Dal Campidoglio a Santa Maria della Pietà

C’è un grande traffico pedonale sulla scalinata del Campidoglio. Traffico di turisti, i soliti che fortunatamente continuano ad arrivare nella Capitale d’Italia, per quanto brutte siano le notizie che ne ricevono nei loro paesi. Per fortuna la curiosità e la cultura, quella naturalmente del passato, tirano ancora.

Meno consolante però è il grande traffico di assessori, dirigenti, assistenti e quant’altro del Comune: quelli in discesa, cacciati dalla sindaca grillina Virginia Raggi, che ormai non bada più alle forme, senza cercare di invogliarli a “spontanee” dimissioni, e quelli in salita, che si portano appresso pesanti valigie perché provengono generalmente da fuori città, provincia e regione: non ancora dall’estero, ma vedrete che prima o poi la prima cittadina di Roma e quanti la consigliano, e noi imprudenti giornalisti scambiamo per commissari politici, allungheranno lo sguardo anche oltre i confini nazionali. In Venezuela, per esempio, c’è un bel po’ di disoccupazione di classe dirigente in cui poter pescare. Parlo naturalmente del Venezuela vero, non di quello della dittatura del generale  cileno Pinochet spostata sul mappamondo di Montecitorio dal vice presidente grillino Luigi Di Maio. In previsione del cui arrivo a Palazzo Chigi hanno cominciato a rimuovere tutte le carte geografiche appese alle pareti.

Il sovranismo, sotto tutte le sue forme, che accomuna un po’ grillini, leghisti e fratelli d’Italia,  non a caso ritrovatisi come elettori l’anno scorso, nel ballottaggio col candidato del Pd Roberto Giachetti, a sostenere la Raggi, è un po’ in tensione in questi giorni.

La gara che la sindaca di Roma ha ormai ingaggiato col potente presidente americano Donald Trump a chi fa più cambiamenti fra Campidoglio e Casa Bianca, rimuovendo e assumendo, può bene inorgoglire il sovranismo nazionale. Ma c’è anche un sovranisno, diciamo così, locale da rispettare, nel senso del rapporto fra l’amministrazione, appunto locale, che un sindaco è chiamato a guidare e il territorio che lo ha eletto, peraltro a scrutinio diretto. Va bene, Roma è ridotta male. Ma è possibile che all’interno delle sue mura, del suo raccordo anulare, della sua regione, non si riesca a trovare, o lo si trovi sempre più di rado uno capace di fare l’assessore, il dirigente, il consulente?

Persino al Fatto Quotidiano diretto da Michele Travaglio, che storpia polemicamente nomi e cognomi a tutti quelli da cui dissente con la sola eccezione dei grillini, almeno per quanto io ricordi, hanno cominciato a sbarellare. E a chiedersi che cosa stia accadendo lungo la scalinata del Campidoglio e nei dintorni. Il furto, reale o metaforico, di cose e di competenze, che in quel giornale vedono dappertutto e di cui reclamano la severa punizione, si è finalmente guadagnato le virgolette di Travaglio, che le ha applicate alla Raggi e ai suoi consiglieri o consigliori che “rubano” dalla mattina alla sera a Livorno il nuovo assessore capitolino al bilancio. Il cui merito sarebbe stato quello di avere salvato l’azienda della raccolta dei rifiuti della città toscana ora a 5 Stelle col ricorso al concordato preventivo, anche a costo di finire sotto indagine e processo.

La cura del concordato preventivo per un’azienda comunale in dissesto era stata anche quella proposta per l’azienda dissesstatissima dei trasporti romani Atac da un direttore generale, anche lui assunto da fuori, che ha dovuto però rifare proprio per questo le valigie e tornarsene nella sua Lombardia. Gi si erano opposti non solo i numerosi sindacati che hanno contribuito a rendere l’Atac quella che è, ma anche la sindaca Raggi in persona e l’assessore del bilancio Andrea Mazzillo. Che però prima ha perduto alcune “deleghe”, cioè competenze, e poi il posto per essere sostituito appunto da quello che a Livorno ha salvato l’azienda dei rifiuti con la procedura fallimentare.

Non si capiscono allora i motivi dell’allontanamento cui è stato costretto l’ex direttore generale e capo dell’Atac. Ma soprattutto non si capisce perché ci si ostini a lasciare la sede dell’amministrazione comunale di Roma in Campidoglio, e a non trasferirla nel complesso di quello che fu l’ospedale Santa Maria della Pietà, che la Raggi dovrebbe conoscere bene perché vi abita vicino. Pietà, appunto, per la Capitale.

La Stampa ha restituito al Corriere il suo Enzo Bettiza

Alla vigilia del trigesimo della morte di Enzo Bettiza, spentosi a Roma il 26 luglio, il Corriere della Sera gli ha dedicato un articolo dello scrittore e amico Claudio Magris. Che meglio non avrebbe potuto scriverne sia come scrittore, pure lui, sia come giornalista, sia come politico sia come uomo, pur lamentando una certa discontinuità nei loro rapporti derivata probabilmente dai molteplici impegni di Enzo.

In particolare, a proposito dei suoi romanzi, dal Fantasma di Trieste ai Fantasmi di Mosca, dal Libro perduto alla Distrazione, che “costituiscono una drammatica, feroce e vorace commedia umana del ventesimo secolo”, Magris si è chiesto “come abbia fatto a scrivere quell’epopea romanzesca, quelle migliaia di pagine, la cui debordante fantasia richiede tante acute ricerche, scrivendo nel frattempo tanti articoli di inchieste e di viaggi, partecipando alla vita e alla polemica politica e alle tempestose vicissitudini dei giornali -protagonisti e vittime, armi e bersagli delle lotte di potere- e vivendo con intensità affettiva  e brama dissipatrice, avida e generosa”.

Me lo chiedevo anch’io, più modestamente e con parole più semplici, quando riuscivamo a incontrarci, a volte io cercando lui e altre volte lui cercando me, e parlavamo di tutto ciò che gli correva per la testa, direi nelle vene. Ne uscivo sempre più stordito, e orgoglioso di un rapporto professionale e umano nato per una coincidenza: la nascita del Giornale, dove peraltro non mi aveva portato lui ma vi ero arrivato tramite Gianni Granzotto.

Enzo Bettiza era una miscela di generosità ma anche di risolutezza direi persino vendicativa, specie quando qualcuno gli faceva un torto. E Dio solo sa quante ne dovette subire nei giornali: dal direttore storico della Stampa Giulio De Benedetti, che lo licenziò per telefono perché non sopportava i ritardi delle sue corrispondenze da Mosca, bloccate dalla censura, a Indro Montanelli, che pur di non confrontarsi con lui, e di non perdere nello scambio di idee e di opinioni, tanto le conosceva forti, s’inventò la favola della sua irreperibilità.  Eppure  Enzo gli aveva portato dal Corriere e altrove le migliori firme del Giornale fondato nel 1974.  Le vendette di Enzo consistevano nella interruzione dei rapporti e nell’uso acuminatissimo delle parole e delle immagini quando si occupava del malcapitato di turno, in un articolo o in un saggio.

Bettiza a volte riusciva però ad essere anche ingenuo, richiamato alla realtà dalla sua Laura Laurenzi, come mi capitò di vedere e di sentire una volta che stavamo parlando della sua possibile nomina a presidente della Rai. Ma che cosa vi siete messi in testa?, ci interruppe Laura coinvolgendomi nel richiamo alla realtà e spiegando: “Quello è un giro di potere che vi è completamente estraneo”. E infatti la carica finì ad un ex presidente della Corte Costituzionale, preferitogli dai presidenti delle Camere e scivolato poi rapidamente su incidenti di percorso, diciamo così.

Quanto mi mancano le telefonate, le chiacchierate, i ricordi di Enzo Bettiza. Che la ritrovata Stampa, dopo quell’infame torto di Giulio De Benedetti, è riuscita a restituire per intero al  “suo” Corriere della Sera, dove lo hanno celebrato ancora in vita e in morte più del giornale diretto da Maurizio Molinari, che pure ne ha gestito -un po’ maluccio, forse- la sua ultima collaborazione.

Grande, grandissimo Sergio Staino: un giovanotto di 77 anni……

Nei miei quasi sessant’anni di elettorato attivo non mi è mai capitato di votare per il Pci e per i suoi derivati, come ha invece fatto sempre  con orgoglio e passione Sergio Staino, arrivando a dirigere alla bella età di 76 anni la testata storica della sinistra marxista e poi post-marxista fondata nel 1924 da Antonio Gransci: l’Unità, di cui era stato in precedenza un vignettista storico quanto il corsivista Fortebraccio nei decenni precedenti.

Una sola volta -lo confesso- sono stato tentato di votare per il Pd appena fondato e diretto dal mio amico Walter Veltroni, di cui ho sempre apprezzato la cultura e la buona educazione, spinta all’eroismo dalla capacità di affrontare sgambetti e quant’altro di Massimo D’Alema. Ma dovetti tirarmi indietro quando Walter decise, all’ultimo momento, di apparentare elettoralmente nel 2008  il suo partito ancora in fasce con quello sfasciacarrozze politico che consideravo Antonio Di Pietro. Il quale poi, sempre politicamente parlando, lo avrebbe portato alla rovina trascinandolo su una linea giustizialista e manettara che mi ha fatto sempre orrore. E che ritengo non sia mai piaciuta neppure a Veltroni, che quella volta dovette subire chissà quale situazione.

Fatta questa premessa, debbo dirvi con franchezza che ammiro Sergio Staino sia per la sua passione politica, sia per la franchezza, sia per la capacità di conciliare l’una e l’altra con una capacità di analisi sulla natura che dovrebbe avere oggi, cadute le famose ideologie, una sinistra moderna.

Letta e riletta l’intervista ch’egli ha appena fatta al Dubbio di Piero Sansonetti, dove non a caso ha scelto di proseguire il suo mestiere di vignettista dopo la incredibile chiusura, spero ancora non definitiva, della “sua” Unità, debbo dire che quest’uomo di 77 anni è in realtà più giovane di quanti sono anagraficamente giovani ma mentalmente vecchissimi.

Staino merita le scuse del segretario del Pd Matteo Renzi per la villanìa con la quale ha consentito la chiusura dell’Unità liquidandola come “un fatto capitalistico”, essendo la testata finita per sua stessa scelta nelle mani di un imprenditore che l’ha gestita come un dentifricio, buttando il tubo svuotato delle opportunità non proprio editoriali che lo avevano indotto ad acquistarlo, pur al netto -lo riconosco- del rischio altissimo che aveva assunto l’avventura quando è cominciata una campagna intimidatrice sul solito percorso mediatico-giudiziario.

Staino merita le scuse anche di Pier Luigi Bersani, su cui egli aveva riposto una fiducia immeritata per quella bonomia emiliana che lo aveva portato a considerare il partito comunista e poi quello post-comunista come una “ditta”. Da cui non si esce quando si hanno problemi con gli altri soci.

Infine, con la sua ostinata decisione di continuare a votare per il Pd di Matteo Renzi, pur con tutti i torti subiti dal segretario, bastandogli e avanzandogli la prospettiva di fargli l’opposizione interna, Staino merita la rabbia -immagino- che deve avere provato Massimo D’Alema nel sentirsi da lui definire “il personaggio più deleterio per la sinistra italiana”, perché “ha vissuto tutta la storia del partito”, anzi dei partiti che ha frequentato e persino diretto, “in chiave personale”, arrivando a “distruggere” via via “Alessandro Natta, Achille Occhetto, Romano Prodi e Walter Veltroni”.

Tre anni perduti in tribunale appresso a una processione

C’è solo l’imbarazzo della scelta. Non so francamente se sia più giusto compiacersi del salvataggio giudiziario di una processione finita sulle prime pagine di tutti i giornali per un inchino davanti all’abitazione del boss locale o indignarsi per i tre anni, o i 36 mesi, o i 1095 giorni e più, come preferite, impiegati dal tribunale di Reggio Calabria per chiudere le indagini cosiddette preliminari e archiviare tutto, fra il sollievo di un parroco, di un sindaco e di un maresciallo dei Carabinieri sospettati di scarsa o nulla sensibilità antimafiosa, anzi antindraghetista. Tutto infatti si svolse nel mese di luglio del 2014 in territorio d’indrangheta: a San Procopio, un paesino  calabrese di un migliaio di abitanti.

La sosta galeotta della processione durò una ventina di secondi, sufficienti a indignare la collettività nazionale e  a fare storcere il naso, e chissà quante altre parti del corpo, alla presidente della commissione parlamentare antimafia.

Il boss omaggiato con quella sosta fu indicato in Nicola Alvaro, in quei giorni però assente da casa perché detenuto in carcere. Da cui sarebbe uscito dopo una settimana, non credo proprio per intercessione del Santo la cui statua fu vista o avvertita inchinata al cospetto dei familiari e delle mura del carcerato.

Questa piccola, piccolissima vicenda è emblematica del pressappochismo dell’informazione e delle sempre più insopportabili lungaggini di una magistratura che non si lascia ormai scappare occasione per allungare le distanze fra ciò che si aspetta la gente comune e ciò che produce l’amministrazione della giustizia.

Se bastasse una vignetta a far cambiare Paolo Gentiloni

Anche questa volta Emilio Giannelli ha affidato al Corriere della Sera una vignetta molto più efficace e godibile dell’editoriale di turno. Eppure il turno è toccato ad uno dei migliori della squadra di via Solferino: il professore Ernesto Galli della Loggia, che ha intrattenuto i lettori sulla  necessità di una nuova legge elettorale e sulla strana figura, nel nostro sistema istituzionale, del presidente del Consiglio. Il quale, anche quando gli è capitato, nella cosiddetta seconda Repubblica, di essere eletto o designato direttamente dagli elettori, capeggiando la coalizione uscita vittoriosa dalle urne, ha dovuto dividere il potere con un capo dello Stato così prevalente da potergli negare, almeno sulla carta, l’autorizzazione alla presentazione di un disegno di legge alle Camere. O da sciogliere anticipatamente uno o entrambi i rami del Parlamento senza neppure bisogno di avvisare il capo del governo, essendo egli tenuto per Costituzione ad infornare solo i presidenti delle assemblee legislative: infornare, sia chiaro, nel senso di consultarli, ma decidendo poi di testa sua, liberamente e insindacabilmente.

Più gustosa a avvincente della pur erudita rappresentazione del quadro istituzionale fatta dall’editorialista, i lettori del Corriere della Sera hanno probabilmente trovato la vignetta nella quale Giannelli ha interpretato le recondite intenzioni del presidente del Consiglio Paolo Gentiloni. Che arriva a braccetto con Matteo Renzi al tradizionale meeting estivo di Comunione e Liberazione, a Rimini, pensando al momento in cui potrà o dovrà staccarsene per rimanere alla guida del governo anche dopo le elezioni, nonostante le aspirazioni dell’altro a succedergli con la stessa autorità o forza politica con cui lo ha mandato a Palazzo Chigi meno di un anno fa, dopo la scoppola referendaria sulla riforma costituzionale. Che, se approvata, avrebbe  forse potuto anche riequilibrare in qualche modo i rapporti fra il presidente del Consiglio e il presidente della Repubblica.

Pur con tutta la simpatia e la stima che merita Giannelli, dubito tuttavia che Gentiloni sogni o insegua davvero lo strappo che gli viene attribuito nella vignetta. Anche a costo di sembrarvi un ingenuo, credo che il conte Gentiloni sia di una pasta diversa da quella abituale dei politici o dei leader di cui sono piene le cronache e i commenti politici.

Arrivato per caso a Palazzo Chigi, come per caso era arrivato alla Farnesina, egli potrà essere confermato sempre per caso, non di proposito. Cioè, non candidandosi o lasciandosi candidare da altri che non sia il segretario del suo partito. Che proprio per questo, cioè per il modo di essere e di muoversi di Gentiloni, lo riproporrebbe a Palazzo Chigi se non dovesse riuscire a far digerire la propria candidatura agli alleati post-elettorali. Sempre che a vincere, naturalmente, non sarà Beppe Grillo o il redivivo Silvio Berlusconi.

Scalfari su Renzi scrive come Catullo e canta come Tony Renis

Neppure di fronte agli attacchi del terrorismo islamista a Barcellona e in Finlandia, che ha naturalmente commentato da par suo, spaziando da est a ovest, Eugenio Scalfari ha saputo resistere alla tentazione di occuparsi anche dell’ormai miserevole, sempre più miserevole teatrino della politica italiana. Dove partiti e correnti si combattono per la conservazione o la conquista di un potere che nessuno poi potrà riuscire a gestire davvero nel nostro ormai superatissimo sistema istituzionale, peraltro privo sinora, e destinato assai probabilmente a rimanere privo di una legge elettorale davvero organica, capace di produrre due rami omogenei del Parlamento.

Ogni volta che una maggioranza, di centrodestra o di centrosinistra, ha provato a  riformare la Costituzione in vigore dall’ormai lontano 1948, concepita quindi in tutt’altro clima e da tutt’altre forze politiche, ha fatto un buco nell’acqua. O non ha superato la conferma referendaria o, se è riuscita ad evitare l’ostacolo, ha prodotto un obbrobrio di cui poi si pentita, come avvenne nel 2001, sotto il secondo governo di Giuliano Amato, per cambiare i rapporti fra Stato e regioni e intasare letteralmente di conflitti la Corte Costituzionale.

Ma torniamo a Scalfari e al suo interesse per il teatrino della politica italiana, come lo chiama spesso Silvio Berlusconi senza però rinunciare a parteciparvi anche lui con quel suo avanti e indietro nei rapporti con vecchi o nuovi alleati, reali o presunti. Il fondatore di Repubblica se l’è presa, in particolare, con Matteo Renzi. Del quale però ha scritto catullianamente, da Catullo. Che si contende storicamente con Marziale, Ovidio e altri del mondo latino il famoso “Nec tecum nec sine te vivere possum”. Non posso vivere, cioè, con te né senza di te.

A distanza di soli sette giorni dalla domenica in cui lo aveva incitato, se si fosse veramente sentito un uomo di sinistra, ad andare sulla sua strada senza inseguire i vari Bersani, D’Alema e anche Pisapia, trattato invece con i guanti dai cronisti e dagli altri editorialisti di Repubblica, Scalfari ha scritto del segretario del Pd: “Gli do consigli non richiesti, gli faccio critiche ancora di meno. Renzi da solo non può fare nulla. In buona compagnia non ci vuole stare. Vuole decidere da solo e tutto lui da solo, magari facendo qualche mezza alleanza non cucita ma imbastita, che è molto diversa. Imbastita con Alfano, imbastita con Franceschini, forse anche con Delrio e forse addirittura con Berlusconi. Se questo è il suo modo di procedere, alla fine non conterà niente, anche se dovesse diventare presidente del Consiglio”.

La tiratina o tiratona d’orecchie al segretario del Pd è stata chiusa da Scalfari richiamando una vecchia canzone di Tony Renis: “Dimmi quando tu verrai, dimmi quando quando quando…..”.

Credo che a quest’ora Matteo Renzi abbia già chiamato al telefonino Scalfari per rabbonirlo. Non ci resta che aspettare domenica prossima per vederne   gli effetti.

 

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net col titolo: Vi racconto l’ultima puntata dell’amorevole corrispondenza fra Scalfari e Renzi

Le origini della politica dell’odio in Italia

Stefania Craxi ha mille ragioni, e anche di più, per indicare nell’ignobile serata delle monetine e degli insulti al padre, il 30 aprile del 1993, una data emblematica, se non l’inizio della politica dell’odio nell’Italia repubblicana. Fu in effetti uno spettacolo orrendo, anticipatore anche dell’antiparlamentarismo, perché quei dimostranti sciagurati, reduci da un comizio di Achille Occhetto, intesero così vendicarsi anche del rifiuto legittimamente opposto dalla Camera neppure a tutte, ma solo ad alcune delle autorizzazioni a procedere chieste dalla magistratura contro il leader socialista accusato di corruzione e altro ancora per la pratica diffusissima del finanziamento illegale dei partiti: anche di quelli che sfacciatamente esaltavano la rivolta “morale” di quanti per le strade chiedevano ai vari Antonio Di Pietro di farli sognare con le manette e i suicidii di chi aveva ancora il pudore -disse qualche magistrato- di vergognarsi delle accuse rivolte dalla Procura di turno della Repubblica.

A quei cortei di giustizialisti assatanati per le strade milanesi, e davanti al Palazzo ambrosiano della Giustizia, si è giustamente richiamata anche Tiziano Maiolo in questi giorni partecipando al dibattito aperto dal Dubbio sulle radici e le ragioni della politica dell’odio.

Eppure, pur coinvolto da quegli spettacoli indecenti, essendomi capitato con Ugo Intini in quei tempi di essere insultato per strada, a Roma, da giovinastri in moto che ci avevano riconosciuti, e non ci rimproverano di essere amici di Bettino Craxi, ho qualche dubbio che la politica dell’odio fosse cominciata allora. Ho dubbi, per esempio, ad escludere che i semi non fossero stati buttati già negli anni della contestazione, per niente o non sempre allegra, sessantottina. Cui seguirono gli anni di piombo, ai quali appartiene anche il quasi trionfale annuncio dell’uccisione del commissario Luigi Calabresi sul giornale Lotta continua, dove Adriano Sofri e compagni erano convinti che fosse stato così vendicata la morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli nella Questura di Milano, dopo il fermo per la strage di Piazza Fontana nel 1969.

Non meno odiosa, sotto tutti i punti di vista, mi parve poi, nel mese di giugno del 1978, dopo la orribile morte di Aldo Moro e della sua scorta per mano delle brigate rosse, la defenestrazione di Giovanni Leone dal Quirinale, sotto una pioggia che sembrava riversasse anche le lacrime di una giustizia e di una politica tradite dal cinismo e dall’opportunismo.

Del povero Leone i conunisti, incredibilmente seguiti dal partito dello stesso presidente della Repubblica, la Dc, e persino da garantisti come i radicali e i socialisti, reclamarono e ottennero le dimissioni non perché si fosse reso responsabile delle colpe attribuitegli da una indecente campagna di stampa smentita poi in tribunale, ma per il fatto stesso di esserne stato il bersaglio.

Si reclamò -ahimè- il sacrificio di un Presidente della Repubblica, con tutto il discredito che lo avrebbe accompagnato sin quasi alla morte, sino a quando cioè non arrivarono le scuse tardive di chi lo aveva voluto punire, come atto riparatorio della sfiducia espressa da molti elettori verso la politica votando per l’abolizione della legge sul finanziamento pubblico dei partiti. Che peraltro fu confermata dal referendum, sia pure di stretta misura.

Ancora più vomitevole appare quella destituzione presidenziale, sotto le mentite spoglie di dimissioni volontarie, se collegata al tentativo compiuto dallo stesso Leone nelle settimane precedenti di salvare la vita ad Aldo Moro predisponendo di sua iniziativa la grazia a Paola Besuschio, che era nell’elenco dei detenuti con i quali le brigate rosse avevano chiesto di scambiare in blocco l’ostaggio. Quella grazia, già ritardata dalle proteste dei comunisti per una presunta violazione della cosiddetta linea della fermezza, fu alla fine preceduta dalla decisione dei terroristi di uccidere il prigioniero per evitare di spacccarsi nella valutazione del provvedimento di clemenza, ai fini dell’epilogo del sequestro.

Scusatemi, quindi, se insisto ma la politica dell’odio nell’Italia repubblicana ha forse origini più lontane del 1992 e 1993: origini senza le quali forse quegli anni del terremoto giudiziario delle cosiddette Mani pulite non sarebbero stati così disgraziati.

 

Continua la manipolazione dell’inchiesta targata Consip

Orfano dell’Unità, che aveva generosamente cercato di salvare dall’ultima e forse definitiva chiusura, l’imperdibile Sergio Staino ha rappresentato sul Dubbio -e dove sennò, col nome che ha questa testata diretta da Piero Sansonetti?- la reazione dei lettori comuni di fronte agli sviluppi della complessa vicenda giudiziaria della Consip, cominciata a Napoli e ramificatasi a Roma.

La scarcerazione di Alfredo Romeo, ordinata dal tribunale del riesame di Roma, costretto dalla Cassazione a tornare su un ricorso sbrigativamente respinto in prima battuta, non è avvenuta perché l’imputato non poteva più inquinare le prove, né ripetere il reato contestatogli di corruzione, né fuggire, come annunciato invece dal giornale di Marco Travaglio, ma per la carenza, le contraddizioni delle accuse, e forse anche gli abusi compiuti nelle intercettazioni disposte dalla Procura di Napoli. Dove lavora il pubblico ministero Henry John Woodcock, su cui Staino si è praticamente chiesto se non sia il sinonimo dell’errore giudiziario procurato, non subìto.

Il magistrato col quale Staino se l’è presa è già sotto inchiesta penale e disciplinare. Egli merita naturalmente tutte le garanzie dovute ad un indagato. Sarei disonesto se non facessi questa premessa. Va detto inoltre che, per quanto responsabile dell’inchiesta nella fase napoletana, Woodccok non ha fatto, né poteva fare tutto da solo. Le intercettazioni di Romeo, che prima ne provocarono l’arresto e poi coinvolsero giudiziariamente e mediaticamente nelle indagini anche il padre di Matteo Renzi, con effetti non irrilevanti sul dibattito politico, a dir poco, oltre ad essere state forse troppo invasive, adottate cioè con mezzi e criteri non consentiti dal tipo di reato contestato all’imprenditore campano, ma sono state sicuramente manipolate dalla polizia giudiziaria proprio nella parte riguardante Renzi. A risponderne è già stato chiamato dalla Procura di Roma un capitano dei Carabinieri di cui Voodcok ha difeso quanto meno la buona fede, senza poter tuttavia contestare o eliminare il sospetto che quella manipolazione abbia potuto indurre anche lui in errore: sempre in buona fede, per carità, ma non senza effetti giudiziari e mediatici. E ciò al netto di tutte le fughe di notizie che sono anch’esse oggetto di inchieste.

E’ un pasticcio, come si vede, enorme. Che ha messo in tale imbarazzo i giornali abituati a cavalcare le indagini anticipando i processi da mettere la sordina alla notizia della scarcerazione di Romeo, tenuta lontana dalla stragrande parte delle prime pagine. E quando Repubblica ha cercato di rimediare all’errore affrettandosi a intervistare l’imprenditore finalmente liberato, pur incalzandolo con i toni e gli argomenti dell’accusa, il solito Fatto Quotidiano diretto da Travaglio ha liquidato le dichiarazioni di Romeo, fortemente contestatrici nei riguardi degli inquirenti, come “messaggi per rassicurare babbo Renzi su Consip”. Il problema quindi rimane ossessivamente quello del coinvolgimento del padre del segretario del Pd.

E’ la stampa, bellezza. Lo disse tanti anni fa cinematograficamente a Casablanca Humphrey Bogart.

Quando il disfattismo arriva per Facebook

         Ai Ministeri dell’Interno, della Difesa, degli Esteri e chissà dov’altro, penso anche al Quirinale, forse persino in Vaticano, visto che è di casa -diciamo così- da noi, o noi siamo di casa da quelle parti nonostante il Papa straniero, debbono avere fatto gli scongiuri pure loro, come lo stesso autore, davanti alla cartolina di colore turchese diffusa per Facebook da un tale Davide Amato, di Noto, in Sicilia. Che dopo l’attentato a Barcellona rivendicato dall’Isis si è chiesto, e ci ha chiesto, con tante mani scaramanticamente trasformate in corna: “Perchè i terroristi colpiscono dappertutto meno che in Italia?”.

         Già, perché? E’ inutile che Marco Minniti al Viminale, sempre conservando le mani in quel posto, cerchi di inorgoglirsi e di farci credere che gli apparati di sicurezza in Italia funzionano davvero, grazie anche a lui. La spiegazione, semplice semplice, addirittura banale se consideriamo il livello di perversione politica cui siamo capaci di arrivare, se e ce l‘ha data una tale Nadia Donati scrivendo: “Qui abbiamo la base che manovra tutto. Se facessero un attentato in Italia, sarebbero finiti”.

         Idea formidabile. Questa signora, o signorina, Donati sarebbe perfetta -temo- in qualche ufficio di Procura della Repubblica italiana, dove spesso non si fanno indagini ma si cerca di riscrivere dietrologicamente la storia: passata, recente e attuale. Non faccio nomi e località, né indico processi nel dettaglio perché non avrei soldi da spendere per un avvocato, e non mi fiderei di quello d’ufficio assegnatomi da lor signori inquirenti.

         Vorrei soltanto ripetere alla signora, o signorina, Donati quello che le ho già risposto per Facebook. Se l’obiettivo del terrorismo islamista, che si è già vantato del sangue sparso sulla rambla di Barcellona uccidendo -sino al momento in cui scrivo- 15 persone, fra cui due italiani, e ferendone un centinaio, è quello di destabilizzare i paesi che lo contrastano, come mi sembra scontato, noi provvediamo da soli a farlo grazie anche al modo di pensare e di votare –credo- della signora, o signorina, Donati. Sarebbe obiettivamente sprecato impiegare uomini e mezzi per fare quello che riusciamo a realizzare da soli con la pratica e l’ideologia del disfattismo.

 

P.S.- Ho visto che dopo qualche ora dalla pagina di Facebook è scomparsa la partecipazione della signora, o signorina, Nadia Donati al dibattito aperto da Davide Amato. Volontaria o non che sia stata questa censura, ma nel secondo caso sarebbe una doppia notizia, mi consola l’idea che qualcuno ritrovi o trovi il buon senso di non scrivere, dire e diffondere sciocchezze.

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