Quando il giovanissimo Casini rischiò di rottamare Berlusconi

Non proprio tutto, come forse ha voluto far credere per stare al passo coi tempi, anzi per vantarsi di averli largamente preceduti, ma qualcosa di vero c’è nella rappresentazione che Pier Ferdinando Casini ha appena fatto di se stesso come “rottamatore” negli anni giovanili della militanza democristiana. Ma rottamatore di classe, senza cadere nelle esagerazioni e improvvisazioni del deputato grillino Alessandro Di Battista, da lui redarguito come “cialtrone” nella riunione congiunta delle Commissioni Esteri della Camera e del Senato, dove si è discusso della imminente e piena ripresa delle relazioni con l’Egitto, pur perdurando troppi misteri sul barbaro assassinio del giovane ricercatore italiano Giulio Regeni al Cairo.

Della Commissione Esteri del Senato Casini è presidente, dopo essere stato presidente della Camera. A sentire il giovane Di Battista imprecare contro il governo come complice degli aguzzini di Regeni egli non è riuscito a trattenersi. E ha poi dichiarato al Corriere della Sera: “Anche io ero un rottamatore, ma studiavo ed ero più umile”.

Partecipe da ragazzo, direi, della corrente democristiana dei “dorotei”, che faceva nella Dc il bello e il cattivo tempo, componendo e scomponendo gli equilibri interni ma anche esterni al partito, Casini aveva l’abitudine di interrompere e fare perdere le staffe ai leader nazionali negli incontri che precedevano o seguivano i maggiori dibattiti nella Direzione o nel Consiglio Nazionale. Fu proprio la sua vivacità a colpire Antonio Bisaglia e a farne assumere una specie di protezione.

Ciò che l’allora potente ministro veneto delle Partecipazioni Statali non si sentiva di dire in prima persona contro Mariano Rumor e/o Flaminio Piccoli lo lasciava dire al giovanissimo Casini, non ancora deputato ma già avanti nella carriera di partito.

Dei due, Piccoli era il più irritabile. Rumor al massimo arrossiva di nervosismo, Piccoli invece inveiva, protestava, batteva i pugni sul tavolo. E Casini, finite le riunioni di corrente, si divertiva a farne il resoconto a noi giornalisti imitando il leader trentino come neppure Maurizio Crozza sarebbe riuscito se fosse nato qualche decennio prima.

I peggiori scontri fra i due avvennero durante l’esperienza della maggioranza di cosiddetta solidarietà nazionale col Pci di Enrico Berlinguer. Che Bisaglia da ministro viveva così male da rischiare nella crisi di gennaio del 1978 la conferma nel passaggio dall’astensione al voto di fiducia dei parlamentari comunisti. A salvarlo, e con lui anche Carlo Donat-Cattin, della sinistra sociale della Dc, fu in una lunga e drammatica riunione alla Camilluccia il presidente del partito Aldo Moro. Che dopo qualche giorno sarebbe stato rapito dalle brigate rosse.

In una riunione di corrente risalente ai tempi in cui Piccoli da capogruppo democristiano della Camera era diventato segretario del partito Casini lo interruppe così tante volte che lui gli si scagliò quasi addosso sfidandolo a prendere il suo posto e a dimostrare che cosa fosse capace di dire e di fare.

Quando riferii a Indro Montanelli il racconto fattomi di quella riunione da Casini, al direttore del Giornale si illuminarono gli occhi. Aveva trovato lo spunto per il suo Controcorrente del giorno dopo, che scrisse di botto facendomi solo il piacere di non nominare Casini. Ma di Piccoli scrisse che “diavolo di un uomo, ha perso anche quello che non ha: la testa”.

L’indomani mi telefonò nella redazione romana del Giornale Silvio Brrlusconi, angosciato come mai più l’avrei sentito. “Non ho comperato il Giornale -mi disse- per non fare più l’imprenditore”.

Invece di rottamare Piccoli, senza volerlo e saperlo Casini aveva insomma rischiato di rottamare Berlusconi.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

 

 

 

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