I molti affanni della famiglia tutta politica di Silvio Berlusconi

             Matteo Renzi non sarà suo “figlio politico”, come ha precisato Silvio Berlusconi in un’intervista al Corriere della Sera mentre Marco Travaglio ancora rimproverava al senatore di Scandicci di essere andato a riverirlo ad Arcore, quando era sindaco di Firenze e l’altro presidente del Consiglio, baciandogli mani e pantofole pur ricavarne benefici a Palazzo Vecchio, dove il giovanotto regnava da sindaco..

            Renzi, sempre lui, sarà pure un “uomo di sinistra”, sempre secondo Berlusconi, per quanto ad essa inviso per avere seguito a Palazzo Chigi una politica “di destra” facendo entrare al Nazareno, dove disponeva dell’ufficio di segretario del Pd, “la mucca” evocata in televisione da Pier Luigi Bersani, decisosi alla fine ad uscirne perché quell’animale vi si era troppo insediato.        Ancòra, l’ormai ex piddino Renzi     avrà pure permesso, con le sue improvvise aperture ai grillini, la formazione del governo “più di sinistra” nella storia del Paese, sempre secondo le valutazioni del Cavaliere. Che pure sino a qualche settimana fa collocava i pentastellati a destra, pericolosi quasi quanto i nazisti ai loro tempi in Germania.

             Renzi, infine, potrà pure scordarsi di poter pescare voti in quel che resta del bacino elettorale “moderato” di Forza Italia, sempre secondo Berlusconi, nonostante le voci che corrono sui parlamentari forzisti attratti dall’”Italia Vera”, messa sul mercato politico dall’ex segretario del Pd. Ma due cose sono certe, anzi certissime.

            La prima certezza è quella visita fatta da Berlusconi in persona a Renzi al Nazareno, negli ultimi giorni del governo di Enrico Letta, che aveva per un po’ vissuto anche della fiducia dell’allora senatore di Arcore, prima che perdesse il seggio perché condannato in via definitiva per frode fiscale. Fu una visita disinvolta, diciamo così, sia per l’invitante sia per l’invitato, che si accordarono su un percorso addirittura di riforme istituzionali. Poi, d’accordo, non se ne fece più nulla a causa dell’impuntatura di Renzi per mandare al Quirinale Sergio Mattarella, anziché Giuliano Amato, al posto dell’ormai sfinito Giorgio Napolitano, rieletto due anni prima. Ma quell’accordo sulla strada delle riforme era stato raggiunto da entrambi senza alcuna sofferenza, non pensando l’uno che l’altro fosse troppo di sinistra o, viceversa, troppo di destra, come a quei tempi Berlusconi veniva considerato, non avendo ancora provato quelli del Pd il centrodestra a trazione leghista destinato ad uscire dalle urne il 4 marzo dell’anno scorso, con tutto quello che poi ne derivò: un governo gialloverde consentito a Salvini anche da Berlusconi per evitare le elezioni anticipate.

            La seconda certezza è lo stato obiettivamente confusionale in cui si trova il partito di Berlusconi da un bel po’ di tempo, e che è ulteriormente cresciuto proprio con la decisione di Renzi di uscire dal Pd e di mettersi in proprio in uno spazio politico un po’ meno di sinistra, diciamo così, dove invece per comodità il Cavaliere vorrebbe inchiodarlo addebitandogli per intera la responsabilità del governo giallorosso. E ciò senza mai pronunciare una parola di smentita alle ricorrenti notizie su contatti, in entrata e in uscita, del suo fedele ex sottosegretario a Palazzo Chigi col presidente del Consiglio in carica, con l’occhio e le orecchie rivolte ai problemi che l’attuale governo potrebbe incontrare per l’azione dei renziani in Parlamento, soprattutto al Senato. Dove i numeri di qualsiasi maggioranza sono notoriamente ballerini, ragion per cui Renzi aveva previsto nella sua riforma di riservare la fiducia all’esecutivo solo alla Camera.

            “Forza Italia ha sempre votato, con qualsiasi governo, i provvedimenti che riteneva positivi per l’Italia e gli italiani”, si è vantato lo stesso Berlusconi nella sua intervista al Corriere della Sera, anche se ha aggiunto, quasi in un ossimoro politico, che “qualunque forma di sostegno verso questa maggioranza o verso questo esecutivo è e sarà del tutto impossibile”. Questo una volta si chiamava, con la lingua dello stesso Berlusconi, “il teatrino della politica”. Il Cavaliere se n’è forse impratichito troppo nei suoi 25 anni e più ormai di esperienza politica, appunto. E si trova spesso anche lui in mezzo al guado in cui tante volte si è compiaciuto di vedere o di avere messo gli altri.

 

 

 

Ripreso da http://www.policymakermag.it

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