Il vergognoso silenzio caduto sulle rivelazioni della vedova Leone su Moro

               Neppure l’autorevolezza di una testimone come ka vedova dell’allora capo dello Stato Giovanni Leone e del giornale -il Corriere della Sera– che ne ha raccolto le rivelazioni sulla drammatica fine del presidente della Dc Aldo Moro nel 1978, che segnò -a  mio avviso- la vera fine della cosiddetta prima Repubblica, ben prima della vicenda giudiziaria di Tangentopoli e dell’uso strumentale fatto delle indagini sul finanziamento illegale della politica, sono riusciti a scaldare le odierne  cronache politiche e giudiziarie. Tutto è passato scandalosamente inosservato, a vantaggio delle solite bassezze e incongruità del dibattito o confronto politico, e qualcosa ancora d’altro, fra le opposizioni e la maggioranza di turno, e all’interno dei loro rispettivi e, del resto, confusi recinti.

             Che tristezza per la politica, per l’informazione ed anche per gli inquirenti che in più parti d’Italia, dalla Sicilia alla Toscana e ancora più sopra, hanno trasformato nell’unica sentina della Repubblica i rapporti veri o presunti del 1992, 1993 e 1994  fra la mafia, la politica e pezzi dello Stato, con o senza la trattativa sancita con una sentenza di primo grado ora sotto appello.

              Ma parlare di tristezza, diciamo la verità, è dir poco. Si dovrebbe più propriamente parlare di vergogna: quella che continuerà a fare spettacolo il 16 marzo e il 9 maggio di ogni anno per celebrare fra corone, divise, volti severi, dichiarazioni retoriche e squilli di tromba gli anni trascorsi dalla strage di via Fani, a Rona, dove con “geometrica potenza di fuoco” -si disse-  fu sterminata la scorta e sequestrato Aldo Moro, ucciso dopo 55 giorni di prigionia nel bagagliaio di un un’auto posteggiata nel box dell’appartamento romano di via Montalcini in cui era stato rinchiuso. Il cadavere venne lasciato con sinistra simbologia a parecchi chilometri di distanza, in una strada a equivalente e modesta distanza fra la sedi della Dc e del Pci. Che non seppero, non vollero e chissà cos’altro gestire le trattative con le brigate rosse in modo da salvare la vita all’ostaggio, dopo che la faccia dello Stato era stata bella che persa con lo stesso assalto in via Fani e con il suo esito.

              Le reazioni della gente comune alle rivelazioni della vedova Leone, sparse navigando in internet, sono state a loro modo persino peggiori, a volte, del silenzio incredibile degli organi e uomini delle istituzioni. Vi è stato addirittura chi, pur conoscendomi da vecchia data, e sapendo quanto sia stato sempre attento alla vicenda Moro, non foss’altro per averne apprezzato in vita l’azione politica, difeso dalle strumentalizzazioni fattene dagli avversare e averlo anche frequentato, mi ha praticamente incluso fra i depistatori delle vicenda del 1978 per avere creduto, al pari della vedova Leone, senza bisogno di ricevere la segnalazione scritta e anonima da lei riferita al Corriere della Sera, che il covo dove Moro fu rinchiuso dopo il sequestro e poi portato alla morte nel bagagliaio di un’auto, fosse quello di via Montalcini. Che pure è stato ammesso e descritto dalla terrorista che lo aveva preso a carico, e dove l’ultima commissione parlamentare d’inchiesta sulla vicenda  Moro, presieduta dall’ex ministro della Pubblica Istruzione Giuseppe Fioroni, ha eseguito sopralluoghi e prove acustiche e militari per verificare le condizioni nelle quali si consumò l’ultimo atto della tragedia. Depistatori pure quei parlamentari, consiglieri, consulenti e quant’altro della commissione d’inchiesta?

              Furono depistatori anche l’informatore e l’allora vice segretario della Dc Remo Gaspari? Che verso la fine di aprile, sul portone di un edificio di viale Giulio Cesare dove il deputato democristiano abitava e teneva studio a Roma, e dove si sarebbe poi rifugiata, scoperta e arrestata, ospite di un referente dei servizi segreti sovietici, la terrorista dissidente Adriana Faranda, contraria all’uccisione di Moro, si scambiarono il nome di Montalcini. Che Gaspari, come poi avrebbe fatto la signora Leone dal Quirinale con la lettera anonima appena ricevuta, trasmise al Ministero dell’Interno per iscritto, dopo averne parlato col segretario del partito Benigno Zaccagnini. Le due segnalazioni ebbero lo stesso, desolante, inquietante, gravissimo epilogo: nessuna azione conseguente, se non la scomparsa di entrambe le lettere dal materiale degli inquirenti. E sarebbero gli altri i depistatori? Ma con quale vergogna- ripeto- si possono ancora dire e pensare simili ignominie. E ancora credere agli aguzzini del povero Moro, abbonando tutte le loro reticenze e contraddizioni, sino al punto di lasciarli invitare a parlare in sedi didattiche, salvo intervenire all’ultimo momento per evitare almeno il compimento anche di queste oscenità?

                Moro riposa in pace -spero, dopo tutto quello che gli è accaduto da vivo e da morte- nella feretro Moro.jpgsua Torrita Tiberina e Leone nella  cappella di famiglia a Napoli dove è scolpita la frase di San Paolo riferita al Corriere da donna Vittoria: “Vita mutatur, non tollitur”. Vi fu sepolto Mattarella da Moro.jpgdopo aver potuto giustamente vantarsi, come ha detto la vedova, di essere stato “l’unico democristiano non maledetto da Moro nelle sue drammatiche lettere” dalla prigione, dove probabilmente l’ostaggio seppe anche della grazia che il presidente della Repubblica stava per concedere di propria autonoma iniziativa per una detenuta, Paola Besuschio, non macchiata di reati di sangue, inclusa nell’elenco dei tredici “prigioniieri” con i quali i brigatisti rossi avevano chiesto di scambiare Moro.

              Fu un’iniziativa, quella di Leone, vanificata dalla tempestività con la quale i terroristi, informati chissà da chi, anticiparono l’esecuzione del prigioniero ma che valse lo stesso a segnare Leone.jpgpoliticamente la fine di Leone, costretto dopo qualche settimana alle dimissioni, sei mesi prima della scadenza del suo mandato, con ridicole motivazioni di facciata: addirittura per ridare vitalità alle istituzioni mortificate dalla conferma stentata della legge sul finanziamento pubblico dei partiti nel referendum abrogativo promosso dai radicali. E per chiudere una campagna scandalistica per traffico di grazie e affari contro il capo dello Stato destinata a risolversi poi nella condanna giudiziaria della sua autrice, Camilla Cederna.

              “Leone si dimise -ha appena raccontato la vedova ad Aldo Cazzullo- perché la Dc non lo difendeva dagli attacchi interessati del Pci. Proprio quella Dc che qualche mese prima aveva lo aveva implorato di non dimettersi, come lui avrebbe voluto per difendersi meglio. Tutto cambiò con la terribile morte di Moro”. Che era stato proprio quello a dissuaderlo dalle dimissioni, conoscendone l’onestà, fedele alla stima maturata quando gli aveva fatto da assistente universitario, e consapevole della correttezza sperimentata anche in occasione della sua elezione a presidente della Repubblica, avvenuta su designazione dei gruppi parlamentari della Dc pochi giorni prima di Natale del 1971, senza che lui avesse minimamente trafficato per sé, e con soli 8 voti di scarto contro il concorrente. Che era proprio Moro, dopo il naufragio della candidatura di Amintore Fanfani.

              Anche questo ha opportunamente ricordato la vedova Leone nell’intervista alla quale informazione, poliitica e magistratura, almeno sinora, hanno reagito cone gli struzzi, mettendo la testa sotto la sabbia.

 

 

 

 

Ripreso da www,startmag.it http://www.policymakermag.it

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