La tentazione di Robespierre fra i riccioli di Toninelli e i capelli a spazzola di Di Maio

Lo scontro, pur diretto, è stato a bassa tensione, senza i rinforzi del comitato di redazione, soliti in queste circostanze, e con un solo, breve corsivo del direttore Mario Calabresi, sotto la cronaca ancor più breve, a pagina 4 di Repubblica, della partecipazione del ministro grillino delle Infrastrutture Danilo Toninelli alla trasmissione de La 7 “In onda”. Che ha sostituito in questa stagione estiva lo spazio di Lilli Gruber.

Nel riproporre la sua posizione fortemente critica verso la società che gestisce le autostrade italiane comprensive del viadotto Morandi, crollato a Genova il 14 agosto provocando 43 morti, e nel ribadire i propositi di nazionalizzazione del settore, appena rilanciati del resto dal vice presidente del Consiglio e collega di partito Luigi Di Maio, il ministro ha espresso “dubbi” sulla “linea editoriale di Repubblica”. Che è sostanzialmente critica verso l’ipotesi della nazionalizzazione, cui sembra peraltro finalizzato un decreto legge in cantiere fra Palazzo Chigi e il Ministero delle Infrastrutture.

In particolare, incalzato da Luca Telese, che ha reso ancora più chiara, con tanto di nome e cognome, la principale allusione dell’ospite contro Repubblica, Toninelli ha sottolineato la contemporanea presenza di Monica Mondardini nei consigli di amministrazione di Atlantia, cui fa riferimento la società Autostrade della famiglia Benetton, e del gruppo editoriale di Repubblica, di cui sino a poco tempo fa era anche amministratrice delegata, ricoprendo ora solo la carica di vice presidente.

“Chi ci ha letto in queste settimane -gli ha risposto il direttore Calabresi- ha ben chiaro con quale incisività abbiamo scavato nelle responsabilità della tragedia di Genova, denunciando e indagando con scrupolo e rigore, mostrando che non esistono condizionamenti esterni. Monica Mondardini non ha mai interferito nel lavoro dei giornalisti. Il ministro Toninelli dovrebbe imparare ad accettare le critiche che gli vengono mosse, nel nostro caso mosse da una sua oggettiva incapacità e inconcludenza, e smettere di alimentare sospetti infondati. Piuttosto chiarisca la natura di quei suoi “dubbi”. In una vicenda come quella di Genova, che necessita della massima trasparenza, la cosa peggiore che possa fare un rappresentante delle istituzioni è inquinare il dibattito con allusioni e insinuazioni”.

Già nelle ore immediatamente successive alla tragedia genovese, quando ancora si scavava fra le macerie per estrarre morti e feriti, il vice presidente del Consiglio Di Maio ripropose il vecchio e per niente inventato tema, per carità, della stampa italiana sprovvista di editori “puri”, impegnati cioè a fare soldi e a rimetterne solo con i giornali. E quanto meno tentati, perciò, di usarli per altri e più decisivi affari, in una “mangiatoia” infinita, per ripetere un’immagine usata da Toninelli a proposito delle autostrade,

Quella tempestività di Di Maio si prestò al sospetto, magari arbitrario, che si volesse cavalcare a rovescio la tragedia genovese, cioè che si volesse usare la tragedia del crollo del ponte per regolare altri conti, visto l’atteggiamento critico già allora di Repubblica verso il governo gialloverde. I  cui primi “cento giorni” sono stati ieri liquidati  in un titolo di prima pagina del giornale fondato da Eugenio Scalfari come “di soli annunci”, con “quasi nessuna promessa rispettata”.

Francamente, da giornalista che ha lavorato in giornali sia privati che pubblici ho sempre un po’ diffidato delle discussioni astratte sugli editori puri  e impuri, concludendo che anche in quelli pubblici, come in quelli posseduti da privati senz’altri interessi, il professionista serio deve sempre preoccuparsi di difendere la propria autonomia. E non lasciarsi mai condizionare da pregiudizi, che possono anche essere personali, come quelli opportunamente lamentati di recente da Piero Sansonetti a proposito della tragedia del Vajont del 1963, ben più grave di quella di Genova di quest’anno.

Allora persino un mostro sacro del giornalismo italiano come Indro Montanelli si lasciò condizionare, come onestamente ammise molto dopo, dall’ostilità alla nazionalizzazione dell’energia elettrica, per cui per le società private che la producevano e gestivano  scattò un sentimento di difesa, e di sottovalutazione delle loro responsabilità.  La diga del Vajont e le migliaia di morti che ne derivarono gridano ancora vendetta.

Non vorrei che in attesa dell’arrivo e della vittoria dell’editore “puro” si cedesse alla tentazione di sognare la nazionalizzazione anche dei giornali, come delle autostrade, con la pretesa del governo di turno, e delle relative maggioranze, di sapere distinguere il vero dal falso, il giusto dall’ingiusto, il diligente dal parassita.

Parlo del parassita a ragion veduta perché proprio di recente Di Maio, annunciando la svolta pentastellare o grillo-leghista alla Rai, ha liquidato come “parassiti” di cui liberarsi appunto tutti i giornalisti che vi sono stati assunti in passato, e ancora ne sono dipendenti.

Beh, questa è una logica un po’ robesperriana che mi fa paura, anche se riconosco che non potranno bastare  i capelli cortissimi di Di Maio né i riccioli che porta in testa allegramente e simpaticamente Toninelli a farne dei Robespierre moderni, senza parrucca.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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