde ad una maggioranza giallorossa. Vi si era rassegnato contando, per la sua maggiore esperienza politica rispetto al Movimento 5 Stelle, sulla capacità addirittura di staccare progressivamente Conte dai suoi sponsor, assecondandone ambizioni o vanità politiche, secondo le circostanze. E sembrava ad un certo punto esserci persino riuscito aggravando la crisi d’identità apertasi  fra i grillini  con la scoppola delle elezioni europee, che ne avevano praticamente dimezzato i voti, pur lasciando intatta la loro forte rappresentanza nel Parlamento nazionale.

            Nacquero da quell’aggravamento della crisi all’interno del maggiore partito della coalizione giallorossa l’improvviso ritiro di Luigi Di Maio dalla guida formale del movimento e Crimi al Fatto.jpegla sua sostituzione col reggente Vito Crimi. Che ora, in una intervista al Fatto Quotidiano, ha posto un altolà al segretario del Pd Nicola Zingaretti in persona: non provate a convincere Conte a usare i miliardi messi a disposizioneLa Stampa.jpeg dell’Italia per la crisi virale dal fondo europeo salva-Stati noto come Mes, acronimo di Meccanismo europeo di stabilità. Sarebbe insomma la crisi. Non a caso La Stampa ha gridato in prima pagina: “Il governo litiga”.

            Ma cosa è accaduto e sta accadendo, in particolare, fra Conte e i grillini? E’ accaduto che il presidente del Consiglio, fiancheggiato anche da osservatori, chiamiamoli così, che lo hanno scambiato per un erede di Giulio Andreotti o di Aldo Moro, sia apparso ad un certo punto come una mezza costola democristiana capace di fare assorbire dal Pd una parte consistente del movimento grillino, senza neppure il bisogno di allestire un suo partito di transizione o di trasporto. Ma un po’ per la crescente visibilità e insieme ambizione di Conte e un pò per la sopraggiunta, vera emergenza virale e le complicazioni che ne sono derivate all’interno dell’Unione Europea, il presidente del Consiglio ha insospettito troppo i grillini. E Conte per placarli si è messo a giocare col già citato Mes, o fondo europeo salva-Stati, come col pallone: una volta respingendolo e un’altra volta passandoselo col ministro piddino dell’Economia. E tutto ciò mentre l’epidemia virale produce danni crescenti in tutti i sensi e i morti continuano ad aumentare, anche se si riducono i ricoveri, peraltro in una confusione crescente fra potere centrale e poteri locali.

            In questa situazione, oltre a quella dei grillini sta crescendo la diffidenza del Pd verso il presidente del Consiglio. Non è detto che al Nazareno, come traspare da critiche, riserve e quant’altro sui metodi “comunicativi” di Conte, si siano pentiti di averne subìto la conferma a Palazzo Chigi, specie ora che l’emergenza virale ha messo in pista possibili successori come Mario Draghi e Vittorio Colao, all’insegna dell’unità nazionale reclamata insistentemente dal Quirinale.

Il covid 19 si confessa e spiega come stia facendo morire e impazzire gli umani

Ricevo e giro volentieri ai lettori questi due messaggi “virali” di mio fratello Salvatore, professore associato di malattie respiratorie in pensione. Sono utilissimi a capire che cosa stia sconvolgendo il mondo e facendo impazzire politici, burocrati e persino specialisti della materia che affollano i salotti televisivi o le commissioni di esperti, tecnici e simili che nascono come funghi, in Italia e altrove.

Sono covid19, vi auguro una pessima giornata. Il mio curriculum è cristallino; nasco in un pipistrello, atterro in un maiale e, vista la scarsa igiene intima, mi trasferisco in un umano cinese. Il mio compito è la sopravvivenza della mia specie virale e, visto che la mia vita media si conta in ore, devo riprodurmi a ritmi frenetici. Abituato a volare col pipistrello, ho conservato questa disposizione e le vie aeree umane sono diventate il mio ingresso preferito perché il più efficace per realizzare il mio compito.

Io sono invisibile e agisco in gran segreto. Viaggio con gli esseri umani e molti di loro non mi considerano pericoloso. Mi attacco all’ACE2 (non è la candeggina) e scateno il pandemonio nei polmoni. L’essere umano, attraverso la sua memoria immunologica, invia in loco un download.jpegnumero impressionante di soldati dotati di armi chimiche devastanti che fanno più male ai suoi polmoni che a me. Mi riproduco alla grande. Il terreno di battaglia (i polmoni umani) viene danneggiato dalle armi infiammatorie e si giunge allo shock settico. Sono contentissimo. La febbre è alta, il sangue viene pompato dal cuore a ritmo sostenuto, la sua velocità aumenta e viene deviato dal normale percorso verso gli alveoli, che forniscono ossigeno.

L’organismo umano non è ancora riuscito a produrre le sue armi letali verso gli aggressori di ogni tipo (maledetti anti- corpi). La mancanza di ossigeno danneggia rapidamente gli organi. Che fregatura, muoio anche io, ma … ho contaminato le vie aeree di altri, tanti, esseri umani. Non vi libererete della mia specie.

Purtroppo ci sono individui che sono geneticamente resistenti e sopravvivranno. Pare, solo il 25%. Ci sono altri che reagiscono bene e, poiché camminano, possono infettare un gran numero dei loro simili, specie quei fessi che nondownload.jpeg portano le mascherine (a proposito, cosa aspettano le autorità a vietare la vendita vergognosa delle mascherine senza distribuirle gratuitamente ? loro ne sarebbero capaci).

Lo so, la società umana è intelligente e produrrà il maledetto vaccino. Sono destinato ad essere solo un virus di laboratorio ? Speriamo ci voglia tanto tempo e che i no-vax mi diano una mano.

 

xxxxxxxxxx 

 

Sono AIRWAYS46 e vi auguro buon giorno. Vengo dal regno della Tubercolosi, un regno in via di estinzione grazie a me (una battaglia che dura ancora adesso in diverse parti del mondo). Io portavo la mascherina e non sputavo per terra (ci sono voluti i francobolli per convincere la gente). All’arrivo di covid19 ero pronto, era facile accorgersene semplicemente guardando la televisione. Il mio nemico non vi ha confessato che il suo principale alleato era e resta la burocrazia ammantata da politica.

Con un qualche ritardo ho compreso che bisognava morigerare la risposta infiammatoria, non mi ricordavo più di cosa avevo fatto quando la Tubercolosi era in auge. Un antico e sempre buono anti infiammatorio è il cortisone, ma in dosi massicce e prolungate fa male e inibisce la risposta immunitaria (si usa nella trapiantologia). Mi sono accorto, stranamente, che bronchitici cronici ed asmatici (la causa è l’infiammazione) non sono rappresentati tra le concause frequenti di morte in questi pazienti da covid19.

Strano, ma quei malati da molti anni vengono curati con cortisone per via inalatoria (si ha la risposta terapeutica necessaria ma con dosi di cortisone molto basse). Infatti, i miei colleghi si avvalgono del cortisone, anche nelle prime fasi della malattia da covid19, e tentano di combattere direttamente il virus con i farmaci, parzialmente attivi, che già ci sono.

Non lavoro più in ospedale, e posso solo immaginare lo stress ed il dolore dei miei colleghi infermieri e quant’altro. Mi piange il cuore quando dalle 13:00 a notte inoltrata sento e vedo ancora passare le autoambulanze a sirene spiegate nella mia città.

Per favore, mettete le mascherine, seguite le istruzioni che vengono emanate (a volte è difficile capirne anche la lingua). Questo virus richiede mesi e mesi di lotta, molti possono riprendere il lavoro a condizioni non tanto complicate.

A noi anziani, non dico di andare in letargo ma di farsi parte attiva nei confronti di figli, nipoti etc. Concludo scherzosamente prendendo atto che nel trasformismo di questo virus non gli è riuscito di fare il salto dall’essere umano all’essere Gallera.

 

 

salva.damato@libero.it

 

Le munizioni sanitarie del presidente del Consiglio a Palazzo Chigi

            Ho aspettato smentite, precisazioni e quant’altro dopo un servizio del direttore del Tempo, Franco Bechis, su Palazzo Chigi trasformato in una specie di “ospedale” casalingo di Giuseppe Conte. Le ho aspettate per L'opedale di Conte.jpegcarità di Patria, orgoglio nazionale, senso della misura, diffidenza antiscuppista, chiamiamola così, ed altre ragioni ancora. Fra le quali c’è stato anche il timore di scivolare inconsapevolmente, avendogli già mosso tante critiche, nel nuovo sport nazionale dell’anticontismo che si sta sviluppando purtroppo col contributo dello stesso presidente del Consiglio, e nonostante i gradimenti in crescita nei sondaggi a suo favore prima ch’egli cominciasse ad eccedere, a mio avviso, sui teleschermi.

            Poiché sono mancate, almeno per quanto abbia potuto verificare spulciando agenzie e giornali, smentite o precisazioni, e ricordo bene l’amico Bechis sempre impegnato alla Camera a compulsare documenti, debbo esprimere il mio sconcerto per come in questa emergenza Come Schettinojpeg.jpegda coronavirus Palazzo Chigi abbia davvero assunto l’aspetto di un ospedale più attrezzato di tanti nosocomi trovatisi in serie difficoltà negli approvvigionamenti sanitari. Non Ancora Schettino.jpegarrivo a paragonare Conte al tristemente famoso ex comandante Francesco Schettino, come ha appena fatto il direttore del Tempo tornando alla carica, ma qualcosa francamente non torna nelle iniziative del presidente del Consiglio.

            Fra il 26 febbraio e metà marzo, mentre in molti ospedali si stentava ad essere riforniti delle attrezzature necessarie a fronteggiare l’emergenza, per non parlare dei comuni cittadini che si rivolgevano inutilmente alle farmacie e simili, Palazzo Chigi veniva fornito da aziende del Bergamasco, del Veneto, della Puglia, della Pontina e di Roma di questo po’ po’ di roba, nell’ordine Conte.jpegindicato dal direttore del Tempo con tanto di quantità e di prezzi, tutti pattuiti, a quanto pare, per via breve, al di fuori del complesso circuito della centrale dei pubblici acquisti nota come Consip: 500 mascherine AP-VR FFP3 al prezzo di 7 euro e 98 centesismi ciascuna, 10 mila mascherine chirurgiche al prezzo di venti centesimi l’una, altre 32 mila 400 mascherine analoghe, poi altre 1800 e 900 camici di visitatore non chirurgici, 270 taniche da 5 litri di gel disinfettante, 50 flaconi di sapone antibatterico da mezzo litro con dosatore, 130 flaconi di gel disinfettante da mezzo litro, sempre con dosatore, 310 confezioni da 100 pezzi l’uno di guanti monouso in nitrile, 330 camici in TNT idrorepellenti con rinforzo, 4 bombole da 14 litri di ossigeno terapeutico, 7 bombole analoghe da due litri, farmaci non dettagliati per 9 mila euro, un frigorifero di 2500 euro per la conservazione di farmaci e vaccini, 2 defibrillatori semiautomatici DAE, un elettrocardiografo Mortara e un altro Cardiette per pronto soccorso.

            Peccato che, nonostante queste munizioni sanitarie da artiglieria, a disposizione naturalmente non solo di Conte ma – credo- dei 4600 e più dipendenti della Presidenza del Consiglio, distribuiti fra Palazzo Chigi e altre sedi, almeno nelle valutazioni risalenti al 2012, sia rimasta vittima del coronavirus, stroncata a 52 anni di età in un ospedale romano, la più imponente e simpatica guardia del corpo Guastamacchia.jpegdel presidente del Consiglio. In ricordo e onore della quale si è giustamente svolta tra il cortile di Palazzo Chigi e Palazzo Colonna una toccante cerimonia delle forze dell’ordine. Si chiamava Giorgio Guastamacchia, per disgrazia infettatosi evidentemente  fuori servizio, lontano da tutto quel ben di Dio previdentemente e tempestivamente acquistato da Palazzo Chigi per mettere in sicurezza il personale addetto direttamente o indirettamente alle funzioni e alla sicurezza del capo del governo.

 

 

 

 

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Eppure i morti giornalieri continuano ad essere troppi in questa tragedia virale

            Non datemi, per cortesia, del menagramo, come fece una volta Massimo D’Alema, ai suoi tempi pur d’oro, col povero Massimo Cacciari. Che da filosofo, sociologo, politico, elettore e quant’altro analizzava spietatamente la sinistra, la “sua” sinistra, per la quale votava, prevedendone l’ulteriore arretramento. Fra l’altro, non  ho neppure la barba allora scura, non ancora argentata, di Cacciari. Che D’Alema usò perfidamente per lanciare l’anatema contro il professore che non condivideva la sprezzante sicurezza del leader subentrato ad Achille Occhetto alla guida della “gioiosa macchina da guerra” appena battuta da un esordiente Silvio Berlusconi limitandosi a gridare dagli spalti di San Siro, o quasi, Forza Italia.

             Non datemi, ripeto, del menagramo ma non ce la faccio ad unirmi generosamente e ottimisticamente al sollievo più o meno generale -perPapa Francesco.jpeg quanto avallato da messaggi presidenziali di vario tipo, ma smentito da quel viso sofferente del Papa tutte le volte che le telecamere lo riprendono nelle cerimonie religiose cui partecipa- di fronte ai grafici ufficiali dell’andamento della pandemia del coronavirus.

            Non ce la faccio a consolarmi anche volendomi limitare alla sola Italia, o alla sola Lombardia, che di tutte le regioni italiane è quella più colpita. E tanto meno ce la faccio con l’annuncio di commissioni, comitati e quant’altro che vengono costituiti a vari livello per potenziare la guerra virale e preparare quella che chiamiamo già “ricostruzione” o “ripresa”. Più le commissioni sono numerose, e pletoriche, e meno mi convincono, al di là dei nomi e delle persone che le compongono. Non parliamo poi delle ordinanze e simili che si accavallano, si sovrappongono e si contraddicono a tutti i livelli moltiplicando la confusione, a dir poco.

            Diffido per prima cosa dei dati ufficiali  perché i primi a dubitarne sono i cosiddetti specialisti, fra virologi, scienziati, medici e commissari stessi. Ce ne sono alcuni che dall’inizio di questa disgraziatissima vicenda invitano a moltiplicare almeno per dieci le cifre che vengono diffuse. In ogni caso, quei 431 morti in Italia “nelle ultime 24 ore” appena annunciati mi sembrano tantissimi, anche se i meno numerosi in un solo giorno dal 18 o dal 19 marzo, secondo le varie fonti. Provate a immaginare accostate  in fila verticale 461 bare di due metri ciascuna: ne avreste per quasi un chilometro, da percorrere a piedi pregando per tante perdute nell’arco di una sola giornata.

            L’unico avvertimento sensato che ho sentito levarsi è quello della presidente della Commissione EuropeaUrsula.jpeg Ursula Von der Leyen. La quale nel suo solito giubbetto rosso ha consigliato di non prenotare le vacanze: non quelle naturalmente di Pasqua già trascorse a casa, né il ponte di fine aprile già crollato con l’ultimo o penultimo decreto di Giuseppe Conte, ma quelle estive. Sì, quello di Ursula è un consiglio ragionevolissimo.

 

 

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La morte di Luciano Pellicani, il sociologo che tagliò in Italia la barba a Marx

Sapevo bene, per vecchia amicizia, per la nostra comune origine pugliese e per la nostra quasi coetaneità, essendo lui di soli quattro mesi meno anziano di me, che Luciano Pellicani fosse un intellettuale scomodo, troppo orgoglioso per corteggiare chicchessia e troppo geloso e convinto delle sue idee per scambiarle con un incarico o, nel nostro campo giornalistico, con una collaborazione. O con qualche riconoscimento postumo. Ma, francamente, non mi sarei mai aspettato che la sua morte, avvenuta in circostanze non so se più penose o drammatiche, il giorno dopo avere compiuto 81 anni, vittima anche lui di questo maledetto coronavirus accertato, temo, con troppo ritardo, passasse inosservata sui giornali di questa anomala e tragica Pasqua. Eppure la notizia era stata diffusa in tempo perché ciò potesse essere evitato.

Di tutti i quotidiani che ho potuto consultare di prima mattina sulla più completa e tempestiva rassegna stampa di cui disponiamo, che è quella del Senato della Repubblica, nessuno ha trovato un angolino in prima pagina per darne notizia: neppure il Corriere della Sera, di cui egli fu collaboratore. E neppure la “sua” e nostra Gazzetta del Mezzogiorno.

            Con Luciano Pellicani è scomparso un uomo di grandissima cultura, coerenza e generosità, un Maestro, con la maiuscola, che sarà sicuramente rimpianto dalle migliaia, anzi decine di migliaia di studenti che ne frequentarono le lezioni di sociologia politica e antropologia culturale alle Università, ultima quella intestata a Guido Carli, la famosa Luiss. Dove Luciano diresse anche la scuola di giornalismo.

Uomo più di studio che di palcoscenico, più riservato che vanitoso, con quei capelli sempre scomposti per la furia con la quale se li scuoteva leggendo e riflettendo, più assetato di ricerca culturale che di potere, Pellicani fu tra i protagonisti, secondo solo a Bettino Craxi, formatosi non a caso anche leggendo i suoi saggi, della stagione del riformismo socialista tra la fine degli anni Settanta e tutti gli anni Ottanta. Allora il pur organizzatissimo, miltarizzatissimo e finanziatissimo Partito Comunista, peraltro guidato da un personaggio carismatico come Enrico Berlinguer, rischiò di perdere davvero l’egemonia a sinistra un po’ furtivamente guadaganata nelle storiche elezioni politiche del 1948. All’errore del “fronte popolare” compiuto dal leader socialista Pietro Nenni in quel passaggio della storia italiana, anche a costo di spaccare il suo partito con la scissione socialdemocratica di Giuseppe Saragat, consumatasi nel 1947 a Palazzo Barberini, si aggiunse la disinvoltura del Pci di Palmiro Togliatti  di boicottare i candidati socialisti, per cui nelle Camere arrivarono più numerosi i comunisti dei loro alleati, prevalsi invece nelle elezioni precedenti.

Da allora la storia della sinistra italiana prese un verso tutto favorevole alla Democrazia Cristiana, sino a quando Bettino Craxi, raccolto nel 1976 quel che restava del Psi dopo l’impegno elettorale assunto dal suo predecessore Francesco De Martino di non riportarlo mai più al governo senza i comunisti, non risventolò la bandiera dell’autonomismo. Che già aveva consentito nel 1963 la nascita del centro-sinistra. Così egli sottrasse la sinistra alla prospettiva di un’eterna e sterile opposizione, peraltro nel mondo ancora bipolare uscito dagli accordi di Yalta, in cui il comunismo aveva addirittura eretto un muro a Berlino per separare l’Europa dell’Est da quella dell’Ovest, lungo la famosa cortina di ferro già avvertita e denunciata da Winston Churchill.

Appena eletto segretario, col proposito dichiarato di fare sopravvivere il Psi all’appiattimento ai comunisti voluto da chi lo aveva preceduto, Craxi citò in un intervento un saggio di Luciano Pellicani, passato in quei tempi inosservato, su Eduard Bernstein: un politico, filosofo e scrittore tedesco, già esecutore testamentario di Friederich Engels e sostenitore di una profonda revisione del marxismo, che Lenin riteneva invece di avere realizzato in Russia col sangue e la famosa dittatura del proletariato.

Lusingato della citazione, Pellicani telefonò a Craxi per ringraziarlo. Ne nacque un rapporto d’amicizia e di simbiosi culturale tale che meno di due anni dopo, quando Enrico Berlinguer rilanciò imprudentemente l’attualità del leninismo pur nella cornice di quello che allora fu chiamato “eurocomunismo”, per renderlo più digeribile agli occidentali e all’elettorato moderato, Craxi incaricò proprio Pellicani di preparargli un intervento di risposta. Che con la firma del segretario socialista fu pubblicato nel 1978 dall’Espresso col titolo del “Vangelo socialista”, tutto ispirato al rivale culturale e politico di Marx, che era stato il francese Pierre Joseph Proudhon, teorizzatore del socialismo libertario e umanitario, contrapposto al dogmatismo comunista.

Fu il guanto di sfida del nuovo leader socialista italiano a Berlinguer, per conto del quale rispose curiosamente, più che il segretario del Pci dall’Unità o da Rinascita, che pure era stata da lui adoperata negli anni precedenti per lanciare la proposta e prospettiva del cosiddetto compromesso storico con la Dc, Eugenio Scalfari dalle colonne della sua Repubblica di carta.  Che, sostituendosi ai giornali ufficiali del Pci, rimproverò a Craxi, sin dal titolo, di avere osato “tagliare la barba a Marx”.

Da allora non ci fu più tregua a sinistra in una lotta che da una parte portò Craxi, nel 1983, a Palazzo Chigi per guidare un governo di coalizione fra democristiani, socialisti, socialdemocratici, repubblicani e liberali, e dall’altra Berlinguer in un affannoso inseguimento conclusosi tragicamente con la sua morte nel 1984, l’anno dopo.

Un politico e autore insospettabile come Piero Fassino, peraltro l’ultimo segretario dei Ds-ex Pci prima della fusione con la Margherita di Francesco Rutelli nel Pd di Walter Veltroni, ebbe poi il coraggio o l’onestà, come preferite, di riconoscere che in quella rincorsa Berlinguer si era reso tanto consapevole di perdere la partita da preferire in qualche modo la morte sul campo, colto da un ictus nelle ultime battute di un comizio elettorale a Padova.

Già convinto al momento della sua laurea a Roma in scienze politiche, nel 1964, con una tesi di Antonio Gramsci, che il comunismo fosse destinato solo a fare danni, Pellicani dopo l’arrivo di Craxi a Palazzo Chigi assunse nel 1985 la direzione della storica testata socialista di Mondoperaio per farne la punta di lancia dell’anticomunismo da posizioni rigorosamente di sinistra. E vi rimase talmente fedele che, costretto a chiudere la rivista con la fine del Psi, non perdonando peraltro a Craxi di avere lasciato infangare il socialismo con la pratica del finanziamento illegale del partito e della corruzione che spesso ne seguì, la riesumò personalmente nel 2000, durante la cosiddetta seconda Repubblica, senza volersi mai confondere col centrodestra. Dove l’anticomunismo aveva portato invece parecchi socialisti: in Forza Italia o addirittura in Alleanza Nazionale.

Partecipe tuttavia di una manifestazione dell’Ulivo prodiano il 3 aprile del 2002, Pellicani si guadagnò coraggiosamente fischi e altri tipi di contestazione con un intervento contro i “girotondini”, allora di moda, ma soprattutto contro l’idolo della sinistra giustizialista che era diventato Antonio Di Pietro, l’ex magistrato simbolo della stagione giudiziaria e politica di “Mani pulite”.

Ah, Luciano, quanto ti debbo culturalmente e umanamente. E quanto mi mancherai.

 

 

 

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