Che fatica per Di Maio il bagno di folla di Conte a Napoli sotto le cinque stelle

            Il bagno di folla di Giuseppe Conte a Napoli, sommerso dagli applausi e dall’entusiasmo del pubblico delle 5 stelle accorso a festeggiare i dieci anni del movimento fondato da Beppe Grillo, e già al centro degli equilibri politici com’era la Dc durante la cosiddetta prima Repubblica, dev’essere stato un boccone amaro per Luigi Di Maio, al di là e anche contro il buon viso che egli ha dovuto naturalmente fare.

            Ripreso di spalle, di lato, di fronte, di sbieco, con o senza il microfono che gli ha pure colpito la bocca, e al netto dell’audio che a Napoli -si sa- ha il suo peso, il presidente del Consiglio è Conte di profilo.jpgapparso come il vero capo del quasi partito che in campagna elettorale, non più tardi di un anno e mezzo fa, lo aveva adottato solo come candidato a ministro di quella che una volta si chiamava riforma burocratica. Essa veniva affidata ai principianti, anche se non mancarono, fra quelli, alcuni votati a una grande carriera, come Francesco Cossiga. Che scalando scalando arrivò al Ministero dell’Interno, alla Presidenza del Consiglio, alla Presidenza del Senato e infine alla Presidenza della Repubblica, fermandosi lì perché, almeno in Italia, non c’era altra vetta più alta da raggiungere.

            Graziato da Grillo in persona, dietro e davanti alle quinte del raduno, dell’unico difetto trovatogli sino ad ora, che è quello “delle adenoidi”, per cui i suoi discorsi non sono proprio di un’oratoria trascinante, né in Parlamento e tanto meno nelle piazze, dove i napoletani sono abituati da generazioni a ben altro, Conte ha riservato al suo ministro degli Esteri, che lo ha ricevuto come padrone di casa, solo la cortesia -deve avere pensato- di cogliere l’occasione offertagli da una domanda per escludere gelato di Conte.jpgdi voler fondare un suo partito, per quanto certi sondaggi già gli attribuiscano poco meno o più del venti per cento dei voti. Che è poi il livello al quale il movimento grillino è ridotto adesso nelle cosiddette intenzioni di voto, risalendo di qualche punto dal 17 cui l’aveva calato Matteo Salvini, nelle elezioni europee del 26 maggio scorso, dopo meno di un anno di governo gialloverde: quasi la metà del 32 per cento  e rotti delle elezioni politiche del 4 marzo 2018.

            Da capo del movimento pur ancora formalmente in carica, con tutti i certificati che gli passa all’occorenza Davide Casaleggio ristampandogli i risultati dei referendum elettronici gestiti dalla famosa piattaforma Rousseau, ora nota persino nel Palazzo di vetro delle Nazioni Unite a New York, dove lo stesso Casaleggio ne ha illustrato recentemente le meraviglie, Di Maio non può francamente sentirsi sereno. Lo può solo nel senso sinistro dato alla serenità, Di Maio a Napoli.jpgdefenestrando Enrico Letta da Palazzo Chigi nel 2014, il  suo nuovo alleato Matteo Renzi. Col quale peraltro il capo pur contestato del  movimento grillino sembra avere instaurato un rapporto davvero imprevisto e curioso di affinità. Essi hanno appena condotto insieme nel nuovo governo, mettendo alle corde Conte, il ministro dell’Economia, il Pd  e la sinistra radicale dei D’Alema, Bersani, Grasso e altri, la battaglia contro l’aumento o la cosiddetta rimodulazione dell’Iva. E hanno fatto spallucce a quanti -dentro la già assai variopinta maggioranza realizzatasi per scongiurare le elezioni anticipate che Salvini si aspettava dalla crisi avendo preso per buona la postazione pro-voto poi abbandonata dal segretario del Pd Nicola Zingaretti- si sono messi a ironizzare sulla strana coppia costituita appunto da loro due.

            Incoraggiati, anzi, dal successo conseguito nella battaglia sull’Iva, Di Maio e Renzi si ritrovano adesso insieme anche in un’azione di contenimento del tentativo congiunto di Conte e Zingaretti di dare valenza strategica e non più soltanto tattica, cioè momentanea, all’intesa fra grillini e Pd, estendendola il più possibile in periferia e proiettandola sulle elezioni politiche, ordinarie -nel 2023-o anticipate che potranno rivelarsi.

            “Dopo questa esperienza” in funzione antisalviniana “avversari come prima”, ha appena avvertito per conto di Renzi la sua capogruppo alla Camera Maria Elena Boschi. “E’ prematuro parlarne”, le ha fatto un po’ da coro il renziano Andrea Marcucci rimasto nel Pd, alla testa del gruppo del Senato, ma che potrebbe andarsene pure lui e aderire a Italia Viva se proprio la prospettiva dell’alleanza strategica dovesse diventare davvero realistica, come vorrebbe fra i piddini Dario Franceschini, non messo certamente a caso da Zingaretti, e da Conte, nel governo giallorosso come capo della delegazione del Pd.

            Su questa storia dell’alleanza fra pentastellati e piddini strategica e non tattica, definitiva e non provvisoria, bisognerà aspettare l’ultima parola di Grillo. Che per ora ha mandato a fare a quel posto .una volta tanto anche alcuni del suo movimento, presenti e assenti da Napoli,  per “i piagnistei” sugli attuali rapporti di collaborazione e di alleanza col Pd. Ma parlo, appunto, dei rapporti “attuali”. Su quelli futuri vedremo se e quali riflessioni maturerà “l’elevato” e si degnerà di trasmettere al suo pubblico pagante e non. Ogni previsione è naturalmente prematura.

 

 

 

 

Ripreso da http://www.startmag.it policymakermag.it

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