Stampa avvisata, per niente salvata dal governo a cinque stelle

Alla festa dei primi- e, si spera, non ultimi-  cento anni della stampa parlamentare, vista certa smania per la democrazia digitale, si è consumato uno scontro col governo, rappresentato nella Sala della Lupa di Montecitorio dal sottosegretario all’editoria, il grillino Vito Crimi. Conviene raccontarlo e dedicargli qualche riflessione.

Reduce peraltro da un intervento critico sul blog ufficiale del suo movimento nei riguardi dei giornali, che non sarebbero abbastanza rigorosi e imparziali per la massiccia presenza di editori “impuri”, Crimi non ha gradito le proteste e preoccupazioni espresse dal presidente del collegio di garanzia e promozione culturale  dell’associazione della stampa parlamentare, Giorgio Frasca Polara, per il clima di insofferenza e a volte persino di minaccia avvertito negli ultimi tempi dai giornalisti. Che occupandosi di politica sono pur adusi alle difficoltà del loro lavoro nei rapporti col potere, per chiamarlo in senso lato.

Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio non ha gradito. Ed ha ritenuto di restituire pan per focaccia, diciamo così, quando gli è toccato di prendere la parola, dopo l’intervento di saluto e di augurio del presidente della Camera Roberto Fico, a metà quasi della festa.

In particolare, Crimi ha ritenuto di cogliere l’occasione offertagli dalla storica Simona Colarizi, che aveva ricordato il peso, a suo avviso determinante, avuto nel 1915 dal Corriere della Sera nella partecipazione dell’Italia alla prima guerra mondiale, per sviluppare pressappoco questo ragionamento: facendo politica, la stampa deve stare al gioco e subirne quindi le conseguenze. Siamo insomma ai guai ai vinti, o quasi. E sentendosi un vincitore, salvo poi dichiararsi anche lui, sconsolato, “in attesa di Godot” sul suo blog personale di fronte alle difficoltà anche del governo gialloverde, Beppe Grillo può allegramente gridare sulle piazze la voglia che ha di mangiare, anzi divorare, i giornalisti per il solo gusto di poterli poi “vomitare”, mettendosi evidentemente le dita in bocca.

È curioso che Crimi abbia fatto il suo ragionamento sulla stampa che fa politica, e ne deve perciò subire le conseguenze, parlando “a nome del governo”, come ha precisato in ben due passaggi del suo intervento. Davvero curioso.

Con tutto il rispetto e anche la simpatia che merita la professoressa Colarizi, molti giornalisti, credo la maggior parte di essi, hanno ritenuto e tuttora ritengono non di fare politica ma di raccontarla e/o di commentarla: anche quelli della stampa dichiaratamente e trasparentemente di partito, purtroppo in estinzione, o quasi. Dico purtroppo perché essa è stata benemerita per la crescita della professione e della democrazia in Italia e altrove.

La passione e la militanza, quando è -ripeto- dichiarata e trasparente, non compromette la professione giornalistica, purché sia chiaro il limite fra chi racconta la politica, pur con la sua parzialità, pari d’altronde a quella del cronista di una partita di calcio, e chi poi traduce la politica in decisioni e ne risponde non ai lettori, perdendone o guadagnandone per strada, ma agli elettori, ottenendone o no l’investitura alle funzioni legislative, e a tutte quelle che ne derivano costituzionalmente, comprese quelle esecutive.

Non meno di noi giornalisti, stando al ragionamento di Crimi, hanno fatto politica, almeno in questi ultimi tre decenni, i magistrati. Basterebbe rileggersi, intrecciate fra di loro, le cronache giudiziarie e politiche della stagione di “Mani pulite”. Con la differenza che noi giornalisti disponiamo della reputazione altrui, specie quando sostituiamo i tribunali nei processi, e i magistrati invece dispongono anche della libertà altrui.

Mi prenderebbero per pazzo, e non solo le toghe, se osassi scrivere che i magistrati facendo politica -e Dio sa quanta ne abbiano fatta, ripeto, a volte senza neppure rendersene conto, al riparo della obbligatorietà dell’azione penale e dei tre gradi di giudizio-  debbono stare al suo gioco, e subirne gli effetti. O incassarne i vantaggi quando una partita elettorale o di governo si chiude a loro favore, come accadrebbe ai giustizialisti se passasse il tentativo, già tradottosi in un emendamento alla legge sulla corruzione all’esame del Parlamento, di bloccare la prescrizione alla prima sentenza, esonerando gli altri due gradi di giudizio dalla garanzia costituzionale, e quindi dall’obbligo della ragionevole durata dei processi.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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