Quella cena galeotta di Renzi a Capalbio col figlio di Napolitano

Prepariamoci ad un’altra scenata di gelosia politica, come quella riservata dai fuoriusciti dal Pd al povero Giuliano Pisapia per aver osato abbracciare a Milano la troppo renziana Maria Elena Boschi, ospiti entrambi di una festa della pur defunta Unità.

Questa volta non c’è di mezzo una donna, renziana o no che sia. E’ una questione di e fra uomini. Lo “scandalo” per i fuoriusciti dal Pd e per quanti altri vorrebbero a sinistra una dose sempre maggiore di antirenzismo, non essendo mai sufficiente quella corrente, è stato un invito a cena col segretario del Pd accettato a Capalbio da Giulio Napolitano, figlio del più noto e influente Giorgio. Sì, proprio lui: il presidente emerito della Repubblica.

Le ultime notizie che gli antirenziani in servizio permanente effettivo avevano di Giorgio Napolitano gli attribuivano una incolmabile delusione nei riguardi del segretario del Pd e un ostentato appoggio al suo avversario interno e ministro della Giustizia Andrea Orlando. Essi pertanto sono stati spiazzati dalla notizia della cena a Capalbio, nella presunzione che, per quanto non più giovanissimo, Giulio Napolitano non faccia cose che possano dispiacere al padre, tanto meno l’accettazione o addirittura la ricerca di un invito a cena col segretario del Pd. E per giunta nel contesto di una festa, com’è stata quella che Renzi ha voluto nel ritrovo toscano della sinistra chic per la presentazione del suo Avanti. Che non è naturalmente una riedizione del vecchio giornale storico dei socialisti, con cui sostituire magari l’Unità riscomparsa dalle edicole, ma il libro dell’ex presidente del Consiglio stampato di recente da Feltrinelli.

Che Re Giorgio si stia ricredendo su Renzi ? Si sono chiesti con inquietudine gli orlandiani nel Pd e i bersanian-dalemiani fuori. Che anche lui, sempre Re Giorgio, si sia fatto convincere dall’amico e quasi coetaneo Eugenio Scalfari che coi tempi che corrono in Europa, specie dopo le sorprese riservate dal nuovo presidente francese Macron, dal piglio più napoleonico che gollista, sia conveniente lasciar tornare il combattivo Renzi a Palazzo Chigi dopo le elezioni? Si sono chiesti, allarmatissimi, gli antirenziani per niente rasserenati dalle condizioni poste da Scalfari, nel penultimo appuntamento domenicale coi lettori della sua Repubblica, chiedendo al segretario del Pd di lasciarsi in qualche modo affiancare da Romano Prodi, Walter Veltroni e addirittura Enrico Letta. Addirittura, perché i rapporti fra i due sono addirittura peggiorati negli ultimi tempi, col “disgusto” espresso pubblicamente dall’ex vice segretario del Pd, oltre che ex presidente del Consiglio, per quel modesto 11 per cento dei voti rinfacciatogli da Renzi all’interno del partito nei suoi tempi migliori per esortarlo a smettere di fare la vittima, essendo la sua solo una crisi di consenso, non il prodotto di una persecuzione malvagia.

Deve essere apparsa agli antirenziani sospetto anche il silenzio impostosi, una volta tanto, dal segretario del Pd nelle polemiche che Giorgio Napolitano si è imprudentemente procurate, di recente, ricostruendo a suo modo la vicenda della partecipazione italiana, nel 2011, alla guerra a Cheddafi voluta dai francesi e dagli inglesi, e dalla Casa Bianca, sotto le insegne della Nato e poi anche dell’Onu. A suo modo, perché l’ex Re Giorgio ha minimizzato il proprio ruolo, tra il Quirinale e il Teatro dell’Opera di Roma, dove egli pretese un vertice col riluttante Berlusconi, e moltiplicato quello dell’ultimo governo dell’allora Cavaliere.

 

Renzi è rimasto prudentemente alla finestra di fronte alle critiche e anche alle testimonianze contro Napolitano rese dagli allora presidente del Senato Renato Schifani e ministro degli Esteri Franco Frattini. Di più, francamente, il segretario del Pd non poteva fare per aiutare il presidente emerito, dopo avere incaricato i capigruppo parlamentari di rintuzzare gli insulti minacciosi dei soliti leghisti e grillini.

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